Sovranità proclamata, dipendenza praticata senza esitazioni quotidiane

«Grand Hotel»
Sovranità proclamata, dipendenza praticata senza esitazioni quotidiane
Il Simplicissimus
Perché il governo italiano continua a mantenere un atteggiamento di sostanziale acquiescenza nei confronti degli Stati Uniti, anche quando dalla Casa Bianca arrivano dichiarazioni offensive o apertamente sprezzanti? L’articolo parte da questa domanda per analizzare un rapporto politico che va oltre le contingenze e affonda le proprie radici nella storia della destra italiana del dopoguerra. Tra richiami ideologici, fedeltà atlantica, convenienze geopolitiche e ricerca di legittimazione internazionale, emerge il ritratto di una classe dirigente che fatica a trasformare la retorica della sovranità in un’effettiva autonomia politica. Una riflessione sul difficile equilibrio tra dignità nazionale, alleanze strategiche e subordinazione culturale nel nuovo scenario internazionale. (N.R.)
Molti, ingenuamente, si chiedono come mai la Meloni e il suo governo sopportino gli attacchi sconsiderati e ingiustificati di Trump, né perché quest’ultimo non perda occasione di offendere un leader che guarda alla Casa Bianca come un integralista mussulmano guarda alla Mecca. Ma non c’è alcun mistero in questo: il vescicone americano, blessé dans son honneur, o meglio nel suo ego insieme duro e friabile come una torta sbrisolona, trova ristoro nel fare il tracotante con chi è troppo debole per replicare davvero e che ad ogni schiaffo invece di reagire porge la sua guancia con ancora più servilismo. Oscuramente, visto il suo livello culturale, Trump ha perfettamente compreso ciò che molti in Italia non riconoscono, ovvero che il filoamericanismo nostrano è un prodotto tipico della destra, lo è stato nella stagione post-fascista quando gli Usa garantivano una certa agibilità al neonato Msi, in virtù della lotta al partito comunista ed è rimasto intatto nel lungo percorso verso il neoliberismo militante, quello che Mussolini avrebbe definito come demoplutocrazia.
Infatti a tutto questo, alle offese gratuite e alle ultime dichiarazioni di Trump, sulla necessità di un ordine restrittivo per la premier italiana, la Meloni risponde talvolta con irritati comunicati scritti da chissà chi, talvolta con un imbarazzato silenzio, ma all’atto pratico, invece di aprire una crisi, manda il suo vice e i suoi ministri a festeggiare il 4 luglio a villa Taverna. Avere qualcosa da recriminare e da rivendicare nei confronti dell’America, conservare un minimo di dignità, è qualcosa di così lontano dall’improvvisata premier da non essere nemmeno concepibile. Certo il tentativo di essere “l’amica di Trump” le ha dato per un qualche periodo l’illusione di poter riempire di qualcosa di diverso dall’aria fritta il gruppo di un presunto antieuropeismo venduto ai suoi elettori e vero come una moneta da 3 euro, che tuttavia non si è mai palesato in qualcosa di concreto e men che meno di realistico. Ma le sue foto adoranti con Trump sono talmente sconcertanti che suscitano un immediato senso di ridicolo e di scoramento: ci fanno domandare su quale set siamo. Senza dubbio la Meloni sarebbe stata un’ottima attrice da fotoromanzi, ma non è precisamente questa abilità che si richiederebbe al premier di un governo che dovrebbe fare gli interessi dei cittadini. Ci fu negli anni ’50 un’accesa polemica tra Nilde Jotti e Marisa Musu sul significato da dare alle nuove forma di intrattenimento che si andavano sviluppando nell’Italia del dopoguerra, tra cui appunto le storie rosa raccontate attraverso fotografie e testi a fumetti: si dibatteva se queste contribuissero ad alfabetizzare gli italiani o li corrompessero e li indirizzassero verso forme di comunicazione eccessivamente semplici e rozze derivanti da oltre Atlantico, ma di certo nessuno avrebbe mai immaginato che si sarebbe arrivati a tanto, sia pure da parte di una signora figlia di una scrittrice di romanzi rosa, quasi tutti ambientanti in America..
Soprattutto dovremmo poter sperare che la politica di un Paese, certo coloniale, certo colonizzato, senza dubbio servile in molti dei suoi atteggiamenti, non debba confrontarsi con massimi responsabili che guardano i potenti con posture e sguardi che sembrano quelli tipici dell’attimo prima di… insomma avete capito, non ci vuole un master in comunicazione, basta una semplice storia d’amore, ammesso che ancora ce ne siano. Quando una dice sì è sì e lo si capisce benissimo. Dunque, ad onta dei comunicati di questo o di quell’abitante del sottobosco politico che cerca di lucrare anche su questa vicenda, come uno scoiattolo che mette da parte le ghiande, non so bene a questo punto chi stia davvero offendendo l’Italia, se la bella o la bestia. Fate vobis.
