Ed eccoci qui, per l’ennesima volta, a constatare che la catastrofica solennità di una tragedia si percepisce nei dettagli comici che l’accompagnano inesorabilmente

GREEN PASS: LA RAGIONE FINISCE

ECCO QUEL CHE RESTA

 

Ed eccoci qui, per l’ennesima volta, a constatare che la catastrofica solennità di una tragedia si percepisce nei dettagli comici che l’accompagnano inesorabilmente. Le schegge di imbecillità amano danzare divertite sugli abissi umani più oscuri come lucciole nella notte attorno agli escrementi, in uno sfarfallio luminoso che vorrebbe trasmettere allegria e invece porta solo mestizia. Regola ferrea cui non fanno eccezione contenuti e contorni del decreto legge numero 105 del 23 luglio 2021 con cui è istituita la “certificazione verde” alias green pass. 

Tragico e comico, ancora una volta, si danno la mano come sui manifesti che un tempo facevano bella mostra nelle bacheche dei teatri d’oratorio. Dramma in cinque atti, segue brillantissima farsa: dopo aver pianto con La sepolta viva, i nostri nonni si scompisciavano con La classe degli asini. E oggi non è cambiato nulla visto che la certificazione verde somministrata agli italiani dal signor Mario Draghi intende seppellire vivi i renitenti alla leva vaccinale in un tripudio di esilaranti asinerie. Signor Mario Draghi, è bene ricordarlo, che governa un popolo senza che il popolo lo abbia eletto o gli abbia consegnato un mandato. Recentemente glielo ha ricordato persino Erdogan, e lui, il signor Mario Draghi, non ha nemmeno potuto replicare “da che pulpito”.

IL TRIONFO DELLA SUPERCAZZOLA

Ognuno può liberamente pescare dove vuole per trovare le peggio stramberie nel decreto numero 105. A me piace molto la norma applicativa, in gergo tecnosocial “app”, secondo cui per mangiare in un ristorante all’aperto non è richiesto il green pass, mentre per mangiare al chiuso serve esibire il certificato che comprovi l’inoculazione di una dose di vaccino. 

La domanda che sorge spontanea è la seguente: se, come ci spiegano dalla cabina di regia, per essere immuni servono due, tre e poi forse quattro, cinque, eccetera dosi di vaccino, una sola somministrazione da che cosa mette al riparo chi mangia in un ristorante al chiuso? Forse che il virus circola lo stesso, ma più debolmente e dunque non ce la fa a passare da un tavolo all’altro nel tempo di una cena? Oppure, i bacilli trasportati dai commensali, educati da una sola dose di vaccino, mettono fuori la testolina, si guardano attorno, dicono buongiorno e buonasera e poi tornano al calduccio nell’organismo del rispettivo portatore senza importunare le altre persone in sala?

In subordine, trovo molto carina anche l’app secondo cui non serve il green pass se si consuma al banco mentre serve se si consuma seduti. E qui, lo confesso, porgo una domanda di interesse strettamente personale, ma utile a chi si trova nelle mie stesse condizioni. Da qualche tempo sono diversamente deambulante e non sempre riesco a mantenermi stabilmente in posizione eretta. Mi capita per esempio che, prendendo un caffè al banco di un bar, mi debba sedere improvvisamente per necessità biodinamiche. Ebbene, se indipendentemente dalla mia volontà, mentre sorbisco un caffè, sono costretto ad adagiarmi su una sedia, devo contestualmente esibire il green pass che prima non mi era stato richiesto? In tale evenienza, da cittadino ligio alle leggi divento potenziale nemico pubblico numero uno solo perché le gambe, come si dice dalle mie parti, mi hanno fatto Giacomo Giacomo? Anche i meno accorti, se non sono presi da furori ideologici, dovranno convenire che, finito il tempo della ragione, siamo giunti a quello della supercazzola.

CHI VUSA PÜSÉ LA VACA L’È SUA

Se questa è la sua epifania suprema, non servono ponderosi tomi di politologia per comprendere che cosa sia veramente la democrazia che da qualche secolo ci sventolano sotto il naso per farci credere di essere liberi. Iter e trattative per giungere al decreto legge numero 105 del 23 luglio 2021 ce lo spiegano in breve e senza tanti giri di parole. La democrazia è un mercato delle vacche in cui ognuno cerca di gridare più degli altri solo per conquistare un po’ di consenso e un po’ di potere: “Per andare in pizzeria con la morosa servono tre dosi di vaccino”, “No, in pizzeria con la morosa il vaccino non serve”… Gridano, vanno sui giornali, in televisione e sul web con le facce truci, ma sanno già tutti che si incontreranno a metà strada e, siccome trovarsi a metà strada con una dose e mezza in mano fa troppo ridere, vince chi grida di più e la vacca è sua: in pizzeria con la morosa e una dose di vaccino. 

Non è un caso se la libertà di chi non intende farsi vaccinare dovrebbe essere “difesa” da sedicenti oppositori di lotta o di governo come la Meloni e Salvini: una che ha annunciato la sua vaccinazione prossima ventura e l’altro che si è messo subito in fila. Altrimenti all’una e all’altro non sarebbe concesso di “opporsi” legittimamente. Dal che si deduce come la legittima opposizione non può essere contro il veleno, ma solo contro una certa quantità del veleno stesso. Come si fa per l’inquinamento delle acque, non si diminuiscono le schifezze che vi si buttano, ma, con trattativa burodemocratica, si alzano i livelli della soglia di rischio. Insomma, chi fa il democratico avvelena anche te, eccetera eccetera.

LA DITTATURA DEMOCRATICA

Nei giorni scorsi, sepolti da una valanga di insulti perbene, Giorgio Agamben e Massimo Cacciari hanno mostrato la gravità di quanto sta accadendo in un breve scritto intitolato A proposito del decreto sul green pass, di cui vale la pena di riportare alcuni passaggi: “La discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica. Lo si sta affrontando, con il cosiddetto green pass, con inconsapevole leggerezza. Ogni regime dispotico ha sempre operato attraverso pratiche di discriminazione, all’inizio magari contenute e poi dilaganti. Non a caso in Cina dichiarano di voler continuare con tracciamenti e controlli anche al termine della pandemia. E varrà la pena ricordare il ‘passaporto interno’ che per ogni spostamento dovevano esibire alle autorità i cittadini dell’Unione Sovietica. Quando poi un esponente politico giunge a rivolgersi a chi non si vaccina usando un gergo fascista come ‘li purgheremo con il green pass’ c’è davvero da temere di essere già oltre ogni garanzia costituzionale.

Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso. Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica. Nessuno invita a non vaccinarsi! Una cosa è sostenere l’utilità, comunque, del vaccino, altra, completamente diversa, tacere del fatto che ci troviamo tuttora in una fase di ‘sperimentazione di massa’ e che su molti, fondamentali aspetti del problema il dibattito scientifico è del tutto aperto. (…)

Tutti sono minacciati da pratiche discriminatorie. Paradossalmente, quelli ‘abilitati’ dal green pass più ancora dei non vaccinati (che una propaganda di regime vorrebbe far passare per ‘nemici della scienza’ e magari fautori di pratiche magiche), dal momento che tutti i loro movimenti verrebbero controllati e mai si potrebbe venire a sapere come e da chi. Il bisogno di discriminare è antico come la società, e certamente era già presente anche nella nostra, ma il renderlo oggi legge è qualcosa che la coscienza democratica non può accettare e contro cui deve subito reagire”.

QUANTO È LUNGO IL SECOLO BREVE?

Non c’è un rigo dello scritto di Agamben e Cacciari che faccia una grinza e penso persino di poter comprendere e condividere il senso più profondo del concetto di “coscienza democratica”. Almeno se la si intende come senso nativo della libertà, radicata nel rapporto con l’altrettanto nativo desiderio di verità, che caratterizza l’essere umano e ha diritto di manifestarsi nell’agire pubblico e privato. E proprio qui si giunge al nucleo incandescente della disputa sull’imposizione globale del green pass, sulla cui origine temo che non si sia riflettuto abbastanza. 

Il problema nasce dal fatto che le attuali democrazie, più o meno liberali e più o meno occidentali, sorgono dalla stessa radice illuministica dei totalitarismi novecenteschi: sono il tremendo, letale e inesorabile epilogo del concetto di stato onnipresente e onnivoro che ha dominato il secolo scorso. Il liberismo, l’ideologia che le sorregge, lungi dall’esserne il contraltare, è l’inveramento occidentale del progetto comunista fallito nei soviet e mostra una vocazione oppressiva nel pubblico e nel privato superiore a quella di qualsiasi mostro totalitario del passato. Dati la stessa origine e lo stesso fine, non deve stupire se, a una qualsiasi fase di emergenza le cosiddette democrazie sanno e possono rispondere solo con i criteri e i metodi utilizzati dagli stati totalitari: sono solo più efficienti. 

Cambiano ambientazione e scenografia, in cui dominano toni bioingegneristici e hitech, più suadenti, persuasivi e graditi rispetto alle brutali maniere cekiste, ma l’esito finale e il luogo di destinazione è sempre lo stesso: l’arcipelago gulag in cui avviare i dissidenti. I reticolati sono divenuti informatici, carcerieri e capiblocco vestono abiti firmati e sono appena visibili, la minaccia è più sfumata, il senso di pericolo viene alitato con meno violenza, ma chiunque manifesti un pensiero difforme deve finire in un luogo in cui non può nuocere. Prima virtualmente, grazie al controllo telematico, ma poi anche fisicamente: è solo questione di tempo.

Basta aver letto qualche pagina di Solženicyn per rendersi conto che fra il totalitarismo novecentesco, in particolare quello sovietico, e il totalitarismo liberaldemocratico del terzo millennio non esiste soluzione di continuità. L’ulteriore tratto luciferino del tecnototalitarismo contemporaneo sta nell’aver messo a frutto il terrore della malattia e della morte tipica degli uomini che non credono più in niente. Così, al fine di rendere docili e soggiogare i sudditi, non si deve neppure minacciare morte e galera, ma serve presentarsi come dispensatori di salute e salvezza. C’è del genio, bisogna riconoscerlo, perché è bastato un piccolo virus per indurre la mandria a entrare volontariamente e di buon grado nei lager dai cancelli informatici spalancati. C’è del genio anche perché questi sono luoghi in cui, una volta entrati, si può continuare ad andare in vacanza, al ristorante, al pub, a fare shopping sicuro e non sembra neppure di essere in prigione. Anzi, i soli a non poter esercitare alcuna libertà sono coloro che intendono starne fuori.

A conti fatti, mi pare che questo mondo sia ancora in pieno Novecento e che il cosiddetto secolo breve si stia allungando ben oltre i suoi confini naturali mettendo in mora il concetto stesso di storia, uno dei tratti fondamentali che separano l’uomo dalla bestia.

LA CACCIA AL DIVERSO CORRE SUI SOCIAL. E NON SOLO

Se servisse una conferma della connaturalità tra vecchio e nuovo totalitarismo, basta porre mente alla caccia al no vax in atto da mesi nelle famiglie, negli uffici, nei luoghi di ristoro, sui mezzi pubblici, nelle chiese e persino nei cimiteri. Nemmeno la caccia al fascista negli anni Settanta, che ho conosciuto personalmente, fu così capillare e inesorabile. A differenza del fascista, il no vax è percepito come una minaccia all’esistenza altrui per il solo fatto di respirare la stessa aria. Dunque ogni cittadino perbene si sente in dovere di vigilare e denunciarlo nel caso ne percepisca la presenza in pensieri, parole, opere e omissioni. 

Da questo punto di vista la tecnologia ha favorito un grande salto di livello attraverso l’uso dei social, la più grande bestialità che, fatto salvo il peccato di Adamo ed Eva, l’uomo abbia inventato dalla sua creazione a oggi. È grazie ai social che questa società è guidata dalle Selvagge Lucarelli e dai Fedez e trova i suoi oppositori istituzionali nei Salvini che si fanno fotografare ai Papeete con i Denis Dosio. In parole povere, anzi poverissime, viviamo nel tempo degli influencer, la razza più asservita a qualunque sistema mai comparsa sulla faccia della terra e la cui importanza si misura in clic e i follower, cioè in danaro.

È attraverso i social che viene propagata capillarmente la caccia al diverso e al dissidente, è attraverso i social che vengono distrutti uomini come il professor Giuseppe De Donno, reo di curare e guarire i malati di covid secondo protocolli non graditi al potere. È attraverso i social e poi i giornali, la televisione e tutto quanto sia anche blandamente informazione, che la chiacchiera al bar o in ufficio diventano sovente aggressione al presunto no vax, processato e condannato sul posto, in attesa che tutto avvenga “legalmente” per via giudiziaria.

Anche in questo caso il totalitarismo 2.0 segue ricalca fini e metodi di quello novecentesco. Scriveva Solženicyn in Arcipelago Gulag: “’Le finezze giuridiche non occorrono perché non occorre chiarire se l’imputato sia colpevole o innocente: il concetto di colpevolezza, vecchio concetto borghese, è stato adesso sradicato’. Dunque abbiamo sentito dire al compagno Krylenko che il tribunale non è quello di una volta. Altre volte gli sentiremo dire che un tribunale non è in generale una corte: ‘Un tribunale è un organo della lotta di classe degli operai diretta contro i loro nemici’ e deve funzionare ‘dal punto di vista degli interessi della rivoluzione… tenendo conto dei risultati più auspicabile per le masse operaie e contadine’”. Davvero il cosiddetto secolo breve, il Novecento, è ancora tra noi e non è uno spettacolo rassicurante.

DRAGHI E/O MUSSOLINI

Non nel senso del Jefferson e/o Mussolini di Pound, ma per dare l’idea di quanto mi sia sembrata grave l’affermazione di Mario Draghi secondo cui, testualmente: “L’invito a non vaccinarsi è un invito a morire”. Ora si dà il caso che Mario Draghi sia il presidente del consiglio della repubblica italiana e, in quanto tale, si presume che dovrebbe, se non favorire la pacifica coesistenza, almeno scoraggiare l’odio e la divisione tra i cittadini. Ma, in proposito, sorge il dubbio che non si sia neppure chiesto quale ricaduta abbiano le sue parole nella vita quotidiana di tutti coloro che sono o passano per no vax. Se volesse posso testimoniarlo personalmente, ma potrei anche fargli avere racconti di aggressioni verbali e intimidazioni da parte di tanti altri malcapitati, in attesa che si passi presto alle vie di fatto. Oppure se l’è chiesto e si è anche dato una risposta?

È a questo proposito che mi è passato per la testa il paragone con un altro presidente del consiglio, Benito Mussolini, il quale, dopo il delitto Matteotti, il 3 gennaio 1925 andò in parlamento e disse: “Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi“. 

La frase di Draghi sull’invito a non vaccinarsi uguale invito a morire non è più o meno storpiata o più o meno storpiabile: vuole dire proprio quello che dice. Quando qualche vero o presunto no vax farà le spese di questa campagna di odio, qualcuno avrà il coraggio di prendersi la responsabilità morale del clima infame che si sta diffondendo? O bisognerà aspettare qualche decennio per vedere una lapide reticente appesa un muro di periferia come accade ora per i fascisti ammazzati come topi di fogna negli anni Settanta e Ottanta?

IL CORAGGIO, SE L’OCCIDENTE NON L’HA, NON SE LO PUÒ DARE

Non è facile immaginare come si possa uscire dal folle turbinare di questa civiltà morente, se non sperare che giunga quanto prima la fine. O che sorga spontaneamente qualcosa di altro e di diverso, di cui è ancora presto per capire se le piazze riempite in questi giorni siano un germe o almeno un’avvisaglia. Sabato scorso io a Bergamo c’ero e qualcosa di sincero e pulito si percepiva. La città simbolo dei martiri del covid usata e abusata dal minculpop tecnomedicale si è popolata di gente viva e vera, sgombra da qualsiasi narrazione catastrofista: uomini, donne e bambini che hanno invaso pacificamente le vie del centro per esigere libertà invece che per fare shopping. Vedremo… 

Intanto penso sia fondamentale ricordare una delle tante lezioni che Solženicyn ci ha lasciato nel discorso dell’università di Harvard dell’8 giugno 1978: “Il declino del coraggio è la caratteristica più sorprendente che un osservatore riscontra in Occidente. Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civico, sia nel suo insieme che separatamente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente, nell’ambito delle Nazioni Unite. Il declino del coraggio è particolarmente evidente tra le élite intellettuali dominanti, generando l’impressione di una perdita di coraggio dell’intera società. Vi sono ancora molte persone coraggiose, ma non hanno alcuna determinante influenza sulla vita pubblica. Funzionari politici e classi intellettuali manifestano questo declino, che si concretizza in passività e dubbi nelle loro azioni e nelle loro dichiarazioni. E ancor di più nel loro egoistico considerare razionalmente come realistico, ragionevole, intellettualmente e persino moralmente giustificato il poter basare le politiche dello Stato sul servilismo e sulla vigliaccheria”. 

Insomma, non sappiamo cosa accadrà da qui in avanti, ma l’alternativa mi pare chiara: chi voglia almeno tentare di vivere senza menzogna trovi coraggio e si attrezzi per fare quanto può. Gli altri vadano in pizzeria.

Alessandro Gnocchi

 

 

Fonte Ricognizioni del 31 luglio 2021

  • «LO DICE LA SCIENZA»

    ”Abbraccia un positivo e riapri la tua bottega: lo dice la scienza …
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