Una nuova protagonista femminile, coraggiosa e ribelle, entra nel giallo italiano. Si chiama Clara Simon, è una giovane «mezzosangue», e vuole diventare la prima giornalista investigativa italiana nella Cagliari di inizio Novecento

Una nuova protagonista femminile, coraggiosa e ribelle, entra nel giallo italiano. Si chiama Clara Simon, è una giovane «mezzosangue», e vuole diventare la prima giornalista investigativa italiana nella Cagliari di inizio Novecento. Francesco Abate ricostruisce una città esotica e inedita, dalle saline al Bagno penale, dal bordello al teatro dell’opera alla spiaggia del Poetto. Una città avvolta da un’atmosfera da feuilleton, che ci cattura e sconvolge con i suoi oscuri segreti.

Clara Simon, una bella donna, dai tratti orientali. Figlia di una donna cinese di umili origini, e di un capitano di marina Francesco Paolo Simon. Purtroppo la madre muore di parto, e il padre risulta disperso in guerra. Clara viene cresciuta dal nonno, Ottavio Simon, un uomo molto importante a Cagliari:

“Il cavalier Ottavio Simon, le spalle larghe, un metro e novanta d’altezza, si pizzicò il baffo canuto con pollice e indice destro. (…) siamo una stirpe bizzarra, una famiglia eccentrica, bislacca. Oserei dire che abbiamo incanalato la nostra pazzia nel genio, abbiamo mitigato gli umori neri che ci sono propri per natura con l’ingegno, vinto ogni angoscia lanciandoci nel vuoto delle avventure più perigliose.”

Quest’ultimo nutre per la nipote un affetto smisurato, e non riesce mai a dirle di no, accettando i suoi comportamenti, spesso al limite. Come quello di voler a tutti i costi esercitare il mestiere di giornalista investigativa, che per il periodo è del tutto fuor luogo ed impensabile. Da ciò infatti derivano i guai della nostra protagonista:

“Erano giornate infuocate, di scioperi e proteste per il carovita. (…) alla manifattura si scatenò un tumulto tra le sigaraie, che volevano far valere le proprie ragioni, e chi era pronto a mettersi al soldo dei padroni per non fermare il lavoro. (…) Clara decise di vederci chiaro e nei suoi articoli non si fermò davanti a nulla, riuscendo a scalfire il muro di omertà e portando alla luce la verità. “

Ora sembra più tranquilla, anche se non desiste dai suoi propositi. Quando una sigaraia le comunica la sparizione di molti “piciocus de crobi”, lei non può far finta di nulla. Chi sono costoro? Sono:

“i facchini del mercato e il loro mondo di miseria. Bestioline per lo più orfane o provenienti da famiglie mischinissime”.

Aiutata dal suo amico di infanzia Ugo Fassberger, redattore del giornale in cui scrive, e del tenebroso tenente Rodolfo Saporito, che ha un debole per lei, Clara riuscirà a scoprire cosa sta succedendo in città? In particolare cosa accade durante la notte con celebri personaggi che si riuniscono lontani da occhi indiscreti per mettere in atto quali strane pratiche? La verità è un lungo cammino irto di ostacoli, e questo Clara lo sa molto bene.

Un libro scritto ed elaborato con un taglio giornalistico netto e preciso, che non concede scampo e non si perde in inutili fronzoli, che si legge con piacere e coinvolgimento emotivo. La protagonista, Clara, è sicuramente il punto forza di grande impatto, che suscita non solo interesse per i suoi comportamenti, per la sua intelligenza e per il suo intuito; ma è anche motivo di riflessione su tempi passati dove ad una donna era impedito di scrivere articoli di cronaca nera e meno che mai investigare. Un altro punto di grande forza è l’ambientazione, data dalla città di Cagliari, colta nella sua bellezza intrinseca delle saline, del Bagno penale, del bordello e del teatro dell’opera, alla spiaggia del Poetto, ma anche nel suo lato più oscuro, più miserevole, dove il male esercita tutta la sua forza. Ne consegue una lettura avvincente, di un tempo passato, resa dall’autore con perizia narrativa e ricerca alle fonti precisa e ricca di dettagli importanti. Da gustare con piacere infinito.

La trama del romanzo 

«E per la prima volta fu certa della bontà del gesto che l’aveva portata a perdere i gradi. L’unica giornalista donna della Sardegna era finita in un sottoscala a correggere le bozze di due rubriche di scarso valore per aver osato far venire a galla la verità. Una verità che non era piaciuta a molti.»

Quando una delle sigaraie – le manifatturiere del tabacco – va a chiederle aiuto, Clara Simon non sa che fare. È una bella ragazza, con quegli occhi a mandorla ereditati dalla madre, una cinese del porto che, nonostante le differenze di classe, aveva sposato il capitano di marina Francesco Paolo Simon. Poi però è morta di parto e il marito è finito disperso in guerra. Così, Clara vive con il nonno, uno degli uomini piú in vista di Cagliari, e lavora all’«Unione», anche se non può firmare i pezzi: perché è una donna, e soprattutto perché in passato la sua tensione verso la giustizia e il suo bisogno di verità l’hanno messa nei guai. Ma la sigaraia le spiega che i piciocus de crobi, i miserabili bambini del mercato, stanno scomparendo uno dopo l’altro e, di fronte alla notizia di un piccolo cadavere rinvenuto alla salina, Clara non riesce a soffocare il suo istinto investigativo. Grazie all’aiuto del fedele Ugo Fassberger, redattore al giornale e suo amico d’infanzia, e al tenente dei carabinieri Rodolfo Saporito, napoletano trasferito da poco in città e sensibile al suo fascino, questa ragazza determinata e pronta a difendere i piú deboli attraversa una Cagliari lontana da ogni stereotipo, per svelarne il cuore nero e scellerato.

 

Come inizia

               

    I delitti della salina

   

 

   Le piramidi di salgemma si accesero di rosa. Anche quella mattina di fine agosto concesse ai quarzi di riflettere la luce del sole appena sorto sulle vasche dell’immensa salina, che si infiammò di rosso e ocra.

   Fatta eccezione per qualche cavaliere d’Italia che si aggirava tra gli acquitrini, tutto era immobile, quieto. Dalla spiaggia confinante, a sud, non si sentiva che il lieve sciabordio della risacca. Da nord, il risveglio concitato della città e del suo porto non inquinava la pace di quell’oasi, lontana solo qualche chilometro dai primi casali.

   Lungo i canneti, barriera delle terre salmastre, le bisce non erano ancora uscite dalle tane e le donnole vi avevano appena fatto rientro con il loro bottino di rane, uova e lepri.

   In lontananza, il raglio di un mulo spezzò il silenzio e annunciò da ovest l’arrivo dei detenuti del bagno penale. In fila per due, circa trecento uomini, mansueti quanto bestie da soma, marciavano scortati da una ventina di guardie in divisa coloniale, ben accomodate sui due carri che aprivano e chiudevano la taciturna carovana.

   Il caldo era già asfissiante e le uniformi color cachi dei forzati erano impregnate di sudore.

   Era stata una notte umida e appiccicosa. Ma il vento di scirocco non aveva scalfito i cumuli di sale che i coscritti, una pala a testa, avevano composto nei giorni precedenti, con mano esperta, sotto il sole impietoso e gli attacchi delle zanzare.

   Le suole chiodate degli scarponi fecero cigolare il ponte di legno quando la marmaglia oltrepassò il canale che collegava al mare il grande dedalo di piscine. Un fiume poco profondo, placido e color smeraldo, attraversato ora da tre tartarughe.

   Superato il viadotto, senza che il conducente a cassetta dovesse fare lo sforzo di impartire un comando, come d’abitudine i muli del primo carro lasciarono la strada maestra e si infilarono lungo il sentiero che fiancheggiava le acque del naviglio, dove sonnacchiosa si muoveva una chiatta. A bordo, circa cinquanta operai civili in tuta bianca che ben presto si sarebbero uniti ai lavori.

   I salinieri a terra e quelli imbarcati si salutarono appena, giusto un debole cenno del capo. Solo uno di loro, il piú giovane, gli occhi vispi, a poppa del battello sembrava cercare con impazienza un volto amico nella doppia fila in marcia.

   Il suo entusiasmo fu distratto dal passaggio delle tartarughe che, tagliando la strada alla chiatta, andarono a fermarsi sulla riva e, contendendosi il posto con un gabbiano, presero ad accanirsi su un sacco di stracci, mordicchiandolo.

   Il giovane restò attonito per qualche secondo. Poi mise meglio a fuoco e urlò al timoniere: – Accosta, Dio santissimo, accosta!

   Fu così che, riverso tra il fango e la sabbia, trovarono il cadavere.

   Un corpo piccolo e sgraziato, mezz’ora piú tardi, fu issato su un carro e scortato di gran lena a Cagliari da un drappello di carabinieri a cavallo.

   

1.

 

   – «A Parigi è stato arrestato, in circostanze eccezionali, il feroce assassino del milionario Flement di Tours. Nella Brasserie Talaguas, un giovanotto ha ordinato da bere e ha iniziato a corteggiare le kellerine. Fattasene sedere una accanto, le ha tenuto codesto discorso: “Io, tale e quale mi vedete, ho ucciso un uomo, un milionario, e gli ho portato via parecchie migliaia di franchi. Ma a mia volta sono stato derubato. Peccato, cara signorina, avrei regalato l’intero bottino per i vostri occhi belli!”»

   Distratta da un brusio indistinto che veniva da basso, Clara abbandonò la lettura a voce alta del giornale. Aguzzò l’udito, ma non sentì piú nulla. Sbuffò guardando il porto che si estendeva sotto le sue finestre. Forse quel rumore era la concitazione in arrivo dalle banchine, dove due bastimenti di famiglia si preparavano a levare le ancore, e uno si intravedeva entrare in rada.

   Si schiarì la voce e riprese con avidità a scorrere l’articolo. Le parole rimbombarono nel salone, fra i ritratti degli avi e le poltrone damascate: – «A un segno convenzionale della donna, che teneva a bada con moine il singolare avventore, il padrone della brasserie è corso a chiamare la gendarmeria. Questa è giunta mentre l’uomo misterioso continuava a raccontare le sue gesta, vinto dal fascino degli occhi della kellerina».

   Clara si fermò di nuovo e si domandò perché mai Fassberger avesse voluto testardamente usare un termine tedesco e, inoltre, ben poco in voga, per definire una cameriera: «kellerina». Eppure il pomeriggio precedente lei aveva segnalato al direttore che sarebbe stato piú opportuno preferire l’italiano, o al limite attenersi alla lingua del Paese in cui erano avvenuti i fatti, il francese.

   Non c’era stato nulla da fare, però, i suoi consigli non erano stati presi in considerazione.

   Dal secondo piano del caseggiato, rintocchi secchi e vivaci suonarono la decima ora della mattina, quando un miscuglio di strepiti umani e latrati animali salì prepotente dalle scale. Poi, d’improvviso, il baccano si quietò.

   – Maledetti marinai e maledetto questo palazzo, – imprecò Clara, rinsaldando con fare nervoso la presa sui fogli del quotidiano e cercando la concentrazione necessaria per dedicarsi alla sua grande passione, la seconda, in realtà: leggere a voce alta le notizie del giorno per rivelare errori, sbavature e mancanza di ritmo negli articoli che, seppur in minima parte, erano anche opera sua.

   – Visto che non mi concedono piú di scrivere, che almeno mi si lasci leggere in santa pace, – mugugnò tra i denti. Quindi si schiarì di nuovo la voce e riprese: – «Condotto in sezione, l’omicida ha confessato con un cinismo ributtante, e si è dilettato nel narrare, sin nei dettagli minori, l’assassinio commesso a colpi di martello sul cranio della vittima, come in uno dei piú terrorizzanti racconti di Edgar Allan Poe».

   Clara sorrise, soddisfatta d’essere riuscita a far passare questa finezza – «come in uno dei piú terrorizzanti racconti di Edgar Allan Poe» – sulla prima pagina delle quattro che componevano il quotidiano dei sardi, «L’Unione».

   Poté però gongolarsi per poco, perché dai piani bassi il trambusto lievitò fino a trasformarsi in un baccano non piú ignorabile. Si alzò di scatto, furiosa, buttò il giornale sulla poltrona, lasciò il salone, percorse il lungo corridoio e uscì dal suo appartamento in vestaglia, senza curarsi di essere scalza.

   – Oh, insomma, chi fa tutto questo chiasso? – strillò affacciandosi nella tromba delle scale. Sportasi dalla balaustra, vide il vecchio portiere con accanto il suo cagnetto indemoniato. L’uomo si agitava e urlava contro qualcuno che sbraitava piú di lui, ma che da quella altezza Clara non riusciva a distinguere. Il pinscher nano abbaiava a sostegno del padrone, rendendo incomprensibili le parole dei contendenti e, dunque, la ragione dell’alterco.

   – Serafino! Che succede? – gridò Clara senza essere ascoltata. Il portiere sembrava occupato a respingere un’invasione, mentre il cagnetto, con la furia di un mastino, aveva agganciato un pezzo di stoffa, un logoro e vetusto tendaggio.

   – Santa pazienza! – soffiò Clara scendendo di corsa la prima rampa di scale, per provare a sentire e vedere meglio. La treccia nera in cui aveva annodato con maestria i lunghissimi capelli le percuoteva la schiena, ora a destra ora a sinistra, come il batacchio di un portone.

   A metà strada fra il terzo e il secondo piano di Palazzo Simon, si scontrò con le impiegate in grembiale nero e polsini bianchi che, curiose, avevano disertato gli uffici della società di famiglia ed erano tracimate sullo scalone per assistere dalle ringhiere al manicomio sottostante.

   Clara si fece largo, guizzando verso il primo piano. Lo trovò, oltre che saturo di forti odori, intasato dagli equipaggi appena sbarcati dai vascelli della Compagnia di Navigazione Simon e in attesa di paga allo sportello dell’economato. – Chi è questa madonna? – ebbe il tempo di dire un nocchiere di prima nomina, mentre i veterani si davano di gomito, complici.

   Stufa, Clara scese ancora e trovò posto sul pianerottolo del mezzanino, dal quale ebbe finalmente una buona visuale; capì subito che era meglio svignarsela il piú in fretta possibile.

   – Signorina Simon!

   Accidenti, l’aveva vista.

   Un donnone, in camicia bianca e coprispalle grigio, i capelli raccolti in una grossa cipolla, la additò: – Signorina Simon! Signorina Simon! Siamo qua per lei! Glielo dica, a questo babbuino, di farci passare.

   – Qui non passa nessuno che non sia lavorante, famiglio o iscritto nel registro delle visite. E tu, Sarrana, non sei nulla di tutto ciò, – sentenziò il portiere, mentre il cagnetto si accaniva, ringhiando, sulla lunga gonna di una povera vecchina. Piú che un essere umano, l’anziana donna sembrava un corvo: aveva il volto scuro e incartapecorito, incorniciato da un fazzoletto nero. Immobile come un pennuto impagliato, pareva non far caso né al tormento che le dava la bestiola né alla baraonda.

   – Signorina Simon! La prego, è un caso di estrema necessità!

   Sarrana non si era mai persa d’animo, nella vita. Non si era spaventata alla carica dei carabinieri, l’anno precedente, di fronte ai cancelli della Manifattura dei tabacchi, né al roteare dei bastoni dei crumiri, figurarsi se potevano intimorirla un bisbetico che le arrivava ai fianchi e un topo che neppure le superava i polpacci.

   Clara la guardò impassibile, lasciandosi andare a un commento che, in mezzo a quella confusione, pensava non potesse essere udito: – Mi avete già rovinato l’esistenza in passato…

   – Signorina Simon, non dica così, la prego, le sigaraie della manifattura le saranno grate per sempre, e io con loro.

   – La vostra gratitudine non mi ha salvato da… – Clara si bloccò, realizzando che non era certo davanti a metà dei dipendenti della Compagnia Simon che avrebbe dovuto mettere in piazza i fatti suoi. Fatti che, già da anni, erano abbondantemente sulla bocca di tutti.

   Fu in quell’istante che si rese conto di essere in vestaglia e scalza, alla mercé degli sguardi, degli apprezzamenti, delle risatine e dei commenti della folla assiepata sulle ringhiere.

   A porre fine a quel carosello fu una voce baritonale: – Serafino! Fa’ tacere quella bestiaccia! Oppure, a Natale, il tuo caro Tino ce lo facciamo a suchitu, al posto del coniglio!

   L’immenso cavaliere Ottavio Simon comparve nell’androne e il palazzo piombò nel silenzio.

   In un lampo, contabili, segretarie, telefoniste, dattilografe, capitani e marinai di ogni grado ritornarono dentro gli uffici. Persino Tino mollò la presa e indietreggiò, tremante e con la coda in mezzo alle zampe, per andare ad accucciarsi dietro il deschetto del portinaio, lontano dallo sguardo severo del padrone di tutta la baracca e di buona parte del porto di Cagliari.

   La vecchia lo squadrò. Forse era l’uomo piú alto e massiccio che avesse mai visto. Non fiatò.

   – Signore, vi prego di lasciare il nostro palazzo, – disse in tono pacato ma fermo il cavaliere. A quelle parole Serafino esibì un sorriso carico di soddisfazione, si aggiustò i bordi del gilet liso e guardò Sarrana con aria di sfida, mentre il pinscher osava sbucare oltre i legni, dove si era rintanato, quasi in cerca di rivalsa.

   – Quanto a lei, – proseguí Ottavio Simon levandosi dalla testa canuta il capello a larghe tese e fissando dritto negli occhi il donnone, – sia chiaro che non è per divergenze politiche né per cattiva educazione che la allontano dalla nostra proprietà, ma per la scia di guai che la sua presenza porta inevitabilmente con sé.

   Sarrana serrò le mascelle e indirizzò gli occhi alla balaustra: – Seppure ora vi negate, so che siete entrambi di cuore gentile. E non resterete impassibili davanti alle preghiere di una povera nonna in cerca di aiuto per la scomparsa del nipote, – e indicò la vecchia.

   Clara trasalì, ma riuscì a non farlo trasparire.

   – Ci sono i carabinieri, per questo, – disse il cavaliere.

   – Buoni, quelli, – replicò la donna.

   – Allora, visto che non è sua abitudine rivolgersi al potere costituito, può ricorrere ai suoi cari amici della Camera del lavoro. Non siete forse tutte socialiste, voi sigaraie?

   – Fra le nostre operaie, che si spezzano la schiena a confezionare i suoi amati sigari, c’è anche qualche anarchica. Ma siamo gente perbene, cavalier Simon, e lei lo sa. Se no da anni avremmo mischiato fra i trinciati, le polveri da fiuto e le foglie di tabacco un bel po’ di veleno per topi e avremmo risolto per sempre i nostri conflitti in città.

   Simon si concesse una grassa risata, Serafino si vide costretto a imitarlo, mentre Clara restò stupefatta da quel teatrino.

   – Bene, vi saluto, mie signore, – disse il cavaliere incamminandosi verso i piani alti e lanciando uno sguardo di rimprovero a Clara che, al segnale, si apprestò a risalire.

   – Signorina Simon, lei è una delle principali benefattrici dell’asilo che presto sorgerà dentro la manifattura! – La voce di Sarrana la raggiunse sulle scale. – E so che non resterà insensibile alla mia richiesta di incontrarla. La aspetto domani alle quattro e mezza del pomeriggio davanti all’ingresso dell’«Unione», fortuna vuole che il suo giornale e la nostra fabbrica siano dirimpettai.

   – Non lo faccia! – urlò Clara senza voltarsi, continuando a salire le scale. – E si ricordi che quello non è il mio giornale, la manifattura non è la vostra fabbrica, ed è solo una grande sfortuna che siano l’uno davanti all’altra.

   – Non è l’unico bambino scomparso! Non è l’unico! – furono le ultime parole che Clara udí prima di chiudersi la porta del suo lussuoso appartamento alle spalle.

   

   2.

 

   Le braccia pendenti come due lunghi bambú e le gambe troppo sottili per reggere un busto tanto corto e massiccio: che essere sgraziato! Avevano fatto bene a ribattezzarla Sarrana, perché proprio a una rana dell’acquitrino somigliava, quella sfrontata petulante.

   Durante la sua salutare passeggiata mattutina, Clara non riusciva a scacciare i pensieri che si rincorrevano nella mente come zanzare moleste, dopo il fastidioso incontro del giorno prima con una delle caposquadra della fabbrica di sigari e sigaretti.

   – Non è l’unico bambino scomparso? Ebbene, non è affar mio, – si disse. Aver giocato la carta della giustiziera, brava scema, in passato le era costato caro, e niente avrebbe reso meno pesante il prezzo che ancora stava pagando.

   – Le sigaraie mi saranno grate per sempre? Proprio una bella consolazione. Intanto al giornale, a far da balia letteraria a quei quattro somari, ci sto io. Io finirò i miei giorni a correggere bozze, altro che gratitudine!

   Passò vicino al grande cantiere di fronte al molo maggiore.

   La fabbrica del nuovo palazzo civico era a buon punto. Notò che le sette arcate del porticato erano state ultimate. Imponenti, in pietraforte, guardavano in faccia il porto e di sbieco la stazione ferroviaria, come per dare il benvenuto ai viaggiatori che arrivavano in città. Oppure il bentornato a chi, rientrato dopo anni a Cagliari, si stupiva nel vedere trambusto e magnificenza là dove sino al 1899 c’era stato solo un modesto stabilimento di bibite.

   «Non è l’unico». La voce della sigaraia le batteva con prepotenza in testa.

   Riparata dal candido ombrellino, Clara fu quasi travolta da due ragazzini che, uno con la mano destra e l’altro con la sinistra, reggevano a stento un cesto pieno e correvano a zig-zag.

   – Dannazione! – borbottò contro i due piccoli facchini, e un po’ anche contro sé stessa per non essere riuscita a scacciare dalla mente quell’assillo. «Non è l’unico».

   Si aggiustò un ciuffo che le pendeva sulla fronte, infilandolo sotto le falde del cappellino, e cercò di imporsi di fare ciò che sempre aveva fatto lungo la strada che la portava al Caffè Elvetico degli amici Fassberger: petto in fuori, naso all’insú, osservare e curiosare da brava giornalista. Seppur degradata.

   Il suo sguardo si fissò sul cantiere: la costruzione delle due torri ottagonali andava a rilento. Clara si fermò e si chiese quando sarebbero svettate su ciò che, in quell’istante, le sembrava una torta glassata, piú che un municipio. Stucchevole.

   Secondo il volere dell’architetto Crescentino Caselli, le linee gotiche di scuola catalana dovevano amoreggiare con le rifiniture liberty. Ma nella pratica, di spettanza dell’ingegner Annibale Rigotti, l’innesto risultava pacchiano, intimando nuove soluzioni e ritardando la fine dell’opera.

   Eppure il sindaco Ottone Bacaredda l’aveva promesso: per il 1907, nel giro quindi di meno di due anni, la nuova casa avrebbe accolto i novelli amministratori. E lui ne sarebbe stato a capo, ancora una volta.

   Che raro personaggio, pensò Clara di uno dei migliori alleati del nonno, mentre con fastidio sentiva su di sé gli occhi degli operai. Erano appesi ai tralicci come scimmie. E come scimmie si muovevano rapidi in una foresta di legni, marmi, ferri, vetri che venivano battuti, issati, fusi, trapanati per completare nei tempi il grande edificio. Questo non impediva loro, però, di guardare e commentare.

   Clara stava per perdere la pazienza, in una giornata in cui il suo umore era già dei peggiori.

   La stretta del fiocco sul colletto alto e steccato della camicia rosa si era fatta insopportabile. I suoi stivaletti bianchi, chiusi con bottoni sin sotto il polpaccio, sbucavano dalla gonna, che lambiva il terreno con un accenno di strascico. Il piede destro ballava nervoso: all’udito le arrivava il mormorio dei giovani muratori. Non ci si sarebbe mai abituata.

   Ogni sua passeggiata era sempre stata accompagnata da quel ronzio. A partire dall’infanzia, poi al ginnasio, fino al liceo in piazzetta Dettori, a pochi passi da Palazzo Simon.

   Al di là del nonno, Clara aveva potuto contare solo su Ugo Fassberger, sulla cara compagna Emma Mereu – da due anni trasferitasi per studio a Torino –, e sulla complicità velata del rione del porto.

   Il resto della città l’aveva scartata, nonostante appartenesse a una famiglia borghese. E la questione, seppur con dolore, si sarebbe potuta chiudere lí. Era la reiterazione delle malevolenze a farle ribollire il sangue nelle vene.

   Da ragazzina avrebbe voluto dare una bella lezione a metà delle giovinette della sua classe, alle signorine del circolo ippico, a quelle della società del melodramma. In seguito le sarebbe tanto piaciuto dare del filo da torcere alle spelacchiate cornacchie della nobiltà spagnola, al drappello delle mogli, con i volti geometrici e slavati, dei funzionari di governo, approdati in Sardegna per punizione o per fare carriera.

   Ma chi davvero le faceva perdere la ragione era la gran parte delle associate del reale circolo delle lettrici, capeggiato dalla professoressa Maria Vittoria Dessy Pinna, latinista pregiata, eccelsa negli studi quanto nella meschinità. Zia del conte Roberto Cappai Pinna, padrone di una buona fetta di città, aveva costretto Clara al «volontario» ritiro dal cenacolo, quando le era giunta la voce che i potenti Simon erano riusciti a procurarle una scrivania all’«Unione». Una donna giornalista, per di piú un incrocio di razze: era un abominio che andava punito.

   Come se non bastasse, la sua presenza scatenava forti pruriti fra le braghe di virgulti fidanzati e decrepiti mariti della pletora di denigratrici. Bene che le andasse, Clara Simon era una bizzarra e appetitosa mutazione del genere umano femminile. Diversamente, un oltraggio. Imposto a tutti dal vecchio e potentissimo Ottavio Simon.  

   Ora, il fatto che Sarrana le riconoscesse un merito non bastava a consolarla delle angherie passate e presenti.

   «Tanto, lo so, mi si lusinga solo per avere un nuovo favore».

   Ai piedi della fabbrica il brontolio prese corpo, materializzandosi in un commento a voce sostenuta.

   – Cio-Cio-San!

   L’urlo arrivò forte dal ponteggio. Clara si girò di scatto, abbassò l’ombrellino, alzò la testa verso il loggione dei muratori e, invece di indignarsi, regalò loro prima un immenso sorriso, quindi una risata. I suoi occhi divennero fessure impenetrabili, due fossette le comparvero sulle guance ambrate e gli incisivi, un po’ sporgenti, brillarono al sole. Per i ragazzi fu una visione celestiale. Qualcuno rischiò persino di perdere l’equilibrio e cascare giù.

   Seguì un applauso scrosciante, che richiamò l’attenzione dei passanti

   .– Evviva Cio-Cio-San! – si udì dalle impalcature, e subito parti un altro applauso. Clara cercò di individuare il capo. Lo identificò in un bell’uomo sulla trentina, talmente sporco di polvere calcarea da sembrare una statua in canotta e calzoni corti.

   L’operaio accennò un inchino maldestro: – Non si offenda, signorina Simon. Qui tutti la si ammira. Le voci corrono, specie fra noi povera gente. Sicché si sa che Clara Simon è dalla parte dei proletari, dei diseredati, e che tanto si è data da fare contro l’ingiustizia, – disse con un forte accento toscano, allargando le braccia quasi a voler includere nel discorso ogni lavoratore. Poi, abbassando la voce, aggiunse: – E siam popolo che non dimentica.

   Clara provò uno strano sentimento, un misto di orgoglio e commozione.

   – Evviva Cio-Cio-San! – urlò ancora l’uomo.

   – Evviva Cio-Cio-San! – ripeterono all’unisono le maestranze.

   – Evviva i difensori del proletariato!

   – Evviva!

   Un’altra ragazza avrebbe risposto platealmente a quell’ovazione. Persone di differente pasta ne avrebbero fatto medaglia; non Clara Simon.

    – Signori, vi prego, non dite sciocchezze, – si schermì lei. – E voi tutti avete dunque conoscenza della nuova opera del maestro Puccini?

   – Certo, signorina! A teatro si va anche noi! – disse il toscano. – Mica solo voi, bella gente.

   – Canta, Anacleto, ajò! Fagliela sentire! – si udí dal gruppo di muratori che si era radunato al primo livello dei ponteggi.

   – Questo è per lei, signorina Simon! Un omaggio dei lavoratori liberi a una donna di coraggio e cuore! – Il capomastro le regalò un altro mezzo inchino e subito intonò la celebre aria Addio, fiorito asil, che da alcuni mesi echeggiava ovunque, persino in quella fabbrica sorta in un angolo remoto del Mediterraneo.

   La voce si levò in cielo e il cantiere si fermò. Nessuno osò battere un ferro, forare una pietra. I carrettieri, da basso, pronti a scaricare sacchi e utensili, restarono seduti a cassetta, le serve che si avviavano al mercato civico poggiarono a terra i cesti e alzarono il naso in direzione del canto. Le imitarono i signori di rientro dalla Banca di Roma e i pescatori scalzi diretti ai loro ormeggi oltre la strada.

   Clara si lasciò trasportare e rabbrividì. Lentamente sentì sciogliersi il groppo in gola e il peso allo stomaco, spuntati come gramigna tra l’isolamento sociale, la gogna e la censura degli anni passati, ma soprattutto dei mesi appena trascorsi. E per la prima volta fu certa della bontà del gesto che l’aveva portata a perdere i gradi. L’unica giornalista donna della Sardegna era finita in un sottoscala a correggere le bozze di due rubriche di scarso valore per aver osato far venire a galla la verità. Una verità che non era piaciuta a molti.

   Tra quei muratori sporchi e sudati avvertì una serenità sconosciuta. Un senso di appartenenza che non aveva provato né al liceo né al circolo melodrammatico né tanto meno alla società letteraria. Sulle note di Madama Butterfly, fu consapevole di aver agito nel giusto.

   Un caloroso applauso mise fine al canto.

   – Forza, ragazzi, la ricreazione è terminata, si torna al lavoro! – ordinò il capomastro ai suoi, che risalirono sui ponteggi piú alti dei ballatoi, mentre il drappello di curiosi si disperdeva e ciascuno tornava alle proprie faccende.

   – Buona giornata, signorina Simon! – si congedò Anacleto.

   – Aspetti! – urlò Clara. – Tanto per essere precisi, non sono giapponese come la povera Cio-Cio-San, sono cinese… o meglio, per metà cinese e per l’altra…

   – Si sa, signorina, si sa! – la interruppe il toscano. – Siamo gente di mondo, seppur muratori! E si ricordi: «Nostra patria è il mondo intero!» – gridò scomparendo dalla sua vista.

   Clara si ripeté quella frase: «Nostra patria è il mondo intero». No, non era l’aria di nessuna romanza né di alcuna canzonetta popolare di sua conoscenza.

   Roteando l’ombrellino sulla testa, leggiadra e ritemprata, Clara riprese a camminare. Un mondo l’aveva marchiata come reietta, un altro la stava accogliendo a braccia aperte e necessitava ancora una volta del suo aiuto.

   3.

  

   Il conte Roberto Cappai Pinna scese al trotto la scala del palazzo in cui aveva sede «L’Unione». Sfoderava un sorriso colmo di compiacimento. Il direttore della salina di Molentargius, gestita per conto del regno, nonché padrone di molte altre cose cagliaritane, poteva dirsi piú che soddisfatto.

   Basso di statura, muscoloso e con la mascella squadrata, come molti ex ginnasti aveva messo qualche chilo in piú rispetto a quando primeggiava nella lotta greco-romana e si dilettava agli anelli. Amando la buona tavola e il buon vino, da anni aveva perso il suo peso forma. Nonostante ciò, dimostrava ancora un’ottima prestanza fisica.  

   Con passo dinamico raggiunse il piano terra e si lasciò alle spalle il lussureggiante cortile interno, impreziosito da una moltitudine di piante – che con le loro larghe foglie impedivano alla luce di farsi spazio – e da una fontana foderata di muschio, da cui emergeva una formosa vergine con brocca. Imboccò l’androne e irruppe sul ripido viale regina Margherita.

   I suoi occhi, di un azzurro marino, soffrirono nel passaggio dalla penombra alla luce abbacinante che si riverberava sui graniti candidi del marciapiede di recente posa. Il campanile della vicina chiesa di San Francesco da Paola, patrono dei naviganti, batté la mezza ora dopo le quattro. Il sole era ancora prepotente.

   Si infilò la paglietta in testa e, quasi accecato, si diresse lento e incerto verso la sua Type 81B Phaéton, giunta direttamente dalla casa automobilistica francese Peugeot: una delle sei macchine presenti in città nell’anno 1905.

   Pochi passi prima di salire a bordo, lo sguardo ferito del nobile incrociò quello di Clara Simon che, in lieve affanno per la salita, si stava dirigendo alla manifattura.

   Digrignando i denti, il conte si levò il cappello di paglia candida, le sorrise affabile e attese di essere a un soffio per sussurrarle: – Purtroppo in lei scorre sangue cattivo, e a questo non posso rimediare. Ma a tutte le altre storture che ha causato con il suo agire, stia pur tranquilla, provvederò, eh sí, che provvederò, ben oltre quanto non abbia già provveduto. Le sia chiaro, la sua sola presenza nella nostra città mi infastidisce. Si guardi dal mettere piede nelle mie proprietà o dal frequentare qualsiasi luogo di mia competenza.

   Clara restò immobile. Sbigottita osservò il conte Cappai Pinna aprire lo sportello della macchina, scacciare dal posto di guida l’autista – che si fece piccolo nel sedile accanto – e partire a trattenuta velocità. Come trattenuto e ben calibrato era stato il suo rancore.

   Per qualche istante non si mosse, paralizzata dall’incredulità. Infine, ancora sconvolta, proseguí in direzione dell’ingresso della manifattura, dove tronfia di gioia l’attendeva Sarrana.

   – Dal modo in cui il conte le ha sorriso mi è sembrato di capire che abbiate fatto pace, – le disse la giunonica sigaraia.

    – Tutt’altro. Mi ha appena minacciata, – rispose con voce strozzata Clara. – Non mi perdoneranno mai. Lui, la dirigenza della manifattura, e tutti i notabili della città.

   – Lei ha fatto finire in galera un crumiro al posto di una povera operaia dei trinciati. Si infastidiscono al solo pensiero che gli si tocchi persino uno dei loro cani da guardia, come bestia e servo era quella carogna.

   – La verità è che non mi perdonano di essere nata, – sospirò Clara.

   – Non le perdonano di essere nata e di avergli rotto le uova nel paniere. Poi oggi, figurarsi, ha proprio scelto il giorno giusto per incrociare il nostro conte.

   – Che è successo?

   – Non lo sa, signorina Simon?

   – E no che non lo so. Di cosa sta parlando?

   – Due mattine fa è stato ritrovato un corpo senza vita.

   – Un morto!

   – Il giornale non ne ha dato notizia. Così come non ha dedicato nemmeno una riga alle altre sparizioni.

   – Un morto… – Clara si portò la mano alla bocca.

   – È per questo che l’ho cercata. Da mesi, oramai, sono scomparsi diversi piciocus de crobi. Spariti. Svaniti nel nulla.

   Clara conosceva bene i piciocus, i facchini del mercato, e il loro mondo di miseria. Bestioline per lo piú orfane o provenienti da famiglie mischinissime. La gran parte viveva sotto i colonnati del mercato disputandosi il posto con i grossi ratti dei depositi, qualcun altro invece nei magazzini della darsena, combattendo una battaglia impari con pulci e cimici. I piú fortunati avevano un alloggio nei bassi della Marina o del Castello, dove in una stanza si ammassava una parentela mista e non ben identificata. Luoghi che puzzavano di incesto, malattia, lordume.

   – Nessuno ne parla, delle sparizioni. E ora nemmeno di questo disgraziato. Lei lo sa meglio di chiunque: se un fatto non finisce sull’«Unione», allora non è mai accaduto. E se non è accaduto, be’, nessuno indaga, nessuno se ne occupa, tutto va bene e avanti così, senza giustizia alcuna…

   Clara scosse la testa: – Si fermi, non dica altro. Io sono stata messa ai margini. Correggo bozze, oramai. Non posso esservi d’aiuto.

   – Lei no, ma magari il suo caro amico Fassberger.

   – Ugo non si occupa di crimini, e a dirla tutta… – Clara si bloccò.

   – Lo so, non è il tipo d’uomo dotato del coraggio necessario.

   – Non ho detto questo. Solo che né io né lui ce ne possiamo occupare.

   – Neppure se le dico dove è stato trovato il cadavere?

   Clara sbuffò: – E su, mi dica, dove è stato trovato?

   – Nel canale principale della salina in concessione regia al conte Cappai Pinna.

   Le parole di Sarrana ebbero l’effetto di una cannonata. Clara si incupí, poi le si piazzò sul volto una smorfia.

   – Un cadavere nella salina… e il giornale non ne ha ancora dato conto…

   – Un cadavere, esatto. Nella salina, esatto. E si dice, ma non è certo, che possa essere un bambino.

   – Un bambino?

   – Così si mormora.

   – Pensa possa essere il nipote della sua protetta, la vecchina di ieri?

   – Non si sa ancora, il riconoscimento sarà domani.

   – E immagino che la signora sia stata convocata, la sua amica, come si chiama, quella…

   – Tedde Antonietta, signorina Simon, – una voce timida e flebile le interruppe. – Tedde Antonietta –. Dal lato del cancello in ferro della manifattura sbucò la donna, avvolta nel suo scialle nero. – Sapevamo già che sarebbe venuta. Sarrana lo sapeva, e pure io, che sono un po’ brùscia.

   Clara la guardò in cerca di una spiegazione.

   – Brùscia, strega, – precisò Sarrana.

   La minuta signora Tedde si guardò intorno con fare circospetto, poi, sicura che nessuno la sentisse, proseguí: – Che bella che è, signorina Simon; è proprio la figlia della sua brava mamma. Che Dio l’abbia in gloria. Anche se era cinese. Le volevamo tutti bene, giù al rione, – e indicò alle sue spalle la Marina, il quartiere dei mille popoli dell’angiporto. – Peccato che lei non l’abbia conosciuta.

   – No, non l’ho conosciuta, – rispose senza un tentennamento Clara. Sarrana, in evidente imbarazzo, iniziò a soffrire al posto suo. – Signora Tedde… – provò a interrompere la vecchia. Inutilmente.

   – E di suo padre, signorina? Del capitano Simon, abbiamo saputo piú nulla? – proseguí quella.

   – No, nulla, signora –. Clara non perse la pazienza. Sarrana avrebbe voluto scavare una fossa, lì, in quel momento, e seppellirsi con le proprie mani.

   – Eeeh… – sospirò l’anziana, – quando si dice che i soldi non fanno la felicità. Vede, lei è ricca. Però è orfana di madre dalla nascita e di suo padre nulla si sa da dopo la guerra. Disperso, o sbaglio? Cosí si dice, in italiano, «disperso»? Sparèssiu.

   La signora Tedde, in un moto di tenerezza, prese con le sue dita ossute la mano destra di Clara, che al contatto restò stupita. Si aspettava di toccare qualcosa di gelido, quasi senza vita, invece percepì calore e morbidezza.

   – Sparèssiu, – sospirò ancora la vecchia cornacchia. – Ecco, signorina Simon, lei che capisce cosa significa perdere una persona cara… io ho perso mio nipote.

   – Chi era suo nipote? – chiese Clara, e le prese l’altra mano, mentre Sarrana ricominciava a respirare.

   – Unu piciocu de crobi. Avrà portato mille volte la spesa anche a sua nonna e suo nonno.

   – Come si chiama? – domandò Clara.

   – Massimiliano, ma tutti lo conoscono come Carboneddu: è scuro scuro, mischinetto.

   – Massimiliano Tedde, detto Carboneddu, bene.

   – No! – strillò, d’improvviso la signora Tedde spalancando gli occhi, persino quello inutile.

   – No, cosa? – domandò sorpresa Clara. Sarrana sussultò preoccupata.

   – Non si chiama Tedde! – sbraitò la donna.

   – Certo, che stupida. Va bene, signora Tedde, – si scusò Clara, – ovviamente porta il cognome del marito di sua figlia.

   – No! Carboneddu porta il cognome di Pilittu Elisa, una delle migliori ragazze del casino della signora Tedde! Il padre manco sappiamo chi è, forse un tunisino, forse…

   Clara guardò Sarrana con occhi di fuoco e provò a non perdere la calma. – Dunque non è proprio suo nipote, eh, signora Tedde…

   – Per me, le mie ragazze sono come figlie… – la donna si riappropriò della voce tenue e dell’aspetto indifeso. A Clara parve persino che una lacrima le solcasse il viso rugoso, ma subito si disse certa che era solo una goccia di sudore che le colava dal fazzoletto nero. – A che ora è, questo riconoscimento? – chiese.

   – Alle dieci, al San Giovanni di Dio.

   – Ci vediamo lì, – e, senza aggiungere altro, Clara si voltò per attraversare la strada e tornare a casa.

   – Oggi non va all’«Unione»? – chiese Sarrana.

   – No! E per merito suo! All’«Unione» ci posso mettere piede solo due volte alla settimana, e questo non è il giorno giusto, – tagliò corto Clara e attraversò, evitando di farsi travolgere da uno dei carri che dalla darsena si inerpicavano per il viale.

   – Signorina Simon… – la chiamò Sarrana.

   – Che c’è ancora? – Clara si bloccò al centro della carreggiata e si girò.

   – Perché ha cambiato idea ed è venuta?

   – Per colpa di una canzone.

   Sarrana la guardò disorientata. Un carro si interpose fra loro alzando un polverone. Quando sfilò via, Clara era ancora lí e puntava l’ombrellino chiuso su Sarrana come se fosse un fioretto: – Mi tolga una curiosità: chi canta Nostra patria è il mondo intero?

 

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L’autore

Francesco Abate

Francesco Abate è nato a Cagliari nel 1964.È giornalista professionista per l’«Unione Sarda» e DJ nei club dell’isola col nome di Frisco. Come scrittore pubblica nel 1998 Mister Dabolina il suo primo romanzo, edito da Castelvecchi. Nel 2003 pubblica Il cattivo cronista edito dal Maestrale. Nel 1999 vince il premio Solinas con il soggetto Ultima di campionato, che verrà pubblicato sotto forma di romanzo nel 2004, edito dal Maestrale.

Nel 2006 pubblica il quarto romanzo solista: Getsemani per Frassinelli-Il Maestrale e inizia la collaborazione con Massimo Carlotto pubblicando Catfish. Nel 2007 insieme a Massimo Carlotto Mi fido di te (Einaudi). Nello stesso anno escono i libri I ragazzi di città e Mister Dabolina remix, mentre nel 2008 il suo sesto romanzo solista Così si dice. Nel 2009, insieme a Massimo Carlotto, pubblica L’albero dei microchip e nel 2010, con Saverio Mastrofranco, Chiedo scusa. Pubblica poi Un posto anche per me (Einaudi 2013) e Mia madre e altre catastrofi (Einaudi 2016). È fra gli autori dell’antologia benefica Sei per la Sardegna (Einaudi 2014). Il corregidor (Piemme 2017, con Carlo A. Melis Costa) è il suo primo romanzo storico. Nel 2018 ha pubblicato, sempre per Einaudi, Torpedone Trapianti.

 

  • I delitti della salina
  • Francesco Abate
  • Editore: Einaudi
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 422,64 KB
  • Pagine della versione a stampa: 296 p.
  • EAN: 9788858434925.  Acquista. € 9,99

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