Il cielo, nei film di Miyazaki, non è mai soltanto uno spazio da attraversare: è il luogo in cui l’immaginazione incontra la storia e l’uomo scopre la misura della propria libertà

Scena del film Il castello errante di Howl Generata tramite I.A.

«Hayao Miyazaki. Il volo come destino»

Tra innocenza, sogno e responsabilità della storia nell’animazione che ha insegnato a guardare il cielo

Redazione Inchiostronero

Nel cinema di Hayao Miyazaki il volo non è mai soltanto movimento nello spazio: è memoria dell’infanzia, promessa di libertà, desiderio tecnico e insieme ferita della modernità. Dai cieli giocosi di Il mio vicino Totoro ai labirinti interiori de La città incantata, fino alla malinconia storica di Si alza il vento, l’animazione diventa uno strumento capace di trasformare la fantasia in una forma di conoscenza. Attraverso figure sospese tra sogno e responsabilità, Miyazaki costruisce un immaginario in cui l’uomo continua a salire verso l’alto pur sapendo che ogni conquista del cielo porta con sé il peso della storia. Il suo cinema mostra che l’immaginazione non serve a fuggire dal mondo, ma a comprenderlo più profondamente.


Il cielo come lingua originaria dell’infanzia

 

 

Hayao Miyazaki

Nel cinema di Il mio vicino Totoro il volo non è ancora conquista tecnica né evasione simbolica: è esperienza primaria del mondo. Non rappresenta una rottura con la realtà ma la sua forma più naturale. Nei movimenti sospesi delle sorelle, nel crescere improvviso dell’albero notturno, nel passaggio silenzioso del Gattobus tra i rami e le luci lontane, il cielo si presenta come uno spazio originario dell’immaginazione infantile, una regione interiore prima ancora che geografica. Miyazaki costruisce qui una delle intuizioni più profonde del suo cinema: l’infanzia non guarda verso l’alto per fuggire dalla terra, ma perché riconosce nel cielo una continuità con la vita stessa. L’altezza non è distanza: è rivelazione di una prossimità invisibile tra ciò che cresce e ciò che sogna.

Il vento svolge in questo universo una funzione decisiva. Non è semplice elemento atmosferico ma presenza invisibile e attiva, quasi una forma di linguaggio naturale che accompagna la crescita e protegge il passaggio dall’ansia alla fiducia. Le foglie che si muovono, l’erba che si piega, il respiro degli alberi e degli spiriti della foresta suggeriscono che il mondo non è muto: comunica. Il volo nasce precisamente da questa comunicazione segreta tra l’umano e il vivente. Non è un gesto eroico ma un ascolto. In questa prospettiva il cielo diventa il primo luogo in cui il bambino sperimenta la possibilità di abitare poeticamente il reale, senza separarlo dal mistero che lo attraversa.

Per questo motivo il cielo di Totoro non contiene ancora conflitto. Non vi è guerra, non vi è macchina, non vi è caduta. È uno spazio di promessa. L’altezza non separa ma avvicina; non produce distanza ma relazione. Il movimento verso l’alto coincide con una forma di fiducia elementare nell’esistenza, una fiducia che precede ogni consapevolezza storica e ogni responsabilità adulta. In questa dimensione il volo non appartiene alla tecnica né alla metafora: appartiene all’esperienza stessa dell’inizio. È la prima lingua con cui l’immaginazione impara a parlare e, insieme, la memoria di una leggerezza che il cinema di Miyazaki continuerà a interrogare anche quando il cielo diventerà più fragile e più difficile da attraversare. 🌿

L’animazione come arte del possibile

 

Nel cinema di Hayao Miyazaki il disegno non nasce per imitare il reale ma per renderlo abitabile. Questa è la differenza decisiva che separa la sua animazione da una concezione puramente illustrativa dell’immagine: non si tratta di riprodurre ciò che esiste, ma di creare uno spazio in cui l’esperienza possa essere nuovamente percepita nella sua densità originaria. L’animazione diventa così una forma di conoscenza sensibile. Non corregge la realtà, non la abbellisce, non la sostituisce: la riapre. Il gesto grafico restituisce al mondo la sua dimensione di possibilità, mostrando che ciò che appare stabile può ancora trasformarsi, e che ciò che sembra invisibile può ancora essere visto.

In questo senso l’animazione miyazakiana è anche una forma etica oltre che estetica. Disegnare significa assumersi una responsabilità nei confronti dello sguardo. Ogni linea costruisce un ambiente morale prima ancora che narrativo: i paesaggi respirano, gli oggetti conservano memoria, le macchine non sono mai neutre. Anche quando compaiono elementi tecnici o architettonici complessi, essi non dominano mai la scena; restano inseriti in una relazione più ampia con il vivente. L’animazione diventa allora uno strumento per ricomporre un equilibrio tra uomo, natura e tecnica, evitando che il progresso si trasformi in semplice dominio dello spazio.

Dentro questa prospettiva il movimento verticale assume un valore strutturale. Salire, cadere, sospendersi, galleggiare: non sono soltanto azioni spettacolari ma modalità narrative ricorrenti attraverso cui i personaggi attraversano una soglia. Il cielo non è mai semplice scenografia. È direzione, orientamento, domanda. Ogni movimento verso l’alto introduce una trasformazione dello sguardo e insieme una ridefinizione della posizione umana nel mondo. L’animazione rende possibile proprio questo passaggio: mostrare che l’immaginazione non è evasione dalla realtà, ma uno dei modi più profondi per attraversarla e comprenderla.

Il volo come attraversamento dell’anima

 

Nel cinema di La città incantata il volo non appartiene più all’innocenza originaria dell’infanzia, come accade in Totoro, ma diventa esperienza di trasformazione interiore. Non è più semplice apertura verso il mondo: è attraversamento. Il cielo non rappresenta soltanto uno spazio di libertà, ma una soglia. Attraversarlo significa cambiare. In questo senso il viaggio di Chihiro non è soltanto narrativo: è iniziatico. Il suo percorso nel mondo degli spiriti coincide con una lenta riconquista del nome, della memoria e della responsabilità di sé.

In questo film Miyazaki costruisce una relazione profondissima tra cielo e labirinto. A prima vista sembrano due immagini opposte: uno spazio aperto e uno spazio chiuso, uno verticale e l’altro orizzontale, uno luminoso e l’altro enigmatico. Eppure appartengono allo stesso movimento interiore. Il labirinto costringe a perdersi; il cielo permette di ritrovarsi. Il passaggio tra questi due spazi coincide con la maturazione dello sguardo. Solo chi attraversa la disorientante complessità del mondo può tornare a vedere dall’alto con maggiore chiarezza.

Il volo che accompagna Chihiro insieme a Haku non è spettacolo né evasione. È riconoscimento. Quando il corpo del drago attraversa l’aria e la città degli spiriti si allontana sotto di loro, ciò che cambia non è il paesaggio ma la coscienza della protagonista. In quel momento il movimento verticale diventa memoria: ricordare il vero nome di Haku significa restituire identità a ciò che era stato dimenticato. Il cielo diventa allora il luogo in cui la perdita si trasforma in comprensione.

Per questo motivo, nella poetica miyazakiana, il volo non coincide mai con una fuga dal reale. È una forma di ritorno. Non porta lontano dal mondo ma più vicino alla sua verità nascosta. Attraversare l’aria significa imparare a riconoscere ciò che siamo diventati attraversando il labirinto della crescita. Ed è proprio in questa tensione tra smarrimento e riconoscimento che il cielo si rivela, ancora una volta, come una delle immagini più profonde dell’identità umana.

Natura e vento: la soglia tra umano e cosmico

In Nausicaä della Valle del vento il volo assume per la prima volta una forma compiutamente filosofica. Non è più soltanto esperienza dell’infanzia né attraversamento iniziatico dell’identità, ma diventa relazione consapevole tra l’umano e il cosmo. Con Nausicaä il cielo non è soltanto spazio di libertà: è uno spazio di responsabilità. Il suo planare leggero sul mehve non esprime dominio tecnico dell’aria ma fiducia nella possibilità di abitare il mondo senza ferirlo. In questo senso il volo diventa manifesto poetico della visione miyazakiana: salire verso l’alto non significa separarsi dalla terra, ma imparare a custodirla.

Il vento, qui più che altrove, assume una funzione morale. Non è semplice elemento naturale né simbolo atmosferico: è alleato. Accompagna i movimenti della protagonista, sostiene le sue decisioni, rende possibile una forma di orientamento che non nasce dal calcolo ma dall’ascolto. Nausicaä non conquista il cielo: vi entra in relazione. E proprio questa relazione distingue radicalmente il suo volo da quello della modernità tecnica. Dove l’aeroplano impone una traiettoria, il vento suggerisce una direzione. Dove la macchina separa, il respiro dell’aria unisce.

In questo equilibrio si manifesta uno dei nuclei più profondi dell’immaginario di Miyazaki: la possibilità di pensare la tecnologia non come opposizione alla natura ma come sua prosecuzione responsabile. Il cielo diventa allora lo spazio in cui si misura questa fragile armonia. Volare significa mantenere una distanza giusta dalla terra per comprenderla meglio, senza mai smarrire il legame che rende possibile la vita. Nausicaä incarna precisamente questa misura: la sua leggerezza non è evasione, ma forma di cura.

Per questo motivo il suo volo non ha nulla di eroico nel senso tradizionale. È un gesto di mediazione. Attraverso di esso Miyazaki suggerisce che il futuro dell’uomo non dipende dalla capacità di salire più in alto, ma dalla capacità di restare in equilibrio tra cielo e terra, tra tecnica e natura, tra potere e responsabilità. 🌬️

Laputa: la tentazione verticale della potenza

In Laputa – Il castello nel cielo il volo assume per la prima volta una dimensione propriamente politica. Non è più soltanto relazione con la natura, come in Nausicaä, né ancora gesto individuale di resistenza, come accadrà in Porco Rosso: diventa dominio dello spazio. Laputa è la prima vera civiltà celeste del cinema di Miyazaki, e proprio per questo è anche la prima a rivelarne il pericolo.

L’isola sospesa tra le nuvole appare inizialmente come una promessa. È una città perfetta, silenziosa, lontana dalle contese della terra, custodita da macchine antichissime e immersa in una vegetazione che sembra aver ritrovato un equilibrio con la tecnica. Ma questa armonia è solo apparente. Laputa non è una semplice utopia: è una rovina. La sua perfezione appartiene al passato. Ciò che rimane è la memoria di una civiltà che ha voluto abitare il cielo senza più riconoscere i limiti della terra.

Per questo motivo il grande albero che cresce al centro dell’isola assume un significato decisivo. Non distrugge la città: la riassorbe. Non cancella la tecnica: la restituisce al tempo. È la natura che riprende ciò che l’uomo aveva separato da sé. In questa immagine Miyazaki suggerisce che nessuna conquista del cielo può durare se perde il rapporto con la vita.

Laputa rappresenta dunque la tentazione verticale della modernità: credere che salire significhi dominare. Ma il suo silenzio finale dice il contrario. Il cielo non può essere posseduto. Può soltanto essere attraversato.

Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce il passaggio successivo del cinema miyazakiano: il volo non sarà più soltanto sogno né soltanto armonia, ma scelta morale dentro la storia.

Porco Rosso: la libertà ferita dell’Europa tra le due guerre

In Porco Rosso il volo entra definitivamente nella storia. Con Marco Pagot il cielo perde la sua innocenza originaria e diventa spazio morale attraversato dalla memoria della guerra e dalla crisi dell’Europa tra le due catastrofi del Novecento. Non siamo più nel territorio dell’infanzia né in quello dell’iniziazione interiore: siamo dentro una coscienza adulta che ha visto troppo e continua tuttavia a scegliere di restare libera. È per questo che il personaggio di Porco Rosso occupa una posizione centrale nell’opera di Miyazaki: egli rappresenta il momento in cui il volo smette di essere promessa e diventa responsabilità.

Marco Pagot vola, ma non sogna più. Il suo gesto non appartiene alla leggerezza dell’immaginazione bensì alla dignità della scelta. Continuare a solcare il cielo dell’Adriatico significa sottrarsi a un’Europa che sta progressivamente cedendo al fascismo, alla retorica militare, alla trasformazione dell’eroismo in propaganda. Il mare luminoso e le isole sospese tra Italia e Dalmazia diventano così uno degli ultimi spazi di libertà individuale, una geografia morale prima ancora che narrativa. In quel cielo aperto si conserva una possibilità di resistenza silenziosa.

La metamorfosi in maiale, apparentemente ironica, è in realtà una delle immagini più severe del cinema miyazakiano. Non è una maledizione fiabesca ma una scelta esistenziale: Marco rifiuta di riconoscersi negli uomini del suo tempo e accetta di portare sul proprio volto la vergogna della storia europea. Diventare altro da sé significa preservare una coscienza quando il mondo intorno la perde. Il suo isolamento non è fuga ma testimonianza.

Per questo motivo il volo, in Porco Rosso, assume un significato nuovo e decisivo. Non è più esperienza della natura né trasformazione dell’identità: è resistenza personale alla brutalizzazione politica del Novecento. Restare in aria significa restare fedeli a una misura umana quando la terra si prepara ancora una volta alla guerra. In questo gesto ostinato e solitario il cielo diventa l’ultimo luogo in cui la libertà può ancora essere difesa.

Howl: la metamorfosi del volo

In Il castello errante di Howl il volo non è più esperienza originaria né gesto morale di resistenza, come accadeva in Totoro o in Porco Rosso: diventa trasformazione dell’identità. Con Howl Miyazaki introduce una figura liminale, sospesa tra umano e creatura celeste, tra libertà e perdita di sé. Il cielo non è più soltanto spazio di orientamento, ma territorio instabile in cui la leggerezza coincide con il rischio. Volare significa attraversare una soglia da cui non sempre è possibile tornare integri.

Howl non vola grazie a una macchina né per semplice desiderio di libertà: vola perché cambia forma. La sua metamorfosi progressiva in creatura alata non rappresenta un potere magico spettacolare, ma una ferita. Più egli si allontana dalla terra, più si allontana dalla propria identità umana. In questo senso il volo diventa esperienza ambigua: promessa di libertà e insieme perdita di misura. Miyazaki suggerisce così che ogni elevazione comporta una trasformazione, e che ogni trasformazione può diventare smarrimento.

Su questo sfondo la guerra assume un ruolo decisivo. Non è soltanto contesto storico ma forza deformante. Le città incendiate, i cieli attraversati da bombardieri, le figure trasformate in strumenti bellici mostrano come la modernità possa alterare il rapporto tra uomo e aria. Il cielo, che nei film precedenti era promessa o resistenza, diventa qui spazio contaminato dalla violenza della storia. Volare non significa più soltanto salire: significa esporsi.

Il castello errante stesso diventa allora una figura centrale di questa condizione. Mobile, instabile, impossibile da fissare in un luogo definitivo, esso rappresenta una dimora interiore in movimento, un’identità che cerca continuamente equilibrio senza mai raggiungerlo del tutto. È la casa di chi non può fermarsi, ma neppure rinunciare alla propria umanità.

Per questo motivo il volo, nel mondo di Howl, non coincide con la libertà assoluta. È una prova. Più si sale verso il cielo, più diventa necessario ricordare chi si è. E proprio in questa tensione tra elevazione e perdita Miyazaki mostra una delle verità più inquietanti della modernità: non ogni volo salva, alcuni chiedono di essere attraversati con cautela. ✨

Il sogno tecnico: l’aeroplano tra poesia e responsabilità

Nel cinema di Hayao Miyazaki il volo non rimane confinato alla dimensione simbolica o naturale: entra progressivamente nello spazio della tecnica. È qui che compare una delle tensioni più profonde della sua opera. L’aeroplano non è soltanto uno strumento narrativo né un semplice mezzo di trasporto: è una figura della modernità. Con esso il cielo cambia significato. Non è più soltanto promessa o trasformazione interiore, ma progetto umano. Diventa costruzione. Disegno. Calcolo. E tuttavia, proprio nel momento in cui il volo si fa ingegneria, Miyazaki non rinuncia mai a mostrarne la componente poetica.

Gli aeroplani miyazakiani non sono mai oggetti freddi. Le loro superfici leggere, le ali sottili, le eliche visibili, le cabine aperte restituiscono sempre una dimensione quasi artigianale della macchina. Sembrano creature più che strumenti. In essi si conserva una memoria del gesto umano, della mano che progetta e immagina prima ancora di costruire. Per questo motivo l’aeroplano diventa anche oggetto estetico: non soltanto mezzo funzionale ma forma. Linea che attraversa l’aria. Architettura mobile sospesa tra terra e cielo.

Eppure proprio questa bellezza introduce una domanda inquieta. La modernità tecnica non è mai neutrale. Ogni macchina che consente di salire più in alto può anche essere piegata a un uso distruttivo. Miyazaki non celebra mai ingenuamente il progresso: lo osserva con una forma di rispetto vigilante. La fascinazione per il volo tecnico convive sempre con la consapevolezza della sua ambiguità. Costruire ali significa aprire nuovi orizzonti, ma anche esporsi alla possibilità che quelle stesse ali diventino strumenti di guerra.

In questa tensione tra invenzione e responsabilità si prepara il passaggio decisivo del suo cinema: il momento in cui la bellezza della macchina volante non potrà più essere separata dal peso della storia. Il sogno tecnico non scompare, ma diventa fragile. E proprio in questa fragilità si rivela la sua verità più profonda: volare non è soltanto poterlo fare, è scegliere perché farlo. ✈️

Si alza il vento: la bellezza sotto il peso della storia

In Si alza il vento la riflessione sul volo raggiunge il suo punto più alto e più doloroso. Con la figura di Jirō Horikoshi Miyazaki introduce il problema decisivo della modernità: che cosa significa creare bellezza quando la storia ne chiede l’uso distruttivo? Il volo non è più innocenza, né trasformazione interiore, né gesto di resistenza individuale. Diventa responsabilità tragica. L’ingegnere non vola: costruisce per altri il volo. Ed è proprio questa distanza tra sogno e utilizzo reale a rendere la sua figura una delle più complesse dell’intero cinema miyazakiano.

Il dialogo immaginario con Giovanni Battista Caproni costituisce lo spazio simbolico in cui questa tensione diventa visibile. Nei cieli onirici attraversati dalle aeronavi luminose dell’ingegnere italiano, il volo appare ancora come promessa di armonia, eleganza, leggerezza. Non è guerra: è forma. Non è potenza: è visione. In questi incontri sospesi tra sogno e progetto, Miyazaki restituisce all’ingegneria aeronautica la sua origine poetica, mostrando che ogni macchina nasce prima di tutto da un’immaginazione.

La miopia di Jirō assume allora un valore profondamente simbolico. Non è soltanto una limitazione fisica: è una condizione esistenziale. Egli non può vedere nitidamente il mondo reale, ma riesce a vedere con straordinaria precisione il mondo possibile. Il sogno diventa così compensazione della vista imperfetta e insieme metafora della vera visione creativa: quella che non riproduce ciò che esiste, ma anticipa ciò che potrebbe esistere.

E tuttavia questa visione non può sottrarsi alla storia. Gli aeroplani progettati da Jirō sono bellissimi, e proprio per questo diventano tragici. Il loro slancio verso il cielo non conduce alla libertà ma alla guerra. In questa frattura si compie il destino del volo miyazakiano: ponte fragile tra idealismo creativo e responsabilità storica. La bellezza non viene negata, ma attraversata dal dubbio. E proprio in questo dubbio il cielo diventa, definitivamente, luogo della coscienza. ✈️

Il volo come destino umano

Attraversando l’opera di Hayao Miyazaki si comprende che il volo non è mai soltanto un motivo narrativo ricorrente né un elemento estetico riconoscibile: è una vera e propria idea dell’uomo. Dai cieli dell’infanzia di Totoro fino alla responsabilità tragica di Si alza il vento, il movimento verso l’alto accompagna sempre un passaggio di coscienza. Volare non significa allontanarsi dal mondo, ma imparare a guardarlo da una distanza giusta. È un gesto che non separa: chiarisce.

Per questo motivo il cielo, nel cinema miyazakiano, non coincide mai con la fuga. Non è evasione dalla realtà né rifugio immaginario contro la storia. Al contrario, è il luogo in cui la storia diventa visibile nella sua verità più profonda. Solo salendo, i personaggi comprendono ciò che accade sulla terra. Solo attraversando l’aria possono riconoscere la fragilità delle loro scelte. Il volo diventa allora una forma di responsabilità dello sguardo: una maniera di abitare la libertà senza smarrire il legame con ciò che resta sotto di noi.

In questa prospettiva anche l’immaginazione cambia significato. Non serve a cancellare il peso del tempo né a proteggere dall’ambiguità della modernità. Serve piuttosto a renderla comprensibile. L’immaginazione non elimina la storia: la illumina. Permette di riconoscere che ogni sogno umano nasce dentro una condizione concreta e che proprio per questo può diventare gesto morale.

È per questo che il volo resta, in Miyazaki, il gesto più umano. Non perché consenta di dominare lo spazio, ma perché espone alla possibilità della caduta. Non perché prometta salvezza, ma perché richiede misura. Salire verso il cielo significa accettare la fragilità della libertà e insieme custodirla. E proprio in questa fragile ostinazione a continuare a volare, anche quando la storia rende il cielo incerto, si riconosce una delle immagini più profonde della dignità umana.

 

La Redazione

 

 

Nota dell’autore

Questo saggio nasce da una convinzione semplice: nel cinema di Hayao Miyazaki il volo non è un motivo decorativo, ma una vera e propria idea dell’uomo. Attraverso i cieli attraversati da Totoro, Nausicaä, Laputa, Porco Rosso, Howl e Si alza il vento, l’animazione diventa uno strumento capace di interrogare la modernità con una profondità rara nel cinema contemporaneo.

Il volo, in Miyazaki, non coincide mai con la fuga dalla realtà: è piuttosto una forma di responsabilità dello sguardo. Salire verso l’alto significa vedere meglio ciò che accade sulla terra. In questa prospettiva l’animazione non è evasione, ma conoscenza; non è infantilizzazione del mondo, ma restituzione della sua complessità simbolica.

Questo percorso interpretativo non intende proporre una lettura definitiva dell’opera miyazakiana, ma suggerire una possibile traiettoria: quella che riconosce nel cielo il luogo in cui immaginazione, tecnica e storia si incontrano. È proprio in questa fragile tensione tra sogno e responsabilità che il volo diventa, nel cinema di Miyazaki, una delle immagini più profonde della condizione umana contemporanea.

 

 

 

Bibliografia essenziale

  • Hayao Miyazaki, Starting Point 1979–1996, Viz Media, San Francisco, 2009
  • Hayao Miyazaki, Turning Point 1997–2008, Viz Media, San Francisco, 2014
  • Susan Napier, Miyazakiworld. A Life in Art, Yale University Press, New Haven, 2018
  • Helen McCarthy, Hayao Miyazaki. Master of Japanese Animation, Stone Bridge Press, Berkeley, 1999
  • Dani Cavallaro, The Anime Art of Hayao Miyazaki, McFarland, Jefferson, 2006
  • Studio Ghibli, The Art of (collana ufficiale dedicata ai film di Miyazaki), Tokuma Shoten / Viz Media

 

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