Sono pronti all’intervento militare in Niger

GUERRE AFRICANE


I paesi dell’ECOWAS lo hanno, pubblicamente, annunciato. Sono pronti all’intervento militare in Niger, per ripristinare la” legalità democratica”. Ovvero per reimpostare sul “trono” del Niger il deposto presidente Mohamed Bazoum. Sostituito da una giunta militare guidata dal generale Tchani, già capo della Guardia Presidenziale.

Tchani, però, ha avvertito i paesi confinanti che un intervento militare sarebbe tutt’altro che una passeggiata. Anche perché, come è noto, Mali e Burkina Faso si sono già schierati dalla parte del Niger. E la stessa Algeria si è detta pronta a sostenere militarmente la nuova giunta militare.
Aggiungiamo che arrivano continue segnalazioni della presenza di reparti della PMC Wagner nella regione. E che lo stesso Prigozhin, il fantasioso cuoco di Putin, si era detto disponibile a sostenere la libertà dei paesi africani. Facendosi fotografare in tenuta da Afrika Korps. Questo poco prima del, fantasioso, incidente aereo, naturalmente.

Vladimir Putin e Yevgeny Prigozhin

E la Nigeria, di fronte all’impegno militare, nicchia. Senza di lei le forze dell’ECOWAS contano come il due di coppe quando la briscola sta a bastoni. E necessiterebbero del diretto impegno francese, con supporto degli americani della base di Agadez. Ma Parigi, che pure ha ispirato le bellicose dichiarazioni dei suoi vassalli, ha molti, troppi problemi in questo momento. E il timore che una nuova campagna d’Africa, per mantenere il suo potere neo-coloniale sulla regione, si trasformi in un pericoloso boomerang. Facendo esplodere le banlieue, dove, secondo i rapporti dei servizi di intelligence, cova un violento fuoco di rivolta.

La Nigeria, come dicevo, è elemento cardine per un intervento militare in Niger. Ne avrebbe, sicuramente, la forza militare. Ma ha grossi problemi interni. Soprattutto nel contrasto tra Hausa Fulani, di fede islamica, e le popolazioni del sud, Ybo e altri, prevalentemente cristiane. Contrasti storici, che già hanno portato a numerose guerre civili.

Inoltre, gli hausa-fulani, per storia l’etnia più orgogliosa e bellicosa, sono abbastanza divisi tra Nigeria e Niger. E coltivano ancora il sogno di far risorgere il loro antico impero.
E poi c’è la costante minaccia del jhadismo islamico. Che proprio in Nigeria ha uno dei suoi più forti gruppi africani. Il, feroce e temuto, Boko Haram.

Nonostante sia stato ripetutamente sconfitto, il movimento jihadista continua ad essere operativo, anche grazie ad una struttura a cellule, che rende difficile disarticolarlo completamente. E mantiene saldi legami con ciò che resta dell’Isis, e con il gruppo somalo di al-Shabaab. Il timore del governo di Abuja è che Boko Haram possa sfruttare una, probabilmente lunga, guerra in Niger per rialzare la testa. Giocando anche sulle istanze indipendentista degli Hausa Fulani.

Vi è, poi, la questione del Ciad, paese cardine della regione e che non fa parte dell’ECOWAS. E nel quale si sta riversando un imponente flusso di profughi, che fuggono dalla guerra civile in Sudan. Altra guerra dimenticata dai Media occidentali.

La giunta militare di N’djamela sta tentando in effetti di mediare tra paesi dell’ECOWAS e Niger. Per evitare un conflitto che potrebbe coinvolgerla. E far esplodere le forti tensioni interne, dove molte forze guardano con simpatia al colpo di stato nigerino. E alla rottura con Francia e Stati Uniti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Infine tutta da decifrare la posizione della Cina. Il vero e proprio Convitato di Pietra della situazione. Pechino sta, da molti anni, perseguendo una lenta, ma profonda, penetrazione nell’Africa nord-occidentale. E soprattutto in Nigeria. Una penetrazione in primo luogo economica, ma che sta diventando sempre più influente sia sul piano culturale, che su quello politico.
La strategia cinese è stata denominata “penetrazione senza conflitti”. Ma in questo frangente internazionale, sarebbe tutta da verificare. Perché, sinceramente, dubito che Pechino resterebbe inerte di fronte ad una svolta militare che cercasse di riportare tutta la regione sotto un ferreo controllo di Parigi. E, ovviamente, di Washington.

Andrea Marcigliano
Andrea Marcigliano

 

 

 

 

 

 

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