Ludano Furlan, autotrasportatore friulano, si ritrovava trasformato in un moscone verde. In quella mutazione poté ammirare, da un altro punto di vista, la sua adorata e giovane moglie Lorena Miletic croata, di Karlovac.

 

IL MOSCONE

(Lucilia Caesar)

Racconto

di 

Riccardo Alberto Quattrini

 

   Quella mattina si era svegliato in una strana posizione nella stanza da letto. Riusciva, stranamente, a vedere dall’alto il corpo di sua moglie Lorena Miletic diciotto anni meno di lui, croata di Karlovac, conosciuta cinque anni prima un giorno, di ritorno da  Cerovak Vukmanicki dove aveva scaricato il carico. Poi era proseguito per Karlovac, cittadina un po’ dismessa che porta sui muri ancora i segni della guerra. Sapeva già dove cenare.  Il Konoba Kostanjac se fuori appariva come una vera bettola e non ti fermavi solo all’ingresso dove servivano improponibili panini all’americana, il mangiare è ottimo come la birra artigianale. Lui, però, più che la cena era interessato alla ragazza che serviva ai tavoli, giovane, bella, notata già nei due viaggi precedenti di cui ne era rimasto folgorato. Si erano parlati. Erano usciti un paio di sere. Poi Lodano le aveva fatto quella proposta di matrimonio. Lei non ci aveva messo molto a decidere. Quel giorno Lorena Miletic sarebbe fuggita con lui. Avrebbe lasciato quel lavoro fatto di sguardi e mani sempre troppo lunghe, inviti e allusioni pesanti anche da parte del suo padrone.

Dormiva sul lato destro del letto, completamente nuda, come amava precisare citando la Monroe: «Solo due gocce di Chanel N 5.» Stesso profumo e medesima risposta. Le piaceva fare la svampita come Marilyn. Anche perché madre natura l’aveva plasmata con ogni attenzione, lasciandole in dono la perfezione delle forme. Obiettivamente aveva ben poco da invidiare alla diva famosa e sfortunata. Le sue curve, ora che la vedeva da quella posizione, con una striscia del lenzuolo arrotolata, come un elastico, in mezzo alle cosce bianche a evidenziare i glutei armoniosi, decisamente sensuali. Non c’era voluto molto perché Ludano Furlan, autotrasportatore friulano, perdesse la testa per quel corpo statuario. Le aveva concesso ogni cosa, soddisfatto ogni capriccio pur di renderla felice. Si sa, il sesso della donna è un insaziabile Moloc che vuole sacrifici. Mai l’aveva vista da quella posizione. Già, ma perché era lì, ancorato al soffitto, con quella strana vertigine? Che cosa gli era successo?

   «E se cado?» pensò. Tuttavia, per la prima volta, si sentiva leggero. Lui, un ormone di 110 chili. «Ora mi butto.» Considerò.

E si lasciò andare.

Fece un rapido giro per la stanza, ondeggiando come un ubriaco in un volo goffo e sgraziato. Rivisse quella prima volta quando, da bambino, gli levarono le rotelle. Sua madre lo teneva per la schiena e lui impaurito zigzagò per un centinaio di metri prima di prendere confidenza e abituarsi a stare in equilibrio da solo. «Lo vedi Ludano, ce l’hai fatta!» gli gridò sua madre. Gli spostamenti d’aria creati dall’oscillazione delle ali e dal loro cambiamento di inclinazione, e i vortici, soggetti alle leggi della dinamica dei fluidi, a Ludano non interessavano.

Capiva solo che volava.

Andò a sbattere contro il lampadario che pendeva dal soffitto. Si fermò su quelle gocce cristalline e ne esplorò le asperità geometriche. Si sentiva insicuro. Insicuro di ciò che stava facendo e disorientato per ciò che gli stava accadendo. Riprovò ancora. Veleggiò leggero come un aquilone per pochi metri, poi si avvitò in una spirale senza fine e precipitò verso il pavimento. Solo a pochi centimetri si riprese e, dondolando come un’altalena, passò accanto al grande specchio dell’armadio. Fu allora che intravide nella penombra un grosso moscone.

   «Mio Dio!» pensò. «Che sia io quello?»

Si avvicinò alla specchiera con molta più agilità, vi posò le sei zampette e, subito, l’immagine di un moscone dal dorso verde metallizzato, gli restituì lo sguardo. Gli occhi, enormi, parevano due oblò su quella testa mobile, ancorata al corpo da un anello membranoso. Non sapeva che quell’insetto aveva un nome altisonante, si chiamava infatti Lucilia Caesar della famiglia Calliphoridea, un dittero, comunemente chiamato moscone verde. «Ma quello sono io?» si domandò mentre le antenne vibravano sulla testa in perenne movimento. Starò sognando, concluse poco convinto, tra poco mi sveglierò e quest’incubo sarà sparito. Dalla grande specchiera guardò verso il comodino. Non capì in quel momento perché si sentisse tanto attratto verso quel punto. Spinse sulle zampette e, stavolta, volò sicuro in direzione del particolare che lo aveva attirato. Era abitudine di Lorena portarsi qualcosa da mangiare a letto. Quasi sempre si trattava di biscotti con la granella di zucchero, di cui era ghiotta. «Zucchero!» mormorò vedendo quei cristalli sparsi brillare sulla lastra di marmo, posata sul comodino. Come se fosse la cosa più naturale, vi posò la sua proboscide a ventosa e succhiò quel nettare con avidità. Dal comodino passò alle tende, dove si fermò. Nella quiete della stanza, l’unico suono veniva dal ticchettio della sveglia sul comodino, mentre dall’esterno penetrava il fragore del mare che s’infrangeva contro la murata del porto, l’unico rumore molesto era quel suo ronzio che lo accompagnava a ogni volo. Quante volte, udendolo, aveva cercato con gli occhi quell’insetto fastidioso. Ma ora, nel sogno, vedeva la cosa da un’altra prospettiva. Lorena emise un sospiro e si rigirò supina mostrando il triangolo crespo di peluria. A Ludano quel sogno cominciava a piacere. Poter godere di quella vista, e chissà ancora cos’altro lo attendeva. Si rassegnò così a viverlo nel migliore dei modi. Planò con facilità su quella increspata lanugine. Vi rigirò sopra annusandola, sapeva di pane appena cotto e di birra al malto, o forse era solo il sogno che gli faceva percepire un odore diverso da tutte le volte che vi aveva posato le labbra. Lei scosse le gambe e con una mano lo allontanò, proprio come si scaccia una mosca importuna. Ludano Furlan ronzò per la stanza un paio di volte prima di planare sui seni ampi e voluminosi. Zampettò tutt’intorno all’areola come se volesse esplorarla e, giunto sul capezzolo che pareva la punta di un pilum romano, si fermò. Le sue antenne vibrarono al suono del cellulare sul comodino. Lorena si stiracchiò, aprì stancamente gli occhi e rispose con voce impastata: «Sì?» Il moscone era volato sul comodino, dietro il paralume. Lei aveva gettato via il lenzuolo e si era seduta sul letto, mentre le dita dei suoi piedini cercavano, sul freddo del pavimento, le pantofole color rosa cipria impreziosite da un paio di pompon, uno dei tanti regali che le faceva al ritorno da ogni viaggio. La luce velata le illuminò il petto latteo che ora ansimava come un mantice. «No, è partito. Andava a Lubiana per un carico… No, no, non ti preoccupare starà via un paio di giorni», disse, e guardò il posto vuoto nel letto. «Allora ci vediamo tra un po’. Dammi il tempo di farmi una doccia e vestirmi. Come? Ma sì, lo metto quel vestitino che ti fa tanto impazzire, non ti preoccupare. Ciao Franco», e chiuse il cellulare. Ludano zampettò lungo il bordo del paralume che era caldo. Volò sulla boccetta di Chanel che lei teneva sempre sul comodino. Ne assaporò, come mai prima, il forte profumo. Lorena fece scivolare lentamente la mano sulla rivista posata sul comodino. La prese e la piegò nel centro. Schiacciò ben bene il bordo ripiegato, alzò entrambe le braccia e si stiracchiò con una movenza sensuale, non distaccando lo sguardo da quell’orribile moscone, che ora si era fermato sul tappo del suo profumo preferito, sembrava la stesse guardando. Zampettò lungo il vetro. Si posò sul piano del comodino e si sfregò le antenne. Ludano Furlan autotrasportatore, si disse che quando si fosse svegliato da quel sogno le avrebbe domandato se, quel Franco, era Franco Banfi, il suo migliore amico.

   «Ecco», pensò Lorena «Questo è il momento giusto», e calò prontamente la rivista sull’insetto.

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