Sarebbe impossibile negare che qualsiasi storia d’amore, dalla più travagliata alla più felicemente corrisposta, non abbia una sua colonna sonora

LOCANDINA DI HIGH FIDELITY

 Cosa hanno in comune tutte le storie d’amore tra loro? Il fatto che siano destinate a finire? Probabilmente sì, ma, a voler essere più precisi e meno tristemente cinici, la risposta corretta non potrebbe che essere: la musica. Sarebbe impossibile negare che qualsiasi storia d’amore, dalla più travagliata alla più felicemente corrisposta, non abbia una sua colonna sonora così come tutti, ma proprio tutti, abbiamo una o più canzoni, che ci ricordano un ex o l’amore della nostra vita – finché dura.

Cosa è venuto prima, la musica o la sofferenza? Ascoltavo la musica perché soffrivo? O soffrivo perché ascoltavo la musica? Sono tutti quei dischi che fanno diventare malinconici? […] Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop; e non sono sicuro che la musica pop sia stata la causa della loro infelicità, ma so per certo che sono persone che hanno ascoltato canzoni tristi più a lungo di quanto non siano durate le loro tristi storie.

Questo è ciò che ci diceva Rob Fleming, protagonista del libro culto della narrativa inglese High Fidelity, pubblicato nel 1995 e, più di vent’anni dopo, amore e musica sono ancora il tema della nuovissima serie tv (1 stagione, 10 puntate) uscita su Starzplay e liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Nick Horby. Vent’anni, si sa, sono tanto tempo e ovviamente cambiano le mode, le generazioni, i generi musicali e il modo di fruire di essi. Così, anche la serie tv presenta delle curiose novità rispetto al libro.

Zoë Kravitz ai Golden Globes nel 2020

High Fidelity: la serie tv

Protagonista della serie è una lei (la frizzante Zoë Kravitz, nientepopodimeno che la figlia di Lenny Kravitz) ed è bisessuale, anche se il nome è lo stesso del protagonista del romanzo. Rob è una giovane proprietaria di un negozio di dischi che fatica a decollare e che è appena stata mollata da quello che sembrava essere l’amore della sua vita. Così, finisce per chiedersi come mai tutte le sue storie risultino essere fallimentari (addirittura stila una classifica de «le cinque più memorabili fregature di tutti i tempi») e se il suo destino non consiste nell’essere rifiutata.

Ad accompagnare Rob lungo il viaggio nel suo cuore affranto, ci sono i suoi due migliori amici e “dipendenti a giornata” Cherise e Simon. I tre ragazzi, oltre ad avere in comune la passione per i dischi e le classifiche, sembrano essere intrappolati in una vita adolescenziale: Cherise sogna di diventare una rock star e Simon appare del tutto privo di qualsiasi forma di ambizione. I personaggi della serie (ragazzini e ragazzine “intrappolati in corpi di adulti”), così come il protagonista del romanzo, sono totalmente assorbiti dall’arte suprema che è la Musica, impegnati nel godere della loro collezione di dischi, ignorandone completamente un’altra che Fromm definisce «l’arte di amare»,

È l’amore un’arte? Allora richiede sforzo e saggezza. Oppure l’amore è una piacevole sensazione, qualcosa in cui imbattersi è una questione di fortuna? Questo volumetto contempla la prima ipotesi, mentre è fuor di dubbio che oggi si creda alla seconda. La gente non pensa che l’amore non conti. Anzi, ne ha bisogno; corre a vedere serie interminabili di film d’amore, felice o infelice, ascolta canzoni d’amore; eppure nessuno crede che ci sia qualcosa da imparare in materia d’amore.

Illudendosi che per amare basti vivere eternamente «con una certa dose di irrazionalità e di inclinazione al sogno», in High Fidelity, i protagonisti sono trasportati dal turbine delle proprie sensazioni senza mai impegnarsi seriamente e, (non a caso la Rob della serie tradisce il suo ragazzo la sera che le chiede di sposarlo e Rob del romanzo tradisce la sua ragazza in dolce attesa) finiscono per perdere il controllo della propria vita passando i propri giorni ad autocommiserarsi senza mai avere il coraggio di affrontare le sfide dell’età adulta.

Io invece non sono sposato – anzi, al momento, sono meno sposato che mai – e possiedo un fallimentare negozio di dischi. Sembra quasi che se metti la musica (e i libri, probabilmente, e i film, e il teatro, e qualsiasi cosa procuri emozioni) al primo posto, non riuscirai mai a chiarire la tua vita amorosa, e non arriverai mai a considerarla come un prodotto finito.

La forma d’amore che vive colui che non può fare a meno di soddisfare le proprie fantasie amorose attraverso i film, la musica, i libri, è definita sempre da Fromm «amore sentimentale». Ciò comporta che il sentimentale preferisce immaginare l’amore piuttosto che provare ad interfacciarsi con una persona reale temendo di non riuscire a gestire le difficoltà di una vera relazione o che le proprie spettacolari fantasie vengano deluse.

Così che:

Un uomo e una donna incapaci di superare la parete che li separa si commuovono fino alle lacrime quando partecipano a una storia d’amore felice o infelice di una coppia dello schermo. Per molte coppie il vedere queste storie sullo schermo è l’unica occasione di sentire l’amore – non tra loro, ma assieme, come spettatori d’amore degli altri. Finché l’amore è un sogno ad occhi aperti possono parteciparvi; ma non appena diventa una realtà tra due persone vere si agghiacciano. 

Tuttavia, sebbene Fromm ci abbia insegnato più di quanto potessimo sperare di intuire su un mistero così profondo come l’amore, resta il fatto che continueremo ad innamorarci senza capirci niente, e a sbagliare, e a fantasticare nello stesso modo di Rob ascoltando un disco romantico, perché, probabilmente, questo è l’unico modo di vivere tale mistero.

E, così, forse che la chiave di lettura finale del romanzo la troviamo proprio in quel titolo, per certi versi ambiguo: High Fidelity, dove, per fedeltà Horby non intende quel vincolo di devozione nei confronti esclusivamente del partner ma, al contrario, un atto di fede nell’illusione dell’amore. Può darsi, che il segreto sta proprio nel recuperare la dimensione del gioco in amore (non a caso nella parola “illusione” dimora il verbo ludere che significa letteralmente “stare nel gioco”), nel ritornare bambini, quando il velo sulle illusioni non è ancora caduto ed è più facile pronunciare le fatidiche parole “non ci lasceremo mai, mai e poi mai”.

Giusy Nardulli

 

 

Fonte: FrammentiRivista del 22 gennaio 2021

Giusy Nardulli

Nasce nel 1993 a Gravina in Puglia. Dopo la laurea in filosofia, lavora con i bambini del cui mondo si innamora insieme ai libri, le illustrazioni, le domeniche pomeriggio a scoprire “nonluoghi” con i suoi amici e i riti delle tisane.

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