Tra rappresentazione, propaganda e nuove liturgie morali del cinema contemporaneo

«Hollywood e la nuova morale»

Dal mito americano ai protocolli dell’inclusione: come il cinema occidentale ha trasformato identità, consenso e rappresentazione in una questione culturale globale

Redazione Inchiostronero

Nota redazionale

Hollywood non è mai stata soltanto un’industria cinematografica. Per oltre un secolo ha costruito miti politici, modelli culturali, linguaggi morali e immaginari collettivi capaci di influenzare il mondo intero. Oggi, però, il cinema americano sembra attraversato da una trasformazione più profonda: non racconta soltanto storie, ma gestisce identità, sensibilità e conflitti simbolici propri dell’Occidente contemporaneo. Questo saggio non intende né demonizzare né celebrare tali cambiamenti, ma osservarli come sintomo culturale di un’epoca in cui rappresentazione, consenso e morale tendono sempre più a sovrapporsi.

«Il cinema non mostra mai soltanto ciò che una società sogna.

Mostra anche ciò che teme.»

Il set dove nessuno improvvisa più

Le luci del set si abbassano lentamente. Un assistente chiede silenzio. I tecnici arretrano oltre il fascio dei riflettori mentre due attori restano immobili al centro della scena, seduti sul bordo di un letto disfatto. Tra pochi secondi dovranno girare una lunga sequenza intima: un bacio, mani che si cercano, corpi che si avvicinano, una simulazione sessuale destinata a diventare uno dei momenti centrali della serie.

Ma prima che la macchina da presa inizi a girare, interviene una donna con un tablet in mano. Non è la regista. Non è nemmeno la sceneggiatrice. È l’intimacy coordinator, una figura ormai abituale nelle grandi produzioni cinematografiche e televisive occidentali. Controlla che ogni gesto concordato durante le prove venga rispettato. Dove finirà la mano dell’attore. Quanto durerà il bacio. Quali parti del corpo potranno essere toccate. Quali no. Nulla deve essere lasciato all’improvvisazione.

Poco distante, un consulente per l’inclusione discute con la produzione alcune battute considerate potenzialmente ambigue. Un supervisore linguistico verifica che determinate espressioni non possano essere interpretate come offensive verso minoranze etniche o sessuali. Nel frattempo, il reparto casting aggiorna le percentuali relative alla rappresentazione identitaria all’interno della troupe e dei personaggi secondari. In alcune produzioni americane esistono ormai veri e propri protocolli statistici dedicati alla diversità etnica, di genere e orientamento sessuale, soprattutto dopo l’introduzione dei nuovi standard inclusivi dell’Academy Awards.

La scena d’amore, un tempo simbolo stesso dell’imprevedibilità del cinema, appare ora quasi coreografata come una sequenza militare. Ogni movimento viene anticipato, verbalizzato, autorizzato. Persino l’emozione sembra dover attraversare un sistema di approvazioni preventive.

Eppure sarebbe troppo semplice liquidare tutto questo come una semplice deriva ideologica. Le nuove figure professionali nate a Hollywood non sono emerse dal nulla. Dietro la loro comparsa si accumulano anni di scandali, denunce, accuse di molestie e conflitti culturali esplosi pubblicamente dopo il caso Harvey Weinstein e il movimento #MeToo. Attrici e attori raccontarono di essersi trovati per anni costretti a girare scene intime senza reali strumenti di tutela, spesso sottoposti a pressioni psicologiche o a rapporti di potere difficili da contestare. L’industria cinematografica reagì costruendo nuove forme di controllo.

Ma il punto centrale è forse un altro. Hollywood non produce più soltanto immagini. Produce protocolli morali.

Per oltre un secolo il cinema americano ha costruito miti, eroi, desideri collettivi, paure geopolitiche e modelli culturali esportati nel mondo intero. Oggi, però, accanto ai registi e agli sceneggiatori, si muove una nuova costellazione di figure incaricate non tanto di raccontare una storia, quanto di vigilare sulla sua correttezza simbolica.

Il cambiamento è enorme. E pone una domanda che riguarda non soltanto il cinema, ma l’intero immaginario occidentale contemporaneo: come si è arrivati da Casablanca e Top Gun a un’industria dove identità, rappresentazione e consenso vengono monitorati quasi burocraticamente?

Hollywood e il mito americano — Quando il cinema costruiva l’Occidente

Per comprendere la trasformazione morale e simbolica del cinema contemporaneo bisogna tornare indietro, nel momento in cui Hollywood divenne qualcosa di molto più grande di una semplice industria dell’intrattenimento. Nel corso del Novecento, e soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, il cinema americano si trasformò nella più potente macchina narrativa mai costruita dall’Occidente.

Gli Stati Uniti uscivano dal conflitto come vincitori militari, potenza economica e centro dell’immaginario globale. L’Europa era devastata. Le vecchie capitali culturali del continente avevano perso centralità. Hollywood occupò quel vuoto non soltanto con i propri film, ma con una visione del mondo.

Fu allora che nacque il grande mito americano esportato su scala planetaria.

Il cowboy che attraversa il deserto portando ordine nella frontiera. Il detective solitario che combatte il crimine nella metropoli corrotta. Il marine che sacrifica la propria vita per salvare i compagni. L’astronauta che spinge l’umanità oltre i confini della Terra. Figure diverse, ma unite da una stessa struttura narrativa: l’americano come uomo dell’azione, della libertà e della responsabilità morale.

Hollywood non obbligava a credere nell’America: la rendeva desiderabile.

Milioni di spettatori europei, asiatici e latinoamericani non vedevano soltanto film. Assorbivano inconsapevolmente un modello di civiltà. Le automobili, i diner illuminati nella notte, le città verticali, il culto dell’individuo, il linguaggio della libertà personale: tutto contribuiva a costruire un’immagine seducente degli Stati Uniti come centro della modernità occidentale.

Durante la Guerra fredda questa funzione divenne ancora più evidente. Il cinema americano contribuì a rafforzare l’idea di un “mondo libero” contrapposto al blocco sovietico. Nei western, nei thriller politici, nei film di guerra e perfino nella fantascienza si ripeteva spesso la stessa struttura simbolica: da una parte la libertà individuale, dall’altra la minaccia totalitaria, l’invasione, il controllo collettivo, il nemico invisibile.

Non sempre si trattava di propaganda esplicita. Proprio qui risiedeva la forza di Hollywood. L’ideologia veniva incorporata dentro la narrazione, trasformata in emozione, spettacolo, identificazione psicologica.

In molti casi esistette anche una collaborazione concreta tra l’industria cinematografica e il Pentagono. Le forze armate americane concessero spesso aerei, portaerei, basi militari, mezzi e consulenze tecniche alle produzioni considerate favorevoli all’immagine dell’esercito statunitense. In cambio, il Dipartimento della Difesa poteva esercitare un’influenza indiretta sulle sceneggiature, chiedendo modifiche o eliminazioni di scene giudicate dannose.

Film come Top Gun divennero veri fenomeni culturali. Dopo la sua uscita, la marina americana registrò un aumento significativo delle richieste di arruolamento, segno di quanto il cinema potesse incidere sull’immaginario collettivo ben oltre il semplice intrattenimento.

Ma sarebbe un errore ridurre Hollywood a una semplice fabbrica propagandistica controllata dall’alto. La sua forza derivava anche dalla capacità di fondere interessi economici, desideri popolari e narrazione nazionale in qualcosa di più sottile e potente.

Il cinema americano non esportava soltanto storie. Esportava un’idea dell’uomo, della libertà, del successo e persino del bene e del male. In altre parole, esportava una visione dell’Occidente stesso.

L’altra faccia dello schermo — Quando Hollywood accusò l’America

Jane Fonda contro la guerra del Vietnam

Eppure, proprio mentre Hollywood contribuiva a costruire il mito dell’Occidente americano, lo stesso cinema iniziava lentamente a incrinarlo dall’interno. È questa la contraddizione che rende il rapporto tra Hollywood e il potere molto più complesso di qualsiasi teoria semplicistica sulla propaganda.

Perché l’industria che aveva glorificato il soldato americano fu anche quella che mostrò il trauma morale del Vietnam. La stessa macchina narrativa che aveva celebrato l’eroe liberatore mise in scena corruzione politica, follia militare, manipolazione dell’opinione pubblica e devastazione psicologica dei veterani.

Dopo la guerra del Vietnam qualcosa si spezzò nell’immaginario americano. Per la prima volta una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale iniziò a guardare con sospetto l’idea stessa degli Stati Uniti come forza esclusivamente benefica. Hollywood intercettò quella crisi e la trasformò in cinema.

Apocalypse Now non raccontava semplicemente una guerra. Mostrava la discesa nell’oscurità morale di un impero incapace di distinguere civiltà e barbarie. La giungla vietnamita diventava quasi un paesaggio mentale, il luogo in cui la presunta superiorità occidentale perdeva progressivamente ogni certezza.

Pochi anni dopo, Platoon di Oliver Stone distruggeva definitivamente la retorica eroica della guerra americana. Non esistevano più soldati perfetti o missioni gloriose: soltanto paura, brutalità, giovani uomini consumati dalla violenza e una macchina militare incapace di comprendere il conflitto che stava combattendo.

Lo stesso Stone proseguì questo percorso con Born on the Fourth of July, trasformando il patriottismo americano in tragedia personale. Il protagonista non tornava dalla guerra come eroe, ma come uomo mutilato, abbandonato e progressivamente disilluso verso il proprio paese.

Anche negli anni successivi Hollywood continuò a produrre opere profondamente critiche verso il potere americano. Syriana mostrò l’intreccio ambiguo tra petrolio, intelligence, interessi economici e geopolitica mediorientale. Altri film affrontarono torture, guerre preventive, manipolazione mediatica e alienazione dei reduci delle guerre in Iraq e Afghanistan.

È qui che emerge il vero paradosso hollywoodiano: Hollywood è sempre stata propaganda e autocritica contemporaneamente.

Gli imperi maturi non si limitano a celebrarsi. Mettono in scena anche le proprie colpe.

Ed è forse proprio questa capacità di autocritica ad aver reso il cinema americano culturalmente più forte di molte altre propagande storiche. L’Unione Sovietica produceva soprattutto cinema celebrativo. Hollywood, invece, riusciva a incorporare persino il dissenso dentro il proprio sistema narrativo.

Naturalmente anche questa autocritica aveva dei limiti. Raramente il cinema americano arrivò a mettere in discussione l’intera struttura geopolitica degli Stati Uniti. Più spesso criticava gli eccessi, gli errori, le degenerazioni morali o le guerre fallimentari, mantenendo però intatto il quadro generale dell’America come spazio ultimo di libertà e redenzione.

Ma proprio questa ambivalenza preparò il terreno alla trasformazione successiva. Perché un’industria culturale abituata a interrogare continuamente se stessa avrebbe finito, prima o poi, per mettere sotto processo non soltanto la politica americana, ma l’intera struttura morale e identitaria dell’Occidente contemporaneo.

La nascita del nuovo cinema morale — #MeToo, inclusione e controllo simbolico

La vera trasformazione del cinema occidentale non nasce però dalla geopolitica, bensì dalla crisi morale interna dell’industria stessa. Per decenni Hollywood aveva raccontato eroi impeccabili sullo schermo mentre, dietro le quinte, proteggeva spesso sistemi di potere opachi, ricatti sessuali, abusi e discriminazioni che molti consideravano parte inevitabile del mondo dello spettacolo.

L’esplosione del caso Harvey Weinstein nel 2017 aprì improvvisamente una frattura enorme. Decine di attrici accusarono il produttore di molestie, intimidazioni e violenze sessuali protratte per anni nel silenzio generale. Ma Weinstein divenne rapidamente qualcosa di più di un singolo scandalo: il simbolo di un intero sistema accusato di aver normalizzato rapporti di forza tossici all’interno dell’industria cinematografica.

Da quella vicenda nacque il movimento #MeToo, che si diffuse ben oltre Hollywood, investendo media, università, politica e grandi aziende occidentali. Nel cinema, tuttavia, l’impatto fu particolarmente radicale, perché colpiva il cuore stesso della produzione delle immagini: il corpo, il desiderio, il potere e la rappresentazione.

Fu allora che iniziarono a comparire nuove figure professionali destinate a ridefinire il funzionamento dei set cinematografici.

L’intimacy coordinator divenne responsabile delle scene intime e sessuali. Il suo compito consiste nel negoziare preventivamente i limiti fisici tra gli attori, stabilire coreografie precise, evitare pressioni psicologiche e garantire che ogni contatto avvenga in modo consensuale e concordato. Una scena di nudo o di sesso viene oggi preparata quasi come una scena d’azione: movimenti, tempi, inquadrature e contatti vengono pianificati in anticipo.

Accanto a questa figura si svilupparono altri ruoli legati alla nuova cultura dell’inclusione:

  • diversity manager;
  • inclusion consultant;
  • sensitivity reader;
  • responsabili DEI (Diversity, Equity and Inclusion);
  • consulenti linguistici e culturali.

Il loro obiettivo dichiarato è evitare stereotipi offensivi, discriminazioni inconsapevoli, squilibri sistematici nella rappresentazione etnica o sessuale e contenuti percepiti come degradanti verso minoranze storicamente marginalizzate.

In molti casi queste figure rispondevano a problemi reali. Per decenni Hollywood aveva privilegiato protagonisti bianchi, maschili ed eterosessuali, relegando molte altre categorie a ruoli caricaturali o secondari. Attrici nere, attori asiatici, interpreti omosessuali o persone disabili denunciarono a lungo la difficoltà di ottenere ruoli complessi e centrali.

La nuova cultura inclusiva nacque dunque anche come tentativo di correggere squilibri storici radicati nell’industria.

Ma è proprio qui che il dibattito contemporaneo si fa più controverso.

Perché col tempo il linguaggio dell’inclusione iniziò a trasformarsi progressivamente in un sistema di monitoraggio simbolico sempre più esteso. Le grandi produzioni americane cominciarono a utilizzare standard identitari, statistiche etniche, protocolli linguistici e criteri di rappresentazione destinati a verificare la composizione del cast e della troupe. Gli stessi Academy of Motion Picture Arts and Sciences introdussero nuovi standard di inclusione per concorrere alla categoria di Miglior Film agli Oscar.

Parallelamente aumentò la pressione culturale esercitata dai social network. Una battuta considerata offensiva, un personaggio giudicato stereotipato o un casting ritenuto poco inclusivo potevano generare polemiche globali nel giro di poche ore. Di conseguenza molte produzioni iniziarono a sviluppare una crescente prudenza preventiva.

Il cinema contemporaneo non teme più la censura dello Stato. Teme la reazione morale del pubblico digitale.

È in questo clima che nascono fenomeni sempre più discussi: riscrittura di personaggi classici, attenzione ossessiva alla rappresentazione identitaria, controllo del linguaggio, revisione di opere del passato e crescente paura dell’ambiguità narrativa.

Il risultato è un cinema che spesso appare attraversato da una tensione continua: da un lato il tentativo legittimo di rendere l’industria più inclusiva e meno abusiva; dall’altro il rischio che la rappresentazione si trasformi in una sorta di burocrazia morale dove ogni scelta artistica deve essere preventivamente validata sul piano simbolico e ideologico.

Ed è proprio dentro questa tensione che si divide oggi il pubblico occidentale.

Inclusione o burocrazia identitaria? — Il conflitto che divide il pubblico

È a questo punto che il dibattito sul cinema contemporaneo smette di essere una questione puramente industriale e diventa uno scontro culturale molto più profondo. Perché il problema non riguarda soltanto chi venga rappresentato sullo schermo, ma il modo stesso in cui il pubblico percepisce la narrazione.

Da un lato esiste una richiesta reale di cambiamento. Per decenni molte categorie sociali sono state raccontate attraverso stereotipi semplicistici o marginali. Le donne spesso ridotte a figure decorative. I personaggi neri confinati in ruoli secondari. Gli omosessuali rappresentati caricaturalmente. Gli asiatici trasformati in macchiette esotiche o minacciose. Per una parte crescente del pubblico occidentale, vedere protagonisti più eterogenei significa semplicemente riconoscere una società che nel frattempo è cambiata.

In questo senso il cinema inclusivo ha avuto anche effetti positivi. Ha aperto spazi professionali prima quasi inaccessibili, ampliato le possibilità narrative e permesso a molte minoranze di vedersi rappresentate in modo meno degradante o folkloristico.

Non sorprende quindi che alcuni film e serie costruiti attorno a cast molto diversificati abbiano ottenuto enorme successo globale. Il pubblico contemporaneo, soprattutto quello più giovane e internazionale, spesso considera naturale vedere sullo schermo una pluralità etnica, culturale e sessuale molto più ampia rispetto al passato.

Non sorprende quindi che alcuni film e serie costruiti attorno a cast molto diversificati abbiano ottenuto enorme successo globale. Il pubblico contemporaneo, soprattutto quello più giovane e internazionale, spesso considera naturale vedere sullo schermo una pluralità etnica, culturale e sessuale molto più ampia rispetto al passato.

Il cinema contemporaneo, inoltre, non nasce più soltanto per il pubblico americano. Deve essere esportabile, compatibile e culturalmente gestibile su scala globale. Le grandi piattaforme streaming e i grandi studios producono opere destinate simultaneamente a spettatori europei, asiatici, latinoamericani e mediorientali. Anche per questo la rappresentazione identitaria è diventata una questione sempre più centrale nell’industria audiovisiva contemporanea

Il problema nasce quando la rappresentazione smette di apparire organica alla storia e viene percepita come un obbligo ideologico.

È qui che compare una delle accuse più frequenti rivolte al cinema contemporaneo: la sensazione che alcuni personaggi non esistano più come individui complessi, ma come simboli costruiti per soddisfare criteri identitari. Non persone, ma funzioni rappresentative. Non caratteri narrativi, ma categorie sociologiche.

Molti spettatori avvertono allora una forma di artificialità crescente. La sceneggiatura sembra procedere non secondo la logica interna del racconto, ma secondo un equilibrio preventivo di quote, sensibilità e messaggi morali. Ogni personaggio deve rappresentare qualcosa. Ogni dialogo deve evitare rischi. Ogni conflitto deve essere filtrato attraverso la paura della polemica pubblica.

Nasce così quella che alcuni critici definiscono “contabilità identitaria”: una sorta di misurazione permanente della rappresentazione etnica, sessuale e culturale all’interno delle opere audiovisive.

Anche il tema del botteghino riflette questa frattura. Alcuni prodotti fortemente inclusivi hanno ottenuto risultati economici enormi, dimostrando che il pubblico non rifiuta affatto la diversità in sé. Altri, invece, sono stati percepiti come costruzioni ideologiche e accolti con freddezza o aperta ostilità. In molti casi il fallimento non sembra derivare dalla presenza di personaggi femminili, neri o LGBT, ma dalla sensazione che la narrazione venga subordinata alla lezione morale.

Lo spettatore accetta di essere emozionato. Molto meno di essere educato.

Ed è probabilmente questo il nodo centrale della crisi culturale contemporanea. Il pubblico moderno appare disposto ad accogliere quasi ogni trasformazione narrativa purché la storia continui a sembrare autentica. Quando invece percepisce che il racconto esiste principalmente per trasmettere un messaggio ideologico, reagisce spesso con rigetto, ironia o stanchezza.

Per questo il conflitto attorno a Hollywood è diventato così acceso. Non riguarda soltanto il cinema, ma il rapporto sempre più fragile tra arte, morale e rappresentazione nell’Occidente contemporaneo.

Conclusione — Hollywood come specchio dell’Occidente inquieto

Alla fine, il vero tema non è Hollywood. Hollywood è soltanto il luogo dove le contraddizioni dell’Occidente diventano visibili prima che altrove. Il cinema americano continua infatti a svolgere la stessa funzione che aveva nel Novecento: trasformare ansie collettive, desideri politici e mutazioni culturali in immagini capaci di raggiungere il mondo intero.

Per questo il cambiamento avvenuto negli ultimi anni non può essere liquidato semplicemente come “moda woke”, propaganda progressista o degenerazione culturale. Dietro le nuove regole morali del cinema contemporaneo si muovono paure molto più profonde.

La paura dell’esclusione.
La paura dell’offesa.
La paura di apparire discriminatori.
La crisi dell’identità occidentale.
La sfiducia verso il passato.
Il bisogno crescente di rappresentazione simbolica.

L’industria cinematografica ha reagito a tutto questo costruendo protocolli, figure professionali, linguaggi controllati, sistemi di verifica e codici morali sempre più dettagliati. È come se l’Occidente contemporaneo tentasse di neutralizzare il conflitto umano trasformandolo in procedura amministrativa.

Ma l’arte ha sempre vissuto anche di ambiguità, istinto, imperfezione e rischio. E forse è proprio qui che nasce il disagio di una parte del pubblico contemporaneo: nella percezione che il cinema stia progressivamente sostituendo la spontaneità della narrazione con una forma di sorveglianza simbolica permanente.

I due attori della scena iniziale stanno ancora recitando il loro bacio sotto lo sguardo dei coordinatori, dei consulenti e dei supervisori. Ogni gesto è stato discusso, autorizzato, verbalizzato. Nulla deve risultare offensivo, ambiguo o incontrollabile.

Ma il vero tema non è il bacio.

È che il cinema contemporaneo sembra non fidarsi più dell’imprevedibilità umana. Non si fida dell’istinto. Non si fida dell’ambiguità. Non si fida nemmeno della possibilità che uno spettatore interpreti liberamente ciò che vede.

Per oltre un secolo Hollywood ha raccontato il mito americano, le guerre dell’Occidente, il sogno della libertà individuale e persino le colpe dell’impero statunitense. Oggi racconta soprattutto un’altra cosa: la difficoltà crescente dell’Occidente nel gestire il rapporto tra libertà, identità e morale.

Hollywood continua a raccontare il mondo. Solo che oggi, prima ancora di chiedersi se una storia sia vera, si chiede se sia moralmente corretta.

Ed è forse qui che il cinema contemporaneo rivela la più profonda inquietudine dell’Occidente: non sapere più distinguere tra rappresentare la realtà e correggerla.

Un tempo Hollywood costruiva miti.
Oggi costruisce precauzioni.

La Redazione

 

 

 

 

 

Consigli di lettura

«STORIA DI HOLLYWOOD: NASCITA DI UN MITO»

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia essenziale

  • The New Hollywood — Peter Krämer
  • Hollywood: The Politics of Film — David Burnett
  • Easy Riders, Raging Bulls — Peter Biskind
  • Manufacturing Consent — Noam Chomsky, Edward S. Herman
  • Men, Women, and Chainsaws — Carol J. Clover
  • The Culture Industry — Theodor W. Adorno, Max Horkheimer

 

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