I racconti delle donne è un libro che abbatte ogni pregiudizio. Le donne non scrivono solo letteratura rosa. Questo è un pregiudizio duro a morire e questa raccolta sfata un falso mito. Sono tutti racconti di altissima qualità e colpiscono per motivi diversi perché ogni penna, come abbiamo già ripetuto, è radicalmente differente. È un libro consigliato per gli amanti dei racconti e non solo, è una raccolta da regalare e da far conoscere.

I racconti delle donne a cura di Annalena Benini è un piccolo gioiello.  Meno di trecento pagine per raccogliere i racconti delle penne più famose della letteratura. Marguerite Yourcenar, Dorothy Parker. Storie diverse che forse non hanno alcun legame tra di loro ma che sicuramente sono stata scritte da fuoriclasse: Virginia Woolf e Clarice Lispector. Ed è stata una sorpresa scoprire che le protagoniste di queste storie non sono le scrittrici, ma le donne di ogni giorno. Alla fine di ogni racconto scelto da Benini, c’è il ritratto di queste donne. Un disegno appena accennato di quello che erano, che volevano essere o che sono diventate, partendo proprio dal loro racconto. Pagine che durano troppo poco ma che arricchiscono senza dubbio la raccolta. Non sono le sole che si susseguono in questa raccolta. Kathryn Chetkovich che col racconto Invidia ha ispirato la Benini per la costruzione della raccolta. Seguono Elsa Morante, Natalia Ginzburg… e altre ancora.

 

La trama del romanzo.

 

L’amicizia, l’invidia, l’amore, lo smarrimento, il sesso, la paura, l’ambizione, i figli, gli uomini, le risate, il coraggio. E la libertà: conquistarla, gettarla via, riprendersela in un istante di grazia. Raccontare le donne significa raccontare una forza che all’improvviso squarcia tutto, oppure si nasconde, o cammina piano e prepara la strada a chi verrà dopo. Che cosa pensano le donne, a che cosa credono, quante vittorie, sconfitte, speranze e segreti hanno dentro di sé? Quanta rabbia e quanto divertimento? Fuori dal solito affresco di eroine affrante, abbandonate, sottomesse, oppure impossibili e ribelli, c’è un mondo vivissimo, sorprendente e complesso che chiede di essere raccontato, e c’è il movimento mai stanco della scrittura e dell’esistenza. È la festa della società sovversiva delle ragazze. Annalena Benini è andata a cercare, fra i racconti più belli della narrativa mondiale, i luoghi in cui le donne dicono chi sono davvero, dentro il semplice e inesauribile groviglio dell’essere vive. Dal valzer con un imbranato di Dorothy Parker all’invidia di Kathryn Chetkovich per il fidanzato Jonathan Franzen, dal ricordo del tradimento in Alice Munro al pozzo in cui a volte cadono le donne nella visione di Natalia Ginzburg, fino alla vertigine del suicidio di Saffo secondo Marguerite Yourcenar. È un patto con la verità: non nasconderemo niente, ma è anche la scoperta di un’idea concreta, intima e spietata della realtà e della letteratura.

 

Come inizia. 

             

              Una festa bellissima

              di Annalena Benini

                        

                        Dimmi, che altro avrei dovuto fare?

                                 Non è vero che tutto muore prima o poi, fin troppo presto?

                                 Dimmi, che cosa pensi di fare

                                della tua unica vita, selvaggia e preziosa?

                                MARY OLIVER, Giorno d’estate.

   Ogni volta che incontro una donna, vorrei subito saltare tutti i convenevoli e sapere che cosa pensa, come si sente, se è felice o se è delusa, qual è la vita che non si vede ma che sta nascosta dentro gli occhi, se ha paura di perdere la sua forza, e se ogni tanto cade anche lei nel pozzo.

   Sono cresciuta in una famiglia di donne, ho visto mio padre annoiarsi ai pranzi di Natale se costretto a parlare a tavola con alcuni fidanzati di passaggio e non con noi, ho avvertito, prima confusamente e poi in modo sempre piú nitido, il movimento verso la libertà, la ricchezza, il mistero di essere una donna: mia madre e mia zia che bisbigliano in cucina e ridono, mia nonna che le guarda preoccupata e contenta dall’altra stanza, mia sorella che ha appena imparato a camminare e si aggrappa a me, io che sono ancora troppo piccola per avere accesso a quei segreti ma non c’è niente che mi interessi di più al mondo.

   Leggendo anni dopo Simone de Beauvoir, nell’Età forte, ho sentito la stessa curiosità e commozione che provavo davanti a quei segreti. «D’un tratto conobbi un gran numero di donne che avevano passato la quarantina, e che, attraverso la diversità delle loro situazioni e dei loro meriti, avevano fatta tutte quante un’identica esperienza: erano vissute come “esseri relativi”. Poiché io scrivevo, poiché la mia situazione era diversa dalla loro, e anche, credo, perché sapevo ascoltare, esse mi dissero molte cose; cominciai a rendermi conto delle difficoltà, delle false facilità, dei tranelli, degli ostacoli, che la maggior parte delle donne trovano sul loro cammino, e sentii anche fino a che punto esse ne fossero ad un tempo menomate ed arricchite».

   Simone de Beauvoir raccontava in quelle pagine le donne degli anni Quaranta del secolo scorso, a Parigi, e aggiungeva anche: io ero diversa da loro. Adesso che capisco meglio che cosa significhi «menomate ed arricchite», e ancora e sempre ho paura che nella vita mi sfugga qualcosa, sento non una diversità, non una distanza, ma invece il calore di un’appartenenza e la gratitudine per il cammino fatto da quelle donne. E quindi anche il desiderio di mostrare il cambiamento assoluto di questi «esseri relativi»: il loro (il nostro) movimento.

   «Qualcosa che eccede il confronto con gli uomini, qualcosa di incomparabile», ha scritto la filosofa Luisa Muraro in un saggio sull’indicibile fortuna di essere una donna. Non è una dichiarazione di inimicizia verso i maschi e non è una rivendicazione, è solo la constatazione di una differenza sostanziale fra uomini e donne, su cui si fonda sempre lo sguardo, spesso la vita e a volte l’amore. E la differenza è interessante, viva, e merita di essere raccontata: dalla polvere dei pavimenti al più inconfessabile dei pensieri.

   Ho cercato di farlo in questo libro attraverso la letteratura, attraverso le parole e le storie delle scrittrici nel punto esatto in cui illuminano le donne dentro l’esistenza, nella formazione, nella delusione, nella costruzione di sé che passa sempre attraverso l’incontro con l’altro.

   Volevo mostrare un doppio movimento: quello della scrittura e quello della vita, offrire a chi legge la ricchezza della letteratura e del cambiamento femminile, i mutamenti delle relazioni umane e il moltiplicarsi delle forze e del coraggio. E il divertimento, l’ironia. La folla di possibilità e di speranza, la fatica, il mal di testa, la vampata sottile di calore, il patto dell’amicizia. Una grandezza nella precisione spietata del raccontare che viene incontro anche al banco dei formaggi del supermercato dentro una lite coniugale, e alla fermata dell’autobus quando non sai che autobus prendere.

   Ho cominciato da lontano, ma non lontanissimo, scegliendo una ragazza nata nei primi anni del Novecento, Lily Everit: va a una festa controvoglia, con la testa piena del suo mondo, e incontra subito la signora Dalloway, che si specchia in Lily e si sente «assurdamente commossa» senza avere idea di quanto quella giovane donna sia già così tanto diversa da lei.

   Da quell’istante, apertura ideale della letteratura e della vita nella modernità, le donne, e le scrittrici, hanno costruito una strada netta, libera, e hanno fatto un patto con la verità: non nasconderemo niente, racconteremo tutto.

   Ho immaginato anche io una festa, allora, un ricevimento con tutti questi personaggi e le loro creatrici che si muovono insieme, che finalmente possono incontrarsi, ballare, fiammeggiare: una società sovversiva di ragazze che si tengono vive le une con le altre, e indagano, ognuna con il proprio respiro e con la propria ironia, la solitudine, l’amicizia, il tradimento, il tormento per un uomo, l’autonomia interiore, la fatica coniugale, la delusione, l’invidia, i figli, l’amore, il divorzio, la speranza di qualcosa di meglio, la paura, lacompetizione, la vanità, il sesso, l’irresolutezza, la morte, e l’eterno attaccamento delle une con le altre. Anche il pericolo di cadere ogni tanto nel «gran pozzo oscuro», che ha raccontato Natalia Ginzburg, un abisso doloroso di malinconia. Ma che non significa soltanto: cadere. Come ha scritto Alba de Céspedes, in risposta a Natalia Ginzburg: «Ogni volta che cadiamo nel pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono di comprendere tutto quello che gli uomini – i quali non cadono mai nel pozzo – non comprenderanno mai».

   Dal valzer con un imbranato di Dorothy Parker all’incontro di una cinquantenne con un cameriere in pizzeria di Valeria Parrella, all’invidia di Kathryn Chetkovich per il suo fidanzato scrittore, al ricordo del tradimento di Alice Munro, all’ossessione di Edna O’Brien, gli uomini non sono sfuocati o in secondo piano: costituiscono il racconto, permettono di muovere gli occhi, sono oggetto d’amore e di confronto. Vengono svelati, ma anche permettono di rivelare la nudità femminile. Sembra che le donne abbiano una disposizione intima verso il resto del mondo, un continuo tentativo di comprensione degli altri, e anche, però, una tensione verso il rimpicciolimento di sé che chissà da dove arriva, chissà perché gli uomini non ce l’hanno: il risultato è che il dolore entra nella scrittura in un modo sottile, si infila tra le parole anche leggere di un valzer controvoglia, o di un divorzio ormai lontano nel tempo, e queste contaminazioni fra la forza sovrumana e la malinconia interiore, fra l’allegria e la possibilità di una sconfinata sofferenza, costruiscono una letteratura vivida capace di portarci al fondo di noi stessi, e anche di tirarci fuori da lì.

   La forma del racconto, che è uno scrigno dentro cui tutto avviene e si apre e chiude con una chiave, permette di sentire la compiutezza di un momento, la commozione per quel viaggio sull’accelerato della sera raccontato da Grace Paley, lo sgomento per il segreto della bambina in quell’ultima estate nigeriana nella storia di Chimamanda Ngozi Adichie, e anche la vertigine del suicidio di Saffo, per amore di un uomo indifferente, o per dolore di sé: «Tutte le donne amano una donna: amano perdutamente se stesse, il loro stesso corpo è infatti di solito l’unica forma in cui siano d’accordo di trovare una qualche bellezza», scrive Marguerite Yourcenar.

   Ho scelto questi racconti, che avrebbero potuto essere molti di più e che sempre si nutrono di altri racconti, secondo due soli criteri: complessità e bellezza.

   Racconti che facciano divertire e appassionare uomini e donne, e che illuminino un aspetto dell’esistenza che prima era in ombra, che consolino e incuriosiscano e che accendano di desiderio verso le altreparole di queste scrittrici. Ho scelto le storie non solo delle più grandi autrici del nostro tempo, che hanno aperto la strada o che stanno percorrendo la loro strada, ma anche delle autrici che hanno fermato un momento importante, si sono poste cioè i problemi nel modo corretto, come sostiene Cechov.

   Kathryn Chetkovich ha usato nel suo racconto inedito in Italia, Invidia, un’espressione che mi ha turbata, perché è una dichiarazione di verità dolente, ed è qualcosa che, nonostante il secolo trascorso dalle feste della signora Dalloway, continua a muoversi dentro di me, in un modo segreto che cerco per la maggior parte del tempo di ignorare, ma poi esce fuori anche contro la mia stessa volontà: «Io volevo quello che vogliono sempre le donne: sentirmi legittimata».

   Sentirmi legittimata, come essere nient’affatto relativo, sentirmi legittimata davanti agli uomini ma soprattutto davanti alle donne, che hanno negli occhi quelle vite nascoste, quei pensieri segreti. Sentirmi legittimata nella speranza, che non finisce mai ed è rivelata dal solo fatto di scrivere e riscrivere e dall’atto grandioso di tentare di contenere l’umanità dentro un racconto, per poi ricominciare.

   Grace Paley diceva: «Scrivere di donne è un atto politico», perché significa prendersi cura di loro. E significa offrire agli uomini molte possibilità di comprensione, di divertimento e vicinanza a questa misteriosa e speciale parte dell’umanità.

   «Noi sappiamo di essere molto speciali. Eppure continuiamo a sforzarci di capire in che senso: non in questo, non in quello, in quale allora?» Lydia Davis è un genio di ironia e tormento, e la risposta alla sua domanda poetica, emotiva e intellettuale è in questo libro. In questa incomparabile, magnifica disposizione all’intimità, al confronto. Al racconto.

 

I racconti delle donne

             

                          Virginia Woolf

                          La presentazione

   Lily Everit vide la signora Dalloway dirigersi verso di lei dall’altra parte della stanza, e l’avrebbe volentieri pregata di non venire a disturbarla; e tuttavia sentì, mentre la signora Dalloway si avvicinava con la mano destra sollevata e un sorriso di cui lei, pur essendo al suo primo ricevimento, conosceva il significato – «Ma devi venir fuori dal tuo angolo e fare conversazione» –, un sorriso allo stesso tempo benevolo e drastico, imperioso, sentì uno strano miscuglio di eccitazione e timore, il desiderio di essere lasciata in pace e insieme la voglia di essere tirata fuori e buttata giù, giù nei turbolenti abissi. Ma la signora Dalloway fu intercettata, acciuffata da un vecchio signore coi baffi bianchi, e così Lily Everit ebbe un istante di tregua in cui aggrapparsi a se stessa, come una boa nel mare, e sorseggiare, come un calice di vino, il pensiero del suo saggio sulla personalità del decano Swift che proprio quella mattina il professor Miller aveva marcato con tre stelle rosse, ottimo. Ottimo, ripeteva a se stessa; ma ora ilcordiale era assai più diluito di quanto fosse quando stava dritta davanti al lungo specchio mentre sua sorella e Mildred, la domestica, provvedevano agli ultimi ritocchi (un colpetto qui, una tiratina là). Mentre le loro mani si affaccendavano intorno a lei, infatti, aveva la sensazione che sfiorassero gradevolmente la superficie, ma sotto giacesse intatto come un grumo di metallo lucente il suo saggio sulla personalità del decano Swift; e i loro apprezzamenti quando era scesa al pian terreno e in piedi nell’ingresso attendeva l’arrivo della carrozza – Rupert era uscito dalla sua stanza e le aveva detto che era uno schianto – increspavano la superficie, s’infilavano fra i nastri come una brezza, ma nulla di più. Un’unica vita divisa (ne era certa) tra fatti concreti, quel saggio, e finzione, quell’andare a una festa, tra scoglio e onda, pensava, mentre la carrozza filava e lei vedeva le cose con tale intensità che d’ora in poi avrebbe sempre visto la realtà e se stessa, un riflesso bianco nella schiena scura del vetturino, inestricabilmente congiunte: il momento della visione. Poi, quando giunse a destinazione e cominciò a vedere gente che saliva e scendeva le scale, quel grumo solido (il suo saggio sulla personalità di Swift) vacillò, iniziò a sciogliersi, non riusciva più a conservarlo, e tutto il suo essere (non più affilato come un diamante che taglia in due il cuore della vita) divenne una velatura di allarme, apprensione e diffidenza mentre se ne stava con le spalle al muro nel suo angolo. Eccolo dunque il famoso posto: il mondo.

   Guardandosi intorno, Lily Everit istintivamente nascose quel suo saggio, tanto era vergognosa adesso, e anche confusa, e malgrado ciò in punta di piedi per mettere a fuoco e nelle giuste proporzioni (le vecchie essendo del tutto sbagliate) quelle cose che si rimpicciolivano ed espandevano (come chiamarle? persone? impressioni sulla vita delle persone?) e sembravano minacciarla e sopraffarla, mandando tutto in fumo, non lasciandole che una possibilità, quella di starsene sulla difensiva.

   Ora la signora Dalloway, che non aveva mai abbassato del tutto il braccio, e lo muoveva, mentre parlava, in modo da farle intendere che stava arrivando, che era stata solo trattenuta dal vecchio soldato coi baffi bianchi, ora lo sollevò di nuovo con decisione e la raggiunse, e disse alla timida deliziosa ragazza, con il suo pallore, i suoi occhi luminosi, i capelli scuri poeticamente intrecciati attorno al capo e il corpo sottile in un abito che sembrava scivolar via:

   – Vieni e lascia che ti presenti, – e a quel punto la signora Dalloway ebbe un’esitazione, poi rammentando che Lily era quella intelligente, che leggeva poesie, si guardò attorno in cerca di qualche giovanotto appena tornato da Oxford, uno che avesse letto tutto e fosse in grado di parlare di Shelley. E prendendo Lily Everit per mano la condusse verso un gruppo dovec’erano dei giovanotti che chiacchieravano, e Bob Brinsley.

    Lily Everit restò un po’ indietro, quasi fosse una riottosa barca a vela che fa la reverenza nella scia di un piroscafo, e sentiva, mentre la signora Dalloway la guidava, che ora sarebbe accaduto; che adesso nulla avrebbe potuto impedirlo, o evitarle (e non vedeva l’ora che tutto finisse) di essere scagliata in un gorgo dove sarebbe perita o si sarebbe salvata. Ma cos’era il gorgo?

   Oh, era fatto di un milione di cose e ognuna le era ben chiara: l’abbazia di Westminster; l’impressione che tutt’intorno a loro ci fossero solenni edifici tremendamente alti; essere una donna. Forse era quello che saltava all’occhio, che restava, in parte per via dell’abito, ma tutti i piccoli gesti cavallereschi e gli omaggi da salotto, tutto le faceva sentire che era uscita dalla crisalide e veniva apprezzata per ciò che nella tranquilla oscurità dell’infanzia non era mai stata – questa fragile e bella creatura, dinanzi alla quale gli uomini s’inchinavano, questa creatura limitata e circoscritta che non poteva fare ciò che voleva, una farfalla con migliaia di sfaccettature negli occhi e un piumaggio delicato, e innumerevoli difficoltà, sensibilità e tristezze: una donna.

   Mentre attraversava la stanza insieme alla signora Dalloway accettò la parte che le era stata assegnata, e naturalmente la esagerò un po’, come un soldato orgoglioso delle tradizioni di una vecchia e illustre uniforme, consapevole, mentre camminava, della propria eleganza, delle scarpe affusolate, dei capelli arricciati e raccolti; e del fatto che, se le cadeva un fazzoletto (come era accaduto), un uomo si sarebbe prontamente chinato a raccoglierlo e a restituirglielo; in tal modo accentuando l’artificiosa fragilità del suo comportamento innaturale, perché dopotutto non le apparteneva.

   Le apparteneva, piuttosto, correre e affrettarsi e meditare in lunghe passeggiate solitarie, scavalcare cancelli, annaspare nel fango, e nella bruma, nel sogno, nell’estasi della solitudine, seguire nell’aria i cerchi del piviere e sorprendere i conigli e incappare nel cuore deiboschi e delle vaste brughiere solitarie in piccole cerimonie senza pubblico, riti privati, pura bellezza esibita da scarabei, mughetti, foglie morte e quiete pozze d’acqua, indifferenti a ciò che gli esseri umani dicevano di loro, cosa che riempiva la sua mente di estatico stupore e la tratteneva laggiù finché doveva toccare il montante del cancello per ritrovare il senso di sé – tutto ciò era stato, fino a quella sera, il suo abituale modo di essere, tramite il quale si conosceva e si piaceva e penetrava nel cuore di sua madre, suo padre, i suoi fratelli e sorelle; e quest’altro era un fiore sbocciato in dieci minuti. E insieme al fiore sbocciò anche, inevitabilmente, il mondo del fiore, così diverso, così strano; le torri di Westminster, gli edifici alti e solenni; la conversazione; quella civiltà, pensò Lily, restando indietro mentre la signora Dalloway la guidava; quel modo di vivere regolato, che le cadeva intorno al collo come un giogo, delicato, implacabile, dal cielo, un’affermazione impossibile da confutare. Gettò uno sguardo al suo saggio, con le tre stelle rosse offuscate fino a oscurarsi, ma in modo pacato, pensoso, come arrendendosi alla pressione di una forza indiscutibile, ovvero alla convinzione che a lei non spettava dominare, o asserire, bensì piuttosto arieggiare e abbellire quella vita ordinata dove tutto era già stato fatto: alte torri, campane solenni, appartamenti costruiti mattone su mattone dalla fatica dell’uomo, chiese costruite dalla fatica dell’uomo, e anche parlamenti; e perfino l’intreccio di cavi telegrafici pensò guardando fuori dalla finestra mentre camminava. Cos’aveva lei da opporre a quelle possenti imprese mascoline? Un saggio sulla personalità del decano Swift! E quando raggiunse il gruppo che Bob Brinsley dominava (col piede poggiato sul parafuoco e la testa all’indietro), con la sua grande fronte onesta e la sicurezza di sé, la sua finezza e reputazione e il robusto benessere fisico, e l’abbronzatura, la disinvoltura, e la discendenza diretta da Shakespeare, cosa poteva fare lei se non stendere il suo saggio, oh, anche tutta se stessa, sul pavimento come un mantello che lui potesse calpestare, o una rosa che lui potesse strappare. E lo fece, platealmente, quando la signora Dalloway, sempre tenendola per mano come se lei stesse per sottrarsi a quella prova suprema, quella presentazione, disse: – Signor Brinsley… Signorina Everit. Entrambi amate Shelley –. Ma quello di lei non era amore al confronto di quello di lui.

   Nel dir così, la signora Dalloway si sentì, come sempre si sentiva ricordando la propria giovinezza, assurdamente commossa: la giovinezza che incontrava la giovinezza grazie a lei, e la scintilla, al battere del ferro sulla pietra (colse il palese irrigidirsi di entrambi), il più bello e il più antico di tutti i fuochi quale lo vide nel mutamento d’espressione di Bob Brinsley, dalla noncuranza alla formalità, alla cerimoniosità, mentre stringeva mani, lasciando presagire, pensò Clarissa, la tenerezza, la bontà, l’attenzione per le donne latente in ogni uomo, una visione che a lei faceva venire le lacrime agli occhi, mentre la commuoveva ancora più intimamente vedere anche in Lily uno sguardo timido, timoroso, senza dubbio il più incantevole di tutti gli sguardi negli occhi di una ragazza; e un uomo che prova questo per una donna, e una donna per un uomo, e poi il fluire da quel contatto di innumerevolicase, tribolazioni, dolori, gioia profonda e assoluta fedeltà di fronte alla catastrofe, l’umanità dentro di sé era dolce, pensò Clarissa, e la sua vita (presentare una coppia la riportava al primo incontro con Richard!) davvero fortunata. E si allontanò.

   Ma, pensò Lily Everit. Ma… ma… ma cosa?

   Oh niente, pensò, affrettandosi a soffocare con grazia il suo istinto sottile. In linea diretta da Shakespeare, pensò, e parlamenti e chiese, pensò, oh sì, e anche i cavi del telegrafo, pensò, e con deliberata ostentazione pregò il signor Brinsley di crederle quando gli offrì il suo saggio sulla personalità del decano Swift perché ne facesse quel chevoleva – calpestarlo e distruggerlo – perché come poteva una semplice bambina comprendere anche solo per un istante la personalità del decano Swift. – Sì, – disse. Le piaceva leggere.

   – E immagino che scriva, – disse lui. – Poesie, probabilmente.

   – Saggi, – rispose. E non avrebbe permesso che quello scoramento s’impadronisse di lei. Chiese e parlamenti, palazzi, persino i cavi del telegrafo – tutto, disse a se stessa, costruito col lavoro dell’uomo, e quel giovanotto, disse a se stessa, era diretta discendenza di Shakespeare, perciò non avrebbe permesso che quel terrore, quel dubbio di qualcosa di diverso, avesse presa su di lei, facesse avvizzire le sue ali e la trascinasse fuori nella solitudine. Ma mentre diceva a se stessa tutto ciò, lo vide – non c’era altro modo di descrivere quella sensazione – uccidere una mosca. Ritto, col piede poggiato sul parafuoco e la testa all’indietro, strappava le ali a una mosca e intanto parlava di sé con insolenza, con arroganza. Ma non avrebbe fatto caso a quanto era insolente e arrogante con lei, se solo non fosse stato brutale con le mosche.

   Ma perché no, disse, mentre soffocava nervosamente quell’idea, perché no, dal momento che lui è il piú grande fra gli oggetti terreni? A lei spettava il compito di venerare, di adornare, di abbellire, a ciò servivano le sue ali. Ma lui parlava, e guardava, e rideva; strappava le ali a una mosca. Le strappava le ali dal dorso con le sue mani abili e forti, e di fronte a quel gesto lei non poteva nascondersi la verità. Ma è necessario che sia così, ragionò, pensando alle chiese, ai parlamenti, ai palazzi di appartamenti, e così tentò di rannicchiarsi e acquattarsi e appiattire le ali sul dorso. Ma… ma, cosa succedeva, perché? A dispetto di tutto ciò che poteva fare, il suo saggio sulla personalità di Swift diventava sempre più vistoso e le tre stelle brillavano di nuovo, ma non erano più limpide e lucenti, bensì incerte e macchiate di sangue, come se quell’uomo, quel grande signor Brinsley, col solo fatto di strappare le ali a una mosca mentre parlava (del proprio saggio, di se stesso, e una volta ridendo di una ragazza che era lì) avesse oscurato con una nuvola la sua leggerezza, turbandola e facendole avvizzire le ali sul dorso, e, quando lui distolse lo sguardo, lei pensò con orrore alle torri e alla civiltà, e il giogo che le era caduto sul collo dal cielo la schiacciava, e si sentì come una mendicante nuda che ha cercato riparo in un giardino ombroso e viene scacciata e avvertita – no, non ci sono santuari né farfalle, in questo mondo, e questa civiltà, le chiese, i parlamenti, i palazzi – questa civiltà, disse a se stessa Lily Everit mentre accettava i gentili complimenti dell’anziana signora Bromley sul suo aspetto, dipende da me… E più tardi la signora Bromley disse che Lily, come tutti gli Everit, sembrava «una che regge il peso del mondo sulle proprie spalle».

   «Non riesco a smettere di scrivere».

   Nel 1925, quando scrisse questo racconto, Virginia Woolf aveva appena pubblicato Il lettore comunee Mrs Dalloway, in aprile e in maggio. Da un anno aveva convinto Leonard Woolf a tornare a vivere a Londra, perché le mancava la velocità della città, e aveva incontrato Vita Sackville-West, erano diventate molto amiche, stava per iniziare la loro storia d’amore, che le ispirerà Orlando. Il 1925 è stato molto importante per Virginia, che stava escogitando Gita al faroe nel suo diario scriveva: «Quarantatre anni: quanti libri ancora?» E anche: «Eppure sono l’unica donna d’Inghilterra libera di scrivere ciò che vuole. Le altre devono pensare a romanzi a puntate e a direttori di riviste». Si sentiva piena di energia, di preoccupazione e di volontà, teneva il conto delle copie vendute alla settimana, delle recensioni, dei profitti. Progettava di costruire unbagno e un impianto per l’acqua calda a Rodmell, con i soldi guadagnati «con lo scrivere».

   «Una cosa, nel considerare il mio stato d’animo, mi sembra ora indiscutibile; che sono finalmente arrivata in fondo al mio pozzo di petrolio e non riesco a scribacchiare abbastanza in fretta per portarlo tutto quanto alla superficie. Adesso ho almeno sei racconti che mi zampillano dentro, e sento, finalmente, di poter coniare in parole tutti i miei pensieri. Resta nondimeno un’infinità di problemi; ma non ho mai sentito prima d’ora quest’impeto, questa urgenza. Credo di poter scrivere molto piú in fretta: se è scrivere questo gettarsi della frase sul foglio; e poi la copiatura e ricopiatura a macchina, la prova e la riprova; la mia scrittura è ora come un contorno tracciato a pennello; solo più tardi lo riempio. Ora, mettiamo che io riesca a diventare uno dei romanzieri interessanti, non dico grandi, ma interessanti». Virginia Woolf comincia a sentire la consapevolezza di essere negli anni creativi eroici, febbrili, e di successo. Anche se ripeteva sempre nei diari che il piacere profondo è scrivere, mentre l’essere letti è un piacere superficiale. E lei quell’anno non riusciva letteralmente a smettere di scrivere, come racconta nel 1925 in una lettera a Vita Sackville-West: «Non riesco a smettere di scrivere. Mi vergogno al solo pensiero di quante storie io abbia scritto in questo mese, e riesco a malapena a trattenere le dita dall’iniziare un nuovo romanzo, ma giuro che non lo farò prima di agosto». Le storie le si gonfiavano dentro la testa, e lei dentro la testa le strutturava, le titolava, le approfondiva, le divideva in parti, e poi diceva a se stessa: devo frenarmi.

   In questo meraviglioso racconto Virginia Woolf ha regalato altra vita a Mrs Dalloway, ma tutta l’attenzione è per Lily Everit, fanciulla in fiore con il pensiero del suo saggio sullo stile di Swift, che vorrebbe scomparire dalla festa e dalle presentazioni e dalle conversazioni, e ha dentro un altro mondo, e non lo cambierà. Ma il gorgo in cui sente di venire gettata alla festa, il gorgo in cui soccomberà o si salverà, è fatto di milioni di cose. Mrs Dalloway la pilota verso un gruppo di giovani che chiacchierano. E Lily ha chiaro in mente che una delle cose che compongono il gorgo è: essere una donna.

 

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L’autrice.

Annalena Benini.

 

Annalena Benini. Nata a Ferrara nel 1975, laureata in Legge, è al Foglio dal 2001. Scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede. Cura per il Foglio un inserto settimanale, Il Figlio, che esce ogni venerdì. Vive a Roma, è sposata e ha due figli.

 

 

 

 

       

  •      I racconti delle donne
  •        Curatore: Annalena Benini
  •        Editore: Einaudi
  •        Formato: EPUB con DRM
  •        Testo in italiano
  •        Dimensioni: 388,28 KB
  •        Pagine della versione a stampa: 280 p.

 

 

 

 

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