No, così non può durare, prima o poi succederà qualcosa: lo sentiamo, lo sappiamo tutti e due. Ma non potete chiedermi come finirà.

So che l’astrologia è scienza tra le meno esatte. Mi fido di più dei cerchi di fumo che forma la mia sigaretta, anche quando non sono dettati da un desiderio preciso.

   «Complicazioni sentimentali alla metà del mese, in coincidenza con un passaggio di Urano nel segno».

Mi sono ricordato dell’oroscopo perché nella sua voce c’era una leggera incrinatura quando gliel’ho chiesto.

   «Ma gli hai parlato?».

   «Ti ho detto che gli ho parlato».

Inutile volerne sapere di più, dato che non intendo mettere a repentaglio una giornata così perfetta, ristorantino all’aperto sulla calata, vino bianco nel secchiello del ghiaccio, piena coscienza del privilegio di essere qui con lei a metà settimana, gli occhi chiusi ad assaporare il sole, e un gatto randagio che finisce per rivelare la sua presenza. 

   «Ti prego, mandalo via», dice a fior di labbra e senza aprire gli occhi, come se sapesse che osserverò rapito il movimento delle sue labbra. 

Non ho nessun ascendente sui gatti, e lei lo sa. Formulare una richiesta col tono di un ordine è uno dei suoi modi per mettere in pericolo la già scarsa solidità del nostro rapporto, il profilo sempre rivolto alla chiesa di San Giorgio che ci sovrasta, mi fa paura questa perfezione di cielo e mare, questa intensità dell’acquarello tutto per noi, irreale come se agissimo dentro uno spot pubblicitario, solo che il copione ha sempre qualche risvolto imprevisto, una battuta che lascia il segno, invece di scivolare dolcemente sulla superficie delle cose, anche adesso mentre arrivano le trenette co, pesto.

   «Credi sia allegro non essere mai creduta?».

Non occorre che io risponda: mi accontento di recuperare la sensazione, che so passeggera, di un suo destino con me egualmente incerto. E invece dovrei ribattere che non chiedo altro che di poterle credere, turare ogni tanto un respiro di fiducia.

   «Buonissime», sentenzia in tono professionale, quasi fossimo venuti qui apposta per emettere un verdetto su questo piatto tipico locale.

Cerco il suo sguardo e lo trovo raddolcito, gli angoli della bocca si increspano in un principio di sorriso. Ogni volta quel sorriso mi inghiotte, insieme a tutte le mie perplessità. Posa un attimo la forchetta per proclamare al mondo: «È colpa mia se sto così bene con te?».

Quante cose si scontrano in un grande amore, avrei voglia di dirle, ma già il pensiero si è allontanato, sento che si dilegua davanti alla sua bocca protesa per un bacio, nello stesso momento in cui una coppia di americani scarmigliati sta occupando il tavolo di fianco al nostro. Quante cose e il loro contrario, pensavo. Voglia di abbandonarsi e istinto a mettersi in salvo. Bisogno di certezze e sentimento del precario.

   «Mi piacerebbe sentirti parlare qualche volta», aggiunge con un ironia che mi gratifica anche quando ne sono l’oggetto.

È vero. Sono sempre stato un conversatore, e da qualche tempo in sua compagnia ammutolisco, mi limito ad ascoltarla e a studiarla, quasi nel timore – quante cose accompagnano e confondono un amore – che il più innocente dei discorsi dia esca a una polemica, a un litigio, magari a una rottura, come ci è capitato di recente. Invece voglio che questa giornata resti immacolata, da conservare nell’album dei momenti magici insieme a una risalita al tramonto dai Faraglioni verso Capri, una nevicata a Camogli, una mareggiata invernale in Btretagna, come stanno facendo i due americani con la loro Canon.

   «Tesoro, vuoi che finisca in mare?».

Dice che da un ora sto spingendo in maniera da farla arretrare, anche questo è un classico, farmi sentire un elefante in una cristalleria, sebbene nel muovermi io ponga tutta l’attenzione possibile, una cura che non ho mai dedicato a nessuna donna in gesti e pensieri, vanificando ogni mia insistenza perché prenda un dessert, un gelato, anche se il suo gelato preferito lo fanno a Santa Margherita, del resto c’è sempre qualcosa che manca al suo disegno di perfezione, un particolare trascurabile che può diventare decisivo per il nostro futuro. Si è distesa, allungandole gambe, con la nuca appoggiata al bordo della poltroncina, così offerta verso il sole da farmi sentire accessorio, una presenza puramente occasionale nella sua eterna ricerca di elioterapia. Un modo, se vogliamo, di sottarsi alle domande che durante il viaggio in macchina le ho risparmiato, e che adesso sento premere di nuovo. Bisogna essere se stessi, è il nuovo motto. Ma quando io lo sono, dice che sono noioso. Vorrei avere il suo coraggio, l’improntitudine di alzarsi, come lei fece l’estate scorsa all’Argentario, piantandomi in asso davanti a una bibita non ancora servita, costringendomi a cercarla per il resto del pomeriggio, e poi a far l’amore tutta la notte.

Me l’immagino, adesso, e immagino la vampata d’odio che tornerei a provare, vedendola allontanarsi con un moto di stizza, la sua figura che si staglia contro il paesaggio del porticciolo più famoso del mondo, perfettamente integrata con esso, cosicché la cartolina definitiva sarebbe quella della sua fuga, delle spalle altere che altrove che altre volte mi ha girato, mentre giuravo a me stesso che non l’avrei più riveduta.

Era successo altre volte in passato. Avevo tolto l’audio al detersivo, nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo del film, perché avevo provato il bisogno di chiamarla, rovesciando di colpo una decisione mantenuta fino a quel momento, forse era stata la visione di quelle gocce prodigiose che scioglievano l’unto delle stoviglie a infondermi quell’improvviso ottimismo, comunque la sinistra aveva da sola afferrato il ricevitore, in attesa che la destra componesse il numero.

C’era stata, a quel punto, un’esitazione prolungata. Mi ero rivisto sul marciapiede del piazzale durante il tempo interminabile di un appuntamento mancato, mentre ogni taxi che si avvicinava non faceva che aumentare la mia delusione. Venti trenta quaranta cinquanta minuti erano passati prima che mi rendessi conto, alle nove di sera, che lei non sarebbe arrivata. 

Il suo castigo, ad ogni occasione, è sempre stato sproporzionato  all’entità del reato, ma questo allora non potevo saperlo, e a lungo mi ero domandato cosa potesse esserle accaduto, se un malore improvviso o un grave contrattempo le avessero impedito di raggiungermi, né era valso chiamarla ripetutamente da un telefono pubblico, poiché il suo numero squillava a vuoto. 

Per questo, ora, la mia mano era così restia a comporlo di nuovo, come fosse consapevole di firmare una condanna di sottomissione perpetua. Fissavo il teleschermo davanti a me, dove gli attori, privati della voce, si muovevano in modo ridicolo procurandomi un irrisorio sollievo.  Sentivo che il confronto era carico di rischi. Non toccava forse a lei di farsi viva dopo un comportamento simile? Ma nella settima successiva il suo silenzio era diventato insopportabile, e l’assenza di una minima spiegazione provocatoria fino ad essere violenta, tale da reclamare il gesto che stavo per compiere. 

Forse fu in quel periodo che si fissò nella mia mente quello stereotipo, fatto di calcolata perfidia e di naturale arroganza, che poi mi sarei trovato a combattere fino allo spasimo.

Ciascuno inventa un ruolo alla persona che ama, e di volta in volta un nuovo ruolo per se stesso. Dunque ero chiamato a contrastare, con tutta la mia forza, la lezione che pretendeva  di darmi per non aver ceduto a un suo capriccio.

Passato il momento di incredulità, ora cominciavo a rendermene conto, come succede dopo i cataclismi quando si fa l’inventario dei danni. Probabilmente era per questo che tenevo acceso il televisore: perché quelle immagini avrebbero sdrammatizzato, in qualche modo attutito, il peso delle parole che stavo per pronunciare, che avevo tenuto a bada per diversi giorni, ma che adesso chiedevano di venire espresse con chiarezza definitiva. 

Formai i primi due numeri e dovetti interrompere, al rombo di un elicottero che stava sorvolando le mie finestre, un elicottero bianco e blu della polizia che poteva avere il significato di una dissuasione, o quanto meno un invito a prendere tempo. Solo che di tempo ne avevo preso già abbastanza, e ora dovevo assolutamente misurarmi, da antagonista, con la causa delle mie pene. No speravo più nulla, solo di decapitarle, e di troncare sul nascere quel sentimento di dipendenza che sentivo aumentare col passare dei giorni.

Composto l’ultimo numero, dovetti attendere parecchi squilli prima che lei si decidesse a rispondere, con un pronto così disinvolto che mi colpì come un diretto allo stomaco. 

   «Sono i», dissi con l’aria del giustiziere.

   «Ciao», rispose lei come se mi avesse incontrato per strada.

Non c’era alcuna traccia di perfidia nella sua voce. Vuole fregarmi di nuovo, pensai. Mezz’ora dopo l’aspettavo in macchina al cancello di casa. 

Quattro anni di complicazioni, questo sì. Mi fanno ridere gli oroscopi che prevedono il peggio, dopo che siamo appena usciti da una tempesta.

   «Andiamo su fino alla chiesa», suggerisco. «Ancora cinque minuti», risponde con tono implorante di una bambina che non vuole scendere dalla giostra. So cosa le piacerebbe: che adesso le sussurrassi una galanteria come farebbe un ipotetico sconosciuto, un ignoto ammiratore che avesse l’ardire di avvicinarla, è il suo gioco preferito vedermi per l’ennesima volta impegnato a sedurla, magari con una frase brutale che la facesse arrossire, una volgarità accompagnata dall’omaggio di un fiore, potrei anche farlo se non avessimo alle spalle troppi litigi, troppi equivoci, troppe questioni insolute, invece mi basta cogliere nella sua voce una sfumatura polemica perché immediatamente io cada nella trappola, sia pronto a rimbeccarla per il più futile dei motivi.

   «Ho bisogno di un bacio», mormora tra sé mentre se ne stava riversa con la nuca sullo schienale di vimini, sicura che, qualunque sia il mio stato d’animo, la mia bocca si chinerà obbedente sopra la sua. E una volta di più devo chiedermi se lei mi piacerebbe così tanto se fosse davvero adulta e responsabile come io la vorrei.

   «Devo aspettare ancora molto?», dice.

Va bene, sigilleremo questa giornata di gloria come piace a lei, la punta della lingua che fa breccia e subito si ritrae, in quell’arte della fuga che nessuno sa praticare come lei, anche se non mi piacciono queste esibizioni in pubblico, ma è proprio questo ad eccitarla, la continua sfida che è  sottintesa tra noi. Finalmente ci avviamo, un’occhiata di rito alle vetrine dei gioiellieri, costeggiamo la riva tra due barche tirate in secca, poi con passo eguale affrontiamo il pendio che porta al castello.

   «Prometti che non mi farai piangere più?», dice fermandosi a metà della salita.

Altro che piangere, non so quante volte avrei voluto vederla morta, tanto era l’odio che riusciva a farmi provare, non tanto negli scontri più violenti quanto nei suoi voltafaccia improvvisi, nei tuoni e fulmini che seguivano a poche battute d’alterco, la portiera dell’auto spalancata e sbattuta dovunque ci trovassimo, e lei che si allontanava a passi rabbiosi sul marciapiede.

Consapevolmente o no, fabbricavamo di continuo nuovi pretesti di lotta per dimostrarci reciprocamente che potevamo fare a meno l’una dell’altro, quasi dovessimo mettere alla prova la qualità di un viaggio o di una vacanza, proprio quando si rinserra nei comuni innamorati la complicità che li tiene uniti. E tale era la futilità del pretesto che l’argomento della contesa non contava in quanto tale, ma piuttosto per la sfida che provocava, per il desiderio di farla finita a cui ci applicavamo con tutte le forze, aspettando nel contempo che l’altro desse un segno di resa. 

Ci sono cose che si pensa di non poter mai fare, e questa era una: trovarmi sul marciapiede di fronte a spiare la sua finestra illuminata, dopo tre giorni di ostinato silenzio, a un’ora della sera in cui verosimilmente lei sarebbe dovuta uscire.

Così nel buio scrutavo le luci della sua casa, mentre uno sfarfallio di fiocchi bianchi cominciava ad alimentare nell’aria, tenevo lo sguardo inchiodato al riquadro acceso della sua camera da letto mentre la immaginavo prepararsi, e pregustavo il momento in cui, spenta la luce, sarebbe apparsa sul cancello, la portiera di un auto si sarebbe aperta per riceverla, e io avrei provato un definitivo senso di liberazione.

Era passata più di mezz’ora, e la magnolia che lambisce il suo balcone stava imbiancandosi di neve. Che senso aveva restare a congelarmi? Ogni persona custodisce un segreto, giacché è insondabile persino per lei stessa ciò che custodisce nel profondo. Adesso io pretendevo di capirlo, quel segreto, affacciandomi di nascosto alla sua finestra. Sapevo che era assurdo, ma sorvegliare qualcuno è possederlo. Nel suo caso, questo compito mi procurava una strana tranquillità, come se lei si muovesse, sia pure non vista, all’interno di qualcosa che mi era familiare e che mi apparteneva. Eppure, più osservavo la luce che proiettava, nell’illusione di cogliervi qualche segno, e più, in quella notte di neve, essa mi appariva lontana e irraggiungibile.

Se per un attimo mi ero chiesto – con la lucidità estrema di chi osserva l’arma che si appresta ad usare – che cosa stavo facendo, ora lo sapevo. Mai l’avevo amata come in quel momento, mentre mi disponevo ad accettare una sua possibile infedeltà come la prova inconfutabile che dovevo strapparmela dalla mente. Ma era davvero questo che cercavo? O non ero venuto piuttosto per amarla da vicino, visto che da lontano questo sentimento mi era intollerabile?

Dai miei interrogativi mi distolse lo scroscio della tapparella, che tutt’a un tratto venne richiusa. Rimasero solo accese le sole luci del soggiorno. Avevo già percorso nei due sensi il tratto di strada dove qualcuno poteva essere in attesa, nessuno era al volante ad aspettarla. Dal piano terreno, dirimpetto, giungevano attutite le voci di un telefilm, quasi ovattate dalla nevicata. Una volta di più mi rendevo conto di non conoscere nulla delle sue abitudini, dato che era trascorsa anche l’ora di cena.

Un taxi svoltò alla curva e si fermò all’ingresso col motore acceso. Il momento della verità era venuto – nascosto dalle auto in sosta, nel punto meno rischiarato dai lampioni stradali, avrei percepito perfino il suo profumo nell’attimo in cui si sarebbe infilata nella macchina. Un uomo, alto, con un cappello, discese dal taxi e si avviò all’andito.

Attese.

Passarono altri minuti. Poi anche le luci del salone si spensero. Lei poco dopo apparve al portone. Si baciarono e risalirono sul taxi che partì veloce.

Il mare fuori stagione, così spoglio di barche, senza vele all’orizzonte, è ancora padrone del paesaggio. Ci siamo fermati al parapetto della terrazza per contemplare il panorama immutabile della cala, quella sfacciata bellezza di intonaci rosa e arancioni, di altane e persiane verdi ancora chiuse.

Tutto ciò che siamo stati ce lo portiamo dietro da qualunque parte.

Non solo il passato che abbiamo in comune, ma anche le donne e gli uomini che separatamente abbiamo amato prima di incontrarci.

   «Era là che abitavo con Gianni», mi indica, appoggiata alla balaustra. «Per due estati abbiamo affittato lo stesso terrazzo».

E io dov’ero?, mi chiedo. Per quale meccanismo combinatorio tutto questo non è accaduto prima? Non riesco a figurarmela, al fianco di un altro, su quel terrazzino a strapiombo sul porto, i capelli che allora portava lunghi fino alla schiena, se non come una vaga rassomiglianza alla donna che è oggi, a quel profilo che mi fa disperare.   «Fatti vedere, non ti ho ancora guardato quest’oggi», mi dice, piantandomi addosso quelle due pupille di spillo.

Di nuovo i nostri sguardi si sfidano. Sotto la ciocca bionda un orecchino sfavilla nel sole. Così non può durare, prima o poi succederà qualcosa, lo sappiamo tutti e due e le posò una mano sulla schiena.

Lo stridio di alcuni gabbiani coprirono il grido per quel tratto che la separava dalle rocce sottostanti. 

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