Se il popolo impara troppe cose, inizierà a farsi domande e finirà per ribellarsi

I MONTONI DI PANURGO

Il gigante Gargantua in una illustrazione di Gustave Doré, 1868.

Se il popolo impara troppe cose, inizierà a farsi domande e finirà per ribellarsi. Riflessioni di un filosofo, di un moralista, o di un agitatore di folle? No, le parole a fumetti di un numero di Topolino degli anni ’70 del secolo passato, pronunciate dal malvagio di turno. Ma è la triste realtà e Antonio Machado scrisse che la verità è la verità, la dica Agamennone, il gran re, o il suo porcaro.

L’homo sapiens occidentale regredisce per mille motivi; uno è l’avanzata incontenibile di un’ignoranza di tipo nuovo, tronfia, soddisfatta di sé. L’uomo diventa un capo di bestiame e scende rapidamente gli scalini della civiltà che aveva salito con tanta fatica. Non si pone più domande, e, pago del progresso, inginocchiato alla religione apocrifa della Scienza, rinchiuso in un orizzonte da cui è espulsa la trascendenza, da cui lo spirito è fuggito e con esso il pensiero, vive ed aspetta. Arriveranno i pasti, somministrati dal padrone, le notizie ufficiali a cui attenersi, la soddisfazione degli impulsi. Il gregge procede compatto in un’unica direzione, decisa dal padrone.

Nel capolavoro di François Rabelais, Gargantua e Pantagruele, poema dell’eccesso, della vitalità e della materia, è famoso l’episodio dei montoni di Panurgo, un astuto briccone amico di Gargantua. Durante un viaggio per mare alla ricerca dell’oracolo della Divina Bottiglia, Panurgo vuole acquistare da un esoso mercante un montone, il più bello di un gregge destinato al mercato. L’interminabile trattativa mostra la stoltezza dell’arroganza umana, l’attaccamento insensato ai beni materiali. A un tratto, Panurgo accetta il prezzo esorbitante stabilito dal mercante e compra il montone. La sorpresa viene subito dopo.

Subitamente, e non saprei dir come perché tutto successe in un battibaleno e io non ebbi il tempo di rendermene conto, Panurgo, senza una parola di più, scaraventa in mare il suo montone urlante e belante. Tutte le altre pecore, montoni in testa, urlando e belando sullo stesso tono, cominciano a gettarglisi dietro, saltando in mare una dopo l’altra; perché, come sapete e come dice anche Aristotele, questo animale è il più stupido e il più inetto del mondo, ed è proprio della natura delle pecore seguire la prima ovunque vada. Così facevano ressa e spingevano a testa bassa per essere le prime a seguire il compagno”.

Il mercante, preso dal panico nel vedere le sue pecore morire annegate così sotto i suoi occhi, faceva di tutto per frenarle e trattenerle, ma inutilmente. Tutte, una dopo l’altra, si buttavano giù. Alla fine agguantò per il pelo uno dei montoni più grossi sull’orlo della tolda, sperando di tirarlo indietro e salvare così tutto il resto del gregge. Ma il montone fu abbastanza forte per portare il mercante con sé; come i montoni di Polifemo, il Ciclope accecato nel sonno, quando portarono in salvo, fuor della grotta, Ulisse e i suoi compagni. E montone e mercante affogarono insieme. Anche i pecorai che, sull’esempio del mercante, s’aggrappavano alle bestie, chi per le corna, chi per i piedi, chi per il mantello, furono tutti travolti allo stesso modo e affogarono in mare miseramente.

Poco vale, nei tempi ultimi, lottare contro la corrente: il gregge e i suoi guardiani non sfuggiranno alla loro sorte. Occorre tenersi in piedi tra le rovine, cercare di essere maestri a se stessi e seguire i pochi che rappresentano la tradizione, lo spirito, l’identità. Nella Commedia, Virgilio – la guida – rassicura Dante impaurito, poiché le anime del Purgatorio continuano a indicarlo e a far commenti su di lui, sorprese dalla sua condizione di vivente. “Vien dietro me e lascia dir le genti: sta come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti”. L’uomo che si perde in troppe divagazioni non raggiunge l’obiettivo che si è proposto, né incontra se stesso. È a sua volta gregge, non differente dai montoni di Panurgo.

Nel presente il gregge umano viene lasciato nell’ignoranza dell’essenziale, invisibile agli occhi, come insegna la Volpe al Piccolo Principe di Saint Exupèry. Il signorino soddisfatto – emblema del nostro tempo, tutto chiacchiere, comodità e progresso – non studia, non si sforza, non si impegna. Sa già tutto e per quello che non sa cerca le risposte su Internet, condensate in tre righe nel Bignami universale. Non c’è più istruzione, solo addestramento a compiere azioni e gesti strumentali previsti dal Dominio: “ciò che serve”. Perciò il gregge umano non ha più coscienza di sé. I montoni di Panurgo si gettano in mare dietro il primo di loro perché hanno rinunciato a vedere con i propri occhi.

In lingua francese “panurgismo” è sinonimo di natura gregaria, conformismo, incapacità di giudizio autonomo. Il vecchio homo sapiens è stato trasformato – e non ha battuto ciglio – in homo digitalis. Si tratta di un essere nuovo, mutato fisiologicamente e antropologicamente. L’aggettivo è la traduzione letterale, alquanto maccheronica, dell’inglese “digit”, cifra, a sua volta originata dal latino digitus, il dito che conta e misura. Digitale è ciò che tutto calcola, ma non sa più dubitare, immaginare, inventare. L’uomo digitale ragiona in termini binari, come il computer, una sequenza di zeri e di uno che sostituiscono la complessità della vita e dell’esperienza. Aperto, chiuso, sì, no: rassicurante, vero? Diventa incomprensibile il verso in cui Amleto afferma l’irriducibile molteplicità della vita: ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne possa comprendere la tua filosofia. Ma non c’è più filosofia: inutile la ricerca e il pensiero, vano esplorare il mondo, porsi domande, lambire il territorio inquietante della metafisica, quell’Oltre che il gregge non vuole conoscere e nemmeno immaginare.

L’erosione del linguaggio a cui assistiamo è l’effetto del declino del senso e dell’insignificanza diffusa: conta solo adesso, qui e ora. La realtà digitale è una sequenza infinita di calcoli che restituisce un panorama irrigidito, che restringe le possibilità e – ahimè – fa dimagrire i pensieri. Mancano – sequestrate, vietate, comunque sconosciute – le parole con cui descrivere la complessità, le possibilità, i sentimenti, i dissensi. Non si discute più, si ingiuria l’altro senza ascoltarlo. Al gregge digitale preme esclusivamente la sicurezza, in cambio della quale offre volentieri la vita spirituale, di cui non sa che fare. Dov’è lo spirito, a che serve, si può mangiare, lo si può compravendere sul mercato? – chiedono muti gli occhi inespressivi dell’homo digitalis.

Profetica è la figura del Grande Inquisitore di Dostoevskij che rimprovera Gesù Cristo: “tu non sei disceso dalla croce quando ti gridavano: scendi dalla croce e crederemo che sei tu. Non sei disceso perché non volevi convincere l’uomo con il miracolo, preferivi una fede libera e non una vincolata al miracolo”. I montoni di Panurgo sono indifferenti alla libertà. Seguono chi sta davanti e credono ciecamente a miracoli chiamati Scienza e Progresso. Per questo, la maggioranza odia con tanto accanimento chi non si sottomette alla volontà del pastore. Ne sono prova gli accadimenti di queste settimane, la divisione – assai gradita al potere, come tutte quelle che contrappongono il popolo-gregge – tra una maggioranza di credenti nella virtù delle misure governative in materia di Covid 19 e una minoranza ribelle.

La prima questione è l’enorme tempesta monotematica che ci ha colti dal febbraio del 2020: si parla, si discute, si ha paura, solo del virus cinese. Ha messo sottosopra le nostre vite e ogni concezione del mondo. Ha prodotto un terremoto nel potere, nei rapporti interpersonali, ci ha modificato, formattato e resettato, come bisogna dire oggi con il linguaggio “digitale” dell’informatica. Eppure, c’è vita – e morte – oltre la Sars-Cov-2. Pare tutto cancellato: la dittatura finanziaria e quella tecnologica, la guerra di classe vinta dagli iper ricchi, la precarietà del lavoro e dell’esistenza, il crollo dei principi morali, la morte di Dio, l’immigrazione sostitutiva, le guerre, gli interessi, la mortalità di tutte le altre malattie, eccetera, eccetera. Sarebbe ora di scrollarci la polvere di dosso e riprendere una vita – personale e comunitaria – non scandita esclusivamente dal virus. Difficile, non solo per le varianti (alfa, beta, delta: sarà lunga sopravvivere sino alla variante Omega!) ma soprattutto per la pressione formidabile del potere, al quale il virus trasmesso per le vie aeree è giunto come il cacio sui maccheroni. Chi vivrà, scoprirà nel tempo se si trattò di una fuga accidentale da un laboratorio riservato – un luogo dove si sperimenta l’indicibile lontano da occhi indiscreti – o un programmato atto criminale.

Intanto, tutto è cambiato e non riusciamo a vivere fuori dalla bolla di cellophane in cui ci ha cacciato l’insignificante esserino. Rancori, timori, contrapposizioni, conditi da un linguaggio violento, carico di odio, si sono impadroniti di milioni di persone. Nessuno è immune, la tempesta è sempre più vicina. La perdita di libertà concrete – movimento, lavoro, azione – lo stringersi delle maglie della sorveglianza di una società che ha mostrato il suo vero volto disciplinare, di controllo e dominio su ex cittadini tornati sudditi, alimenta nuove divisioni.

Si guardano con odio irriducibile una maggioranza di terrorizzati disposti a tutto per paura del contagio e una minoranza sorprendente di resistenti, decisi a rifiutare la nuova condizione di corpi da controllare, immunizzare, trasformare in dati, non solo sanitari. Due mondi che si detestano e non comunicano. Il primo, quello dei convergenti, vive di conformismo e paura, con robuste attenuanti: la potenza e continuità dei messaggi, l’evidenza ripetuta sino all’estenuazione che il virus persiste, la convinzione infondata che scienza e progresso risolveranno tutto. È il messaggio unico dell’ultimo mezzo secolo: l’uomo a una dimensione.

Gli altri, i divergenti, hanno ottime ragioni per sospettare del potere e invocare la libertà del corpo conculcata. Eppure, anche loro hanno riflessi condizionati negativi: qual è in concreto la libertà che invocano? Tornare a febbraio 2020, come se il mondo di ieri fosse stato un paradiso, esigere solo il diritto a farsi i fatti propri, la libertà come assenza di responsabilità, indifferenza alle ragioni altrui, l’individualismo menefreghista del consumo? Auspichiamo anche noi il successo delle manifestazioni contro il passaporto sanitario, ma dopo? Sotto il vestito niente, se non un’accusa stucchevole di nazismo rivolta al potere. Ci preoccupa la reductio ad hitlerum (Leo Strauss), l’accusa infamante, l’etichetta definitiva applicata a chi non la pensa in un certo modo, da qualunque parte provenga. In queste condizione, i due eserciti – l’un contro l’altro armati – lavorano inconsapevoli per il re di Prussia, ovvero per il Dominio che avanza e regna sulle macerie di popoli ridotti a greggi. Le navi dei due gruppi di montoni di Panurgo seguono rotte opposte, ma il destino è uguale: l’annegamento. 

Più seria ci pare la tesi che da un anno e mezzo sta sviluppando un anziano filosofo studioso del sacro, Giorgio Agamben, ossia che l’appello alla “salute” sia una trappola per rubarci lo spirito. La pandemia si fa politica e la constatazione dell’uomo di pensiero è che la casa comune brucia. Dopo aver teorizzato la distanza irriducibile tra la vita tutta intera – corpo, anima e spirito – e la semplice esistenza materiale a cui si è ridotto l’Occidente, Agamben parla di cecità, “tanto più disperata perché i naufraghi pretendono di governare il proprio naufragio, giurano che tutto può essere tenuto tecnicamente sotto controllo, che non c’è bisogno di un nuovo Dio e di un nuovo cielo, soltanto di divieti, esperti e medici. Panico e furfanteria”.

L’autoritarismo sanitario è la malattia senile dell’ex mondo libero. Una cultura che si sente alla fine, senza più vita, cerca di governare la sua rovina attraverso uno stato di eccezione permanente. Vi è qualcosa di jungeriano, ma malato, in codesta mobilitazione totale scandita da regole che normano i minimi particolari di ogni istante. La mobilitazione di ieri avvicinava gli esseri umani, quella odierna li separa, li distanzia, li mette l’uno contro l’altro. Ridotti a macchine, prodotti di serie, siamo impegnati spasmodicamente a preservare l’esistenza biologica, il mero funzionamento dell’apparato-uomo, costi quel che costi. “È come se il potere cercasse di afferrare la nuda vita che ha prodotto e tuttavia, per quanto si sforzi di appropriarsene e controllarla con ogni possibile dispositivo, non solo poliziesco, ma medico e tecnologico, essa non potrà che sfuggirgli perché è inafferrabile”

Gli uomini ridotti ad esistenza biologica non sono più umani, mentre governo delle cose e governo degli uomini coincidono. L’evaporazione dell’umano si intuisce all’istante: basta guardarsi in faccia. Scrive Agamben: “il volto è la cosa più umana, l’uomo ha un volto e non un muso o una faccia, perché dimora nell’aperto, perché nel suo volto si espone e comunica. Il volto è il luogo della politica. Il nostro tempo impolitico non vuole vedere il volto, lo tiene a distanza, lo maschera e copre. Non devono esserci più volti, ma solo numeri e cifre.” L’homo digitalis suddito di un tiranno senza volto è costretto all’esistenza delle pecore.

L’emergenza interminabile, malattia essa stessa, diventa il punto terminale, l’anello di congiunzione di un dibattito avviato da decenni, basato sull’ossessione per la sicurezza, la previsione, la conservazione del corpo, il tutto nella cornice di una religione senza salvezza, la fede nella tecnica che illude di misurare, controllare, sconfiggere anche ciò che non è commensurabile. Il giapponese Yukio Mishima, che si dette la morte del samurai, chiese nel suo ultimo discorso pubblico: avete tanto cara la vita da sacrificarle l’esistenza dello spirito? La risposta occidentale è un sì fragoroso in nome del quale abbiamo scelto un’esistenza sicura, ovvero un’illusione, un miraggio, come dimostra il presente. Abbiamo perduto più della libertà: è fuggito lo spirito.

Lo spirito non è un terzo incomodo tra l’anima e il corpo: è “la loro inerme, meravigliosa coincidenza. La vita biologica è un’astrazione, ma è questa astrazione che si pretende di governare e curare. Sono sempre i poeti a pronunciare le parole definitive”, sottolinea Agamben. Per Schiller, “in un cerchio ristretto lo spirito si restringe. L’uomo cresce con il crescere dei suoi scopi”.

E viceversa, naturalmente. Hanno vinto i peggiori e più falsi maestri. L’umanità ha sempre saputo fin troppo bene di avere lo spirito, lamentava Sigmund Freud, mentre si vantava che “era necessario che io le mostrassi che esistono anche gli istinti”. Lo sapeva bene Panurgo. L’istinto gregario è una pulsione di morte anche quando si maschera, come nella narrazione ufficiale “covidiana”, da istinto di conservazione.      

Roberto Pecchioli     

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