” I sassolini della via cantavano sotto le ruote della carrozza di piazza. Nell’accogliente giardino non si poteva confondere il rumore cadenzato e ritmico della carrozza a cavalli col rumore secco e rapido dell’automobile.

Quel giorno tutto sembrava musicale: la carrucola della cisterna che tirava su il secchio, le voci, i colpi di tosse, le risate.

   «Chi è arrivato?», domandarono grida flautate.

   «Octavio Gruber», rispose una voce grave. 

   «Chi?», insistette la domanda impaziente.

   «Il pianista», rispose la voce grave.

   «In carrozza? In un giorno di pioggia. Non potevano venire in automobile?»

   «Il pianista va matto per le carrozze a cavalli e per la pioggia; dice che sono musicali. Almeno i cavalli a volte nitriscono».

   Nella sala la gente si sedette, sulle poltrone troppo comode, così comode che dopo un po’ era difficile per qualcuno drizzarsi, sicché la posizione presa suggeriva loro di restare fermi. Nel giardino, di tanto in tanto, un lampo seguito da un tuono illuminava la sala. 

   Il padrone di casa, che sapeva suonare il pianoforte, si appostò vicino alla finestra. Era così abituato alla sua illusione di essere ritratto che assunse quella posa romantica.

 Illuminato da un lampo, finalmente il pianista entrò. Nessuna timidezza gli raddolciva il volto. Salutò con un cenno del capo, che lo spettinò, tutti gli invitati. Quando vide l’enorme specchio che stava vicino al pianoforte, ordinò che venisse coperto. (Questo causò un trambusto. Non c’era di che coprirlo. Infine trovarono un piumino a fiori e lo sistemarono alla bell’e meglio, sullo specchio). Quindi il pianista si diresse cerimoniosamente verso un angolo dove c’era un paravento decorato con spighe, grappoli di uva e colombe, estrasse da una valigetta una giacca di velluto, con alamari dorati, e se la mise dopo essersi tolto il soprabito, le scarpe e le calze.

   Obbedendo a una sua richiesta, parecchie mani inanellate sollevarono il coperchio del pianoforte. Il pianista estrasse dalla tasca minuscoli fogli di carta velina bianca e li posò attentamente, a uno a uno, sotto ogni martelletto di felpa, all’interno del pianoforte, che aveva preventivamente esaminato, come fa un medico con un ammalato. Il padrone di casa dissimulò la sua inquietudine alla vista di tutti quei foglietti sotto i martelletti, ma non riuscì a trattenere la sua impazienza ed esclamò con una voce incongrua: 

   «È un eccentrico». E domandò amabilmente alla madre del pianista: «Perché lo fa?»

  «È un nuovo sistema che “trasogna” i toni del pianoforte. Suona come un clavicordio».

   «Sogna o suona? Un sistema non è più nuovo di un altro, perché nessun sistema è nuovo. Il clavicordio è uno strumento antico. Che vantaggio c’è nell’utilizzare effetti moderni per ottenere antichità? Ma innanzitutto non mi garba che mi tocchino l’interno del pianoforte. Ci sono entrati già abbastanza tarli».

   Octavio Gruber guardò con severità il padrone di casa, accese una sigaretta e mormorò:

   «Io non suono senza carta velina». Seguitò a sistemare i suoi foglietti e mormorò direttamente al padrone di casa: «Mi hanno detto che lei è un grande pianista. Ci farà ascoltare il suo repertorio?»

    «Sì, ma non suono con i piedi», rispose il padrone di casa seccamente.

 Era molto geloso. E quando lo era, lo si notava dalla barba: gli diventava così ispida che neppure un bacio gli si poteva dare, per quanto morbida fosse la brillantina che usava.

    «Dopo queste riunioni mi sento più vecchio», mi sussurrò all’orecchio.

   Mi accorsi per la prima volta che era strabico, a furia di guardarsi la barba, e che questo era il segreto dell’intelligenza del suo sguardo.

   La pioggia aumentava sul giardino. La si udiva cozzare sui vetri come se fosse stata di pietra invece che pioggia. In quel momento furono distribuiti i programmi scritti a mano con una calligrafia da collegiale. Di Liszt figuravano diverse opere: Au bord d’une source, St. François de Paule marchant sur le flots, Les jeux dìeau à la Villa d’Este. I nomi di Debussy, di Ravel, di Chopin, di Respighi erano scritti con inchiostro verde. I fogli volavano di mano in mano.

   Quando cessarono di volare i fogli dei pentagrammi, che erano serviti da ventaglio, il pianista si sedette sullo sgabello, cui fece fare parecchi giri per cercare l’altezza più consona alla propria statura, e sistemò la sigaretta accesa sull’orlo del pianoforte. Si guardò i piedi, i pedali, i piedi, i pedali, e poi cominciò a suonare le scale con l’alluce del piede. Le note si susseguivano con uno stacco originalissimo. Gli invitati non sapevano se ammirare o ridere.

   «Bella trovata», disse qualcuno. «Anch’io potrei fare lo stesso».

  «Ma perché non suona come le persone normali, con tutte le dita?», domandò una voce sottile come uno spillo.

  «Perché sarebbe difficilissimo. Dovrebbe essere un equilibrista per suonare con le cinque dita del piede».

   «Ma volevo dire con le mani, come Dio comanda. Che bisogno c’è di suonare con i piedi?».

   «Ci sono persone che dipingono con i piedi o con la bocca. Che male c’è?».

   «Ma sono menomate?».

  «È il suo modo di suonare; suona a volte con l’alluce. Fedele alla prima composizione che ha interpretato, la ripete sempre. L’inizio della sua carriera è stato brillante. Non ha mai seguito i consigli di nessun maestro», disse la madre di Gruber, dolcemente estasiata. «Quando mio figlio ha cominciato a studiare, mi diceva, guardandosi il piede: “Perché tante dita?”. Era inutile che la professoressa gli desse caramelle all’arancia, al limone o al lampone, e persino al cioccolato, che gli facevano venire l’orticaria. Rifiutava di suonare il pianoforte con tutte le dita. Suonava esclusivamente con l’alluce. Dopo quella prima esperienza  si è servito dei foglietti di velina e poi della scordatura del pianoforte per ottenere, secondo quanto asseriva, suoni più naturali. Un accordatore gli ha rivelato tutti i segreti dello strumento. Era solito esclamare: “Ora lo scorderò in bi bemolle e in re minore”. Nessuno sapeva cosa volesse dire. Forse lui stesso non lo sapeva, ma i suoni che otteneva erano così straordinari che dal piano di sotto un giorno sono venuti a chiederci quale disco di Wanda Landowska avevamo messo su giradischi, perché non avevano mai udito nulla di così meraviglioso. Qui non osa, ma in altre case scorda i pianoforti. Non bisogna contrariare i geni», diceva la madre di Gruber.  

   Octavio Gruber, che ormai stava suonando il pianoforte con tutte le dita della mano, d’improvviso si girò sullo sgabello e guardò il pubblico, come per dire: Chi osa parlare, visto che siete qui per ascoltare? Non disse nulla, ma con un cenno del capo impose il silenzio, perché potessero udire la sua interpretazione della Ballata in si minore di Brahms. 

   «Questa musica non ha niente  a che vedere con l’acqua», disse qualcuno che capiva il senso acquatico del concerto fin nei minimi dettagli.

  «Con i lampi», rispose imperiosamente Octavio. Jardins sous la pluie, La cathédrale engloutie, Poissons d’or, di Debussy, e Jeux d’eau, di Ravel, acquisivano una sonorità perfetta nonostante la sordina imposta dalla carta. Quando fu il turno della canzone Au bord de l’eau, di Faurè, un’altra delle sue innumerevoli originalità, sgranò la melodia con tanta dolcezza che scatenò un applauso scrosciante: il preludio A la goutte d’eau, di Chopin, ottenne un successo maggiore. Indubbiamente il contatto dei piedi nudi del virtuoso con i pedali influiva sull’interpretazione di ogni opera. Bisognava concordare con la critica uscita il giorno prima sul quotidiano; bisognava ammettere quanto il pubblico l’avesse ammirato durante l’ultimo concerto al teatro Colón.

    «Ma tutti i pezzi che suona sono di musicisti francesi», protestò una signora.

    «Chopin non è francese, Liszt nemmeno, Respighi nemmeno».

    «Van Gogh è stato il primo pittore a dipingere la pioggia. Non è strano?».

    «Cosa c’entra la pittura con la musica?»

   «Van Gogh associava la musica alla pittura. E il primo musicista a cantare la musica è stato Debussy».

    «Non è esatto».

    «Cosa non è esatto?».

   «Che Van Gogh associasse la musica alla pittura. Se l’ha fatto è stato in uno dei suoi deliri, quando ha inviato in regalo una delle sue orecchie impacchettata. E poi non era francese. Händel, Grieg, Shubert, perfino Wagner ne  L’oro del Reno, si sono ispirati all’acqua».

   «Ma si tratta di musica per orchestra e non per pianoforte. L’oro del Reno, ma cosa le viene in mente!».

   «Quale era il pezzi di Chopin?», domandò un giovane.

   «Non hai letto il programma?».

   «Uno dei preludi, quello A la goutte d’eau».

   «Chi è che ha la gotta?», domandò una signora che stava all’altra estremità della sala.

   «È un pezzo musicale», le risposero.

   «È il colmo dell’aberrazione ispirarsi a una malattia!».

  Risuonava il pianoforte con un mistero nuovo. Nessuno lo ascoltava, tranne un’invitata, che esclamò:

   «Ci sono musiche che uccidono!», singhiozzava col viso tra le mani. Non era mai riuscita ad ascoltare Jardins sous la pluie senza piangere.

   Attraverso i vetri delle finestre sembrava che gli alberi del giardino crescessero. Improvvisamente il concertista si fermò. Chiese che gli aprissero le finestre e disse:

   «Che mi ascoltino almeno gli alberi o la pioggia».

   Vide mille begli occhi con lacrime, o meglio lacrime con occhi. Sorrise. Se avesse potuto conservare quelle lacrime in una boccetta, le avrebbe conservate come un’essenza di zagare, per la loro amarezza. “Le lacrime della fidanzata, la mia prossima opera, avrà quel titolo”, pensò. Ma stavano offrendogli un’aranciata gelata e un piatto con tartelette di fragole. Bevve l’aranciata e mangiò le tartelette con premura. Fra un boccone e l’altro si succhiò qualche dito come se fosse stata una golosità. Gli offrirono su un vassoio una salvietta di lino per pulirsi. Guardò il vassoio, prese la salviettina e se la infilò rapidamente in tasca. Girò di nuovo sullo sgabello e rimise le mani sul coperchio del pianoforte, guardando il cielo chiaro, come aveva visto fare a Paderewski, in un teatro di Rino Bandini. Una signora gli si avvicinò, lo prese per il mento e gli disse:

   «Che amore questo bimbo precoce: pensieroso come i suoi trisavoli».

   

   Quando riprese a suonare il pianoforte, qualcosa lo infastidì. Chinò il capo fino a toccare i tasti con l’orecchio. Si chinò a esaminare i pedali. Una nota riecheggiava più delle altre. Si drizzò, frugò dentro il pianoforte, scoprì che uno dei martelletti non aveva il suo foglietto. Octavio Gruber chiese che gli portassero altra carta velina. Cercarono la carta in tutti gli angoli della casa, con lanterne, perché stava già facendo buio e le soffitte senza luce erano inaccessibili. Infine trovarono qualche mela avvolta in carta verde, che portarono in sala sopra un vassoio. Sarebbe servita quella carta, pur non essendo della più fine?

   Octavio Gruber sistemò le strisce di carta lì dove mancavano, meticolosamente fece risuonare le note e apprezzò la superiorità della carta per avvolgere le mele.

   Jeux d’eau riecheggiò di nuovo dal pianoforte, come mai era riecheggiato, con la nuova aggiunta di carta verde. A volte un tuono preceduto da un lampo commuoveva i pendagli del lampadario, ma non le persone che ascoltavano, quando non parlavano, suonare quel pianoforte. Gli applausi, timidi all’inizio, colmarono poi la sala di entusiasmo. Octavio tremante di ambizione, chiese ai due giovani che gli stavano al fianco di riaprire il pianoforte. Indicò i dettagli dell’operazione. Dalla tasca estrasse qualcosa che ci sembrò una piccola pinza, che era un diapason, e si avvicinò ai giovani che aprivano energicamente le viscere del pianoforte.

«È cosa di un momento», disse Octavio al pianoforte, come se si trattasse di un’operazione chirurgica.

   Qualcuno protestò, ma la vergogna s’impadronì di chi aveva protestato. Come proibire a un genio le manifestazioni della sua genialità? Per distrarlo, qualcuno portò il padrone di casa nell’anticamera a cercare alcuni coperti che mancavano. Octavio strinse o allentò parecchie corde del pianoforte. Ottenne la totale scordatura dello strumento, con la massima rapidità.

   Non si riconoscevano né Carnaval, di Schumann, né Jardins sous la pluie, di Debussy, né Jeax d’eau, di Ravel. Tutto si era trasformato in qualcosa di diverso, che lui solo interpretava. 

   Il temporale non diminuiva. La pioggia cozzava contro i vetri.

   Dopo che servirono la cioccolata e i pasticcini di svariate forme e colori, dopo aver pregato il padrone di casa di suonare il suo repertorio, Octavio Gruber, sospirando, si tolse la giacca di velluto nello stesso angolo in cui se l’era messa, la ripose nella valigetta, si vestì, si lisciò i capelli, si mise le calze e le scarpe. Quando mi guardò per accomiatarsi gli porsi il mio album affinché mi facesse un autografo. 

   «Come ti chiami?», domandò.

   «Amandine», risposi.

 Firmò «Per Amandine, il suo ammiratore Octavio».

   Già la carrozza stava aspettando sulla soglia.

   Il padrone di casa corse a cercare qualcosa e tornò con una busta e un pianoforte giocattolo.

   «Per Octavito», disse amaramente, come se stesse ripetendo una lezione appresa.

   «No», sussurrò la signora Gruber, fermandolo. «Può offenderlo. Non gli piacciono i diminutivi». 

   «I giapponesi regalano giocattoli ai grandi. E poi non ha l’età per offendersi», disse il padrone di casa, accarezzandosi la barba, ispida come uno stuoino.

   «C’è chi nasce offeso», esclamò la signora Gruber

   «Ma quanti anni ha suo figlio, signora?»

   «È un segreto. Si toglie gli anni. Quei pochi anni che ha. Non ha mai voluto guardarsi inumo specchio, forse nell’illusione di rimanere sempre bambino. Una volta a cinque anni mina dette, mentre insistevo perché si guardasse: “La musica non la si vede nello specchio”. Le sembra invecchiato?».

   «Assolutamente no. Suona il pianoforte come un bambino di cinque anni».

   Il padrone di casa consegnò la busta alla signora Gruber, che saliva in carrozza, e il piccolo pianoforte a Octavio, che si attardava sulla soglia, sotto la pioggia. Octavio esaminò il giocattolo, lo caricò, lo posò per terra. Il pianista di latta si mise in movimento e il carillon intonò l’inizio di un valzer. Octavio raccolse il giocattolo, voleva e non voleva udire quella musica, voleva non voleva guardare il pianista di latta. Poi, con impeto, scaraventò il giocattolo e risalì sulla carrozza. Quando la carrozza ebbe svoltato la curva della via, Octavio si affacci da dietro la tendina nera incerata per guardare; la pioggia, gli alberi ascoltavano il valzer di Brahms interpretato dal pianista giocattolo. 

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