Appariva un giorno all’improvviso con la giacchetta bianca abbottonata sino al collo, il triciclo, la scritta: “PREGIATA GELATERIA” in azzurro mare che spiccava sullo smalto del cassone…

Gli si affollavano attorno i ragazzi resi irrequieti dagli ultimi giorni di scuola. coni al limone, alla crema o alla fragola, sempre gli stessi. Coni da pochi centesimi e coni da mezza lira. Apriva il coperchio lucente e affondava la paletta con gesto misurato. Sapeva dove trovare i ragazzi e si capiva che il primo giorno era anche per lui giorno di festa.

   Puntuale ad ogni avvenimento, era alla stazione cinque minuti prima del treno, era già sul pontile quando il battello, con la sirena e il pavese, arrestava le pale a pochi metri da riva ed i gitanti si preparavano a scendere. Se c’era concerto e il sole picchiava sulle facce intente dei suonatori, balenava implacabile sugli ottoni, lo ritrovavi in mezzo alla folla, nell’angolo migliore, in una macchia d’ombra che comprendeva appena lui e il suo triciclo.

Solo a mezzogiorno si concedeva una sosta: sedeva sul bordo del lungolago e masticava adagio un panino, guardando le onde lambire la scalinata di pietra o una donna che batteva e ribatteva i panni sull’asse.

   Poi riprendeva il suo giro silenzioso, spostandosi da un lato all’altro della piazza con l’ombra delle piante. Ogni tanto schiacciava la trombetta che portava sul manubrio e il suono improvviso faceva sobbalzare chi stava sdraiato su una panchina col cappello sul viso. Un’altra pedalata e un altro suono di tromba echeggiava più in là nel torpore meridiano…

Se adocchiava una coppia con dei ragazzi scivolava subito a lato e il più della volte il gioco gli riusciva. 

   A sera ritornava lentamente a casa – abitava in un paese vicino – col sorriso tirato in una smorfia, i corti capelli lucidi di sudore. Sentiva una voce e arrestava un attimo la pedalata guardandosi attorno, ma senza convinzione. La stanchezza non concedeva più fantasia ai suoi trucchi. 

Continuava così per tutta la stagione e quasi non ce ne se accorgeva. Poi un bel giorno spariva e con lui se ne andava l’estate. Rimaneva la piazza deserta con i tendoni variopinti dei caffè, le lunghe fila di sedie e di tavolini vuoti.

Sarebbero spariti anch’essi alla prima giornata di pioggia. 

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