Google contro Huawei. La guerra tecnologica Usa–Cina. Tra interessi Usa e violazioni cinesi, il mancato ruolo dell’Unione Europea oggi colonia e periferia del mondo, una penosa uscita dalla storia dopo secoli di civiltà e primato.

   Google ha annunciato che smetterà di fornire software per Huawei, il gigante cinese della telefonia mobile e della fibra ottica obbedendo alle scelte strategiche del governo americano e degli “stati profondi” Usa, apparato militare industriale più agenzie di intelligencee circoli geopolitici. La disputa tra le due superpotenze del XXI secolo passa all’artiglieria pesante.

   Prima di esprimere un giudizio, proviamo a inquadrare i termini della questione. Il colosso di Mountain View, monopolista tra i motori di ricerca, è forse la più significativa multinazionale tecnologica del pianeta, con almeno 900 mila server nel mondo ed attività che spaziano in ogni settore economico. Huawei è il fiore all’occhiello della potenza cinese, al vertice nelle ricerche sull’intelligenza artificiale, la robotica, leader nelle reti di telecomunicazione e nella fibra ottica. Sta ottenendo le chiavi delle autostrade digitali del mondo. Nel grande progetto 5G ha distanziato ogni concorrente e minaccia il primato di Samsung nella telefonia mobile. In Italia almeno un cellulare e uno smartphonesu cinque sono fabbricati da Huawei. La presenza cinese sfiora il 50 per cento includendo Oppo, Xiaomi e Vivo e lascia nelle retrovie Apple.

    I dispositivi mobili Huawei manterranno i servizi di Google Play, il negozio virtuale di applicazioni (app), brani musicali, pellicole cinematografiche, libri e riviste che utilizza il sistema Android, ma non avranno più accesso alle attualizzazioni. Chi possiede un telefono Huawei o Honor, il secondo marchio dell’impresa, non potrà quindi installare la nuova versione, Android Q, che Google prevede di lanciare da agosto.  I telefoni mobili e i tablet Huawei in uso nel mondo sono 375 milioni, il dieci per cento di tutti gli apparecchi, con tendenza all’aumento poiché nel primo trimestre del corrente anno la quota ha raggiunto il 19 per cento.   

   La decisione di Google è frutto di una direttiva del governo americano che blocca gli affari con compagnie tecnologiche cinesi per il rischio di sicurezza dei dati in rete, legato all’avanzata della tecnologia 5G. Si tratta di una vera e propria guerra per il dominio delle telecomunicazioni e il possesso delle tecnologie informatiche e cibernetiche che decideranno il dominio sul mondo nei prossimi decenni. Huawei lavora allo sviluppo di un proprio “ecosistema” di applicazioni e servizi parallelo a Android. I cinesi producono già propri processori (Kirin) e sopravanzano da tempo le imprese statunitensi che fabbricano chips, come Qualcomm e Intel. Sarà essenziale verificare quanto tempo impiegheranno per dotarsi di un sistema proprio, come Apple, l’unica impresa di successo fuori dall’universo Android. Non è una curiosità o una sfida per appassionati di tecnologia, ma la posta in gioco più importante del futuro prossimo. Riguarda tutti come utenti e cittadini globalizzati.

   Non siamo più entro la cornice, importante ma non cruciale, di una guerra commerciale, ma in una fase ben più pericolosa e imprevedibile. La battaglia dei dazi è una importante questione di denaro, ma la guerra tecnologica è il vero scontro di potere che la Cina non è disposta a perdere.  Dall’inizio della battaglia sulla fibra 5G è successo qualcosa: gli americani si sono mossi. L’ordine esecutivo emanato da Trump vieta qualsiasi transazione relativa a tecnologie dell’informatica e della comunicazione che coinvolga imprese soggette al controllo o alla giurisdizione di “un avversario straniero” e supponga “una minaccia alla sicurezza nazionale”. Gli Usa hanno fatto nomi e cognomi: Huawei e altre settanta imprese inserite in una lista nera i cui prodotti non possono essere acquistati da entità americane senza autorizzazione governativa.

   È molto diverso dall’imposizione di dazi: una misura importante, sì, ma di politica commerciale, ben distinta dalla salvaguardia dell’interesse nazionale. Si è organizzato un vero e proprio cordone sanitario anticinese. Dal lato del software, Google è obbligata a rifiutare a Huawei gli aggiornamenti di Android e, cosa ben più seria, a negare l’accesso ai prossimi modelli di Google Play Store. Non va meglio per l’hardware, poiché aziende come Broadcom, Intel, Qualcomm e Western Digital hanno dovuto sospendere l’invio a Huawei dei componenti di loro produzione. Non si sono levate eccessive proteste: un conto è criticare i dazi di Trump, un altro è prendere sottogamba lo spionaggio (industriale e non) cinese. La conseguenza nell’immediato sarà l’uso da parte di Huawei della versione di Android a codici aperti, oltreché, come accennavamo, forzare le tappe di un autonomo sistema operativo, utilizzando soprattutto brevetti cinesi, incluso per processori e memorie. Interessante sarà l’atteggiamento europeo, giacché Ericsson e Nokia detengono brevetti importanti.

   Nel frattempo, aumenta la preoccupazione di Apple. Il marchio della Mela è il più danneggiato. Per quanto Huawei sia il suo principale concorrente sul mercato della telefonia mobile (i cinesi hanno battuto gli iPhone californiani), Apple rischia di diventare la vera vittima della contesa in ragione della sua dipendenza da componenti cinesi. Anche questo è un risultato della globalizzazione, in particolare della delocalizzazione successiva alla frettolosa ammissione della Cina nel Wto, con lo storico errore di considerare il Dragone una semplice potenza manifatturiera di prodotti e processi abbandonati dall’industria americana. La Cina si prepara alla reazione. Potevano tenere botta davanti all’accusa a Huawei di inserire nei telefoni elementi non sicuri e persino di passare informazioni al governo, altro è accettare che gli Usa minaccino non solo i profitti, ma la sostenibilità commerciale della principale impresa di telecomunicazioni. Non possono permetterselo: la Cina potrà piegarsi a ridurre il suo enorme avanzo commerciale con gli Stati Uniti, acquistando più soia e il gas che serve come l’aria alla macchina industriale, ma non cederà in quella che considera la battaglia del secolo: la supremazia tecnologica.

   Per questo gli osservatori sono generalmente pessimisti sulla piega presa dalla guerra commerciale. I dazi imposti a prodotti cinesi pesano per 250 miliardi di dollari. Molto, ma si tratta di denaro; sull’alta tecnologia è in gioco il potere. I cinesi sono saggi e previdenti per definizione e studiano contromisure e rappresaglie da prima del discorso del vice presidente Pence che ha dato il via alle ostilità a novembre 2018. Non pochi ritengono che la recente concentrazione di potere nelle mani del presidente Xi Jinping si spieghi con le tensioni economiche tra le due superpotenze, cui il Dragone oppone il rafforzamento delle proprie strutture interne.

   Non è probabile una risposta condotta a colpi di dazi, a cui la Cina non ha interesse. Non sono molti i prodotti americani che può gravare di imposte doganali, per la sproporzione tra le importazioni – 120 miliardi di dollari – e le esportazioni (540 miliardi) esposte alle tasse di Trump. Da un punto di vista qualitativo, poi, sarebbe autolesionistico, poiché gli americani forniscono componenti difficilmente sostituibili nel breve termine, indispensabili a sostenere le esportazioni. Cercheranno di danneggiare gli interessi del sistema americano con altri mezzi. Apple è nel mirino. A differenza di Google, la Mela ha un proprio sistema operativo per la telefonia, ma gli apparecchi sono prodotti in gran parte in Cina. Il governo potrebbe cominciare a porre ostacoli di varia natura alla produzione locale destinata a Apple e alle altre multinazionali Usa.

   I dazi non farebbero gran danno poiché il valore aggiunto di Apple generato in Cina è piuttosto basso, circa il 5 per cento del valore totale di un iPhone: nel settore il valore aggiunto sta nei servizi anteriori e posteriori alla fabbricazione più che nell’assemblaggio dei componenti. L’interruzione delle catene di lavorazione cinesi potrebbe danneggiare moltissimo Apple, facendole perdere molto denaro prima di trovare centri di produzione alternativi.

   Ci sono, naturalmente, altre possibilità. Qualcuno agita l’improbabile eventualità della vendita sul mercato finanziario degli oltre milletrecento miliardi di dollari di buoni del tesoro americano in mani cinesi. Ciò si tradurrebbe in un rialzo dei tassi di interesse a dieci anni di circa 30 punti base: un colpo importante ma non insostenibile. Un’operazione del genere, altamente complessa, richiederebbe almeno un anno e mezzo, con il rischio di contromisure finanziare guidate dalla potente Federal Reserve. Sarebbe più pericolosa una svalutazione dello yuan, in grado di provocare un effetto deflazionistico a livello mondiale. Qualunque misura avrà effetti dirompenti, con un vantaggio non trascurabile per i cinesi: non hanno elezioni presidenziali nel 2020.

   Per la prima volta il consumatore medio si accorge che la guerra commerciale lo riguarda direttamente. Sinora, apprendeva dalla stampa o dalla televisione del rialzo dei dazi sull’acciaio, l’alluminio, le lavatrici e molti altri prodotti, ma negli Usa era facile presentare le decisioni come una maniera per togliere denaro agli avversari dell’America. Le guerre commerciali sono spesso popolari e facili da vincere, ma l’arma daziaria è complessa da maneggiare per la crescente interdipendenza delle produzioni. Oggi osserviamo un salto qualitativo: dalla sera alla mattina, i proprietari di apparati Huawei hanno visto diminuire il valore del prodotto e chissà se presto lo potranno ancora utilizzare, tenuto conto della rapidità delle innovazioni.

   Forse rincareranno anche gli iPhone di Apple e molti altri prodotti fabbricati o assemblati in Cina. La guerra commerciale è così: nessuno ne esce indenne, il che non significa che Trump non abbia ragione a temere la minaccia della tecnologia cinese, sino a obbligare giganti come Google, Apple, Intel ad osservare l’articolo 77 della legge sulla sicurezza dello Stato. La politica scelta per ridurre il livello del deficit commerciale può essere discutibile, se proviene dai campioni del mercato libero e maschera la disputa per la minacciata supremazia industriale statunitense, ma la critica alla concorrenza sleale cinese e la necessità dell’autonomia e della sicurezza in materia di telecomunicazioni ha solidi argomenti.

   Il problema che ci riguarda più da vicino è il ruolo, o il non ruolo dell’Unione Europea. A Bruxelles cercano di mantenere una posizione conciliante e toni non belligeranti di fronte alle minacce di dazi sui veicoli e componenti esportati dall’UE in America, con gravi danni per la Germania. Tentano con scarso successo di negoziare uguaglianza di regole con la Cina, protezionista nelle importazioni, negli investimenti e nelle joint–venturesmentre scorrazza libera nel nostro mercato. Il parlamento europeo, in un documento relativo alle principali sfide della prossima legislatura, riconosce che se aumenterà la rivalità sino-americana, sarà più difficile per l’UE muoversi in un triangolo in cui è vaso di coccio tra vasi di ferro. Assai probabile che i vari Stati si regolino secondo i rispettivi interessi.

   La posizione europea è fragile ed oggettivamente complicata. La Cina viola sistematicamente le norme internazionali, in particolare in materia di proprietà intellettuale, ma l’Europa manca di un livello appropriato di risposta, è prigioniera della sua natura mai belligerante, strutturalmente propensa all’accordo e al compromesso, tanto più in assenza di un vero interesse europeo, sostituito dalla confusa somma algebrica di convenienze nazionali in cui la parte del leone la fanno Francia e Germania. Il nuovo ordine mondiale è uscito dall’unilateralità seguita al crollo dell’URSS, ma l’esito è un duopolio da cui siamo esclusi e autoesclusi per mancanza di un’autonoma politica economica, finanziaria e soprattutto per la preoccupante dipendenza tecnologica nei settori strategici. Un mondo meno globale ma più polarizzato suppone un salto culturale che abbandoni decenni di politiche disegnate da élite culturalmente estranee alla competizione, abituate agli accordi a porte chiuse, ai compromessi al ribasso, soprattutto non educate alle dure lotte in campo aperto. L’ Europa ha perduto la forza psicologica esibita per secoli, che Arnold Toynbee(1) chiamava challenge, il gusto della sfida.

   L’agenda del prossimo parlamento europeo sarebbe già tracciata se l’assemblea contasse qualcosa. È molto più probabile, al di là delle maggioranze che si formeranno, che prevalgano turbolenze e divisioni interne. L’Europa invecchiata di lobby, funzionari e interessi contrapposti ha ancora il peso economico e le competenze per risalire posizioni in campo tecnologico. Può farlo se recupera una certa unità d’intenti e, soprattutto un progetto di futuro. In caso contrario, il destino di colonia e periferia del mondo è segnato. Una penosa uscita dalla storia dopo secoli di civiltà e primato.  

NOTE

(1) Arnold Joseph Toynbee(1889 – 1975). È stato uno storico inglese. Appartenne alla corrente britannica dello storicismo diffusasi nella seconda metà dell’Ottocento e che vide in Toynbee uno dei suoi massimi esponenti. Con le sue opere si collegò a uno dei capostipiti della scuola, Oswald Spengler, prendendone polemicamente le distanze su vari punti fondamentali.

Fonte: Wikipedia.

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Un commento

  1. Francesca Rita Rombolà

    29 Maggio 2019 a 13:59

    Che cosa spaventosa se l’Europa, dopo secoli se non millenni, di supremazia culturale a livello mondiale dovesse all’improvviso uscire di scena… come saranno gli equilibri futuri del pianeta? Per noi europei forse è difficile anche solo pensare una cosa del genere. Eppure non è allarmistico pensare fin da subito ad uno scenario simile, anche se dovesse riguardare un futuro ancora lontano.

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