Laggiù non è poi così lontano

racconto

di

Elisabetta Bordieri

Il sottile confine tra sogno e vita reale è quello che Giulia vive ogni notte: l’unico suo riparo, l’unico suo rifugio da tutto quello che ha e da tutto quello che è. I sogni muoiono all’alba, si dice e anche quelli di Giulia solo che in una notte qualsiasi un sogno ben preciso la prende e la porta via. E lei lo vive appieno tanto da poter discutere con lui sperando possa sparire dalla sua vita ma soprattutto lo vive per poter incontrare la sua amica Lella, una saggia vecchia che la sa ascoltare e con la quale può coronare il suo sogno reale.

 

 

Si trovava sempre nel posto giusto con la persona sbagliata e nel momento peggiore. Una caratteristica talmente costante da sembrare quasi sospetta. Non si trattava di sorte avversa o contrattempo increscioso ma di condizione stabile, di volontà esterna, di forza fatale. Eppure, tutte le volte che succedeva, Giulia si sentiva come se fosse stata rapita, pervasa da un senso di angoscia e di vuoto che le chiudeva la gola, le sembrava di essere immersa in una nuvola disintegrata da entropiche particelle, persa nell’oblio più nascosto di un qualsiasi punto sperduto nell’universo. Non aveva vie di salvezza se non che tentare di arrivare a sera sfinita e insaccarsi sotto le coperte con l’unico desiderio di dormire e di non sognare. I sogni non fanno male. I suoi sì. Fino a razziarle l’anima. Ed ecco l’ultimo posto giusto delle sue giornate. Il letto. Nel momento peggiore. La notte. Con la persona sbagliata. Se stessa. La liberazione era solo una.  Assiemare i propri pensieri e poi saturarne il limite fino a renderli vani. Modellarli e teorizzarli come fossero un fenomeno inverosimile per cadere in una sorta di ibernazione. Quasi morire. Ecco sì, quasi morire. Ma quella notte non andò così.

Quando lui entrò in camera, nemmeno se ne accorse. Lei era già entrata in quello stato di forma latente patologica simile al letargo.

   «Dormi?»

Nonostante il coma indotto dal sonno riuscì a sentire il suo fastidioso vociare. Gli rispose con un mugugno.

   «Mmh.»

   «Giulia, stai già dormendo? Giulia!»

Avrebbe potuto uccidere per un risveglio così, dopo la fatica micidiale di ogni sera per raggiungere la sospensione totale della coscienza e della volontà. Aprì gli occhi a stento.

   «Sì, stavo già dormendo. Che c’è?!»

   «Sono giorni che cerco un contatto con te.»

Si tirò su a sedere di scatto.

   «No, sono giorni che cerchi di innervosirmi, e poi a quest’ora pretendi un contatto.»

   «Che cosa vuoi Giulia?»

   «Ah, entri di notte in camera mia in cerca di un non ben identificato contatto e chiedi a me che cosa voglio io?!»

   «Va bene, ho capito, meglio che me ne vada, e questa comunque è la camera nostra, non tua.

Camera nostra. Le veniva da ridere.

   «Chiudi la porta.»

   «Ti lascio stare se, e solo se, parliamo.»

No, non se ne andava.

   «Se e solo se in linguaggio matematico significa: condizione necessaria e sufficiente. E non mi sembra che esista condizione alcuna per parlare.

   «È falso.»

   «Un enunciato è falso se implica la propria negazione o contraddizione. Questa è logica classica.»

   «Tu lo sei, una contraddizione vivente.»

   «Secondo Aristotele, una cosa non può essere e non essere allo stesso momento. Principio della non contraddizione.»

   «Infatti tu lo sei sempre e basta. Hai finito con queste stupide citazioni?»

Stiamo discutendo del nulla sconfinato e non di quello di cui dovremmo. Avrebbe continuato con le nozioni culturali a disposizione pur di vederlo uscire di lì.

   «Di sconfinato non c’è nemmeno l’universo.»

   «Ah beh allora, è tutto a posto.»

   «Lo diceva Hawking, il cosmo è liscio, globalmente finito e ragionevolmente regolare.»

   «Per rimanere in tema posso dirti che sembri un buco nero.»

   «E diceva anche che i buchi neri non sono neri così come vengono dipinti.»

   «Stai evitando l’argomento e ti arrabatti per altre vie. Questo si chiama fallimento della comunicazione.»

Insisteva. Insisté anche lei.

   «Esatto, il fallimento della comunicazione, lo metteva in scena Beckett, con la sua angoscia e la sua solitudine attraverso dialoghi surreali…»

   «Come il nostro, direi.»

   «…nei quali il silenzio diventa forma di comunicazione nell’impossibilità di vivere un presente felice e sai perché?» Perché Godot non arriverà mai.

   «A volte sei davvero assurda.»

Tentò l’ultima carta contro di lui. Quella di una frase a effetto senza senso apparente. Inventò.

   «La consapevolezza dell’assurdo aiuta a vivere meglio, e anche quella del suo esatto contrario, aggiungerei. L’incarnazione del paradosso. E questo lo dico io.»

Funzionò.

   «Basta Giulia, mi stai stancando con queste tue elucubrazioni! Qualsiasi cosa ti dica devi allegarci un riferimento o un modo di dire o una cosa che ti viene in mente. Se ti chiedo “come stai?”, cosa fai, ti metti a cantare Baglioni?»

   «Hai detto me ne vado, ma sei sempre qui.»

Sentì sbattere la porta. Finalmente sola. Impossibile riprendere sonno ormai. Lui continuava a tormentarla. Lei avrebbe dovuto chiudere e in fretta. Lo avrebbe fatto quella notte stessa. Si alzò dal letto e lasciò la camera. Fuori la porta ancora lui.

   «Dove vai?»

Nessuna intenzione di rispondergli.

   «Dove stai andando?»

Lo sapeva bene dove stava andando.

   «Giulia, per favore, sei in pigiama!»

Non l’avrebbe fermata.

   «Non farlo, non farlo di nuovo, non uscire a quest’ora.»

Doveva farlo.

   «Sai che poi ogni volta torni e te ne penti.»

Mai pentita.

Solo tornata.

Ma questa volta non sarebbe successo.

 

Uscì di corsa a piedi, mentre l’eco dei vaniloqui di lui lasciavano una scia melmosa. La strada, tutta in salita, la portò da lei in poco tempo ma arrivò sfinita lo stesso. Sapeva che l’avrebbe svegliata ma sapeva anche che non aveva scelta. Bussò delicatamente alla porta della casa in pietra dove viveva.

   «Lella, sono io. E’ urgente.»

Nessuna risposta.

   «Lella, posso?»

Silenzio. Sospinse la porta che inaspettatamente si aprì. Conosceva ogni meandro di quella casa. Quante sere da lei a bere una birra bionda non filtrata o a mangiare yogurt bianco a cucchiaiate intriso di buon miele grezzo. Una deliziosa routine per Giulia come a fermare banalmente l’attimo o a esorcizzare la paura di perdere quei momenti. Salì rapidamente le scale ed entrò in camera da letto. La trovò distesa, immobile. Il suo viso era disteso e sereno, quasi sorridente.

   «Lella…»

La guardò senza toccarla. Allarmata avvicinò l’orecchio alle sue labbra in cerca di un refolo d’aria.

   «Ti aspettavo. Sei in ritardo stasera.»

Quel filo di voce improvviso la fece sobbalzare e tirò un urlo spaventata.

   «Ehi, ma sei viva allora. Mi hai fatto prendere un colpo.»

   «Sei impulsiva, così avrai sempre una visione parziale delle cose. Vecchia sono vecchia ma sono ancora decisamente viva, sì.»

Giulia sorrise e si calmò.

   «Già vecchia, eppure non so quanti anni hai e non so nemmeno come ti chiami. Lella sarà un diminutivo.»

   «Conta le mie rughe e moltiplica per un numero x tendente all’infinito e otterrai la tua risposta, ragazza mia. Il mio nome non ha importanza e in ogni caso l’ho dimenticato anche io. Ma non credo tu sia venuta nel cuore della notte per sapere i miei dati anagrafici.»

   «Le tue rughe sono bellissime, corpose, calde, sanno di buono,  raccontano la tua lunga vita, sono speciali, come te.»

   «Le tue invece, quasi inesistenti sulla pelle, sono canali aridi nel deserto che ti stanno solcando l’anima.»

   «Sì, sono qui per questo.» 

Le raccontò quello che già sapeva. Di lui e di come la torturava con le sue chiacchiere, di se stessa e di come non ne poteva più. Parlò per ore o forse solo pochi minuti. La vecchia la ascoltò in un rispettoso silenzio, come era solita fare, sempre sdraiata nel suo letto. Poi, mentre la ragazza era ancora lì che la inondava di parole, si alzò.

   «Parli a sciame sparso, stanotte.»

Chiosò scendendo le scale. Giulia annullò i suoi pensieri per un istante e la seguì al piano di sotto.

   «Uno sciame non è sparso.»

   «Infatti non lo è ma le tue parole escono dall’insieme e abbandonano il senso compiuto. Birra o yogurt?»

   «Birra.»

La vecchia prese una bottiglia, la solita marca, e riempì due boccali.

   «Ti manca?»

   «Mi manca? Ma chi? Lui?» Lui è inesistente.

   «La tua sete, dico. La sete ti manca?»

La ragazza sorseggiò con gusto.

   «No, la birra è fresca.»

   «La sete della tua essenza, Giulia.»

   «Cosa? Intendi quindi se mi manco io? Sì, mi manca allora. Ho una sete pazzesca, ma se dovessi stare dietro a quanto mi manco, non potrei chiudere qui e invece voglio farlo.»

   «Perderai spessore.»

   «Lo so. Non importa.»

   «Perderai molto di più.»

   «Non importa nemmeno quello.»

   «Significherà andare fin laggiù, lo sai bene.»

   «Ed è lì che voglio andare.»

   «Di nuovo?»

   «Di nuovo sì, laggiù è un posto magico dove si respira aria leggera, dove l’idea di un sogno diventa sottile, dove sappiamo solo io e te. Ricordi anche tu, vero?»

   «Aria rarefatta  e sogni possibili, sì che ricordo.»

   «Ma stavolta non voglio andare via.»

   «Sei decisa stanotte. Più di ogni altra notte. Ti aiuterò a chiudere allora, perché in questa notte esisti solo tu. Andiamo.»

   «Resterai con me?»

   «Lo vuoi?»

 

Quanto tempo passò Giulia non poté dirlo perché i sogni non hanno tempo, non hanno sostanza, non hanno alito. Hanno solo quel sapore acre di vita non vissuta che destrutturano il senso stesso del vivere ogni mattina successiva, al risveglio. Quella mattina andò esattamente così.

   «Dormi? Giulia, stai ancora dormendo? Giulia!»

Sì, avrebbe potuto decisamente uccidere per un risveglio così, dopo la fatica di ogni sera per raggiungere il sonno e di ogni mattina per tentare di prolungarlo. Riaprì gli occhi.

   «No, stavo ancora dormendo.»

Lui era lì. In camera sua. Come il giorno prima. Come la notte prima. Come sempre. Lo sentiva farfugliare parole, concetti, opinioni, pareri, nozioni, critiche, offese, soprattutto offese: che cosa vuoi,  sei una contraddizione vivente, sembri un buco nero, sei davvero assurda,  mi stai stancando, dove vai, non farlo. Doveva nullificare ogni tentativo di contatto con lui. Doveva nullificare molto di più. Ma ci avrebbe pensato dopo. Ora doveva riprendere il sogno. La fine del sogno. Richiuse gli occhi. E ritrovò in quello stesso istante Lella, le sue rughe e la sua saggezza, ritrovò se stessa, le sue notti e la sua sete.

   «Sì, andiamo. Laggiù non è poi così lontano.»

 

 

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9 Commenti

  1. tomlostriato

    10 ottobre 2018 a 11:51

    Chapeau!

    rispondere

  2. Maurizio

    4 ottobre 2018 a 15:40

    “La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno” con questa frase si apre Picnic ad Hanging Rock, il capolavoro di Peter Weir. Ed ho voluto ricordarla per chiudere questo tuo ultimo gioiello letterario. Inquietante almeno quanto il film. J’adore…

    rispondere

  3. Andrea

    1 ottobre 2018 a 13:19

    Sogno…sogno di farlo…ma nel sogno. O anche nella realtà…dopo l’ennesima noiosa discussione.
    Brava! Dal tuo ultimo ma non ultimo commentatore appassionato.
    Bacione

    rispondere

  4. Elisabetta Bordieri

    1 ottobre 2018 a 6:57

    Grazie a tutti coloro che sono passati di qua e a chi ha permesso che accadesse.

    rispondere

  5. ilaria

    27 settembre 2018 a 20:06

    Si entra e si esce dal sogno , fra le tue righe con la leggerezza dell’anima e la pesantezza della vita…tu sai essere entrambe le cose.
    Bello e bella .

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  6. Paola

    27 settembre 2018 a 20:04

    Bellissimo racconto
    Rifugiarsi nei sogni però non sempre è una cosa positiva….. ti distacca troppo dalla realtà e non fa affrontare al meglio la vita di tutti i giorni
    Spero non ci sia troppo di personale in questa storia e sia solo frutto della tua meravigliosa fantasia
    Sono sempre la tua fan più accanita.
    Baci

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  7. Daniela

    27 settembre 2018 a 19:59

    Struggente… Che ne so… Io mi commuovo sempre 😘 i tuoi racconti sono musicali… Hai un ritmo un pathos sono poetici

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  8. Bugia

    27 settembre 2018 a 19:21

    Una drammatica e surreale ricerca di fuga da una realtà che opprime, tra citazioni, insonnia, sogni interrotti e poi ricercati nuovamente… Spero solo non sia troppo autobiografica! 😉

    rispondere

  9. Emiliano

    27 settembre 2018 a 17:14

    Affascinante. Ottima scrittura, con un ampio uso di vocaboli. Brava.

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