È sempre più forte la voglia di passare al bosco e interrompere ogni relazione con il mondo

 

I CANI DI PIACENZA, I PADRI DI VIAREGGIO


È sempre più forte la voglia di passare al bosco e interrompere ogni relazione con il mondo. Impossibile: non ci sono più zone franche, territori liberi in cui dimenticare, o almeno tenere a distanza lo spirito dei tempi. Si vedono e leggono cose che dovrebbero far rabbrividire, ma non cambia nulla. Il piano si inclina sempre più verso il basso nell’indifferenza generale. A Piacenza il quotidiano locale ha rivelato – statistiche alla mano –  che nella città emiliana sono più numerosi i cani dei bambini. (1)Analoghi risultati sono stati segnalati da tempo a Madrid – una metropoli tra le più vivaci d’Europa – e la situazione è simile ovunque, in Italia, in Europa e nell’Occidente in agonia. È sotto gli occhi di tutti la fine imminente per estinzione biologica, ma popoli accecati da troppa luce non vogliono vedere. I sordi non sentono le campane a martello e se udissero, chiamerebbero i vigili per disturbo della quiete pubblica.

CULLE VUOTE, CUCCE PIENE

In questi giorni l’Istat ha diffuso statistiche funeree: è così da anni, a ogni rilevamento cala il numero delle nascite ed è polverizzato il primato negativo dell’anno precedente. Il nuovo governo aveva promesso politiche nataliste che si sta rapidamente rimangiando, almeno nella parte relativa alle provvidenze fiscali per le famiglie. Potente cavaliere è Don Denaro, il quinto dell’Apocalisse dopo carestia, morte, pestilenza e guerra. L’umanità stanziata nella terra del tramonto, l’Occidente, si avvia all’ultima generazione. Non c’è possibilità di cambiare la tendenza senza modificare i fondamenti di una cultura malata di odio di sé. Si può soltanto gridare nel deserto come Giovanni Battista, che però annunciava un salvatore.

Ci sono due temi che assicurano impopolarità a chi li affronta da posizioni non conformiste: quello dell’aborto e – ahimè – quello degli animali. Lo abbiamo sperimentato in molte occasioni pubbliche. Se l’aborto – anzi l’interruzione volontaria di gravidanza, gentile, neutra, libertaria locuzione che diventa il burocratico acronimo sanitario IVG – è ormai una sorta di religione laica (oltreché una delle cause materiali della denatalità dilagante) il rapporto con gli animali “da compagnia” è talmente cambiato da rendere impossibile una riflessione sul tema non infarcito dall’ accusa di odiare le bestiole e da altre banalità.

Fatto sta che per strada vediamo più animali che bambini e nessuno si interroga su un fenomeno che sta cambiando le nostre vite. Intanto, la distruzione della figura paterna continua a passi da gigante: a Viareggio una direttrice di scuola elementare ha vietato la festa del papà per “non offendere i bambini che un babbo non ce l’hanno”. Nell’immediato, l’offesa l’ha fatta a tutti gli altri scolari e ai loro padri, privandoli di una (rara) occasione di convivialità e comunità. Più in generale è la conferma che il padre, il grande sconfitto della contemporaneità, diventa sempre più una figurina sullo sfondo, inutile, mal sopportato, attore non protagonista nella vita dei figli e perfino nella scelta di metterli al mondo. Poiché ci avviamo a considerare l’aborto un “diritto fondamentale” – riservato alla metà del genere umano, anzi alle sole donne in età fertile – nulla conta l’opinione di chi ha fornito la metà del patrimonio genetico delle cellule fastidiose che è diritto universale, pagato con denaro pubblico, estirpare per volontà sovrana della non-madre.

Parole pesanti le nostre, che scatenano la forte disapprovazione, l’insulto di chi ascolta o legge. È lo spirito dei tempi: il Titanic non si può più fermare, l’inerzia lo spinge contro l’iceberg e la rotta non può essere invertita. La bussola è impazzita.

L’Italia che fa sempre meno figli: dal baby boom al calo del 60%

Contemporaneamente, generazioni sempre meno numerose si trasformano in felici raccoglitrici di deiezioni canine; pochi tra loro dedicherebbero uguale attenzione ai conspecifici malati, bisognosi o in difficoltà. Viene da chiedersi se non siano diventati gli schiavi degli animali di casa. Sappiamo di giovani coppie che decidono di acquistare un animale anziché mettere al mondo un figlio “umano”. Eh sì, perché i nostri beniamini a quattro zampe sono diventati figli surrogati e i loro proprietari (un termine che aborrono) dichiarano di amarli come tali. Ci chiediamo se abbia senso rivendicare la supremazia della creatura umana rispetto all’animale. In alcuni Stati si promulgano leggi che attribuiscono diritti “umani” ai primati superiori, e si diffonde l’ideologia “antispecista”, per la quale non sussiste differenza sostanziale tra l’uomo e le altre creature viventi e senzienti.

Un amico ci faceva notare che gli animali non tradiscono, non organizzano olocausti e non istituiscono gulag. Vero, tuttavia non ne conosciamo alcuno che abbia scritto l’Odissea, dipinto la Gioconda, inventato la matematica o costruito la macchina a vapore. L’umanesimo si sta rovesciando nel suo contrario: non ci accorgiamo che i padroni del mondo ci vogliono come stiamo diventando. Bisognava, innanzitutto, demolire il padre, ossia la guida e la legge, oltreché il simbolo della continuità tra le generazioni. Hanno cancellato il Padre eterno, che non esiste e forse non è neppure padre, in odio all’eteropatriracato. Continuano con ogni figura di riferimento, specie il genitore carnale, naturale, ridotto a padre “biologico” e infine a donatore di seme senza diritti. Ultimo passo, la sostituzione con apparati artificiali.

Il risultato è una società disumanizzata in attesa di diventare trans e post umana. Eppure no: non si può estirpare dal cuore dell’essere umano l’amore, la cura, il desiderio potente di vivere con e per qualcuno. Questa è la lezione positiva della presenza massiccia di animali nelle nostre case. Ci hanno tolto il desiderio naturale di dare la vita, producendo un terremoto esistenziale di cui cominciamo a osservare sintomi gravi, tuttavia non riescono (ancora?) a mutarci del tutto. Trattiamo i nostri animali come esseri umani, figli, perché resta nell’anima la nostalgia per la filiazione, il desiderio di non vivere in una totale bolla di egoismo. Compriamo abitini per loro, li preserviamo dalle intemperie, li curiamo come e più dei vecchi che abbandoniamo a se stessi. Fiorisce un ricco mercato commerciale che sostituisce quello dei giocattoli e dei prodotti per l’infanzia, ma in fondo lo scopo finale è lo stesso: amare e essere amati.

Ci hanno indotto l’egoismo, siamo impauriti dalle responsabilità, dal fatto che un figlio è per sempre, che non sappiamo come sarà, se ci farà soffrire o se avrà “successo”. Ma l’uomo resta un essere sociale, ha bisogno di vivere in comunità di affetti. Il modo di vivere freddo, senza sentimenti, fatto solo di dare e avere, la vita a partita doppia scelta per lui – a cui non si è ribellato per conformismo, indifferenza, scarsa riflessione sulle conseguenze – non funziona e non gli piace. In mancanza d’altro, meglio una casa piena di cani, che fanno le feste quando li nutriamo e quando torniamo dal lavoro, che riempiono a loro modo il vuoto gelido di vite solitarie, impaurite, distanziate come ci hanno imposto dal 2020.

Significativamente, il crollo delle nascite si è intensificato in concomitanza con la pandemia: nuove paure, perfino quella di amare. In altri ambiti, disumanizzano ulteriormente l’esistenza proibendo perfino la festa scolastica con i papà. Addolora la certezza che l’improvvida decisione viareggina sia stata accolta da qualche padre con sollievo: un alibi in più per trascurare i figli. Il sentimento paterno – dobbiamo ammetterlo – è affievolito e nelle officine antiumane si lavora attivamente per decostruire anche la figura materna. Troppe giovani donne preferiscono alla maternità la carriera, il successo, la “realizzazione”, che poi altro non è, nella maggioranza dei casi, che un’indipendenza economica pagata a prezzo carissimo. In America, epicentro di tutti i terremoti antropologici, esiste un movimento child-free, donne che escludono la maternità dai loro obiettivi. Disturba l’aggettivo free, libere (dai bambini).

Nonostante tutto, la natura rivuole la sua parte e fa sentire – uomini e donne – l’“orologio biologico”, l’istinto della trasmissione della vita. Allora si fa ogni cosa per averlo, finalmente, quel figlio prima rifiutato. Se non riesce, il figlio si può comprare attraverso l’adozione – un lucroso affare organizzato – meglio ancora si può scegliere con cataloghi online, oppure affidando il concepimento alla tecnica, con l’aiuto – se si è abbienti – di donne povere.(2) La chiamano gestazione solidale, ma è un atto di schiavismo di una società in cui tutto è merce, anche la vita, anche il “materiale biologico”. Per chi non riesce o non può coronare il sogno, ci sono dolore e mancanza, sempre più spesso colmate da un essere a quattro zampe su cui riversare l’amore, la cura che non abbiamo potuto (o voluto) dare a un figlio.

È una società che si sfalda e muore, che, con il pretesto di non offendere, smarrisce le ultime briciole di umanità. Nelle scuole insegnano ai bambini cose orribili, ma si vieta loro di stare qualche ora con i papà. Le motivazioni “buoniste” spiegano la deriva di una società agonizzante. La dirigente scolastica viareggina che ha rimosso dal calendario la giornata del papà ha preso atto della rovina dell’istituto familiare, ma anziché fare qualcosa per rimediare, riunendo bimbi solitari e qualche padre recalcitrante, la aggrava, portando il suo contributo alla distruzione. Non è questo il compito del sistema educativo, ma la decadenza si presenta in mille modi diversi. Senza padri, i pochi sopravvissuti alla falce della società devitalizzata, tenderanno a loro volta a non riprodurre la vita, a non lasciare eredi.

Ci accorgiamo di quel che siamo diventati in occasione delle date che scandivano il tempo, Natale e Pasqua soprattutto. Finito, a molti sconosciuto il significato spirituale, sono semplici occasioni di consumo compulsivo, fastidiosi obblighi da sbrigare in fretta e, per chi si china a riflettere, segni visibili di una solitudine e di un vuoto interiore più gravoso in certi giorni. L’uomo chiuso, distanziato, senza genitori e senza figli, può rifugiarsi nelle dipendenze (il mercato ne offre per ogni gusto, età, portafogli) o cercare terapie palliative. Una sono gli animali, con i quali instauriamo tuttavia una relazione obliqua. Tendiamo a umanizzarli, il che non è giusto per loro, a viziarli, forse anche a pretendere da loro più di quanto possano dare. Colpa di una maledetta società capovolta, fredda come il ghiaccio, violenta nella forma più subdola.

È violenza avere allontanato padri e figli, uomini e donne, avere convinto la maggioranza che non c’è Dio ma solo Io. Il risultato è una caccia al successo, al tornaconto, al piacere, che rende difficilissimo, quasi eroico, compiere consapevolmente l’atto di mettere al mondo figli. Esauriti per sovraccarico piaceri e desideri, resta la vita vuota, la casa vuota, l’impossibilità – sconosciuta ai nostri padri – di riempire il tempo. In fondo, chi ha animali, li ama e li accudisce, si limita a riprodurre con altri mezzi il modello “umano” di ieri. Una raggelante sconfitta esistenziale dell’orgoglioso homo sapiens occidentale, genitore surrogato di “figli non umani”. L’ultimo chiuda la porta.

Roberto PECCHIOLI

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«CULLE VUOTE, CUCCE PIENE»

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