E mentre le colonne dell’Eurotempio iniziavano a scricchiolare, in un bar chic di Bruxelles una giovane funzionaria sorseggiava uno Spritz al basilico, postando su Instagram la sua tote bag con scritto “Europe is sexy”. Sotto, l’hashtag: #RuleOfLaw. Intanto, in Ungheria, la legge dormiva da giorni.

Benvenuti nel Teatro dell’Assurdo Amministrativo Europeo

I FETICISTI DELLA UE

Il Simplicissimus

Nel cuore dell’Europa, una creatura mitica prendeva forma: la cosiddetta Unione Europea. Nata come progetto di pace, fratellanza e prosperità condivisa, aveva tutte le carte in regola per diventare il faro della democrazia nel mondo globalizzato. Ma dietro i discorsi solenni e le bandiere blu stellate si celava un progressivo culto tecnocratico, un feticismo delle regole, dei mercati, dell’apparente neutralità delle istituzioni. Per decenni, questa maschera ha resistito, anche se le crepe erano visibili: trattati imposti senza consultazioni popolari, austerità travestita da responsabilità fiscale, frontiere sempre più chiuse verso l’esterno e sempre più rigide all’interno. Nessuno voleva vedere il volto che si celava dietro il velo. Poi, come insegna la teoria delle catastrofi, è bastata una scintilla – una crisi economica, una pandemia, una guerra ai confini orientali – e l’intero edificio si è incrinato. Quella che appariva come un’unione solidale si è rivelata invece una macchina di potere centralizzato, serva del grande capitale, promotrice di politiche autoritarie e militariste. Questo è il racconto di come la UE si è trasformata da sogno condiviso a strumento di dominio, e di come un’intera generazione ha continuato a venerare il suo simulacro, incapace di accettare che il re fosse ormai nudo. (f.d.b.)


La teoria delle catastrofi spiega bene perché certi fenomeni si verifichino all’improvviso dopo un lungo periodo di apparente equilibrio e di incubazione sottopelle. Ed è stata appunto una catastrofe quella della Ue che da strumento di pace, di democrazia e di prosperità, quale si presentava nella retorica ufficiale, si è invece scoperta guerrafondaia, portatrice delle istanze del grande capitale e in questo senso fautrice di tendenze palesemente autoritarie. Per trent’anni la maschera ha retto in qualche modo, nonostante le crepe evidenti e poi all’improvviso si è frantumata. La stessa cosa è accaduta alla sinistra di potere, usiamo questa espressione tanto per capirci, che è stata tutt’uno con la mutazione di Bruxelles, cui ha fornito un comodo alibi e che ora si trova come denudata dal nuovo corso militarista e bellicista.

Da noi tutto questo si condensa nella polemica scoppiata improvvisamente sul Manifesto di Ventotene, ritenuto uno dei capisaldi dell’europeismo, ma a suo tempo inviso alla sinistra (anche se lo svanito Bertinotti fa finta di non ricordarlo) per la sua spiccata natura di scetticismo verso la democrazia e la tendenza ad apprezzare il ruolo di una governance illuminata e slegata dal consenso. Diciamo una visione così chiaramente massonica che bisognerebbe mettersi il grembiule prima di leggerlo. Immediatamente si è avuta l’insurrezione, ben guidata dai giornaloni, di quelli che non hanno sopportato la dissacrazione di un testo che in realtà non hanno mai letto e sul quale non hanno mai riflettuto. Questa caratteristica è assolutamente evidente per il fatto che nessuno degli indignati ha citato un passo di questo ambiguo testo per dimostrare che la messa in causa del Manifesto è un sacrilegio dei valori fondamentali o abbia minimamente tentato di argomentare il proprio scandalo, basato sul fatto che sia stato la premier Meloni a dare lettura di un brano del testo. Non si tratta di politica, è come se un Imam avesse letto brani del Vangelo secondo Matteo o viceversa un vescovo leggesse il Corano. Il tutto è molto simile a una reazione pavloviana che con Prodi e la sua tirata di capelli ha assunto toni grotteschi: la sua carriera è iniziata con una finta seduta spiritica al tempo del caso Moro e adesso l’ombra da evocare è proprio lui. In poche parole, questo evangelio europeista ha mostrato la sua mera natura di feticcio. Forse si potrebbe essere più bonari e paragonarlo a quelle statuine di porcellana che una volta venivano esposte nelle vetrine dove finivano tutti i ricordi, ma in questo caso il feticcio è la parola giusta perché la sua funzione è proprio quella di sostituire la realtà con la fantasia ed è una delle caratteristiche dell’alienazione.

E forse è meglio così perché leggendo attentamente il testo, l’Europa proposta da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (con il contributo di Eugenio Colorni) non parla di un’unione di stati e di nazioni, ma di un’Europa che per esistere deve cancellare gli stati e le nazioni in quanto cinghia di trasmissione delle volontà dei cittadini. Esattamente come prescrive la dottrina globalista. Salvo difendere la sovranità come nel caso dell’Ucraina che aveva prodotto leggi gravemente discriminanti verso i russofoni: nessuna giravolta è impossibile quando fa comodo all’imperialismo, sia pure quello imbelle e ridicolo della Ue. Ma in generale ormai da trent’anni, forse a cominciare dalle guerre nella ex Jugoslavia, che sono stati il primo vagito di questa specie di Unione, siamo vissuti non di fatti, non di idee ma di feticci che hanno reso possibile ogni specie di inganni e autoinganni. Pian piano, come nella lenta cottura della rana, si sono sostituite le prospettive politiche, con petizioni di principio, totalmente astratte dalle situazioni reali e quindi prive di effettivi contenuti. In questo modo è stato possibile, per esempio, sostituire il concetto di uguaglianza con quello di inclusione, che è tutt’altra cosa visto che elide il concetto di sfruttamento, anzi lo santifica perché il problema è che non vi siano discriminazioni verso cosiddette minoranze vere o fasulle, ma sempre alle condizioni del padrone. Ed è stato possibile confondere la sovranità sulla quale si basano le istituzioni democratiche con un concettoide, ovvero una parola che è impossibile definire in maniera precisa e allo stesso tempo coerente (qui vale il principio di indeterminazione di Heisenberg) come sovranismo, per non parlare della confusione di nazione e nazionalismo che è tra le banalità correnti più gettonate.

Uguaglianza vs Inclusione

Su questo e su molte altre cose non è possibile avere alcun dibattito, si fanno solo asserzioni come nel teatro dei burattini, perché quelli che sono vissuti di totali semplificazioni accusano chi non si accontenta di parole ambigue, di semplificare. Di essere dei fascisti, insomma, cosa che freudianamente rivela più su chi scaglia queste accuse automatiche che non sugli interlocutori. Pasolini lo aveva previsto. Tutto questo non è solo la dimostrazione di una sinistra e in generale di una politica fatta di identitarismo superficiale dietro cui si nasconde il servaggio al grande capitale, ma è anche la rivelazione del drammatico decadimento culturale che ormai ci prende alla gola. Siamo arrivati al punto che l’Unione europea che doveva eliminare le guerre, ora regge la propria ragion d’essere sulla guerra. Ah, certo, troppa realtà in una volta sola è come essere abbagliati: il che costituisce una magnifica scusa per rimanere ciechi.

Redazione

 

 

 

 

Approfondimenti del Blog

La teoria delle catastrofi spiega bene perché certi fenomeni si verifichino all’improvviso dopo un lungo periodo di apparente equilibrio e di incubazione sottopelle. Ed è stata appunto una catastrofe quella della UE che, da strumento di pace, di democrazia e di prosperità – quale si presentava nella retorica ufficiale – si è invece scoperta guerrafondaia, portatrice delle istanze del grande capitale e, in questo senso, fautrice di tendenze palesemente autoritarie.

Per trent’anni la maschera ha retto in qualche modo, nonostante le crepe evidenti. Poi, all’improvviso, si è frantumata.

Ma la catastrofe non è giunta dal nulla. Ha radici precise, momenti-chiave spacciati per conquiste.
Con il Trattato di Maastricht (1992) si imponeva una moneta unica senza unione fiscale né politica: una camicia di forza dorata.
La crisi del 2008 ha mostrato le vere priorità: banche salvate, cittadini sacrificati.
In Grecia, la democrazia si è piegata ai memorandum, e con essa l’illusione di una sovranità condivisa.
La Brexit (2016) ha segnato l’inizio del disincanto: per la prima volta si poteva uscire dal sogno.
La pandemia del 2020 ha reso evidente che, quando serve, i trattati si sospendono e la solidarietà evapora.
Infine, il Green Deal europeo, nato come missione ecologista, si è presto rivelato filtro selettivo tra chi può permettersi la transizione e chi no.

In un angolo ben illuminato di un talk show paneuropeo, sedeva il dottor Julius von Kleist, economista televisivo in doppiopetto blu, spilletta UE al bavero e lo sguardo convinto di chi sa di essere nel giusto. Con la voce suadente di un venditore di illusioni spiegava: “L’austerità? Un male necessario, come l’olio di fegato di merluzzo: fa schifo, ma fa bene.”
Quando un giornalista gli oppose i tagli alla sanità o i suicidi per crisi economica, sorrise: “Dai, su. Non si può pretendere democrazia quando ci sono i mercati di mezzo.”

Applausi registrati. Il feticismo europeista aveva il suo volto: levigato, lucido, inodore. Come plastica di qualità.

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