Howard Phillips Lovecraft, spesso citato come H.P. Lovecraft (1890-1937), è stato uno scrittore, poeta, critico letterario e saggista statunitense, riconosciuto tra i maggiori scrittori di letteratura horror insieme ad Edgar Allan Poe e considerato da molti uno dei precursori della fantascienza angloamericana. Le sue opere, una contaminazione tra horror, fantascienza soft, dark fantasy e low fantasy, sono state spesso descritte, anche da lui stesso, col termine weird fiction (dove weird sta per “strano”), venendo riconosciute tra le principali origini del moderno genere letterario del new weird.

Howard Phillips Lovecraft.

Uno dei maggiori studiosi lovecraftiani, S. T. Joshi, definisce infatti la sua opera come “un’inclassificabile amalgama di fantasy e fantascienza, e non è sorprendente che abbia influenzato in maniera considerevole lo sviluppo successivo di entrambi i generi”. Dal punto di vista del pensiero nei suoi racconti e saggi coniò la filosofia del cosmicismo, in conseguenza del suo ateismo e delle nuove scoperte scientifiche, e le sue idee in molti campi furono spesso controverse.

Inquietante e lucido, come la follia.

L“Orrore nel museo” è un racconto redatto per la signora Hazel Heald nel 1932. Fa quindi parte delle sue revisioni per conto di terzi, scelta optata dopo l’insuccesso di Alle montagne della follia, romanzo considerato il più prestigioso dal suo creatore, ma duramente criticato dagli editori di riviste Pulp.

Trama

La storia inizia con la visita al museo del signor Jones, cultore particolarmente sensibile delle arti, che viene a sapere dell’esistenza di un artista abilissimo nel lavorare la cera, che era stato allievo di Madame Tussauds. Per motivi sconosciuti, l’artista, di nome Roger, venne però cacciato dallo studio della scultrice. Dopo una visita al museo, Jones capisce il motivo della sua cacciata: le statue sono molto cruente, e certe rappresentano esseri di altri pianeti, talmente orribili da essere messi in un padiglione a parte per soli adulti.

Jones, ammirato da tale abilità, incontra l’artista nel suo laboratorio, il quale si rivela essere un solitario molto eccentrico e molto erudito in temi di occultismo. In seguito al suo sempre maggior isolamento dal mondo esterno, si confida sempre più con Jones, che da parte sua lo ammira moltissimo, fino a rivelargli di essersi imbattuto in strani esseri in punti ancor più strani del globo terrestre. Per provare ciò che dice, l’artista presenta fotografie di mostri, gli stessi mostri presenti nel padiglione per soli adulti. Inoltre, Roger fa intendere che non tutte le statue sono fatte di semplice cera.

Jones, che fino ad allora lo riteneva un genio, intuisce che nella mente di Roger vi è anche una vena di follia, follia che esplode quando l’uomo non è più disposto a credere ai racconti della mente delirante di Roger. Un giorno, mentre era in visita al museo, Jones sente un ululato di puro dolore. Uno degli assistenti di Roger, un certo Orabona, rassicura Jones che non si tratta altro che di una lite fra cani randagi. Tuttavia nei dintorni non vi sono cani, come appura in seguito.

Quando incontra Roger, subito questi racconta di aver portato con sé, da un viaggio in Alaska, un essere assolutamente mostruoso, che risponde al nome di Rhan-Tegoth, una divinità venerata da uno sconosciuto popolo vissuto lì tre milioni di anni prima. Ora questa divinità è stata risvegliata da Roger, e ha accettato il suo sacrificio: un cane. Per provare che sta dicendo la verità, mostra a Jones il cadavere martoriato della povera bestia. Jones, credendo che l’artista sia completamente impazzito, vuole portarlo in manicomio, ma questi sfida Jones a restare una notte all’interno del museo, per provare che quel che dice è vero e che Rhan-Tegoth esiste. Il protagonista decide di accettare la sfida, e in una notte di follia e terrore, viene assalito dallo stesso Roger, che lo trascina verso la cantina in cui custodisce la presunta divinità. Jones lotta con tutta la disperazione di cui dispone, e sopraffatto l’artista, riesce a sfuggirgli, non prima di aver visto un’abominevole zampa afferrare Roger e trascinarlo verso il suo infelice destino di vittima sacrificale.

Tremendamente scosso dall’accaduto, il protagonista si ripresenterà al museo qualche tempo dopo, e dall’assistente Orabona saprà che Roger se ne è andato via, in qualche viaggio. Il protagonista, che spera vivamente che quel che ha vissuto sia un incubo, gli crede. Ma l’assistente, con un certo sadismo, gli fa vedere quella che definisce “l’ultima opera di Roger”, un capolavoro orrorifico che ha fatto svenire molte persone alla sua esposizione, tanto da dover far ritirare l’opera. È la statua di Rhan-Tegoth, che fra le sue zampe da granchio regge il corpo del povero Roger. Il protagonista non regge l’orrore della rivelazione e sviene, con la risata malefica di Orabona nelle orecchie.

L’orrore nel museo

racconto

di

H.P. LOVECRAFT

I

Fu languida curiosità quella che portò Stephen Jones al Rogers’ Museum. Qualcuno gli aveva parlato della bizzarra istituzione sotterranea in Southwark Street, dall’altra parte del fiume, dove erano in mostra statue di cera molto più impressionanti di quelle che si possono ammirare da Madame Tussaud, e un giorno d’aprile Jones aveva fatto una passeggiata da quelle parti per vedere fino a che punto l’avrebbero deluso. Caso strano, non fu deluso affatto. C’era veramente qualcosa di speciale, di diverso, in quel posto. Ovviamente si potevano ammirare le solite banalità truculente: effigi di Landru, del dottor Crippen, Madame Demers, Rizzio, Lady Jane Grey; c’erano gli innumerevoli corpi straziati delle vittime della guerra e della rivoluzione, mostri come Gilles de Rais e il marchese de Sade… ma c’erano anche altre cose, e Jones era rimasto ad ammirarle, senza fiato, fino a quando era suonata la campana di chiusura. L’uomo che aveva messo insieme una collezione del genere non poteva essere il solito ciarlatano. C’era immaginazione, persino una scintilla di genio malato in alcune delle sue creazioni.

   In seguito si era informato sul conto di George Rogers. Aveva fatto parte dello staff di Madame Tussaud, ma dopo un incidente non meglio precisato era stato licenziato. Circolavano voci preoccupanti a proposito della sua sanità di mente e dei culti pazzeschi a cui si dedicava, ma, ultimamente, il successo del museo che aveva fondato nel seminterrato aveva attutito una parte delle critiche, mentre ne aveva acutizzate altre. La sua passione era la teratologia, l’iconografia dell’incubo: ma persino un uomo come lui aveva avuto la prudenza di raccogliere alcune delle statue più impressionanti in un padiglione speciale cui potevano accedere solo gli adulti. Era questo padiglione che aveva affascinato Jones più di ogni altro: vi si potevano ammirare creature ibride e deformi che solo la fantasia è in grado di partorire, modellate con un’abilità diabolica e dipinte a colori orribili, come fossero vive.

   Alcune erano personaggi di miti ben noti: gorgoni, chimere, draghi, ciclopi e la loro spaventosa congerie. Altri erano tratti da cicli leggendari piùoscuri, di cui si mormorava furtivamente: il nero e informe Tsathoggua, il pluritentacolato Cthulhu, l’entità Chaugnar Faugn con la sua proboscide e altre creature sacrileghe ispirate a tomi proibiti come il Necronomicon, il Libro di Eibono gli Unaussprechlichen Kultendi von Junzt. Ma le creazioni più spaventose erano quelle inventate da Rogers, e rappresentavano esseri cui nessun racconto dell’antichità aveva mai osato accennare. In parte erano l’orrenda parodia delle forme di vita organica a noi note, in parte sembravano tratte dai deliri di altri pianeti e altre galassie. I dipinti più sfrenati di Clark Ashton Smith possono gareggiare con alcuni di essi, ma niente è in grado di riprodurre l’effetto di terrore assoluto e ripugnante causato dalle dimensioni delle statue, dall’abilissima esecuzione e dalla diabolica disposizione delle luci sotto le quali venivano esposte.

   Stephen Jones, che era un esperto del bizzarro nell’arte e se ne dilettava, aveva cercato il signor Rogers per conoscerlo personalmente e l’aveva trovato nello squallido ufficio-laboratorio dietro il salone a volta del museo: un bugigattolo dall’aria malsana, fiocamente illuminato da finestre polverose e simili a feritoie che correvano orizzontalmente nella parete di mattoni, allo stesso livello dell’antico acciottolato di un vecchio cortile. Era lì che le statue venivano riparate, ed era lì che alcune di esse erano state create. Su una serie di panche c’era una confusione grottesca di braccia, gambe, teste e torsi di cera, mentre sugli scaffali più alti erano profusi indistintamente parrucche colorate, denti dall’aria famelica e occhi di vetro fissi nel vuoto. Da appositi ganci pendevano costumi di ogni genere, e in una nicchia c’era una quantità di grumi di cera color carne, oltre a scaffali colmi di barattoli di pittura e pennelli d’ogni tipo. Al centro del laboratorio era una grossa fornace che serviva a fondere la cera e a prepararla per gli stampi; il vano per il fuoco era sormontato da un gran contenitore di ferro, montato su cardini, con un becco che permetteva di versare la cera fusa abbassando un dito.

   Altri oggetti che affollavano lo squallido sotterraneo si potevano descrivere meno facilmente: parti isolate di entità indecifrabili, la cui forma completa sarebbe equivalsa a un parto del delirio. A un’estremità c’era una porta di assi pesanti, bloccata da un lucchetto di insolita grandezza e con uno stranissimo simbolo dipinto sopra. Jones, che una volta aveva potuto esaminare il temuto Necronomicon, rabbrividì involontariamente quando lo riconobbe. Il proprietario del museo non era solo un uomo di spettacolo, rifletté Jones, ma una persona di vasta erudizione in un campo quanto mai incerto e oscuro.

   La conversazione col signor Rogers non lo deluse affatto. Era un uomo alto, magro, piuttosto sciatto nel vestire, con grandi occhi neri che bruciavano in un volto pallido e di solito mal rasato. Il proprietario non trovò nulla da obiettare sull’intrusione di Jones, anzi sembrò gradire l’opportunità di sfogarsi con un cliente interessato al suo lavoro. Parlava con voce profonda e risonante, e c’era in lui una specie di fervore represso che sconfinava con l’ansia vera e propria. Jones non si meravigliò che molti lo ritenessero pazzo.

   Ad ogni successiva visita – perché ormai, con le settimane, erano diventate un’abitudine – Jones scoprì che Rogers era sempre più comunicativo e disposto a confidarsi. In un primo momento il proprietario aveva accennato a strani culti e pratiche, ma poi gli accenni si erano trasformati in racconti che (nonostante la presenza di strane fotografie che avrebbero dovuto suffragarli) erano così stravaganti da rasentare il ridicolo. Una sera di giugno in cui Jones aveva portato una buona bottiglia di whiskey e aveva servito il suo ospite con particolare generosità, nei discorsi dell’altro si manifestò per la prima volta una traccia di demenza. Prima di quella data c’erano stati racconti fantastici, certo (viaggi misteriosi nel Tibet, nell’interno dell’Africa e nel deserto d’Arabia, nel bacino amazzonico, in Alaska e in certe isole sconosciute del Pacifico meridionale, e Rogers aveva affermato di aver letto libri mostruosi e semi-favolosi come i frammenti pnakotici e i canti dei Dhol attribuiti alla malefica e inumana terra di Leng); ma in tutto questo non c’era traccia della follia che affioro quella sera di giugno sotto l’influsso del whiskey.

   Per essere chiari, Rogers cominciò a vantarsi di aver scoperto in natura entità che nessuno aveva sospettato prima di lui, e di aver portato con sé la prova tangibile di queste scoperte. Stando al racconto che aveva fatto in stato d’ubriachezza, si era spinto più lontano di chiunque altro nell’interpretazione dei testi oscuri e primitivi che formavano l’oggetto dei suoi studi, e da essi era stato guidato in luoghi remoti del mondo dove sarebbero ancora nascoste certe arcane reliquie. Erano i resti di epoche e cicli anteriori all’avvento dell’uomo, e in certi casi legati ad altre dimensioni e altri mondi, la comunicazione con i quali era frequente nelle perdute età preumane. Jones rimase colpito dalla fantasia dell’uomo che era in grado di inventare simili concetti, e si domandò quale fosse il passato intellettuale di Rogers. Il lavoro tra le statue morbose e grottesche di Madame Tussaud era stato l’inizio dei suoi voli fantastici, o la tendenza era innata e la scelta della professione era semplicemente una delle sue manifestazioni? In ogni caso, il lavoro di quell’uomo era strettamente connesso alle idee che professava. Anche ora non era possibile fraintendere la direzione verso cui puntavano le orribili allusioni ai mostri raggruppati nel padiglione “per soli adulti”. Incurante del ridicolo, Rogers cercava di insinuare che non tutte quelle diaboliche anomalìe fossero artificiali.

   Il franco scetticismo di Jones, e il suo divertimento per queste irresponsabili affermazioni, interruppe il flusso di sempre maggior cordialità che si era stabilito fra loro. Rogers, era chiaro, si prendeva molto sul serio e ora diventò irascibile e scontroso; se continuava a tollerare la presenza del visitatore fu soprattutto per il bisogno di far breccia nel muro di urbana, compiacente incredulità di cui l’altro si circondava. I racconti più fantastici e le allusioni a riti e sacrifici in onore di dèi primitivi e sconosciuti continuarono, e di tanto in tanto Rogers guidava il suo ospite verso la statua di uno dei mostri del padiglione riservato, indicandogli particolari che era difficile attribuire all’opera di artigiani, per quanto esperti. Jones continuava ad andarlo a trovare perché ne era affascinato, ma si rendeva conto di aver perduto la stima dell’artista. A volte cercava di metterlo di buon umore acconsentendo a qualcuna delle sue folli dichiarazioni, ma il magro gestore del museo si lasciava ingannare raramente da questa tattica.

   La tensione arrivò a un punto culminante verso la fine di settembre. Un pomeriggio Jones era entrato pigramente nel museo e vagabondava per gli oscuri corridoi pieni di orrori che ormai gli erano divenuti familiari, quando nel laboratorio di Rogers si udì un verso lacerante. Anche altri visitatori lo sentirono e trasalirono, innervositi, mentre l’eco si diffondeva nel grande sotterraneo dal soffitto a volta. I tre addetti al museo si scambiarono una strana occhiata e uno di essi, un uomo scuro e taciturno dall’aspetto straniero che aiutava Rogers come restauratore e aiuto-progettista, sorrise in un modo che mise a disagio i colleghi, e toccò un tasto molto particolare nella sensibilità di Jones. Era stato l’urlo o l’abbaiare di un cane, ma come può essere lanciato solo in condizioni di assoluto terrore e sofferenza. Erano terribili, quelle note d’angoscia e di dolore: e nell’ambiente grottesco del museo suonavano doppiamente spiacevoli. Fra l’altro, Jones ricordò che nel salone non erano ammessi cani.

   Stava per andare alla porta del laboratorio, quando l’uomo dalla pelle scura lo fermò con un gesto e qualche parola. Il signor Rogers, mormorò l’uomo con un lieve accento e un tono che era al tempo stesso di scusa e di beffa, era fuori e aveva lasciato l’ordine preciso di non far entrare nessuno in laboratorio durante la sua assenza. Quanto all’abbaiare del cane, era senz’altro un animale che si trovava nel cortile esterno, alle spalle del museo. Il quartiere era pieno di animali randagi, e a volte si azzuffavano tra loro in modo spaventoso. Nel museo non c’erano assolutamente cani, ma se il signor Jones desiderava vedere il signor Rogers, lo avrebbe trovato poco prima dell’ora di chiusura.

   Dopo queste affermazioni, Jones salì le vecchie scale di pietra che portavano all’esterno ed esaminò la zona circostante con curiosità. Gli edifici erano curvi, decrepiti e molto antichi: una volta erano stati case d’abitazione, ma ormai si erano trasformati per la maggior parte in negozi e magazzini. Alcuni avevano un piccolo vano con finestra all’altezza dell’abbaino e risalivano forse al periodo Tudor, e su tutto il quartiere aleggiavano vaghe esalazioni e miasmi. Accanto all’edificio malandato nel seminterrato del quale avevano ricavato il museo, c’era un arco piuttosto basso attraversato da una viuzza scura con l’acciottolato: Jones l’imboccò col vivo desiderio di trovare il cortile, risolvere il mistero del cane e stare più tranquillo. Nel tardo pomeriggio la corte appariva piuttosto buia, incassata com’era fra mura posteriori ancora più brutte, e inspiegabilmente minacciose, delle facciate diroccate delle antiche case malefiche. Nessun cane era nei paraggi, e Jones si chiese come fosse possibile che una lotta così feroce non avesse lasciato tracce, visto che erano passati solo pochi secondi.

   Nonostante le assicurazioni dell’assistente, e cioè che nel museo non c’erano cani, Jones lanciò un’occhiata nervosa alle tre feritoie del laboratorio interrato: rettangoli stretti e orizzontali prossimi all’acciottolato in mezzo al quale s’insinuava l’erba, e i cui vetri anneriti dalla polvere fissavano l’esterno in modo ripugnante, senza curiosità, come occhi morti. Alla loro sinistra una logora scalinata conduceva a una porta stinta e munita di un pesante lucchetto. Una decisione improvvisa spinse Jones a stendersi sull’acciottolato umido e sbrecciato per guardare all’interno del laboratorio: c’era la possibilità che le grosse persiane verdi, azionate da lunghi cordoni appesi a un livello raggiungibile, non fossero abbassate. La superficie esterna dei vetri era coperta di sporcizia, ma quando Jones la ripulì col fazzoletto si accorse che non c’erano altri ostacoli ed era possibile vedere all’interno.

   Il buio nel locale era abbastanza fitto e non si riusciva a distinguere granché, ma Jones tentò una dopo l’altra tutte le finestre e ogni tanto appariva uno dei grotteschi marchingegni. In un primo momento fu chiaro che all’interno non c’era nessuno: ma quando guardò attraverso l’ultima finestra a destra (quella vicina al vicolo d’accesso) Jones vide un bagliore nell’angolo estremo del laboratorio e si fermò, interdetto. Non c’era motivo per cui dovesse esserci una luce; si trattava della parete di fondo, e non gli sembrava che in quel punto ci fossero lumi a gas o elettrici. Un’altra occhiata gli permise di vedere che il bagliore formava un ampio rettangolo verticale, e questo gli diede un’idea. Era in quella direzione che aveva sempre notato la porta di legno massiccio con il pesantissimo lucchetto: la porta che non veniva mai aperta e sulla quale era tracciato l’orribile e misterioso simbolo copiato dai frammentari documenti di antiche e aborrite pratiche di magia. Evidentemente in quel momento era aperta, e all’interno c’era luce. Le illazioni di Jones su cosa nascondesse quella porta, e dove conducesse, si affacciarono alla sua mente con forza triplicata.

   Si aggirò senza meta nello squallido quartiere fin verso le sei, quando tornò al museo per far visita a Rogers. Non sapeva perché avesse tanta voglia di vedere l’artista in quel momento, ma l’atroce, inspiegabile verso del cane nel pomeriggio e la luce che brillava oltre l’inquietante porta col lucchetto che di solito rimaneva chiusa, inconsciamente avevano risvegliato in lui dei sospetti. Quando Jones arrivò, i collaboratori di Rogers stavano per andare via e lui ebbe l’impressione che Orabona (l’uomo dalla pelle scura e l’aria da straniero) gli desse un’occhiata storta, soffocando il divertimento. Quello sguardo non gli piacque, anche se l’aveva visto sfoderare tante volte nei confronti dello stesso principale.

   La grande sala del museo era deserta e ancora più sinistra, ma Jones l’attraversò in fretta e bussò alla porta dell’ufficio/laboratorio. La risposta tardò a venire, benché all’interno risuonasse un rumore di passi. Finalmente, dopo aver bussato una seconda volta, il chiavistello girò e l’antico portale a sei pannelli cigolò lentamente, rivelando la figura curva di George Rogers: aveva gli occhi che bruciavano come avesse la febbre. Fin dall’inizio fu evidente che l’artista era di un umore insolito. Nel suo benvenuto c’era un curioso miscuglio di reticenza e vera e propria soddisfazione, e subito il suo discorso si orientò verso le più incredibili, orrende stravaganze.

   Antichi dèi non del tutto scomparsi, sacrifici innominabili, la natura tutt’altro che artificiale di alcuni dei suoi mostri: le solite fissazioni, ma pronunciate con un tono di sempre maggior convinzione. Era ovvio, rifletté Jones, che la follia si stava impadronendo completamente di quel disgraziato. Di tanto in tanto il visitatore lanciava un’occhiata furtiva verso la pesante porta col lucchetto all’estremità della stanza, o verso un pezzo di ruvida tela da sacco non lontana da essa, sotto la quale sembrava che giacesse un piccolo oggetto. Col passare dei minuti Jones diventava sempre più nervoso, e se fino a poco prima era stato ansioso di parlare degli avvenimenti del pomeriggio, ora era altrettanto titubante. La voce baritonale, quasi sepolcrale di Jones tuonava per l’eccitazione prodotta dai suoi deliri.

   «Lei ricorda» gridò «quello che le ho detto a proposito dell’antica città indocinese dove vissero gli Tcho-Tcho? Quando ha visto le fotografie ha dovuto ammettere che c’ero stato davvero, anche se in un primo momento aveva pensato che il mio lungo “nuotatore delle tenebre” fosse fatto di comunissima cera. Se l’avesse visto contorcersi negli stagni sotterranei come l’ho visto io…

   «Ebbene, qui ho qualcosa di ancora più grande. Non gliene ho mai parlato perché volevo ricostruire gli ultimi particolari prima di fare qualsiasi annuncio. Quando vedrà le istantanee capirà che il panorama non può essere contraffatto, e del resto ho un altro mezzo per dimostrare che la cosa non è un semplice pupazzo di cera. Non l’ha mai vista perché stavo facendo degli esperimenti e non potevo esibirla.»

   L’artista scoccò una strana occhiata alla porta chiusa col lucchetto.

   «Tutto è cominciato con il lungo rituale riportato nell’ottavo frammento pnakotico. Quando lo decifrai mi resi conto che poteva avere un solo significato: prima che fiorisse la civiltà di Lomar, prima dell’umanità stessa, nel nord vivevano strane creature: la mia è una di esse. Siamo dovuti andare in Alaska e risalire il Noatak da Fort Morton, ma era lì dove sapevamo che l’avremmo trovata. C’erano enormi rovine estese per alcuni acri: meno di quanto avessimo sperato, ma dopo tre milioni di anni che cosa si può pretendere? Le leggende esquimesi dicevano la verità, e non riuscimmo a convincere nemmeno i portatori più poveri a venire con noi. Dovemmo tornare a Nome in slitta per reclutare americani; quanto a Orabona, in quel clima non lavorava bene: lo incupiva, lo mandava in bestia.

   «Più tardi le dirò come abbiamo trovato la cosa. Facemmo saltare il ghiaccio dalle colonne dell’edificio centrale e scoprimmo le scale, esattamente come ci aspettavamo di trovarle. Erano sopravvissuti alcuni bassorilievi, ma non impedirono agli yankee di seguirci fino al punto esatto. Orabona tremava come una foglia: non lo crederebbe mai in un tipo così insolente. Il fatto è che conosceva abbastanza la Vecchia Mitologia per essere atterrito. La luce esterna era scomparsa, ma le torce ci permettevano di vedere a sufficienza. Trovammo le ossa di esploratori che ci avevano preceduti centinaia di migliaia d’anni fa, quando il clima era tiepido. In parte erano di creature indescrivibili. Al terzo livello nel sottosuolo scoprimmo il trono d’avorio del quale parlavano i frammenti. Posso dirle fin d’ora che non era vuoto.

   «La creatura sul trono era immobile e capimmo che aveva bisogno del nutrimento sacrificale, ma non avevamo intenzione di svegliarla in quel momento. Orabona e io tornammo in superficie per prendere il grande baule, ma dopo aver rinchiuso la creatura ci accorgemmo che non potevamo trasportarla per tre rampe di scale. Vede, i gradini non erano fatti per piedi umani e le loro dimensioni ci avevano dato da pensare; in ogni caso il baule era maledettamente pesante. Dovemmo chiedere l’aiuto degli americani, e non erano certo ansiosi di scendere là sotto; comunque la cosa peggiore era rinchiusa nella cassa. Dicemmo che si trattava di oggetti d’avorio, reperti archeologici, e dopo aver visto il trono scolpito probabilmente ci credettero. È un miracolo che non abbiano pensato a un tesoro nascosto e chiesto la loro fetta. Devono aver raccontato strane cose, a Nome, ma dubito che siano tornati fra le rovine… foss’anche per recuperare il trono d’avorio.»

   Rogers fece una pausa, frugò sul tavolo e trovò una busta piena di foto di grandi dimensioni. Ne scelse una e la mise davanti a sé, coperta; quindi passò le altre a Jones. Era una bizzarra serie d’immagini, non c’è dubbio: montagne coperte di ghiaccio, slitte trainate dai cani, uomini impellicciati e grandi rovine cadenti sullo sfondo della neve, rovine il cui grottesco profilo, e i giganteschi blocchi da cui erano costituite, non trovavano una logica spiegazione. Una foto scattata col flash mostrava un’incredibile sala interna ornata da sculture pazzesche, e un trono bizzarro le cui proporzioni non si adattavano certo agli esseri umani. I bassorilievi che si vedevano sulle gigantesche pareti, o sullo stranissimo soffitto a volta, erano in gran parte simbolici, e si basavano su motivi sconosciuti o su oscuri geroglifici cui si accenna in certe orribili leggende. In corrispondenza del trono incombeva il temibile simbolo che Rogers aveva riprodotto sulla parete del laboratorio, sopra la porta di legno sprangata. Jones lanciò un’occhiata nervosa in quella direzione. Una cosa era certa: il proprietario del museo era stato in strani luoghi e aveva visto strane cose. Ma la fotografia della sala interna poteva essere benissimo una falsificazione: magari l’avevano scattata in uno studio appositamente arredato. Non bisognava cedere alla credulità, e tuttavia Rogers incalzava:

   «Bene, spedimmo la cassa da Nome e tornammo a Londra senza problemi; per la prima volta portavamo con noi qualcosa che avrebbe potuto risvegliarsi. Non misi in mostra la nostra scoperta, c’era del lavoro più urgente che la riguardava. Aveva bisogno del nutrimento sacrificale, perché era un dio; ovviamente non potevo procurargli le offerte cui era abituato ai suoi tempi, per la semplice ragione che oggi non esistono più; ma avevamo dei buoni sostituti. Il sangue è la vita, come sa; e i demoni e i più antichi spiriti elementali della terra accorrono al richiamo, quando il sangue dell’uomo o di un animale viene offerto nelle giuste condizioni».

   L’espressione del narratore si era fatta sempre più repulsiva e allarmante, e Jones sobbalzò involontariamente. Rogers notò il nervosismo dell’ospite e continuò con un sorriso decisamente malvagio.

   «La scoperta risale all’anno scorso, e da allora non faccio che tentare riti e sacrifici. Orabona non mi è di grande aiuto perché è sempre stato contrario all’idea di svegliarLo: Lo odia, forse teme ciò che Egli verrà ad annunciare. Porta sempre la pistola per difendersi… idiota, come se i mezzi dell’uomo potessero fermarLo! Se mai lo vedrò estrarre quell’arma, lo strangolerò. Voleva che Lo uccidessi e ne facessi una statua, ma io ho tenuto fede ai miei piani e trionferò, alla faccia di tutti i vigliacchi come Orabona e dei maledetti scettici come lei, Jones! Ho salmodiato gl’inni e ho fatto certi sacrifici, finché la settimana scorsa la trasmigrazione è avvenuta. Il sacrificio è stato… ricevuto e apprezzato!»

   Rogers si leccò materialmente le labbra, mentre Jones, teso e a disagio, si aggrappava ai braccioli. L’artista fece una pausa e si alzò, attraversando la stanza verso il pezzo di tela da sacco che aveva guardato tante volte. Si chinò e sollevò un lembo mentre ricominciava a parlare.

   «Ha riso abbastanza del mio lavoro: è tempo che guardi in faccia le prove. Orabona mi ha detto che lei ha sentito un cane ululare qui intorno, nel pomeriggio. Sa cos’è stato

   Jones trasalì. Nonostante la curiosità sarebbe uscito volentieri, rinunciando alle spiegazioni sul mistero che l’aveva impensierito. Ma Rogers fu inesorabile e sollevò il pezzo di tela. Essa nascondeva un corpo schiacciato, quasi senza forma, che Jones stentò a riconoscere. Era stato un animale quello che una forza inspiegabile aveva maciullato, prosciugato di tutto il sangue, lacerato in mille parti del corpo e ridotto a un mucchio inerte e grottesco d’ossa spezzate? Dopo un attimo Jones capì di che si trattava: era ciò che rimaneva di un cane, probabilmente di notevoli proporzioni e di colore biancastro. Impossibile riconoscere la razza, perché il corpo era deformato nel modo più ripugnante; gran parte del pelo era stato “bruciato” sulla carcassa come per effetto di un terribile acido e la pelle nuda, esangue, era costellata di innumerevoli ferite o incisioni circolari. Quale tortura producesse effetti del genere, era persino difficile immaginare.

   Animato da un’indignazione che ebbe la meglio sul disgusto crescente, Jones balzò in piedi con un grido.

   «Maledetto sadico… pazzo… fai una cosa del genere e ti permetti di parlare a un galantuomo?»

   Rogers lasciò cadere la tela con un ghigno malvagio e affrontò l’ospite che avanzava verso di lui. Le sue parole mantenevano una calma innaturale.

   «E perché credi che l’abbia fatto, idiota? Ammettiamo pure che il risultato sia antiestetico… dal nostro limitato punto di vista umano. E allora? Non è umano e non pretende di esserlo. Sacrificare significa offrire, nient’altro: io Gli ho dato il cane. Quello che è accaduto poi è opera Sua, non mia. Aveva bisogno del nutrimento rappresentato dall’offerta e l’ha preso a modo Suo. Ma lascia che ti mostri il Suo aspetto.»

   Approfittando dell’esitazione di Jones, il proprietario tornò al suo tavolo e prese la fotografia che aveva tenuto a faccia in giù, senza mostrarla. Ora la tese all’altro con uno sguardo curioso; Jones la prese e diede un’occhiata meccanica, ma dopo un attimo la sua espressione si fece più attenta e assorta, perché la forza diabolica della cosa aveva un effetto quasi ipnotico. Era chiaro che nel progettare l’incubo archetipale riprodotto nell’immagine Rogers aveva superato se stesso: era l’opera di un genio sublime e infernale, e Jones si domandò quale sarebbe stata la reazione del pubblico una volta che l’avesse esposta. Una cosa tanto orrenda non aveva il diritto di esistere; forse il semplice osservarla, quando il lavoro era finito, aveva squilibrato del tutto la mente dell’artista, spingendolo ad adorare la propria creazione con sacrifici brutali. Solo una mente ben salda poteva resistere alla pericolosa tentazione di credere che quell’orrore fosse (o fosse stato) una morbosa, bizzarra forma di vita.

   La creatura della fotografia era accovacciata, o si teneva in equilibrio, su quella che sembrava un’abile riproduzione del mostruoso trono scolpito delle altre fotografie. Descriverla con le parole di un vocabolario normale sarebbe impossibile, perché nulla di lontanamente simile si è mai affacciato all’immaginazione umana. Rappresentava un essere che forse, in qualche modo, era vagamente imparentato con i vertebrati del nostro mondo, ma non se ne poteva esser certi. La sua massa era gigantesca, perché anche accovacciato era alto quasi il doppio di Orabona, che gli stava accanto. Guardando meglio, si potevano individuare alcuni punti di contatto con la struttura fisica dei vertebrati superiori.

   Aveva un torso quasi sferico con sei lunghe membra sinuose che terminavano in chele simili a quelle dei granchi. Dall’estremità superiore emergeva, come una bolla, un altro globo: munito di tre occhi aperti simili a quelli dei pesci, di una proboscide lunga più di trenta centimetri ed evidentemente flessibile e di organi appiattiti, laterali, che facevano pensare a branchie, era probabilmente la testa. Gran parte del corpo era coperto da quella che a tutta prima sembrava pelliccia, ma che a una più attenta osservazione si rivelava una foresta di sottili tentacoli scuri o filamenti per suggere, ognuno dei quali terminava con una bocca che somigliava a quella di un aspide. Sulla testa e sotto la proboscide i tentacoli erano più lunghi e spessi, magari attorcigliati: particolare che faceva pensare alla famosa capigliatura di Medusa fatta di serpi. Dire che un essere del genere avesse un’espressionepuò sembrare paradossale, ma Jones ebbe la sensazione che il triangolo di occhi sporgenti come quelli di un pesce e la proboscide trasversale tradissero un miscuglio di odio, cupidigia e pura crudeltà incomprensibile alla razza umana, perché mescolati ad altre emozioni che non sono di questa parte del cosmo. Nella bestiale deformità della creatura, rifletté Jones, lo scultore doveva aver sfogato la propria malvagia follia, e un genio plastico che aveva del soprannaturale. Il mostro era incredibile, ma l’immagine dimostrava che esisteva.

   Rogers interruppe le fantasticherie dell’ospite.

   «Ebbene, che ne pensi? Hai ancora dei dubbi su chi ha schiacciato il cane e l’ha succhiato con un milione di bocche? Aveva bisogno di nutrimento, ne avrà bisogno ancora. È un dio, e io sono il primo sacerdote della Sua tarda gerarchia. Iä! Shub-Niggurath! Il Capro dai Mille Cuccioli!»

   Jones posò la fotografia con disgusto e pietà.

   «Andiamo, Rogers, questo non va. Ci sono limiti a tutto. È un capolavoro e tutto il resto, ma non le fa bene. Meglio non guardarlo più, e dica a Orabona di farlo a pezzi; poi dimenticherà. E mi permetta di stracciare quest’orrida fotografia.»

   Con un ringhio bestiale, Rogers gli strappò la foto di mano e la rimise sul tavolo.

   «Idiota, tu… tu credi ancora che sia un’impostura! Credi ancora che l’abbia fabbricato io, sei convinto che le mie statue siano fatte di cera senza vita! Maledetto, sei più tonto di un pupazzo! Ma stavolta ho le prove, e le conoscerai. Non subito, perché Egli riposa dopo il sacrificio… più tardi. Oh, allora non dubiterai del Suo potere.»

   Rogers lanciò un’occhiata alla porta sprangata e Jones recupero cappello e bastone da una panca.

   «E va bene, Rogers, più tardi. Ora devo andare ma verro di nuovo domani pomeriggio. Pensi al mio consiglio e vedrà che è la cosa più ragionevole. Chieda a Orabona quel che ne pensa.»

   Rogers mostrò i denti, letteralmente come un animale selvaggio.

   «Devi andartene, eh? Hai paura, finalmente! Paura, nonostante il tuo modo di parlare sprezzante! Dici che le mie sono statue di cera e nient’altro, ma quando sto per dimostrarti che non è vero scappi via. Sei come tutti quelli che accettano la mia scommessa, vale a dire che non riusciranno a passare la notte nel museo… arrivano baldanzosi, ma dopo un’ora urlano e picchiano alla porta per uscire! Vuoi che chieda a Orabona cosa ne pensa, eh? Voi due, sempre contro di me! Volete impedire l’avvento del Suo regno terreno!»

   Jones mantenne la calma.

   «No, Rogers, nessuno è contro di lei. E non ho paura delle sue statue, anche se ammiro la bravura con cui le realizza. Ma stasera siamo tutti e due un po’ nervosi; immagino che un po’ di riposo faccia bene a entrambi.»

   Ancora una volta Rogers lo bloccò.

   «Niente paura, eh? Allora perché hai tanta fretta di andare via? Insomma: hai o non hai il coraggio di rimanere qui solo nel buio? Che fretta c’è, se non credi in Lui?»

   Rogers sembrava colpito da una nuova idea, e Jones lo osservò attentamente.

   «Non ho fretta, infatti… ma cosa guadagneremo se resterò qui solo? Che cosa proverà? La mia unica obiezione è che non è il posto più comodo in cui dormire. Quale sarà il bene che ne otterremo?»

   Stavolta fu Jones ad avere un’idea. Continuò, in tono conciliante:

   «Vede, Rogers, le ho appena chiesto cosa proverà la mia permanenza qui, stanotte. In realtà lo sappiamo entrambi: proverà che le sue statue sono appunto statue, e che lei non dovrebbe permettere alla sua immaginazione di imboccare la strada che ha preso ultimamente. Supponiamo che io accetti di restare. Se resisto fino a domattina, acconsentirà a vedere la cosa sotto un’altra luce? Se ne andrà in vacanza per tre mesi, permettendo a Orabona di fare a pezzi la vostra ultima creazione? Dica, non le sembra accettabile?».

   L’espressione sul volto dell’artista era quasi indecifrabile. Pensava in fretta, questo era ovvio, e nel conflitto di molte emozioni una sorta di malvagio senso di trionfo stava per avere la meglio. Quando rispose, la sua voce era quasi strozzata.

   «Accettabilissimo! Se ne verrai fuori, seguirò il tuo consiglio. Ma prima devi venirne fuori. Andremo fuori a cena e torneremo. Ti chiuderò nel salone principale e andrò a casa. Domani mattina arriverò prima di Orabona, che a sua volta arriva mezz’ora prima degli altri, e vedrò come te la sei cavata. Ma non provarci, a meno di non essere molto sicuro del tuo scetticismo. Altri si sono tirati indietro; ti offro la stessa possibilità. Del resto, immagino che ti basterà picchiare alla porta: questo attirerà l’attenzione del poliziotto di ronda. Dopo un po’ potresti non trovarti a tuo agio… sarai nello stesso edificio, anche se non nella stessa stanza, in cui è Lui.»

   Quando uscirono dalla porta sul retro nello squallido cortile, Rogers portò con sé il pezzo di tela nel quale era avvolto il macabro fardello. Verso il centro della corte era un tombino che l’artista sollevò tranquillamente, con l’aria di compiere un gesto spaventosamente abituale. Il sacco e il resto precipitarono nell’oscurità di un pozzo fognario. Jones rabbrividì e quando uscirono in strada si ritrasse istintivamente dalla magra figura al suo fianco.

   Per una sorta di muto e reciproco accordo non cenarono insieme, ma decisero di incontrarsi alle undici davanti al museo.

   Jones fermò un taxi, e quando ebbe attraversato il Waterloo Bridge e si fu avvicinato allo Strand vivacemente illuminato, respirò meglio. Cenò in un tranquillo caffè e poi andò a casa in Portland Piace per fare il bagno e prendere alcuni accessori. Si chiese oziosamente cosa stesse facendo Rogers; aveva sentito che il proprietario del museo aveva una grande e squallida casa in Walworth Road, zeppa di libri occulti e messi all’indice, di oggetti magici e statue di cera che non intendeva esporre al pubblico. A quanto pare, Orabona viveva in un’ala separata dello stesso edificio.

   Alle undici Jones trovò Rogers ad aspettarlo davanti alla porta del seminterrato in Southwark Street. Si scambiarono poche parole, ma erano tesi entrambi e in preda a un’agitazione minacciosa. Si accordarono che la veglia avvenisse nel salone principale e Rogers non pretese che il rivale si sistemasse nel padiglione riservato agli adulti, dove erano in mostra gli orrori supremi. Dopo aver spento tutte le luci con gli interruttori che si trovavano in laboratorio, l’artista chiuse la porta della stanza con una delle tante chiavi del mazzo. Non si strinsero la mano e Rogers uscì dalla porta di strada, la chiuse a chiave alle sue spalle e salì i logori gradini che portavano al marciapiede. Mentre i suoi passi si affievolivano, Jones si rese conto che la lunga e noiosa veglia era cominciata.

II

Più tardi, nell’oscurità completa del grande seminterrato con il soffitto a volta, Jones maledisse la puerile ingenuità che l’aveva spinto a cacciarsi in quella situazione. Durante la prima mezz’ora aveva acceso, di tanto in tanto, la torcia tascabile che aveva con sé, ma ora esser costretto a sedere, al buio, su una delle panche riservate ai visitatori, era diventata una cosa snervante. Ogni volta che il raggio della torcia partiva, illuminava un oggetto grottesco o raccapricciante: una ghigliottina, un mostro ibrido senza nome, una faccia smorta e barbuta dall’espressione malefica, un corpo dalla cui gola aperta correvano fiotti rossi. Jones sapeva che quegli oggetti non avevano alcuna macabra realtà, ma dopo la prima mezz’ora preferì non continuare a guardarli.

   Come gli fosse saltato in mente di assecondare quel pazzo, non riusciva a capirlo. Sarebbe stato molto più semplice lasciarlo a se stesso o chiamare un alienista. Forse, pensò, era stato il sentimento che accomuna un artista all’altro. Rogers aveva un talento così grande che meritava di essere aiutato in qualsiasi modo a guarire spontaneamente dalle sue fissazioni. L’uomo che riusciva a immaginare, ed eseguire, le incredibili creazioni a grandezza naturale che aveva realizzato, non era lontano dall’autentico genio. Aveva la fantasia di un Sime o un Doré unita alla minuziosa, scientifica abilità artigianale di un Blatschka. In effetti, Rogers aveva compiuto per il mondo degl’incubi quello che i Blatschka avevano fatto per il regno della botanica, con le loro meravigliose riproduzioni di piante in vetro colorato e lavorato.

   A mezzanotte i rintocchi di un orologio lontano penetrarono nel buio, e Jones si sentì rincuorato dal messaggio che proveniva dal mondo esterno ancora vivo. Il salone a volta del museo era come una tomba, e altrettanto macabro nella sua solitudine. Persino un topo sarebbe stato un gradito compagno, ma Rogers aveva affermato una volta che “per certe ragioni”, come diceva lui, né topi né insetti si avvicinavano all’edificio. Era molto strano, eppure sembrava vero. Il silenzio e la mancanza di vita erano totali. Se solo ci fosse stato un rumore! Jones strusciò i piedi a terra, e nell’assoluta immobilità della sala l’eco risuonò spettrale. Tossì, ma nel ripetersi del suono gli sembrò di avvertire una nota beffarda. Giurò a se stesso che non avrebbe cominciato a parlare da solo: da lì al crollo nervoso il passo sarebbe stato breve. Il tempo scorreva con anormale, inquietante lentezza. Jones avrebbe giurato che fossero passate ore dall’ultima volta che aveva acceso la torcia per guardare l’orologio, e invece era solo mezzanotte.

   Avrebbe preferito che i suoi sensi non fossero così eccezionalmente acuti. C’era qualcosa, nel buio e nel silenzio, che li aveva resi ancora più ricettivi, di modo che bastava la più piccola sollecitazione, così debole da non potersi nemmeno definire una vera sensazione, a metterli in allarme. A volte le sue orecchie coglievano un vago, elusivo rumore di fondo che non poteva essere del tutto identificato col brusio notturno delle strade squallide all’esterno del museo: a Jones venivano in mente cose fantastiche o impalpabili come la musica delle sfere e le creature sconosciute, inaccessibili, che premono sul nostro mondo da dimensioni ignote. Rogers parlava spesso di queste cose.

   Agli occhi di Jones annegati nell’oscurità, le macchioline colorate e fluttuanti che vediamo anche al buio assumevano, sia nel moto che nel disegno, una misteriosa simmetria. Jones si era interrogato più volte su quelle strane chiazze “luminose” che salgono dall’abisso e brillano davanti ai nostri occhi anche in assenza di luce terrena, ma non le aveva mai viste comportarsi in quel modo. Non si agitavano senza scopo come normali puntini colorati, ma parevano animati da una volontà e un proposito lontani da ogni concezione terrena.

   C’era poi la sensazione d’una vaga inquietudine. Porte e finestre aperte non ce n’erano, ma nonostante l’immobilità generale egli sentiva che l’aria non era uniformemente tranquilla. Si trattava di impalpabili variazioni di pressione, ma non così pronunciate da far pensare ai raccapriccianti movimenti d’invisibili spiriti elementali. Per giunta faceva un freddo anormale, e a Jones non piaceva affatto. L’aria aveva un profumo salato, come se fosse mescolata agli effluvi di oscure acque sotterranee, e c’era una vaghissima traccia di odore di muffa. Durante il giorno Jones non aveva mai avuto l’impressione che le statue odorassero, e anche ora il lievissimo sentore non era quello che dovrebbe avere una figura di cera: somigliava, più che altro, all’incerto odore che emettono gli esemplari d’un museo di storia naturale. Strano, considerate le affermazioni di Rogers secondo cui le statue non erano del tutto artificiali… ma probabilmente erano proprio le teorie dell’artista a suggestionare i suoi interlocutori e a far “sentire” un odore che non esisteva. Bisognava lottare contro gli eccessi dell’immaginazione: il povero Rogers non era impazzito per questo?

   Ma la completa solitudine del museo era spaventosa. Anche i rintocchi sembravano arrivare da un abisso oltre l’universo. A Jones venne in mente la pazzesca fotografia che Rogers gli aveva mostrato: la sala sotterranea dalle orrende sculture e il trono misterioso che secondo l’artista apparteneva a un complesso di rovine vecchie tre milioni di anni, perse nelle temute e inaccessibili solitudini dell’Artide. Forse Rogers era stato in Alaska, ma la foto era stata scattata in un teatro di posa, non c’erano dubbi. E del resto, con tutte quelle sculture e simboli arcani non esisteva un’altra spiegazione plausibile. Quanto alla creatura mostruosa che avrebbero trovato sul trono… che fantasia malata! Jones si domandò quanto fosse lontano dal pazzesco capolavoro di cera… Forse lo tenevano dietro la porta massiccia e sprangata che si apriva in fondo al laboratorio. Ma era inutile fantasticare su una statua. Non ne era piena anche questa sala, e non erano quasi altrettanto orrende di “LUI”? E oltre un leggero schermo di tela si trovava il padiglione “per soli adulti”, coi suoi inconcepibili fantasmi della follia.

   La vicinanza delle innumerevoli statue di cera, e il passare di un quarto d’ora dopo l’altro, cominciarono a innervosire Jones sempre più. Il buio aveva l’effetto di aggiungere alle immagini della memoria particolari esagerati e inquietanti che nascevano dalla fantasia. Sembrava che la ghigliottina cigolasse e la faccia barbuta di Landru, assassino di cinquanta mogli, assumeva nuove espressioni di mostruosa aggressività. Pareva che dalla gola recisa di Madame Demers uscisse un orribile gorgoglìo, mentre la vittima decapitata e senza gambe di un mutilatore cercava di avvicinarsi, arrancando, sui moncherini insanguinati. Jones chiuse gli occhi per vedere se questo espediente attenuasse il flusso d’immagini macabre, ma scoprì che era inutile. Inoltre, quando teneva gli occhi chiusi il reticolo misterioso e regolare dei puntini di luce si faceva ancora più inquietante e pronunciato.

   A un tratto Jones cercò di trattenere le immagini che fino a quel momento aveva cercato di scacciare, perché al loro posto tentavano di insinuarsi altre e più spaventose visioni. Contro la sua volontà cominciò a ricostruire con la memoria i mostri assolutamente inumani che stavano acquattati negli angoli più oscuri, creature ibride e deformi che strisciavano o fluivano verso di lui, come se gli dessero la caccia da tutte le parti. Tsathoggua il nero cambiò forma, e da mascherone a forma di rospo qual era divenne un lungo serpe con centinaia di piedi rudimentali; un sottile, viscido magronotturno spalancò le ali come per avanzare sul visitatore e soffocarlo. Jones dovette raccogliere tutte le sue forze per non urlare. Sapeva che stava ricadendo nei terrori tradizionali della sua infanzia e decise di usare la ragione dell’uomo adulto per tenere a bada i fantasmi. Scoprì che accendere la torcia lo aiutava un poco: per quanto spaventose fossero le statue, non c’era paragone con ciò che la sua immaginazione evocava dal buio.

   Ma c’erano degli inconvenienti. Anche alla luce della torcia Jones non poteva fare a meno di sospettare che la tela divisoria del terribile padiglione “per adulti” ondeggiasse un poco, leggermente; e poiché sapeva quel che si trovava oltre, tremava. Con la fantasia evocò la traumatica apparizione del mitico Yog-Sothoth: nient’altro che una congerie di globi iridescenti, e tuttavia stupendi per la malvagità che emanavano. E cos’era l’ignobile massa che fluttuava verso di lui, sagomando il tessuto del telo divisorio? Un piccolo rigonfiamento dello schermo, verso destra, faceva pensare al corno puntuto di Gnophkeh, la mitica creatura pelosa dei ghiacciai groenlandesi che a volte cammina su due zampe, a volte su quattro e a volte su sei. Per sgombrare la mente da quei pensieri Jones s’incamminò deciso verso il padiglione proibito, con la torcia accesa. Naturalmente, nessuno dei suoi terrori era autentico: ma i lunghi tentacoli facciali del grande Cthulhu non ondeggiavano lentamente, insidiosamente? Jones sapeva che erano fatti di materiale flessibile, ma non si era reso conto che lo spostamento d’aria causato dai suoi movimenti era stato sufficiente a metterli in moto.    

   Tornato alla panca fuori del padiglione, Jones chiuse gli occhi e lasciò che i puntini simmetrici facessero del loro peggio. L’orologio lontano mandò un rintocco solo. Era appena l’una? Proiettò il raggio della torcia sul quadrante da polso e vide che era proprio quell’ora. Rogers sarebbe arrivato verso le otto, prima dello stesso Orabona. Nel seminterrato della casa si sarebbe fatto chiaro molto prima, ma nemmeno un raggio sarebbe arrivato nel museo. Le finestre erano state murate, a eccezione di quelle che davano sul cortile. Tutto considerato, una bruttissima veglia.

   La maggior parte delle allucinazioni, ora, riguardavano l’udito. Jones avrebbe giurato di sentire un rumore di passi pesanti e regolari nel laboratorio che si trovava oltre la porta chiusa a chiave. Meglio non pensare all’orrore che Rogers non aveva messo in mostra, e a cui si riferiva col pronome “Lui”; era un ibrido, aveva fatto impazzire il suo creatore e, nel ricordo, persino il suo ritratto evocava i terrori dell’immaginazione. Il mostro non poteva essere in laboratorio: si trovava, naturalmente, dietro la pesante porta di legno sprangata. I passi erano frutto senz’altro dell’immaginazione.  

   Jones ebbe l’impressione che una chiave girasse nella toppa del laboratorio. Accese la torcia ma non vide altro che l’antica porta a sei pannelli nella solita posizione. Si immerse di nuovo nel buio, con gli occhi chiusi, ma ecco l’inquietante sensazione di un cigolio… non era la ghigliottina, stavolta, ma la porta del laboratorio che si apriva lentamente, pian piano. Jones si impose di non urlare: una volta arrivati a quel punto, tutto è perduto. Ora si sentiva un passo ovattato e strascicato che avanzava lentamente verso di lui. Doveva mantenere il controllo di sé: non l’aveva già fatto quando le orrende immagini mentali avevano tentato di accerchiarlo? Il suono strascicato si avvicinò e la decisione di Jones venne meno. Non urlò, ma profferì una specie di sfida:

   «Chi va là? Chi sei? Cosa vuoi?».

   Non ci fu risposta, ma il rumore continuò. Jones non sapeva che cosa temere di più: se accendere la torcia o rimanere al buio mentre l’essere piombava su di lui. Sentiva con chiarezza, comunque, che questo era diverso dagli altri terrori della sera; le dita e la gola gli si contraevano spasmodicamente, restare in silenzio era impossibile e l’incognita del buio si stava trasformando nella più insopportabile delle torture. Di nuovo Jones gridò: «Alt! Chi va là?» e nello stesso tempo accese la torcia rivelatrice. Poi, agghiacciato da ciò che vide, lasciò cadere la torcia e urlò non una, ma molte volte.

   La cosa che avanzava nel buio aveva la forma, orrenda e gigantesca, di una creatura nera, non del tutto scimmia e non del tutto insetto. La pelle cadeva flaccida sulle ossa e la testa rudimentale, rugosa, con gli occhi spenti oscillava da una parte all’altra come quella di un ubriaco. Le zampe anteriori erano protese, gli artigli in fuori, e nonostante la completa mancanza d’espressione facciale si vedeva che il corpo era animato dalla malvagità dell’assassino. Dopo le urla e il definitivo ritorno del buio l’essere balzò, e in un attimo inchiodò Jones sul pavimento. Non ci fu alcuna lotta, perché il visitatore era svenuto.

   Ma lo svenimento non dovette durare più di un istante, perché quando riprese conoscenza la creatura senza nome lo trascinava, scimmiescamente, nel buio. Ciò che fece tornare Jones in sé furono i suoni che l’essere emetteva: o meglio, la voce con cui li produceva. Era una voce umana, familiare, e un solo individuo poteva nascondersi dietro gli accenti rauchi e febbrili con cui salmodiava in onore di un mostro sconosciuto.

   «Iä! Iä!» ululava. «Sto arrivando, Rhan-Tegoth, ti porto il nutrimento. Hai atteso a lungo e ti sei cibato male, ma adesso avrai ciò che è stato promesso. Anzi, di più, perché invece di Orabona sarà un uomo di rango che ha dubitato di te. Lo schiaccerai e suggerai da lui tutti i suoi dubbi, e di ciò ti farai forte. E da allora in poi egli verrà mostrato tra gli uomini come un monumento alla tua gloria. Rhan-Tegoth, infinito e invincibile, sono il tuo schiavo e gran sacerdote. Tu hai fame, io provvedo. Ho letto il segno e ti ho condotto qui; ti nutrirò di sangue e tu mi nutrirai di potere. Iä! ShubNiggurath! Il Capro dai Mille Cuccioli!»

   In un attimo i terrori della notte abbandonarono Jones come un vecchio mantello. Era di nuovo padrone della sua mente, perché conosceva i peri- coli molto concreti e materiali che doveva affrontare. Non si trattava di un mostro del mito, ma di un pazzo pericoloso. Era Rogers, calato in una spaventosa tuta di sua invenzione e pronto a offrire un sacrificio umano al dio-demone che aveva fabbricato con la cera. Doveva essere penetrato in laboratorio dal cortile, aveva indossato il travestimento ed era avanzato nel buio per afferrare la vittima astutamente intrappolata, e per giunta terrorizzata. Rogers aveva una forza prodigiosa, e per batterlo bisognava agire in fretta. Contando sulla convinzione del pazzo che lui fosse svenuto, Jones decise di prenderlo di sorpresa finché la stretta era relativamente debole. Superarono una soglia: evidentemente erano entrati nel laboratorio nero come la pece.

   Con la forza che gli veniva dalla paura Jones fece un balzo improvviso, liberandosi dalla posizione semi-coricata in cui veniva trascinato. Per un attimo fu libero dalle mani del maniaco stupefatto; l’istante successivo un salto nel buio lo portò a contatto del suo catturatore, di cui strinse la gola invisibile. Nello stesso momento Rogers lo afferrò di nuovo, e i due furono senz’altro coinvolti in una lotta disperata per la vita e per la morte. La salvezza di Jones fu, senza dubbio, la sua preparazione atletica, perché il folle avversario (libero da ogni considerazione di fair-play, decenza o semplice auto-conservazione) era una feroce macchina di distruzione, formidabile quanto un lupo o una pantera.

   L’orrenda lotta nel buio era sottolineata, a volte, da urla gutturali. Il sangue schizzava, i vestiti erano lacerati: finalmente Jones sentì la vera e propria gola del pazzo, la cui maschera era caduta. Senza dire una parola, egli continuò a lottare disperatamente per salvarsi la vita. Rogers scalciava e tirava, dava testate e mordeva, graffiava e sputava: ma di tanto in tanto trovava ancora la forza di pronunciare una frase compiuta. Perlopiù si trattava del gergo rituale con cui si rivolgeva a “Lui” o “Rhan-Tegoth”, e i nervi sovraccarichi di Jones gli diedero l’impressione che le urla arrivassero da un’infinita distanza, fra ululati e versi demoniaci. Alla fine rotolarono sul pavimento, rovesciando panche e rimbalzando contro le pareti o la base in mattoni della fornace centrale. Fino all’ultimo Jones non fu certo di riuscire a salvarsi, ma la sorte giocò a suo favore. Una ginocchiata al petto di Rogers ebbe come effetto il suo rilassamento, e un attimo dopo Jones seppe di aver vinto.

   Benché capace a stento di reggersi in piedi, si alzò e barcollò verso la parete in cerca dell’interruttore; la torcia era andata in pezzi, come buona parte dei suoi vestiti. Mentre avanzava, brancolando, continuò a trascinare il corpo esanime dell’altro per paura di un attacco improvviso quando il rivale si fosse ripreso. Trovò il pannello degli interruttori e cercò quello giusto; poi, quando la stanza messa a soqquadro apparve nella luce improvvisa, Jones legò l’avversario con tutte le cinghie o i pezzi di corda che trovò sottomano. Il costume di Rogers – o quel che ne restava – era fatto di una specie di cuoio stranissimo. Per qualche ragione Jones rabbrividì a toccarla: sembrava pervasa da un odore sconosciuto, metallico. Sotto la tuta, nei vestiti normali, Rogers teneva l’anello con le chiavi, e la vittima esausta se ne impadronì come il passaporto definitivo verso la libertà. Le persiane delle minuscole finestre erano abbassate, ed egli le lasciò così.

   Jones lavò il sangue della lotta a un lavandino a portata di mano, poi andò al reparto costumi e scelse gli abiti più normali e adatti alla sua taglia che riuscì a trovare. Tentò la porta che dava sul cortile e scoprì che era sprangata con un lucchetto a molla, per il quale non c’era bisogno di chiave dall’interno. In ogni caso Jones tenne con sé il portachiavi: gli sarebbe stato utile per il rientro, quando sarebbe tornato con i rinforzi; era evidente, infatti, che c’era una sola cosa da fare: chiamare un alienista. Nel museo non c’era telefono, ma non avrebbe impiegato molto a trovare un ristorante aperto tutta la notte o una farmacia che lo mettesse a disposizione. Aveva quasi aperto la porta per uscire quando un torrente di invettive dall’altro capo della stanza gli disse che Rogers (le cui ferite apparenti si limitavano a un lungo, profondo graffio sulla guancia sinistra) aveva ripreso conoscenza.

   «Idiota! Figlio di Noth-Yidik, effluvio di K’thun! Bastardo dei cani che ululano nel vortice di Azathoth! Saresti diventato una vittima sacra e immortale, ma preferisci tradire Lui e il Suo sacerdote! Attento, perché è affamato! Doveva toccare a Orabona… quel maledetto cane pronto a rivoltarsi contro di me e contro di Lui… invece ho concesso a te l’onore di essere il primo. Ora dovete stare attenti tutti e due, perché in assenza del Suo sacerdote Egli non guarda per il sottile.

   «Iä! Iä! La vendetta è a portata di mano! Sai che saresti diventato immortale? Guarda la fornace: c’è un fuoco pronto ad ardere, e nel serbatoio è già la cera. Avrei fatto con te quello che ho fatto con altri esseri viventi. Eh! Tu, che giuravi che tutte le mie statue fossero di cera, saresti diventato una di esse! La fornace era già pronta! Quando Egli si fosse saziato, e tu fossi diventato come il cane che ti ho mostrato, avrei immortalato i tuoi resti schiacciati e crivellati di ferite! La cera avrebbe compiuto l’opera. Non hai detto che sono un grande artista? Cera in ogni poro, cera su ogni cen- timetro quadrato della tua pelle… Iä! Iä! E il mondo avrebbe ammirato per sempre la tua carcassa maciullata, chiedendosi come avessi potuto immaginare e realizzare una cosa simile! Eh! Orabona sarebbe stato il prossimo, e altri dopo di lui… e così la mia famiglia di cera sarebbe cresciuta!

   «Cane… pensi ancora che le statue siano opera mia? Perché non dici che mi sono limitato a conservarle? Adesso sai quali luoghi ho visitato, quali meraviglie ho portato con me. Vigliacco, non oseresti mai affrontare Colui che è venuto zoppicando da altre dimensioni, e di cui ho indossato la pelle solo per impressionarti… La semplice vista di lui vivo, il semplice pensiero ti ucciderebbe immediatamente dal terrore! Iä! Iä! Ma Lui aspetta affamato il sangue che è vita!»  

   Rogers, appoggiato alla parete, oscillava furioso nei suoi legacci.

   «Ascoltami, Jones… Se io ti lascio andare, tu lascerai me? Lui ha bisogno delle cure del Suo sacerdote. Orabona basterà a tenerLo in vita, e quando sarà finito immortalerò i suoi resti con la cera, in modo che il mondo possa vedere. Avresti potuto essere tu, ma hai rifiutato quest’onore. Non ti molesterò ancora. Liberami e dividerò con te il potere che Lui mi darà. Iä! Iä! Grande è Rhan-Tegoth! Liberami, liberami! Dietro quella porta Lui sta morendo di fame, e se muore gli Antichi non torneranno mai più. Ehi, ehi, lasciami andare!»

   Jones si limitò a scuotere la testa, disgustato dalle orribili fissazioni dell’artista. Ora Rogers guardava la pesante porta di legno con il lucchetto e cominciò a battere ripetutamente la testa sul muro di mattoni, scalciando con le caviglie saldamente legate. Jones temeva che potesse ferirsi, e fece qualche passo per legarlo con maggior forza a un oggetto immobile. Contorcendosi, Rogers si allontanò da lui e lanciò una serie di urla frenetiche la cui assoluta, mostruosa inumanità era agghiacciante e la cui intensità aveva dell’incredibile. Pareva impossibile che da una gola umana uscissero grida così alte e penetranti, e Jones ebbe la sensazione che se fossero continuate non ci sarebbe stato bisogno del telefono per chiedere aiuto. Anche ammesso che in quel deserto quartiere di magazzini non ci fossero abitanti, fra poco sarebbe arrivato un agente a vedere di che si trattava! «Wza-y’ei! Wza-y’ei!» urlava il pazzo. «Y’kaa haa bho… ii, RhanTegoth… Cthulhu fhtagn… Ei! Ei! Ei! Ei! Rhan-Tegoth, Rhan-Tegoth, Rhan-Tegoth!»

   L’uomo legato da capo a piedi, che aveva cominciato a strisciare sul pavimento ingombro di detriti, raggiunse la pesante porta di assi e cominciò a battere fragorosamente la testa su di essa. Jones temeva di avvicinarsi e legarlo più saldamente, e avrebbe voluto sentirsi meno sfinito dalla lotta di poco prima. Quei violenti sviluppi corrodevano i suoi nervi, ed egli si sentì assalito di nuovo dai terrori irrazionali che aveva provato nel buio. Tutto ciò che aveva a che fare con Rogers e il suo museo era mostruoso, suggestivo di neri panorami che si estendono oltre la vita… Era nauseante pensare al capolavoro di cera di quel genio malato che doveva trovarsi a pochi passi da loro, appena oltre la porta sprangata.

   Poi accadde qualcosa che mandò un altro brivido lungo la schiena di Jones e per effetto di una paura indefinibile, al di là di ogni classificazione, gli fece rizzare ogni pelo del corpo, anche quelli piccolissimi che crescono sul dorso delle mani. Tutt’a un tratto Rogers aveva smesso di urlare e battere la testa contro la pesante porta di assi; lottava per mettersi a sedere, la testa piegata di lato come se fosse intento ad ascoltare qualcosa. Improvvisamente un diabolico sorriso di trionfo si allargò sul suo volto, e Rogers cominciò a parlare di nuovo in modo coerente (anche se in un sussurro che contrastava in modo bizzarro con le urla di prima).

   «Ascolta, idiota! Ascolta bene! Lui mi ha sentito e sta venendo. Non Lo senti che esce sguazzando dal bacino in cui vive, in fondo al sotterraneo? Ho dovuto scavarlo in profondità, perché non era mai abbastanza per Lui. È anfibio, sai: hai visto le branchie nella fotografia? È venuto sulla terra da Yuggoth, il pianeta grigio come piombo, e lassù le città sono costruite nelle profondità dei mari tiepidi. Là dentro non può stare eretto… è troppo alto, deve sedersi o rannicchiarsi. Dammi le chiavi, dobbiamo farLo uscire e prostrarci alla Sua presenza. Poi usciremo, troveremo un cane o un gatto (o magari un ubriaco) e Gli daremo il nutrimento di cui ha bisogno.»

   Non furono tanto le parole del pazzo, ma il modo in cui le pronunciò a sconvolgere profondamente Jones. La totale, assoluta fiducia e sincerità che trasparivano dai suoi assurdi bisbigli erano contagiosi, purtroppo. Stimolata in questo modo, l’immaginazione vedeva un autentico pericolo nella statua orripilante che stava nascosta dietro la porta. Osservando con fascino morboso le assi di cui era fatta, Jones notò diverse spaccature nel legno, anche se da questo versante non c’erano segni di violenza. Jones si domandò quanto fosse grande la stanza, o armadio, al di là della porta, e in che modo fosse sistemata la statua di cera. Le fantasie del maniaco sul bacino sotterraneo erano ingegnose come tutto ciò che inventava.

   Poi, per un attimo terribile, Jones perse completamente la capacità di respirare. La cinghia di cuoio che aveva preso per legare Rogers saldamente gli cadde di mano, e un brivido convulso lo scuoté da capo a piedi. Avrebbe dovuto immaginare che un luogo simile scatenasse la follia, proprio come era successo a Rogers: e adesso era pazzo anche lui. Pazzo, perché provava allucinazioni più assurde di quelle che l’avevano colpito fino a quel momento. Il folle lo invitava ad ascoltare un mostro mitologico che sguazzava nel bacino oltre la porta… e ora, che Dio l’aiutasse, lo sentiva davvero!  

   Rogers vide la faccia di Jones, trasformata dall’orrore in una rigida maschera di paura. E ghignò:

   «Finalmente mi credi, idiota! Finalmente sai! Lo hai sentito, perché sta venendo! Dammi le chiavi, imbecille, dobbiamo renderGli omaggio e servirLo!».

   Ma Jones non era più in grado di prestare ascolto alle parole di alcuno, pazzo o sano. Una sorta di paralisi fobica lo teneva inchiodato e solo parzialmente cosciente, mentre una serie d’immagini pazzesche attraversavano a folle velocità la sua mente indifesa, come una fantasmagoria. C’era davvero qualcosa che sguazzava. C’era davvero un passo pesante, strascicato, che faceva pensare al movimento di grandi zampe umide su una superficie solida. Qualcosa si avvicinava. Dalle fessure dell’orribile porta di assi arrivò alle narici di Jones un disgustoso odore animale, ma diverso da quello che sprigionavano le gabbie dei mammiferi al giardino zoologico in Regent’s Park.

   Non sapeva se Rogers stesse parlando o no. Ogni oggetto reale era scomparso ed egli era come una statua paralizzata da sogni e allucinazioni abnormi, oggettivi e al tempo stesso lontani. Dallo spazio ignoto che si trovava oltre la porta gli parve di sentire qualcuno che annusasse o sbuffasse, e quando le sue orecchie furono colpite da un suono improvviso e lancinante che ricordava l’abbaiare dei cani, non poté giurare che non venisse dal maniaco legato mani e piedi, la cui immagine fluttuava incerta davanti ai suoi occhi velati. La fotografia della maledetta, ignota creatura di cera continuava ad agitarsi nella sua coscienza. Una cosa del genere non aveva diritto di esistere. Non l’aveva fatto impazzire?

   Mentre rifletteva, fu colpito da un nuovo indizio di follia. Gli parve che qualcosa armeggiasse con il lucchetto della porta sprangata. Lo toccava, lo graffiava con le zampe e premeva sulle assi. Sul legno pesante si sentì un tonfo, poi un altro e un altro ancora. Il puzzo era orribile, e l’assalto alla porta dall’interno risuonava deciso, come il malefico e furioso picchiare di un ariete medievale. Ci fu uno schianto sinistro, alcune schegge volarono tutt’intorno e il fetore aumentò mentre una delle assi cadeva… poi apparve una zampa nera che terminava in una chela di granchio… «Aiuto! Aiuto! Che Dio mi aiuti!… Aaaaaaa!…»

   Oggi, con uno sforzo di volontà, Jones è in grado di ricordare l’improvviso sblocco della paralisi in cui l’aveva precipitato il terrore e la liberazione della fuga cieca, automatica che seguì. Da quel momento in poi le sue azioni hanno una curiosa rassomiglianza con le corse pazzesche e a perdifiato degl’incubi peggiori, poiché sembra che attraversasse il laboratorio sotterraneo con un unico balzo, aprisse la porta che dava all’esterno (facendola sbattere dietro di sé e chiudendola a chiave subito dopo), salisse i logori gradini di pietra a tre per volta e si precipitasse, frenetico e senza meta, sull’acciottolato umido del cortile, e di qui nelle squallide vie di Southwark.

   A questo punto i suoi ricordi cessano. Jones non sa come sia tornato a casa e non esistono prove che abbia chiamato un tassi. È probabile che abbia corso per tutto il tragitto, guidato da un cieco istinto: sul Waterloo Bridge, lungo lo Strand e Charing Cross, su per Haymarket e Regent Street fino al quartiere in cui abitava. Quando fu abbastanza in sé per chiamare un medico, indossava ancora lo strano miscuglio di costumi da museo.

   Una settimana dopo i neurologi gli permisero di lasciare il letto e di fare una passeggiata all’aperto.

   Non che avesse raccontato molto, a quei signori. Sull’intera avventura gravava una cappa d’incubo e di follia, e sentì che il silenzio era l’unica strada. Quando si alzò, esaminò con attenzione tutti i giornali che si erano accumulati da quell’orribile notte, ma non trovò niente di strano sul conto del museo. Fino a che punto era stata un’esperienza reale? Dove finisce la realtà e comincia il delirio? In quel salone immerso nel buio la sua mente era andata completamente in pezzi e la lotta con Rogers era stata una fantasia provocata dalla febbre? Se fosse riuscito a rispondere a qualcuna di queste maledette domande si sarebbe ristabilito. Doveva aver visto la dannata foto della statua di cera che Rogers chiamava “Lui”, perché solo il cervello dell’artista avrebbe potuto immaginare un simile orrore.

   Passarono due settimane prima che osasse tornare in Southwark Street. Ci andò in pieno mattino, quando intorno ai vecchi negozi e magazzini malandati c’era il massimo di attività normale e rassicurante. L’insegna del museo era sempre al suo posto, e Jones vide, avvicinandosi, che era aperto. Quando il visitatore raccolse il coraggio e decise di entrare il portiere gli fece un cenno di cortese riconoscimento, e nel salone a volta uno dei collaboratori si toccò allegramente il berretto. Forse era stato tutto un sogno. Avrebbe osato bussare alla porta del laboratorio e chiedere di Rogers?

   In quel momento Orabona avanzò a riceverlo. Il volto scuro e affilato aveva un’espressione leggermente sardonica, ma Jones si rese conto che non era maldisposto. Orabona parlò con un lieve accento:

   «Buongiorno, signor Jones. È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che l’abbiamo vista. È venuto per il signor Rogers? Mi dispiace, è partito. Ha sentito parlare di un affare in America ed è dovuto andare. Sì, una cosa improvvisa. Ora il responsabile sono io… esatto, del museo e della casa. Cercherò di mantenere l’elevata qualità cui ci ha abituati il signor Rogers… finché non rientra».

   Lo straniero sorrise, forse per pura e semplice cordialità. Jones non sapeva esattamente cosa dire, ma riuscì a mormorare qualche domanda sul giorno successivo alla sua ultima visita. Orabona sembrò divertirsi molto e costruì le risposte con gran cura.

   «Ah, sì, signor Jones, il ventotto del mese scorso. Lo ricordo per molte ragioni. Al mattino… prima che il signor Rogers arrivasse, mi spiego… ho trovato gran disordine in laboratorio. È stata necessaria una… radicale pulizia. Vede, si era lavorato fino a tardi. Un nuovo, importante esemplare andava versato nello stampo definitivo. Quando sono arrivato, me ne sono occupato personalmente.

   «Non era facile, vista la natura dell’esemplare, ma ovviamente il signor Rogers mi ha insegnato parecchio. Come lei sa, è un grande artista. Quando è venuto mi ha aiutato a finire il lavoro – un aiuto molto concreto, le assicuro – ma poi è partito in fretta, senza nemmeno salutare i ragazzi. Come ho detto, è stato chiamato all’improvviso. Bisognava completare certe importanti reazioni chimiche, ed è un lavoro rumoroso. Pensi che alcuni vagabondi di passaggio nella corte hanno creduto di sentire dei colpi di pistola… che idea divertente!

   «Quanto al nuovo esemplare… è una vero peccato. Si tratta di un capolavoro, progettato e realizzato, come ho detto, dal signor Rogers. Se ne accorgerà lui stesso, quando tornerà.»

   Di nuovo Orabona sorrise.

   «Purtroppo, è dovuta intervenire la polizia. Lo abbiamo esposto una settimana fa e due o tre persone sono svenute. Un poveraccio al solo vederlo ha avuto un attacco epilettico. Vede, è un po’ più forte degli altri. Più grande, innanzitutto; ovviamente l’abbiamo sistemato nel padiglione per adulti. Il giorno seguente un paio d’uomini di Scotland Yard gli hanno dato un’occhiata e hanno deciso che è troppo orripilante per restare in mostra. Hannodetto che dovevamo toglierlo. È una vergogna… un capolavoro simile. Ma in assenza del signor Rogers non me la sono sentita di rischiare il verdetto di un tribunale, e a lui non piacerebbe tutta questa pubblicità con la polizia. Ma quando tornerà… quando tornerà…»

   Per qualche ragione Jones si sentì invadere da un’ondata crescente di disagio e repulsione. Ma Orabona continuava.  

   «Lei è un intenditore, signor Jones. Sono certo di non violare nessuna legge permettendole di vederlo in privato. Forse, un giorno, se così deciderà il signor Rogers, dovremo distruggere l’esemplare… ma sarebbe un delitto.»

   Jones provò il forte impulso di rifiutare l’invito e fuggire a precipizio, ma Orabona lo aveva preso per il braccio e lo guidava con l’entusiasmo dell’artista. Il padiglione per adulti, affollato di mostri senza nome, in quel momento non ospitava visitatori. Nell’angolo più lontano una grande alcova era stata coperta con un drappo, e il collaboratore si avviò, sorridente, in quella direzione. «Deve sapere, signor Jones, che il titolo dell’opera è “Il sacrificio a Rhan-Tegoth”.»

   Jones trasalì violentemente, ma Orabona sembrò non farvi caso.

   «Si tratta di un dio informe e gigantesco che figura in certe oscure leggende studiate dal signor Rogers. Tutte sciocchezze, ovviamente, come lei stesso gli ha ripetuto tante volte. Secondo la tradizione sarebbe giunto dallo spazio e sarebbe vissuto nell’Artide circa tre milioni di anni fa. Come vedrà, trattava le sue vittime sacrificali in modo particolare e orribile. Il signor Rogers lo fa sembrare quasi vivo, è terrificante… e la faccia della vittima non è da meno.»

   Tremando violentemente, Jones si aggrappò al corrimano d’ottone davanti alla nicchia coperta. Quando vide che il drappo cominciava ad alzarsi fu sul punto di fermare Orabona, ma un conflitto di emozioni glielo impedì. Lo straniero sorrise trionfante.

   «Guardi!»

   Benché si tenesse aggrappato, Jones vacillò.

   «Dio… gran Dio!»

   Alto tre metri e mezzo, nonostante la posizione sbilenca o rannicchiata che suggeriva un’infinita malvagità cosmica, il mostro indicibile era nell’atto di balzare da un ciclopico trono d’avorio coperto di grottesche sculture. Aveva sei arti, e nel paio centrale stringeva una creatura schiacciata, appiattita, distorta ed esangue, coperta da un milione di piaghe e a tratti bruciata come da un acido corrosivo. Solo la testa maciullata della vittima, che penzolava da un lato, rovesciata, permetteva di capire che una volta si era trattato di un essere umano.

   Il mostro, poi, non aveva bisogno di appellativi per chi avesse visto la diabolica fotografia. L’istantanea era estremamente fedele, ma non poteva esprimere l’orrore complessivo dell’esemplare autentico. Il torso tondeggiante, la bolla che faceva pensare a una testa, i tre occhi velati, la proboscide lunga trentacinque centimetri, le branchie sporgenti, la mostruosa pelliccia di bocche simili ad aspidi, i sei arti sinuosi dalle zampe nere e le chele di granchio… Dio, la familiarità di quella zampa nera che terminava in una chela!

   Il sorriso di Orabona era assolutamente malvagio. Jones tossì e guardò il gruppo orrendo davanti a lui con un fascino che aumentava e lo rendeva sempre più perplesso. Quale orrore sfuggente lo tratteneva e lo costringeva a guardare ancora, in cerca di particolari? Rogers era impazzito… Rogers, il grande artista, diceva che non erano creazioni artificiali…

   Poi individuò il particolare che lo inchiodava. Era la testa di cera della vittima, piegata e schiacciata, e quel che implicava. Non era del tutto priva della faccia, e nei lineamenti c’era qualcosa di familiare. Somigliava a quella del povero, folle Rogers. Jones osservò più da vicino, senza rendersi conto del perché. Non era naturale che un artista pazzo ed egocentrico desse i propri lineamenti a quello che considerava il suo capolavoro? Non c’era qualcosa che la vista di Jones aveva inconsciamente registrato, e quindi represso per il puro e semplice terrore?

   Il volto maciullato di cera era stato eseguito con enorme bravura. E le piaghe,… riproducevano alla perfezione quelle che in qualche modo erano state inflitte al povero cane! Ma c’era dell’altro. Sulla guancia sinistra si poteva seguire un’irregolarità che pareva estranea allo schema generale, come se lo scultore avesse cercato di coprire un difetto del modello iniziale. Più Jones lo guardava, più quel particolare misterioso lo riempiva di orrore… e poi, all’improvviso, ricordò un fatto che portò l’orrore al culmine. La notte tremenda… la lotta… il pazzo legato e il lungo graffio profondo sulla guancia sinistra del vero Rogers, quello vivo

   Jones lasciò la presa disperata sul corrimano e svenne. Orabona continuava a sorridere.

(The Horror in the Museum, ottobre 1932)

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