Bruciate, bruciate. Fate presto. L’Occidente che cancella se stesso procede gaio e sicuro verso la fine della sua storia

I FALÒ DELL’OCCIDENTE

«Savonarola predica contro il lusso e la prodigalità», un dipinto realizzato nel 1879 dall’artista tedesco Ludwig von Langenmantel (1854-1922) Wikipedia p.d.

Bruciate, bruciate. Fate presto. L’Occidente che cancella se stesso procede gaio e sicuro verso la fine della sua storia. Dà alle fiamme tutto ciò che possiede e, un falò dopo l’altro, non resterà che cenere. Qualcuno, qualcosa, sopravvivrà e, come la fenice, risorgerà dal fuoco. Siamo giunti alla conclusione che occorre anticipare il più possibile l’atto finale di una civilizzazione spenta, senza accanimento terapeutico, nella speranza che dalle ceneri sorga qualcosa di diverso.

Grazie a Radio Canada si è saputo che nel libero, aperto, tollerante Occidente sono ufficialmente iniziati i roghi della civiltà. Simili ai falò nelle vanità nella Firenze del Savonarola, cancellano non simbolicamente, ma fisicamente, i segni concreti della civiltà, con l’approvazione del potere.

Nel 2019 il Consiglio Scolastico Cattolico (!!!) di Providence, Ontario, ha bruciato trenta libri e fumetti ed ha ritirato dalle biblioteche cinquemila copie degli stessi, giacché “diffondevano stereotipi”. Tra essi, spiccano i fumetti di Tintin e Lucky Luke. Tintin è un popolarissimo “comic” del belga Hergè, le avventure di un giovane reporter giramondo, i cui antagonisti sono spie, falsari, trafficanti di droga e schiavisti. Neppure questo è bastato per salvare dal falò il ragazzo dal ciuffetto biondo. Lucky Luke è un pistolero del West tanto abile e veloce da sparare più velocemente della propria ombra, che grazie al suo ingegno riesce spesso a vincere senza ricorrere alle armi, mantenendo sempre un’assoluta imperturbabilità. Nel finale di ogni storia il profilo dell’eroe si allontana cantando una triste ballata: “I’m a poor lonesome cowboy far away from home”, sono un povero cowboy solitario lontano da casa. Neppure questo lato di migrante suo malgrado e l’intenzione di non usare le armi lo hanno salvato dalla furia iconoclasta dei piromani canadesi.

Sono Pazzi Questi Canadesi. Lo sciagurato rogo dei fumetti di Asterix (e non solo) in nome della cancel culture copertina di “Laflèche” (particolare)

Il falò si è svolto come una cerimonia di purificazione. Dopo aver eseguito il loro compito, gli eminenti consiglieri scolastici hanno sotterrato le ceneri “nella speranza che cresceremo in un paese inclusivo dove tutti possano vivere con sicurezza e prosperità”. Così afferma commosso il video dei fuochisti sulla cerimonia di “purificazione attraverso le fiamme”, con le solite parole d’ordine – fotocopia della galassia progressista: sicurezza, inclusione per “tutti”. Tutti: un pronome dal significato rovesciato. I cattivi sono esclusi e consegnati alle fiamme. Altri falò simili erano in programma, ma sono stati sospesi a seguito della pandemia, la quale ha avuto almeno questo effetto positivo.

Secondo le accigliate indagini svolte dai woke(P.I.) – risvegliati –canadesi, il racconto “Tintin in America” contiene “un linguaggio inaccettabile “, “informazioni erronee” e – ohibò, una “presentazione negativa dei popoli autoctoni “nonché una “rappresentazione difettosa degli autoctoni nei disegni”. Non era cioè politicamente ed artisticamente corretto. Quanto alla libera espressione della creatività, è il retaggio di tempi addormentati, fortunatamente sconfitti dal risveglio.

Tintin bruciato!

L’accusa a Tintin, che non può difendersi poiché il suo creatore è deceduto da tempo, è di usare l’espressione “un vero pellerossa!” e poi correre a fotografarlo. Non sappiamo se l’indignazione riguardi la violazione del diritto di immagine o il fatto che l’ignaro Tintin non abbia impiegato la più corretta definizione di “nativo americano”, oggi obbligatoria. Il Tempio del Sole, altra avventura del reporter, ha avuto miglior sorte. È stata ritirata dagli scaffali, ma non è stata oggetto del rogo rituale. Si limitano, bontà loro, a impedirne la lettura: si chiama censura. Ogni nuova religione – pur materialista e invertita, la cultura della cancellazione è una teologia secolarizzata – ha bisogno dei suoi riti, di interdetti e di nemici assoluti, o capri espiatori. Lucky Luke, invece, non è scampato al falò. I “risvegliati” hanno notato nei suoi racconti “uno squilibrio di potere tra i bianchi e gli autoctoni, percepiti come i cattivi”.

La caricature d’Ygreck

La caricature d’Ygreck. LE JOURNAL DE QUÉBEC
Distruzione di libri | Suzy Kies si dimette, afferma di avere origini indigene

La promotrice dell’iniziativa è una “ricercatrice indipendente”, “guardiana del sapere autoctono “, Suzy Kies. Indipendente non è per nulla, in quanto legata al partito liberal progressista del premier canadese Justin Trudeau. In quanto al sapere “autoctono” degli indiani – pardon nativi americani – è piuttosto una manifestazione ulteriore della consueta ansia di vendetta e autodistruzione (“cupio dissolvi”) dell’Occidente al capolinea. Il sito web del suo partito definisce la Kies “un’autoctona urbana di discendenza abenachi”. Oh, entusiasmante, progressista “contaminazione” postmoderna. Dal 2016, è vicepresidente locale dei liberali canadesi di centrosinistra. La cultura della cancellazione, che chiamiamo “Volontà d’impotenza” ha un indirizzo, nomi, cognomi, protagonisti, comprimari e figuranti. A sinistra e nello screziato universo liberale. La signora Kies lavora a vari progetti simili a quello del falò dei fumetti. A spese e sulle spalle del contribuente canadese. Evviva la democrazia liberale e progressiva.

Nella tragedia Almansor (1823), il poeta romantico tedesco Heinrich Heine – ebreo – scrisse che “lì dove si bruciano libri, alla fine si bruceranno anche uomini”. Non aveva torto. Roghi di libri ce ne sono stati diversi, a cominciare dalla biblioteca di Alessandria, culla del sapere antico, da parte dello sceicco Rahman. Poco più di un secolo dopo Heine, in Germania i nazisti diedero alle fiamme migliaia di libri. Era il 10 maggio 1933, a Berlino, piazza dell’Opera, tempio della cultura musicale. Tanti ispirati nazistelli – animati, sia chiaro, dalle migliori intenzioni “inclusive” per tutti – sonnecchiano ovunque. O forse agiscono degli strani talebani al contrario, con esiti analoghi. Tra chi bruciò libri a Berlino c’erano molti studenti, ma anche insegnanti e uomini di cultura. Gli stessi che avrebbero dovuto insegnare spirito e lettera della cultura e della scienza. Lungi da noi assimilarli all’ “autoctona “canadese, ma il risultato è lo stesso: distruzione fisica e simbolica di ciò che non piace e non corrisponde alla propria visione del mondo. Non è il liberalismo – il partito della Kies – l’ideologia che rispetta e difende ogni idea?

10 maggio 1933: il rogo dei libri di Berlino

Nel “libero” terzo millennio, nel cuore dell’occidente, Tintin e Lucky Luke, due personaggi dei fumetti, non filosofi o agitatori politici, hanno subito l’ira funesta di sedicenti educatori che preferiscono cancellare la storia che spiegarla. Tintin, un personaggio che amiamo, come Corto Maltese, non ha bisogno della nostra difesa. Ma come si può accusarlo di razzismo – tutti i salmi progressisti finiscono in gloria – se in una delle sue storie più conosciute (Tintin in Tibet) è capace di viaggiare sino all’Himalaya per liberare un amico cinese?

La verità è che il consiglio scolastico (cattolico!) che, su impulso dell’attivista autoctona, urbana e assai liberale, ha pensato che le fiamme condurranno al luminoso futuro di un paese “inclusivo”, in realtà ha applaudito una strada che porta alla violenza, all’intolleranza più cieca, al divieto della libertà. Il pensiero (pensiero?) woke, la pratica della cancellazione e molte altre mode sottoculturali sono la più grave minaccia per le libertà e la ragione, gli “immortali principi” che dicono tanto cari. Scuole, università, mezzi di comunicazione, per non parlare della pubblicità, sono affollati da picchetti moralisti e moralizzatori occupati a sopprimere la conoscenza affinché nessuno si offenda (tranne i bianchi eterosessuali, s’intende). La loro idea di inclusione consistente nell’escludere la conoscenza, il confronto e la ragione da ogni processo educativo, equivale a un processo politico in cui l’accusato è senza difesa e senza parola e l’accusatore è giudice ed esecutore della pena. Nelle società postmoderne, la chiave non risiede nel fatto che uno abbia ragione, ma che l’altro abbia la colpa.

Sappiamo da chi proviene l’iniziativa, chi sono i mandanti, gli esecutori e i mazzieri della cultura della cancellazione. È l’ora di risvegliarsi – ma per davvero – da un sonno iniziato con la Rivoluzione francese e andare all’attacco. Basta accomodamenti, reticenze, finte resistenze. Oggi dobbiamo bere l’amaro calice fino in fondo sino ad affrettare il processo dissolutivo in atto, giunto al punto di non ritorno. Per quanto poco valga la distinzione assiale destra-sinistra, resta valido il giudizio di un contemporaneo della rivoluzione francese. Osservando la collocazione delle forze nel parlamento, prendeva atto con sgomento che “la parte destra dell’assemblea è occupata da uomini a cui le opinioni meno pronunciate danno un carattere di pusillanimità, molto funesto nelle attuali circostanze.”

L’iniziativa è sempre nel campo avverso di chi sta completando vittoriosamente un’opera di distruzione plurisecolare. Suo è il dominio simbolico e morale. I risultati li vediamo, non solo in Canada. L’inutile, pletorico, costosissimo parlamento europeo, in questi giorni ci ha riprovato: vuole imporre i matrimoni gay, con l’obiettivo di mettere le mani sui bambini. È stato approvato – con una maggioranza in cui gran parte dei liberali si è schierata con il resto della sinistra – una risoluzione che esige di riconoscere in tutto il territorio Ue i coniugi dello stesso sesso in uno qualsiasi degli Stati membri. Per ammissione dei suoi sostenitori, è il primo passo per imporre il riconoscimento dell’omogenitorialità.

 “Adesso la Commissione deve dar seguito agli impegni presi con la strategia Lgbti del novembre 2020 e presentare al più presto un’iniziativa legislativa sul riconoscimento reciproco della genitorialità”, ha sentenziato Yuri Guaiana, della segreteria di Più Europa, (liberale e radicale). La risoluzione, incurante che il tema sia di esclusiva competenza degli Stati nazionali, chiede esplicitamente misure contro l’Ungheria, la Polonia e la Romania, colpevoli di non adeguarsi all’agenda anti famiglia e pro gender.

In Italia non va meglio. Il 9 settembre le Sezioni Unite della Corte di Cassazione – l’istanza più alta della giurisdizione italiana – hanno sentenziato, dopo una battaglia legale durata dodici anni, che “il crocifisso a scuola non è un atto di discriminazione”. Alla buon’ora, sembrerebbe. Invece no. La sentenza è un passo ulteriore verso il più totale relativismo culturale, nonché l’intrusione obliqua – l’ennesima – del potere giudiziario nell’ambito del potere legislativo. La Suprema Corte (si dice così…) ha sentenziato che “la circolare del dirigente scolastico, consistente nel puro e semplice ordine di affissione del simbolo religioso, non è conforme al modello e al metodo di una comunità scolastica dialogante”.

No, non è la valutazione del modello di società o dei principi educativi che si chiede ad un organo giudicante, ma di decidere secondo legge. La Corte ha predisposto la trappola con un ragionamento fintamente pilatesco, un esercizio di relativismo morale e valoriale. Così scrive testualmente: “l’’aula può accogliere la presenza del crocifisso quando la comunità scolastica interessata valuti e decida in autonomia di esporlo, eventualmente accompagnandolo con simboli di altre confessioni presenti nella classe e in ogni caso cercando un ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi.”

Per la Cassazione, il Crocifisso va quindi messo ai voti, tutt’al più esposto in una fiera dei simboli, un gadget tra gli altri, in attesa che qualcuno, ottenuta la rimozione, chieda il falò. Quale “accomodamento”, poi, se la sentenza riconosce che “il crocifisso rappresenta l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo”. Perché mai, dunque, andrebbe equiparato a simboli religiosi che poco o nulla hanno a che vedere con la storia e l’identità italiana? E perché dovrebbe essere ciascuna comunità scolastica, magari sulla base di pressioni, pretese arroganti o minacce, a scegliere se mostrarlo o meno? Il crocifisso, al di là di ogni considerazione confessionale, non si mette ai voti. La volta in cui accadde, una maggioranza facinorosa scelse Barabba.

«Liberate Barabba» in una stampa britannica. Wikipedia p.d.

Siamo di fronte all’ennesimo caso di cancellazione culturale, con l’aggravante di provenire da un pulpito – la Cassazione a sezioni riunite – che fa giurisprudenza. Bene per la decisione sulla permanenza del simbolo di duemila anni di fede e civiltà, ma la questione di fondo resta irrisolta. Esortano, obbligano al dialogo come panacea di ogni problema, ma per dialogare bisogna innanzitutto sapere chi siamo noi. Per accogliere, dobbiamo prima conoscere e rivendicare le nostre radici. Questo deve insegnare la scuola.

In Francia, il presidente Macron offre gratuitamente gli anticoncezionali alle giovani; l’aborto libero è ormai un diritto acquisito ovunque, mentre avanza la richiesta di legalizzare l’eutanasia e liberalizzare alcune droghe. Ovunque in Occidente, con modalità distinte, su temi diversi, dilaga il gaio, sanificato obitorio, il nichilismo della cancellazione, il suicidio felice.

Vorremmo gridare che bisogna resistere, difendere monumenti, denominazioni di strade e piazze, feste, tradizioni spirituali, cinema e letteratura liberi e perfino i fumetti. Purtroppo, l’incendio divampa dappertutto. I falò sono troppi, non vi è abbastanza acqua per spegnerli tutti. In piedi tra le rovine, attendiamo con serena fermezza – noi o la prossima generazione – di trovare nella cenere sparsa linfa nuova. E che il morto Occidente seppellisca i suoi morti. 

Roberto PECCHIOLI

 

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