Ma chi era questo pianista tanto atteso.

 

Nella sala la gente si sedette, sulle poltrone troppo comode, così comode che dopo un po’ era difficile per qualcuno drizzarsi, sicché la posizione presa suggeriva loro di restare fermi. Nel giardino, di tanto in tanto, un lampo seguito da un tuono illuminava la sala.

 

Illuminato da un lampo, finalmente il pianista entrò.

 

Si chiamava Octavio Gruber ed era un vero eccentrico.

 

Dietro un paravento decorato, estrasse da una valigetta una giacca di velluto, con alamari dorati, e se la mise dopo essersi tolto il soprabito, le scarpe e le calze.

 

Il pianista si sedette sullo sgabello, cui fece fare parecchi giri per cercare l’altezza più consona alla propria statura, e sistemò la sigaretta accesa sull’orlo del pianoforte. Si guardò i piedi, i pedali, i piedi, i pedali, e poi cominciò a suonare le scale con l’alluce del piede. Le note si susseguivano con uno stacco originalissimo. Gli invitati non sapevano se ammirare o ridere ma ascoltarono con vero piacere quelle note che il pianoforte diffondeva nella sala… […]

 

 

«LA MUSICA DELLA PIOGGIA»

 

 

 

 

 

 

 

 

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