Ogni giorno nuove tappe di un percorso a testa in giù

Effetto struzzo

HORROR FATI, IL RIFIUTO DELLA REALTÀ


Un uomo ottiene di diventare donna per legge senza operazioni chirurgiche o percorsi psicologici, semplicemente perché così vuole. Il suo corpo è un mero accessorio. Adesso ha il diritto legale di essere

Un altro tizio chiede di diventare donna, farsi impiantare l’utero per poter poi abortire

considerato quel che non è. La sentenza del tribunale di Trapani minaccia di provocare una valanga: l’ultima puntata della decostruzione prima dell’esito trans e postumano. Un altro tizio chiede di diventare donna, farsi impiantare l’utero per poter poi abortire. In altri tempi, sarebbero stati affidati agli psicoterapeuti; oggi sono diritti. La Disney – punta avanzata della regressione woke e gender applicata ai bambini – produce una versione di Biancaneve e i sette nani senza principe azzurro (intollerabile eteropatriarcato) con nani – multietnici in omaggio all’ossessione antirazzista e inclusiva – che non sono tali: pare brutto insistere sull’ingiusta bassa statura.

Sentenza storica del Tribunale di Trapani: ok a cambio nome e identità di genere anche senza operazione. Primo caso in Italia

 

 

 

 

 

 

Ogni giorno nuove tappe di un percorso a testa in giù che lascia sbalordito chi guarda il gaio tramonto dell’occidente con gli occhi della realtà.  Diventa senso comune una sorta di horror fati, l’odio per il destino assegnato dalla natura, la tenace volontà di cambiare il corso delle cose, un rancore implacabile per ciò che è. Amor fati era chiamata l’accettazione serena della realtà, la presa d’atto del destino. Marcello Veneziani scrive che “nel senso corrente, il destino è pensato come un crudele gendarme che strappa alla vita inchioda a una sorte. In realtà il destino radica l’essere nell’avvenire, dà senso all’accadere, connette l’esistenza a un disegno e a una persistenza. Essere è avere un destino.”

L’orrore di quel destino, il tentativo di opporvisi con ogni mezzo è una delle caratteristiche dell’umanità contemporanea. Vi è qualcosa di faustiano – una volontà di potenza, di controllo, di superamento di ogni limite – che dimostra come la civiltà greco-romana e cristiana sia giunta al capolinea. L’uomo affida se stesso alla tecnica e alla tecnologia non per migliorare ma per diventare altro da sé. Ciò che è tecnicamente fattibile non è un’opportunità da esplorare e da sottoporre al tribunale dell’etica, della prudenza, del bene e del male, ma un’obbligazione da sperimentare ad ogni costo. Si può, dunque “si deve”, a patto, beninteso, che alimenti un mercato volto al profitto.

il norvegese normodotato si identifica come donna disabile (Immagine: Good Morning Norway)

La decomposizione sociale diventa spappolamento e la scuola – luogo della formazione degli adulti di domani – incoraggia la carriera “alias”, l’identificazione secondo desiderio e capriccio individuale – sempre provvisorio e revocabile – non con il nome, il cognome e le caratteristiche naturali. Si deve dire “il genere attribuito alla nascita”, come se genitori e ostetrici avessero tirato in aria una moneta a testa o croce davanti al neonato. L’ invito di Friedrich Nietzsche “diventa ciò che sei” – il percorso di identificazione che libera e riconosce-  è praticato al contrario. Diventa ciò che vuoi, poiché la natura ti ha rinchiuso in un corpo e in una condizione che hai il diritto di rifiutare, ricreandoli secondo desiderio, arbitrio, ghiribizzo. (è stata pensata solo la scelta del genere non la condizione sociale: “sono povero voglio essere ricco! No, questo i signori di Davos non lo hanno pensato f.d.b.”

L’horror fati, il rancore per ciò che siamo, è connesso a una peculiarità dell’uomo contemporaneo sconosciuta alle passate generazioni: il fastidio di non avere avuto parte nei processi che hanno portato alla nascita. L’uomo occidentale vuole con tutte le sue forze residue essere il creatore di se stesso. Dall’individualismo al soggettivismo a una specie di folle “ioismo”. Una ragazza ha spiegato in un video visto da milioni di persone di aver citato in tribunale i genitori per averla messa al mondo senza chiederle il permesso. Invita le donne incinte – il padre non è contemplato – a consultare un medium per domandare al feto se vuole nascere o meno. Lasciamo a chi legge ogni giudizio, come sulla proposta del Forum Economico Mondiale (Klaus Schwab, Larry Fink, George Soros con figlio omo al seguito e compagnia brutta) di legalizzare, in nome dell’inclusione, sesso e matrimonio con gli animali, scavalcando la barriera della specie.

Kass Theaz fa causa ai genitori per averla fatta nascere senza consenso, ma in realtà… scherzava

L’errore di chi – come noi – prova orrore dinanzi a tutto questo è di limitarsi alla condanna morale. Ovvia, necessaria, ma che non coglie il bersaglio. Tendiamo a ragionare in termini etici, o di morale sessuale. Dante nel V canto della Commedia dice di Semiramide, regina assira, che “a vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta.” Ossia legalizzò ogni suo vizio privato. È ciò che avviene qui e adesso, ma non è affatto una questione di scatenamento dei sensi e degli istinti. Questi sono semmai la chiave per destrutturare l’uomo, distruggendone l’anima razionale e socievole di creatura “politica”, per ridurlo a una massa confusa di pulsioni da soddisfare immediatamente.

Dante incontra anche la regina Semiramide che, dice il poeta, fu così rotta al vizio, che lo rese legittimo per legge. Che libito fé licito in sua legge. (Augusto Valli)

Ciò che sta cambiando rapidissimamente il senso della vita, l’antropologia e l’ontologia della creatura umana, non può essere valutato in termini etici. C’è molto di più. È ben vero che “gli uomini hanno rinnegato Dio, ma così non hanno messo in dubbio la dignità di Dio, bensì la dignità dell’uomo che non può tenersi in piedi senza Dio” (Nikolaj Berdjaev). Il dramma è che siamo oltre: la dignità è concetto sconosciuto e Dio un residuo del passato, da irridere come arretratezza culturale, superata dalla luce accecante della modernità.

La negazione della natura, della verità e della realtà, l’odio per il destino e i limiti, la preferenza per l’artificiale, l’intronizzazione dei desideri, dei capricci, delle utopie, hanno un obiettivo terribile: la fuoriuscita dell’uomo da stesso. Il nuovo crinale, l’ultima, decisiva battaglia, è tra le culture umaniste e i deliri post e transumanisti, il conflitto finale in cui la posta in gioco non è il potere o la vittoria di un’ideologia, ma la persistenza della creatura umana, la specie homo sapiens. Le scosse che avvertiamo, i terremoti quotidiani che riducono in macerie la concezione millenaria di noi stessi e del mondo, sono assestamenti, le tappe di un percorso guidato il cui traguardo intermedio è il transumanesimo, il superamento della creatura umana “naturale “, per ibridarla con la macchina. Cyberuomo più Intelligenza Artificiale più ogni tecnologia presente e futura destinata a invadere il corpo e la mente della massa biochimica detta uomo.

 

 

 

 

 

 

Un transito, rivela il prefisso, giacché “trans” è ciò che attraversa per approdare altrove, a una condizione distinta da quella iniziale. L’obiettivo finale è il post uomo, la costruzione/creazione di una specie nuova. Di qui il discredito, il vero e proprio orrore – se non odio – nei confronti della natura e delle sue leggi, a cui è dato il nome riduttivo di biologia. Una trans e post umanità tecnicizzata, ibrida, da cui espellere il pensiero libero e la retta ragione, da assoggettare alla più stretta sorveglianza attraverso dispositivi artificiali controllati, posseduti da una ristretta oligarchia di cui tutti diventiamo schiavi, oggetti, api operaie di un alveare. L’Intelligenza Artificiale è sinora controllata da alcuni uomini. Domani il biopotere e la biocrazia – potere sulla vita – potrebbero sfuggire dalle mani dei dottori Frankenstein postmoderni(1).  Il rischio deve essere serio, se l’allarme è stato suonato da un gran numero di scienziati addetti ai lavori. Apparati di intelligenza artificiale pronunciano omelie, dirigono orchestre e assicurano orgogliosi che saranno presto in grado di fare tutto meglio di noi, incluso governare al posto degli umani.

Spaventa il silenzio degli innocenti – noi – l’afasia del milieu culturale, in gran parte di servizio, l’inazione del potere politico, privato di capacità di decisione, screditato agli occhi dell’opinione pubblica. Un’altra operazione voluta e perseguita dall’oligarchia dominante, a cui il ceto politico si presta volentieri in cambio di privilegi. Tra le macerie, vince il potere, che diventa Leviatano, unica entità in grado di dirigere una (dis)società transitata ormai dallo stato liquido (Bauman) a quello gassoso.

Distruzione del Leviatano, incisione del 1865 di Gustave Doré.

Siamo alle fasi iniziali della sfida decisiva: la lotta tra chi sostiene l’avanzamento tecnologico illimitato, chiamato progresso per impedire il dibattito, e chi è convinto che servano limiti – morali, politici, materiali, e che la barriera invalicabile sia il rispetto della natura e della persona umana. Il terreno di scontro è biopolitico, il controllo della vita, del corpo, del pensiero. Chi, come stabilirà che cosa introdurre nel nostro organismo per ridisegnarlo, modificarlo, ibridarlo con la macchina? Che ne sarà del nostro cervello, del libero arbitrio, come vivremo, che cosa mangeremo? Prodotti naturali o artificiali? Diventeremo OGM, organismi geneticamente modificati? Che cosa significheranno uomo, persona, mente, libertà?

Ludwig Feuerbach

Stiamo vivendo un passaggio decisivo in cui la modernità postera di se stessa getta la maschera e disvela il volto. È il primato del divenire sull’essere, la lotta prometeica contro il destino e la natura. Offeso di non essere il creatore di se stesso, l’uomo decreta la vittoria di Eraclito: tutto scorre, panta rei, l’acqua del fiume non è mai la stessa. In principio era il Logos, il Verbo, la ragione rischiarata dalla trascendenza che sconfigge il Caos. Poi irruppe Faust, febbrile indagatore della conoscenza, e il primato passò al fare. Im Anfang war die Tat, in principio era l’Azione. Dovette esserne influenzato Marx, inaugurando la filosofia della prassi tesa a cambiare il mondo, con l’XI Tesi su Feuerbach. Suona la tromba della modernità sulla musica della rivoluzione: i filosofi hanno finora interpretato il mondo, si tratta ora di trasformarlo, ordinava l’uomo di Treviri.

Il tragitto è compiuto. Non ci chiediamo più se qualcosa è bene o male, giusto o sbagliato, ma se è “tecnicamente” possibile, fattibile e profittevole. L’alchimista postmoderno non tramuta più la pietra in oro, trasforma, modifica, trascende la materia per ricrearla. Trans-forma, ovvero ridisegna, rielabora, forgia un mondo continuamente mutante, la cui corsa somiglia a quella di un treno senza macchinista.

Stiamo vivendo nell’incoscienza del pensiero una rivoluzione radicale che cambia senso e destino dell’umanità. È una rivoluzione in marcia verso la neutralizzazione delle identità e delle differenze originarie, la rimozione della natura, la vanificazione degli assetti, ruoli e rapporti su cui si fonda l’umanità: la famiglia, i sessi, la procreazione. Alla radice c’è l’ horror fati, l’orrore e il rigetto di ciò che siamo per natura.

La lotta contro il destino non risparmia alcuno: donna o uomo si diventa, la scelta è soggettiva, revocabile. Se salta il ticchio, si è italiani la mattina, cosmopoliti a pranzo e americani verso sera. Per l’orientamento sessuale, ampio ventaglio di scelte, i sessi sono tre o trentatré e possiamo sperimentarli a piacimento, pattinare tra i generi.

Ci autocreiamo, ma non siamo fabbri di noi stessi, piuttosto clienti della tecnica, transgender a vita, secondo moda e preferenza. Il destino è sostituito dal progresso, che però delude, un’aspettativa ansiosa, differita. Meglio l’istante, il moto perpetuo, il frammento, l’ermafrodito globale che si tras-forma, tras-ferisce e tras-corre. Tutto fluisce nel transito, si attraversa mascherati e cangianti un’autostrada eternamente in costruzione, ogni metro un’uscita e una deviazione; l’essenziale è pagare il pedaggio. Conta solo il viaggio, l’origine fa rabbia perché non l’abbiamo scelta “liberamente”.

Siamo nomadi in perenne transito anche senza muoverci, naviganti nell’oceano virtuale, uno, nessuno e centomila, mutanti e trans perfetti. Sgomentano l’insuperabile provvisorietà e l’assoluta novità di questo tempo. Si va, si attraversa, si penetrano muri, si rimuovono ostacoli creando rovine, ingombrando la strada di detriti in una corsa fine a se stessa. O meglio, il fine è l’ibridazione con l’artificiale, la macchina, il prodotto tecnico.

È la fine dell’umanità come l’hanno intesa tutte le precedenti generazioni, il tornante di una svolta epocale, una strada a senso unico dalla quale difficilmente si potrà ritrovare la via del ritorno. Andare oltre l’uomo, trascenderlo e trasformarlo in una specie nuova, trans e infine post- umana.

Homo sum, humani nihil a me alienum puto, scrisse il romano Terenzio in tempo di amor fati. Sono un uomo, nulla di umano mi è estraneo. Che dirà l’Intelligenza Artificiale dell’uomo odiatore del suo destino?

Roberto PECCHIOLI

 

 

 

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