Ci sono molti modi, per una civiltà di organizzare “il proprio funerale”. Il nostro è grottesco: il brodo parodistico di identità minime inventate a ciclo continuo, rivendicative, rancorose, agonali, aspiranti al rango di vittime

I NUOVI CATARI

Davide con la testa di Golia. Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1609-1610) Galleria Borghese, Roma

 I banditori della “cultura della cancellazione “chiamano se stessi woke, i risvegliati. Nulla di nuovo sotto il sole. Percepire se stessa come un faro di luce è una costante di ogni visione persuasa di ricostruire il mondo dalle fondamenta: illuminati di tutti i tempi unitevi, anche se state soltanto disfacendo il vecchio mondo. La decostruzione, “mal francese” esportato in America e da lì rilanciato nel resto del mondo, avanza come uno schiacciasassi, lasciando rovine, uguale a un tornado o un terremoto. I risvegliati hanno chiarissimo ciò che non vogliono: tutto qui. Non sono gli illuminati del Terzo Millennio, ma i nuovi Catari.

Il catarismo fu un movimento ereticale del Medioevo, forte soprattutto nella Francia meridionale. Fu duramente represso dai re di Francia e dal papa Innocenzo III. Catari autonominati, ovvero “puri”, dal greco catharòs, così come i paladini dell’odio contro la cultura europea ed occidentale bianca, chiamano se stessi risvegliati, ossia coloro che hanno raggiunto la verità dopo un sonno millenario.

La dottrina catara era dualista, si fondava cioè su un’opposizione radicale tra materia (il male) e spirito (il bene). I Catari rifiutavano del tutto i beni materiali e ogni espressione della carne. Il Re d’Amore (Dio) e il re del Male (Rex mundi) si combattevano per il dominio delle anime umane; svilupparono opposizioni irriducibili tra Spirito e Materia, Luce e Tenebra, Bene e Male. L’intero creato era un immenso tranello di Satana, impegnato a deviare l’uomo dallo Spirito e dal Tutto. Lo stesso Dio-creatore del Vecchio Testamento corrispondeva al dio malvagio. Basandosi su questi principi, rifiutavano di mangiare carne e uova e rinunciavano al sesso, tanto malefico che il matrimonio era considerato peccaminoso poiché serviva ad aumentare gli schiavi di Satana.

Il mondo materiale era opera del Male. L’atto sessuale andava evitato in quanto responsabile della nascita di nuovi prigionieri della carne. Era proibito ogni alimento originato da un atto sessuale (carni animali, latte, uova). La massima vittoria del Bene contro il Male era la morte, che liberava lo spirito dalla materia; la perfezione era lasciarsi morire d’inedia. Per il bene dell’Europa, i Catari furono sconfitti e dispersi. Sin troppo facile vedere sinistre analogie con la cultura di morte dei “risvegliati “(aborto, eutanasia, odio senza quartiere per la cultura di provenienza) con aspetti della tradizione gnostica, fondata sull’imperfezione della creazione e l’accesso di pochi illuminati alla vera sapienza, nonché con la diffusione di certe mode contemporanee.

Se la diagnosi è corretta, una conseguenza è il rovesciamento completo dell’Illuminismo, che regge le società occidentali dal XVIII secolo. Il punto di svolta è il Sessantotto. Una delle caratteristiche di quella devastante rivoluzione intra borghese fu il disprezzo per la vecchiaia e il culto per la gioventù. Appartenere all’ultima generazione, per i sessantottini, era trasformare l’età in soggetto politico. Da allora, essere giovani – al di là dell’anagrafe- è diventato un imperativo categorico. Il desiderio – o l’obbligo – di gioventù attraversa mezzo secolo, e ha diffuso, oltre a determinate abitudini e condotte, alcuni “valori” associati con la giovinezza e l’infantilizzazione delle generazioni, in contrasto con l’Illuminismo da cui pure il movimento prese le mosse.

I Lumi si caratterizzarono come movimento destinato a guidare l’umanità fuori dall’infanzia. Con la ragione eretta a feticcio e principio supremo, l’umanità non si affrancava soltanto dal vecchio mondo, dalle “superstizioni “spirituali e dall’autorità del passato, ma diventava finalmente adulta. In un celebre articolo, Immanuel Kant così si esprimeva nel 1794: “l’illuminismo è la liberazione dell’uomo dalla sua colpevole incapacità. Incapacità significa impossibilità di servirsi dell’intelligenza senza la guida dell’altro. Questa incapacità è colpevole in quanto la sua causa non risiede nella mancanza di intelligenza ma di decisione e coraggio per servirsi di se stessi senza la tutela dell’Altro. Sapere aude! Osa sapere. Abbi il coraggio di servirti della tua ragione: ecco il motto dell’Illuminismo”.

Il capovolgimento si è concluso, non soltanto in termini di civiltà, ma anche nei confronti del tentativo di trasformarla, innalzando sul trono la ragione umana. La post modernità sedicente risvegliata, al contrario, non fa che destituire ogni cosa di fondamento, definire nuove “vittime” e cercare tutor per un progetto al cui centro c’è il lamento e una perentoria richiesta di irresponsabilità. Kant si faceva banditore della secolarizzazione della società, del tramonto del sacro, dell’autorità e del “mos maiorum”, l’eredità del passato, ma con l’obiettivo di pensare autonomamente, essere protagonisti, responsabili, fabbri di stessi, una volta abbandonata la tutela – o la prigione – della religione, di un’idea, di un libro o di un maestro.  Operazione estremamente difficile, giacché è assai più confortevole vivere sotto tutela, determinati, eterodiretti. Emanciparsi è un processo difficile, simile al passaggio all’età adulta.

Due secoli dopo, Michel Foucault pubblicò un testo con lo stesso titolo di quello del prussiano, affermando che l’illuminismo di Kant è un processo che ci libera dallo stato di “minore età”, intesa come il fatto di accettare l’autorità di qualcuno. Cammino, quindi, ma anche opera progressiva. La scoperta di Foucault fu che la modernità è un atteggiamento più che un periodo storico, caratterizzato dall’attitudine critica, giudicante, nei confronti della realtà.

Il progetto non si è adempiuto. Il progresso, inteso come marcia lineare, ha fallito. La prova è l’indebolimento costante del pensiero critico, la scarsissima popolarità di cui gode la libertà di pensiero. Il “libero pensatore “di ieri è oggi screditato sino a diventare nemico e bersaglio del risveglio woke. Il progetto illuminista chiude per fallimento: se la libertà di pensiero, l’autonomia critica, l’uso della ragione erano principi fondanti, stanno perdendo la partita dinanzi a verità preconfezionate, alla proibizione sistematica del dissenso, sino al divieto di parole e concetti. Siamo tornati minorenni, bambini piagnucolosi desiderosi di sicurezza, bambagia, percorsi prestabiliti.

Le generazioni più giovani sono vulnerabili, fragilissime, deboli, “fiocchi di neve” impauriti, offesi da ogni differenza tanto da esigerne a gran voce la cancellazione. Ogni giorno, l’officina neo catara forgia nuovi profili di “vittime”, che non cercano emancipazione, ma la protezione della psico polizia e vendetta postuma. Invocano tutor, non maestri, privilegi, libretti di istruzioni scritti in linguaggio elementare, con l’uso di pochi vocaboli, poiché la complessità è vista come un pericolo, una montagna da scalare, un nemico da denunciare e di cui chiedere l’esclusione. Osa pensare, prescriveva Kant. Un’ orribile, faticosa operazione alla quale è preferito il tutorial, la “nuova” verità precotta che ha sostituito la vecchia mantenendo lo stesso carattere di obbligatorietà, la forza autoritativa mascherata dalla confezione “liberatoria” di chi non afferma, ma nega, come Mefistofele, “lo spirito che sempre nega”.

Osa avere emozioni, è l’unico imperativo rimasto, ma piccole, immediate, leggere come piume. Quella è la tua nuova identità, il tuo Io minimo, narciso, rancoroso. Osa rivendicare, qualcosa accadrà. Quelle emozioni istantanee, quei sentimenti eterei privi di spessore diventano macigni. I dispareri, i dissensi, non sono più parte della ricerca, escono dal radar illuminista di chi osa sapere e pensare. Diventano un assalto colpevole, una violenza che fa chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie, non prima di aver invocato l’intervento dei guardiani “risvegliati” e punito esemplarmente chi ha osato pensare, dissentire, chi si è arrischiato a diventare adulto, responsabile, in definitiva uomo. L’ offesa ai “fiocchi di neve” si deve pagare, il liquido amniotico in cui si sono rinchiusi va continuamente ricostituito. Dalla volontà di autonomia, emancipazione, liberazione, si è passati all’ invocazione di protezione. Dalla giovinezza obbligata sessantottina siamo scivolati nell’infanzia: regressione contro natura.

L’altro è mio debitore per il fatto che io lo considero tale. La relazione è determinata unilateralmente e arbitrariamente. La ricerca delle libertà e dell’autonomia è sostituita dalla necessità della protezione. Fine dell’illuminismo per asfissia. Nessuna responsabilità: cerchiamo ansiosi il Lord protettore, lo Stato, il gruppo, il tribunale. La colpa è sempre di qualcun altro, il carnefice presunto, autentico capro espiatorio, la cui colpa non è circostanziale, ma essenziale; per il mero fatto di esistere, eterna, imprescrittibile, trasmissibile agli eredi. L’appello alla tramontata ragione è mal visto. La pretesa di oggettività è fascismo, come esigere le responsabilità. Nella neolingua woke, è fascismo qualsiasi cosa non piaccia o non si accordi con lo schema precostituito. Se queste generazioni non si “realizzano “(altro verbo oscuro, equivoco) la colpa la deve avere qualcuno, o, in mancanza di un capro espiatorio, il “sistema” – quello vecchio, brutto, “bianco”, contro cui si sono risvegliati. Chi trova un nemico a cui addebitare la frustrazione, trova un tesoro.

Lo capì Robert Hughes nella Cultura del piagnisteo. “Il numero di americani che hanno sofferto maltrattamenti nell’infanzia e che grazie a ciò devono essere assolti da ogni colpa è simile a quello di chi afferma di essere stato Cleopatra in una vita anteriore. Sembrare forti nasconde solo una traballante impalcatura di negazione dell’evidenza, mentre essere vulnerabile è essere invincibile. Il lamento dà potere, benché non oltre la corruzione emotiva o la creazione di inediti livelli di colpevolezza sociale. Dichiarati innocente e vincerai”. In un contesto siffatto, osare non funziona più. Nessuno vuole più saper nulla né essere adulto, poiché ciò lo collocherebbe nel campo dei responsabili, ossia dei colpevoli. Nel bizzarro mondo di Peter Pan, si fa credere che è rivoluzionario rimanere fanciulli, trovare nuovi padroni ai quali poter reclamare e a cui denunciare senza appello i cattivi, quelli che sfregiano la nuvola rosa in cui credono di vivere. In realtà, il loro è un sopore artificiale, ma guai a farlo presente: l’inflessibile guardia arcobaleno è pronta a colpire.

Essenziale, tra i neo catari, è rintracciare un colpevole a cui addebitare tutto. La nuova lettera scarlatta, il marchio infamante dell’adultera nel puritanesimo americano, è l’appartenenza a una triade infernale: maschio, bianco, eterosessuale. Ma neanche le donne sono al riparo, se dissentono dal Corano “risvegliato”. L’evidenza che la cultura della cancellazione non ha altra capacità se non quella di negare e distruggere è in un brano di una femminista, Catherine Coquesry-Vidrovitch, secondo la quale “ciò che oggi mi sembra vitale è la decostruzione, per dirla con Jacques Derrida, del carno-fallo-logocentrismo, vale a dire l’esigenza di rimettere in discussione la terribile egemonia dell’uomo bianco in erezione e mangiatore di carne. “Non chiedete spiegazioni.

La nuova purezza catara, fieramente antirazzista, sfida il razzismo usando lo stesso armamentario, riducendo ciascuno al colore della pelle o al sesso biologico che peraltro nega in nome del verbo del ruolo sociale imposto dall’egemonia eteropatriarcale. Anche in questo ambito, è sconfitto l’illuminismo: non esiste più la specie umana, ma solo etnie, razze, generi, un labirinto di micro identità. Sgomenta il pessimismo antropologico dei risvegliati, il loro manicheismo ossessivo. Il nuovo sonno della ragione – che definisce se stesso al contrario- (una grottesca deriva orwelliana) rovescia il progressismo proclamato in torvo oscurantismo. Scrive Pascal Bruckner: “scopriamo ogni giorno un nuovo misfatto per il quale indignarci. L’intero universo è infestato da onde negative. Siamo tornati alla posizione di Sisifo, costretto a issare in eterno la sua pietra. La marcia verso la liberazione non giunge mai al traguardo. “Il nuovo “razzialismo“ woke somiglia sinistramente al suo nemico.

Un giorno non lontano, gli studiosi del dopo civiltà europea e occidentale si interrogheranno sul mistero autolesionista di bianchi benestanti progressisti occupati a maledire se stessi, denunciare la loro stessa razza. Il disprezzo di sé è una plateale autoflagellazione che chiamano risveglio. Come i catari che, se avessero vinto, avrebbero provocato l’autoestinzione astenendosi dal sesso, dalla procreazione, persino dall’alimentazione, in nome dell’odio insano per il corpo.

Impressionante è il sonno della ragione che genera mostri di certo femminismo ultimo, per il quale non solo il maschio della specie umana è costitutivamente violento, predatore, stupratore, ma ogni aspetto della vita quotidiana è uno stupro continuato nei confronti dell’esemplare femmina: sguardi, cenni, pensieri. Nascere uomo significa, per questa folle doxa diffusa da ideologhe titolari di cattedre universitarie, ricche e omosessuali, nascere assassini. La soluzione ovvia, catara, è la morte. Poiché non possono teorizzarla apertamente, costruiscono un mondo di gabbie, un’apartheid in cui ogni gruppo, ogni identità, ogni “genere” è condannato alla solitudine, a non avere contatti, a vivere in assenza dell’Altro. Un mondo folle, una distopia malata.

La parola chiave, inventata trent’anni fa dalla femminista radicale Kimberle Crenshaw, è “intersezionalità”, ossia il punto d’incontro, simile allo svincolo di un’autostrada, di diverse forme di discriminazione, razzismo, omofobia, transfobia, sessismo. In questo senso, la vittima perfetta, l’eroe dei nostri giorni è chi accumula il maggior numero di discriminazioni subite, pegno di nuovi privilegi. Ognuno diventa una minoranza sofferente su misura. La personalizzazione consumista e quella “vittimale” corrono a braccetto. Più sei vittima, più si rafforza la tua immunità simbolica. Il colpevole, ovvero il capro espiatorio perfetto è colui al quale si può marchiare a fuoco la lettera scarlatta post moderna, il maschio, bianco, eterosessuale. Non li sfiora neppure il sospetto di applicare, come il rovescio di un cappotto, le categorie del nemico di ieri.

Il mondo manicheo senza sfumature che stanno costruendo non è solo invivibile e psicotico: è anche tristissimo, buio, alimentato dal sospetto. Trasalgono nella tomba gli illuministi di ieri. Un esempio su tutti sono le regole in vigore tra i dipendenti di Netflix, la rete televisiva più woke di tutte. È vietato scambiarsi il numero di telefono tra colleghi, non ci si può guardare per più di cinque secondi. Ci sarà un controllore armato di cronometro, coadiuvato da un esperto in sguardi? Proibitissimo abbracciarsi, ed eventuali comportamenti “inappropriati “(altra parola multiuso…) implicano il licenziamento. Sono messe al bando le parole ambigue, i commenti “fuori luogo”, poiché l’apprezzamento, dicono, è “fratello del giudizio spregiativo”. Chi fa un complimento manifesta un’autorità: l’altro diventa oggetto del suo giudizio. E, si sa, il giudizio, nel girone infernale della dittatura politicamente corretta, è bandito.

Neo catari, o giacobini di risulta, o post puritani, ma sempre illuminati –allucinati. Erigono ghigliottine (per adesso non materiali, poi si vedrà) per i reprobi e i non abbastanza puri, dimenticando che anche Robespierre finì per salire sul patibolo e la testa dell’Incorruttibile rotolò nella cesta nello sferruzzare indifferente delle tricoteuses, le donne sedute davanti alla ghigliottina per assistere in prima fila all’orrendo spettacolo della decapitazione, rimanendo intente al lavoro a maglia. C’è sempre qualcuno più puro di ogni altro, il cataro perfetto.

Ci sono molti modi, per una civiltà, di organizzare il proprio funerale. Il nostro è grottesco: il brodo parodistico di identità minime inventate a ciclo continuo, rivendicative, rancorose, agonali, aspiranti al rango di vittime. Tutto ciò che proviene dalla natura, dallo stato civile, dai genitori, dal nostro corpo fisico è rifiutato e reiventato. Non c’ è nulla da ereditare e niente da costruire. La decostruzione si avvita su stessa e non può determinare che sterilità, prodromo della morte. Costruire a partire dal nulla è impossibile. I risvegliati non lo sanno: il sonno di ieri ha fatto perdere il senno. Neanche questa è un’esclusiva degli ultrà di un mondo con il volto terreo della morte: Giove toglie la ragione a chi vuol mandare in rovina.

Roberto Pecchioli

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