L’orsa Gaia, Greta e altre digressioni. Mentre l’orsa Gaia per ora è salva, il mondialismo avanza e serve all’umanità occidentale il progetto della “disumanizzazione” mascherato da bontà, uguaglianza e un pizzico di animalismo

L’orsa gaia, Greta e altre digressioni

L’orsa Gaia per ora è salva. Il TAR trentino ha sospeso l’ordinanza provinciale che ne disponeva l’abbattimento. Il plantigrado aveva aggredito due persone nei boschi sul monte Peller, tra le valli di Non è di Sole. Non conosciamo le circostanze, ossia se l’orsa Gaia, censita dai servizi forestali con il codice JJ4 (non c’è privacy neppure per la fauna selvaggia) abbia abbandonato le sue remote vette o se siano stati gli esseri umani a disturbarla nel suo habitat. Nel promo caso, l’abbattimento è giustificato, nel secondo no. Non è questa, però, la riflessione che intendiamo svolgere, né ci preme prendere posizione nel merito.

Sconcerta – questo sì – il ricorso alle carte bollate, addirittura con l’intervento dell’Avvocatura dello Stato sollecitata dal governo, in una vicenda di questo tipo. Facciamo fatica a formarci un’opinione, figuriamoci a esprimere giudizi. Ha ragione lo storico inglese William James Froude(1) nell’affermare che gli animali selvaggi non uccidono mai per divertimento. L’uomo è la sola creatura per cui la tortura e la morte dei suoi simili è spassosa in sé. Lo confessiamo: nutriamo una simpatia antica per gli orsi. Animali burberi e solitari, – ma non del tutto intrattabili – hanno in comune con lo scrivano l’amore per le vette, un forte senso territoriale e la naturale antipatia per gli ospiti – diciamo così – indesiderati. Gli orsi non amano gli immigrati clandestini – umani e non – che considerano invasori e li scacciano dal loro territorio con le cattive. Certi turisti sconsiderati, simili a cavallette armate di smartphone con bacchetta per gli inevitabili selfie da postare sulle reti sociali, non dovrebbero violare il diritto degli orsi e degli altri animali selvaggi a vivere secondo l’istinto della specie.

E, detto incidentalmente, rispettare anche i monumenti e le bellezze artistiche che osservano in genere con stolti gridolini di stupore, un occhio all’orologio e il dito pronto al clic. Tutto ciò, tuttavia, non può far dimenticare il primato dell’essere umano sugli altri viventi. Per questo colpisce l’azione del governo che affida la vita dell’orsa nientemeno che all’Avvocatura dello Stato, con relativo dispendio di risorse, professionalità e tempo. Non ci interessa il facile qualunquismo, ma in questo tremendo 2020 ci sembra che l’attenzione governativa dovrebbe volgersi in altre direzioni. Lasciamo da parte il contagio, ma ricordiamo che nel medesimo istante in cui l’Avvocatura dello Stato – seriosi giuristi al servizio delle istituzioni pubbliche – si occupa del diritto alla vita dell’orsa Gaia – per cui, ripetiamo, facciamo il tifo – nessuno attiva l’azione penale per le rivolte sanguinose nelle carceri, con morti, feriti e enormi danni materiali, avvenute all’inizio dell’interminabile emergenza.

Nessuno si domanda – la magistratura è in tutt’altre faccende affaccendata – se gli italiani stiano ricevendo cure adeguate nel gran calderone del Covid 19 per tutte le altre patologie che li affliggono. Silenzio assordante di fronte alla vicenda dei sedicenni ternani uccisi dal metadone spacciato a 15 euro da un tipaccio frequentatore di centri sociali e, dicono, musicista rap “antifà”.Ragazzi morti a TerniCome potrebbero, se tutti i messaggi vanno nella direzione dell’antiproibizionismo verso le droghe? Pochissimi, dalle parti del potere, si chiederanno in che cosa ha fallito la società del progresso, se la polizia postale ha individuato una rete informatica di minorenni venditori, protagonisti, diffusori e vittime di pornografia con immagini di inaudita violenza e ferocia nell’anno bastardo 2020. Non hanno fatto altro che imitare gli adulti e trarne profitto: sono i nostri figli.

Black Lives Matter

Questo è l’anno in cui le “vite nere valgono”, (black lives matter) ma non si sa più perché, tra distruzioni, abbattimenti di statue e un nuovo autoritarismo che applica a se stesso l’etichetta del Bene. 

Prospettano altri mesi di emergenza da coronavirus, sospendendo ulteriormente la libertà e le democrazie, totem intoccabili del passato prossimo, ma derogabili a giudizio dei superiori per fronteggiare focolai virali e nuove ondate annunciate con la grancassa. Impaurire, terrorizzare e governare: una gran bella società. A fin di bene, non dubitate. Nessuno, tranne qualche ozioso filosofo dileggiato, si chiede più se abbia senso tenere in vita un sistema il cui unico valore è la sopravvivenza biologica. Il parlamento si occupa di stabilire per legge ciò che si può o non si può dire o pensare (e si è sempre detto e pensato ovunque e in ogni tempo) su alcuni “orientamenti sessuali”: delitto di odio, carcere, se il pensiero espresso non collima con l’opinione ufficiale odierna. Mai un sentimento – presunto, indefinibile – è stato vietato dal codice penale. Eppure, applausi dal loggione, ed è voce di chi predica nel deserto il monito di uno scrittore come Arturo Pérez Reverte(2), il creatore del Capitano Alatriste: più latino e meno imbecilli. Eh, no, al potere servono gli ignoranti e gli imbecilli, per questo ne crea a milioni con lena quotidiana.

Beata l’orsa Gaia che attende inconsapevole la sua sorte, da decidere tra il fruscio della carta bollata da uomini e donne vestiti in toga, una mise decisamente inadatta alle foreste d’alta quota. “Siamo solo orsi” è una serie televisiva di cartoni animati che narra le avventure di tre orsetti perplessi alle prese con il complicato, contraddittorio mondo degli umani. Che penseranno della strano comportamento dei governi che lottano per salvare Gaia ma se ne infischiano della condizione dei conspecifici soli, deboli, vecchi, poveri? Un filmato è diventato virale in queste settimane: una persona anziana stremata sta in piedi in metropolitana mentre vari giovani sono tranquillamente seduti – con mascherina d’ordinanza – smanettando sullo smartphone. Indifferenza, certo, maleducazione, o meglio ineducazione, ma anche incapacità di vedere, guardare, troppo occupati in un solipsismo condito delle futili immagini che scorrono sullo schermo, trasformato in occhio, orizzonte, hortus conclusus di una sub umanità ebetizzata.

Chissà che ne pensano del rutilante mondo umano gli orsetti. Bei tempi quelli della nostra infanzia, in cui il bene e il male erano più chiari e l’irresistibile orso Yoghi dei cartoni di Hannah e Barbera sfuggiva al ranger Smith dopo aver sottratto il cestino della merenda a qualche incauto visitatore del parco di Jellystone. Che penseranno i tre simpatici orsacchiotti dei cartoni della convivenza con una specie – quella umana – che forse salverà Gaia, ma accetta che i suoi giovani si distruggano con la droga e altre dipendenze, che i depressi chiedano non terapie , ma il suicidio assistito, che gli anziani possano scegliere la morte, anzi la “buona morte” ( eutanasia) come soluzione, dopo una certa età; che i cuccioli – pardon i bambini – siano eliminati prima della nascita a richiesta della non-madre, non-genitore 1, nel silenzio del non-genitore 2. Anche i bombardamenti, nel meraviglioso universo progressista, sono “umanitari” e la guerra non si chiama più così, ma polizia internazionale. Le vittime sono danni collaterali, mentre i feti abortiti possono essere riciclati come componenti per l’industria cosmetica: non si butta via niente!

Gaia sta tra le cime dolomitiche, ma altri animali selvatici, i cinghiali, vivono ormai a decine nella città di Genova, in pieno centro, nell’alveo semi secco del torrente Bisagno. Non di rado si concedono un giretto nei quartieri adiacenti, con notevole pericolo per i cittadini e anche per i cani, più numerosi, nell’ex Superba, dei bambini. Nulla: nessuna decisione istituzionale; si teme la reazione degli animalisti, la finta “bufera” sulle reti sociali. Allontanarli o abbatterli selettivamente sembra una bestemmia. Temiamo che la società malata degli uomini non abbia la legittimità morale per applicare la pena di morte a Gaia, l’orsa che ha fatto ciò che ha fatto per paura, protezione del territorio o della prole. Legittima difesa, nel linguaggio giuridico della scimmia nuda e intelligente, che non ha più fede nella sua superiorità ontologica sulle altre specie. Forse perciò accetta di buon grado la riduzione a gregge – lo dimostrano i comportamenti di massa al tempo del Covid 19 e il consenso a pratiche zoologiche e zootecniche – e ha perduto, nonostante l’istruzione di massa, la consapevolezza di far parte della categoria delle prede nel mirino della parte dominante dell’umanità, i predatori.

Lhomo sapiens (e soprattutto consumens et oeconomicus) (T.P.I.) postmoderno ha elaborato un elegante modello matematico (le equazioni di Lotka–Volterra) per definire il rapporto preda-predatore.

Le equazioni di Lotka–Volterra

Il predatore ha “diritto” alla preda (è l’economia liberista), ma, attenzione, non deve esagerare e distruggerla, altrimenti non ci saranno più prede! Splendida moralità: non lo sappiano gli orsi, specie Gaia in attesa di giudizio. Qui ci pare stia il punto fondamentale, la riflessione scaturita dal diritto o meno alla vita di un animale che ha “disturbato”: l’interrogazione rispetto ai limiti dell’azione umana sui propri simili, sui viventi e la natura. È un terreno minato, ma non possiamo sottrarci a un giudizio di merito. Sappiamo di scandalizzare qualcuno, ma siamo convinti che la nostra civilizzazione – entrata nella fase terminale – sia nata con un “buco nero” iniziale. Nel Genesi, la cosmogonia giudaica, il Dio unico creatore afferma “facciamo l’uomo a nostra immagine, come nostra somiglianza, affinché possa dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi, 1-26, La Bibbia, San Paolo, 2014). Nessuna civiltà umana, tranne la nostra nell’attuale fase agonica, ha mai dubitato della supremazia dell’uomo sul resto del Creato e della natura. Nessuna, tuttavia, ha così largamente praticato sfruttamento e dominio.(cfr. ndr)

Ci volle Gesù per rovesciare la prospettiva. Il figlio del falegname di Nazareth (o del Padre celeste…) dichiarò solennemente che siamo tutti uguali davanti a lui; affermò che il suo regno non è di questa terra. Promise il cielo agli uomini di buona volontà, non la terra ai suoi prediletti. La civiltà che ne è scaturita, con la Terra come domicilio provvisorio, parla piuttosto di custodia, di responsabilità, di usufrutto del creato con obbligo di trasmissione alle generazioni seguenti da parte dell’uomo – essere razionale a immagine divina – piuttosto che di signoria incontrastata. Ma l’uomo è fatto di legno storto e dimentica volentieri la sua condizione caduca e imperfetta. Ad ogni generazione si è levato il grido di Herman Melville: “se io fossi il vento, non soffierei più su un mondo tanto malvagio e miserabile. Eppure, lo ripeto e lo giuro, c’è qualcosa di glorioso e di benigno nel vento.” Per questo, perché nel creato vi è qualcosa di glorioso e benigno, ha senso domandarsi se l’orsa Gaia ha diritto a vivere secondo natura e istinto nonostante abbia attaccato alcuni nostri conspecifici. È nostro diritto l’usufrutto del creato, ma è nostro dovere rispettarlo, custodirlo intatto nel tempo, riconsegnarlo.

Il dominio sulla natura del Genesi, se non sottoposto al tribunale della coscienza morale e al rispetto del limite, per i greci segno primordiale di civiltà, è un grave difetto: un peccato di superbia in

Prometeo incatenato da Vulcano di Dirck van Baburen

senso cristiano, di hybris, arroganza, eccesso, secondo la tradizione classica. L’hybris produce inevitabilmente conseguenze negative. Nella tragedia greca, è altresì l’antefatto, la causa a monte che condurrà alla catastrofe finale, nel significato letterale di rivolgimento, capovolgimento negativo. Per il pensiero tradizionale cristiano, ogni male (peccato) può essere ricondotto all’hybris dell’uomo, all’ansia di dominio, giustificata dalla stessa volontà di Dio. Lo sfruttamento selvaggio delle risorse – umane, animali, naturali – da parte del predatore dalla stazione eretta è l’hybris più grande.  

In questo senso, Greta Thunberg ha ragione. Fuori dal suo universo di incubi e dalla manipolazione che subisce dal potere a cui crede di opporsi, la ragazza svedese svela la scissione – schizofrenia – di un tempo in cui ci si preoccupa della vita di un singolo orso, ma si trascura la sopravvivenza del pianeta e manca il rispetto per la persona umana. Epperò, una volta di più, colpisce l’enormità della contraddizione di cui è protagonista: a fingere plauso e rendere omaggio all’adolescente Greta sono i potenti del mondo (occidentale), ovvero i maggiori responsabili delle catastrofi ecologiche. Se le credessero davvero, basterebbe poco per cambiare radicalmente l’agenda del pianeta. Impossibile: quel che interessa a lorsignori è che la richiesta di un cambiamento radicale parta dal basso, dalla moltitudine. Sapranno loro mettere a carico dei popoli i costi economici e i disagi civili ed esistenziali delle immense ristrutturazioni di cui conoscono più di ogni altro l’urgenza.

Questa è la funzione immediata di Greta. L’altra, più sottile, va nella direzione di estendere il consenso dell’agenda mondialista. Non c’è un pianeta B, afferma con ragione la propaganda ambientalista; dunque, il sottinteso, il non detto del falso sillogismo, è il seguente: se unico è il pianeta e comune il rischio ecologico, uno deve essere il governo, il potere “benevolo” ma assoluto che si fa carico della sopravvivenza. Greta diventa l’abile maschera dei piani oligarchici: funziona perché non lo sa e come lei lo ignorano i milioni di giovani mobilitati nel mondo. Diffonderà un programma “giusto” a vantaggio dei criminali che, insieme a tante altre schifezze, hanno ridotto il pianeta Terra a preda e discarica. Saranno costoro a decidere per tutti, a diffondere le parole d’ordine obbligatorie. A loro le scelte e i profitti, solo lievemente inferiori, nelle fasi iniziali della grande ristrutturazione, in ossequio all’equazione preda-predatore.

Subito dopo, scatterà l’opzione della “sostenibilità”, ovvero l’acrobatico tentativo, guidato dai soliti noti, di tenere insieme le esigenze dello sviluppo, della crescita infinita in un mondo finito, con il rispetto per l’ambiente, l’impronta ecologica, l’aria pulita, la biodiversità. Quel che conterà sarà girare il conto a piè di lista ai popoli continuando a privatizzare i profitti e tenendo saldo il timone del dominio. Per riuscirci, avranno bisogno di nuove forze politiche, ancora più fedeli alla linea. In quest’ottica, si comprende la forte ripresa, in Germania, in Francia, nell’Europa settentrionale e in Inghilterra, dei Verdi, una simil sinistra di cartone, light, multiusoalla quale affidare un’agenda centrata sulla grande ristrutturazione industriale, su nuove fonti energetiche (l’elettricità, che si limita a nascondere l’inquinamento e i gas a effetto serra sotto il tappeto), sulla robotizzazione.

Giocherà un ruolo importante la paura, che sono riusciti a spargere a piene mani utilizzando il virus. Greta stessa, con la sua giovinezza spenta e lo sguardo allucinato, è l’efficace emblema di un futuro carico di apprensione. Il mondialismo avanza e serve all’umanità occidentale il progetto – privo di alternative, nessun piano B – della disumanizzazione mascherato da bontà, uguaglianza e un pizzico di animalismo. Una lacrimuccia per l’orsa Gaia, la facile menzogna della “sostenibilità”, il mondo unico da salvare tutti insieme, appassionatamente. L’internazionale, futura disumanità.   

 

Note:

  • (1) James Anthony Froude (1818-1894) era uno storico inglese, romanziere , biografo ed editore di Fraser’s Magazine . Dalla sua educazione tra il movimento anglo-cattolico di Oxford, Froude intendeva diventare un sacerdote, ma i dubbi sulle dottrine della chiesa anglicana , pubblicati nel suo scandaloso romanzo del 1849 The Nemesis of Faith, lo ha spinto ad abbandonare la sua carriera religiosa. Froude si dedicò alla scrittura della storia, diventando uno degli storici più noti del suo tempo per la sua storia d’Inghilterra dalla caduta di Wolsey alla sconfitta dell’Armada spagnola . Ispirati da Thomas Carlyle , gli scritti storici di Froude erano spesso fortemente polemici , guadagnandosi un certo numero di avversari schietti. Froude ha continuato a essere controverso fino alla sua morte per la sua Vita di Carlyle , che ha pubblicato insieme agli scritti personali di Thomas e Jane Welsh Carlyle . Queste pubblicazioni hanno illuminato la personalità spesso egoista di Carlyle e hanno portato a chiacchiere e discussioni persistenti sui problemi coniugali della coppia.
  • (2) Arturo Pérez-Reverte (Cartagena, 25 novembre 1951) è uno scrittore e giornalista spagnolo. Dopo aver conseguito una laurea in Scienze politiche e Giornalismo, ha lavorato per circa vent’anni, dal 1973 al 1994, come reporter per il giornale Pueblo, e per RTVE (sia radio sia tv). È stato soprattutto un reporter di guerra, che si spostava nei vari punti caldi del mondo, ha seguito vari conflitti tra i quali la guerra di Cipro, la guerra delle Falkland, la crisi del golfo, sino alla guerra in Croazia e a Sarajevo. Nel 1986 ha scritto il suo primo romanzo, El húsar, (L’ussaro) ambientato durante le guerre napoleoniche. Raggiunge il suo primo successo internazionale con la pubblicazione de Il maestro di scherma. Agli inizi degli anni novanta abbandona il giornalismo per dedicarsi esclusivamente alla carriera di romanziere. Nel 1996 scrive il primo romanzo di una lunga saga che ha come protagonista il Capitano Diego Alatriste, una serie storica ambientata nella Spagna del XVII secolo. Dal suo romanzo Il club Dumas, pubblicato nel 1997, è stato tratto il film La nona porta di Roman Polański, interpretato da Johnny Depp.

Fonte 

James Anthony Froude
Arturo Pérez-Reverte

 

 

 

 

 

(cfr.ndr)

Natura.

Prometeo, l’inventore delle tecniche, non esita a riconoscere che «la tecnica è di gran lunga più debole della necessità che governa le leggi di natura». Quando la cultura greca incrocia la cultura giudaico-cristiana lo scenario muta perché la religione biblica, concependo la natura come creatura di Dio, la pensa come effetto di una volontà: la volontà di Dio che l’ha creata e la volontà dell’uomo a cui la natura è stata data in consegna per il suo dominio. Da quel momento il significato della natura non è più “cosmologico” ma “antropologico”. Essa, cioè, viene subordinata alle intenzioni della progettualità umana che, come vuole il programma della scienza moderna enunciato da Bacone (scientia est potentia), conosce per dominare. Il problema che oggi si pone è la “misura” di questo dominio, che già Sofocle paventava quando nell’Antigone scriveva: «La natura ha forze tremende, eppure, più dell’uomo, nulla è tremendo».

 

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