Esilarante ma non troppo, lirico quanto basta, ruffiano giusto in pizzico, sghembo che è una meraviglia, policromo e polifonico con una manciata abbondante di ironia: questo è “I segreti del giovedì sera”. Bisbigli, confidenze e silenzi nei giovedì sera di Elvira Seminara

 

Esilarante ma non troppo, lirico quanto basta, ruffiano giusto in pizzico, sghembo che è una meraviglia, policromo e polifonico con una manciata abbondante di ironia: questo è “I segreti del giovedì sera” di Elvira Seminara che tra una parola, resilienza, e l’altra, malinconia, mette in scena se stessa e il suo mondo, fatto di un gruppo di amici e di un lembo complicato di terra lungo da Catania ad Acicastello. Sophia, Cesare, Mauro, Olivia, Miriam, Pietro sono personaggi in cerca d’autore: piombano negli interstizi della vita di Elvira in arte Elvis alla ricerca delle parole che li faranno riesistere. Non si arrendono alla malinconia ma ne sono immersi fino al collo, resistono diseroicamente al tempo che passa. Confusi, smarriti e pasticcioni si muovono tra botox e amanti, pilates e app. Sono ubiqui e between. È facile riconoscerli anche senza le parole di Cesare “abbiamo di nuovo trent’anni nel cuore e nella testa, e non ce l’aspettavamo, …abbiamo trent’anni, con figli di trenta e genitori di novanta, e noi in mezzo schiacciati, carne viva”. Sono i millennial al cubo, malati di giovanilismo per paura del passato, avidi di futuro (pure di granite, cozze, brioche: Seminara quasi gode a mangiare e far mangiare, in un tripudio di suggestioni junghiane) e legati a un presente frenetico e inconsistente al tempo stesso. Il tempo, un ciclico giovedì dal vago sapore nietzschiano, è il comprimario bizzoso del romanzo di Seminara: coglie i personaggi sul crinale sottile dei cinquantanove anni. Ogni giovedì sera gli amici si trovano a cena a discutere di massimi sistemi personali e collettivi mentre li distrae il bordo della pizza o la scollatura rugosa di Olivia o il giubbotto nero e prugna di Mauro o due gemellini sorpresi a guardare video porno. Metafora esistenziale il giovedì si svela nella domanda di Olivia “me lo spiegate perché usciamo il giovedì sera e non il fine settimana, quando in giro c’è più gente?”. Il giovedì è imbarazzato o snob? O è solo incongruenza tra il tempo e l’età? Ogni giovedì si porta in tavola la commedia, mentre i segreti restano nei bisbigli, nelle occhiate, nei silenzi. Nei “non gli dico” della voce narrante che non è ipocrisia ma reticenza e forse un pizzico di delicatezza. La delicatezza è la cifra stilistica del romanzo di Elvira Seminara: ma è davvero un romanzo? Qui si addice il ritratto con la pennellata netta, la strofa di una canzone e il ritornello, lo squarcio di luce, le foto di un album. Ogni personaggio racconta la sua storia, ogni capitolo può diventare una short story (sarà per questo che Seminara cita per lo più autrici di racconti), ogni piccola storia un frame di pellicola. “I segreti del giovedì sera” dialoga col cinema, anzi è cinema esso stesso. Sophia con la sua chioma rossa sembra una “Rita Hayworth intimidita e mai sfiorata dall’idea di fare cinema”: a proposito di segreti Elvis non gliel’ha mai detto. Non ha detto nemmeno a Olivia che lei assomiglia a un’arcigna Diane Keaton: la Annie di Woody Allen che diceva “Adoro essere ridotta ad uno stereotipo culturale”, qui è la filosofa del boomerang, del sì però. Cesare senza ciuffo pare Rutger Hauer, Ted è svagato come Harry Potter e ci sono anche una cameriera identica a Uma Thurman e un’allieva con la frangetta di Audrey Hepburn.

 

La trama del romanzo 

Sophia, Miriam, Olivia, Cesare, Pietro, Mauro sono amici, e hanno vite ordinarie sino al momento in cui scoprono che il tempo sta per scadere: fra poco non avranno più cinquant’anni come si raccontavano, e usciranno per sempre dall’età di mezzo per entrare in un territorio nuovo. Rabbiosi, vivranno questa soglia labile e miracolosa saltandoci sopra come in una giostra, decisi a non scendere sin che dura il fiato – o il vino. È in questo giorno che non può finire, e si prolunga e gira vorticosamente, che i protagonisti si trasformano e si rivelano, tra le cene del venerdì, ansiolitici e appuntamenti, dentro una società che si scompone sotto i piedi. Le loro chiacchiere, i loro amori che nascono o franano, fanno attrito con la zona buia del nostro tempo che emerge a sprazzi, nell’evocazione di uno sbarco negato, di un corteo di disabili, di Notre-Dame che brucia. Un dialogo inesauribile, il loro, impudico, che ci vede tutti coinvolti, nella stessa giostra, nella stessa risata o nella stessa paura: congedarsi senza preavviso dall’unica e vera giovinezza assegnata senza aver capito cosa ci aspetta.

Se la vita durasse una settimana, per Elvis e i suoi amici oggi sarebbe giovedì. Infatti, è di giovedì che s’incontrano. Per scrutarsi, raccontarsi le novità, fare bilanci dentro un mondo che si scompone sotto i piedi. Tra poco non avranno più cinquant’anni, e usciranno per sempre dall’età di mezzo per entrare in un territorio nuovo. Così, tra amori che nascono o franano, ansiolitici e aperitivi, cercano di varcare quella soglia labile e miracolosa saltandoci sopra come in una giostra, decisi a non scendere sin che dura il fiato – o il vino. La loro vita a dirotto si riflette in un dialogo inesauribile, impudico, che ci vede coinvolti tutti, nella stessa risata e nella stessa paura: congedarsi senza preavviso dall’unica giovinezza che ci è stata assegnata senza aver capito cosa ci aspetta.

«Abbiamo 59 anni, alcuni di noi hanno smesso di tingersi i capelli e di fumare, altri hanno cominciato la dieta e la Recherche, però dicendo che la rileggono. Facciamo finta di credere a un sacco di cose: che dimostriamo al massimo 48 anni, che non siamo depressi ma disincantati, che quella non è pancia ma colite. Che il vino rosso fa bene, e il caffè allunga la vita. Abbiamo avuto case allagate e idee geniali, spesso contemporaneamente. Alcuni hanno doppie vite, doppio lavoro, doppio mento, doppia sim. A teatro ci addormentiamo, e in tv vediamo lo stesso Montalbano tre volte, convinti che sia la prima. Abbiamo voglia di ridere, ma ci commuoviamo spesso e diamo la colpa al polline. Ci angoscia l’idea di dimenticare le password. Crediamo ancora negli sconti, più o meno in Dio, nelle creme antirughe, nei concerti del primo maggio e nei sughi senza conservanti, e quasi tutti nel primo Battisti e nel primo Battiato, il primo Von Trier e il primo Paul Auster. Conviviamo con malattie autoimmuni, vicini razzisti, gatti anaffettivi, pc pieni di virus, aumenti di stipendio, di peso, di autostima, ma combattiamo il colesterolo, la fine della sinistra, gli specchi troppo illuminati, le sanatorie, i leggings di ogni tipo, i bicchieri di plastica, l’irrilevanza, la frenesia del Pil, i rumori di deglutizione. Ogni tanto siamo felici, senza motivo, senza bisogno d’indagare. Ci innamoriamo, andiamo in Messico e poi torniamo. Abbiamo detto milioni di volte le parole stress, motivazioni, analisi, percorso, adesso diciamo più spesso pillola, spreco, cuore, meraviglia. Il vocabolario si restringe e ansima, nel silenzio troviamo nuove gradazioni. Guardiamo il meteo sull’iPhone, più volte al giorno, e la notte per quello dopo. Mettiamo in carica. Domani sole». E. S.

 

Come inizia

 

A mia figlia Marta

che ripara l’anima della gente

e quando torna cerca la cioccolata.

I segreti del giovedì sera

«Scrivo senza vedere […] Ecco è la prima volta che scrivo nelle

tenebre […] senza sapere se formo dei caratteri. Ovunque sarà il

nulla, leggete che vi amo».

DENIS DIDEROT, lettera a Sophie Volland, 1759.

1.

 

   Il pomeriggio del 26 settembre Miriam è spuntata coi capelli bianchi e cortissimi. Eravamo in quella sala da tè in corso Italia di cui non ricordo il nome, al tavolino tondo all’angolo che ci faceva sentire più raccolte. Lei che è sempre puntuale secondo me ha ritardato apposta, a enfatizzare la sorpresa.

   È rimasta in silenzio, dritta, sotto il lampadario a gocce di cristallo, la sciarpa blu che pareva un salvagente, e si capiva che aspettava là, con quel sorriso naufrago e lo zaino in spalla, i nostri commenti. Le sopracciglia spesse e scure, tra i riflessi dei vetri e quella luce ghiaccio, sembravano segnate col pennarello, e nel tavolo accanto si sono zittite due tipe che litigavano su un certo Nino.

   Come al solito ho mentito io per tutte: – Stai benissimo, ti sei tolta dieci anni! E poi com’erano tristi e retoriche quelle onde scure di capelli!

   Questa frase l’ho detta mentre le andavo incontro. L’ho abbracciata e finalmente è uscita da quel cono ospedaliero di luce – non capisco come si possano usare led a luce bianca, specialmente in uno chandelier di cristallo, quando esistono allo stesso prezzo luci calde dorate –, e hanno parlato anche le altre.

   – Hai fatto bene, la tintura è una schiavitù, e poi è cancerogena! – ha detto Sophia.

   – Ma sai che il corto ti mette in luce l’ovale? – questa è Olivia.

   Mentre il ragazzo portava le tazze, e Olivia accendeva la candela, Miriam ci guardava con occhi lucenti. Ma il suo sorriso, soprattutto, era radioso. È stato lì, dai bagliori dei denti, che ci siamo accorte dell’apparecchio.

   Anche Luca era entusiasta del suo cambiamento, ha detto lei, e l’apparecchio l’avrebbe tenuto solo un anno – massimo due – per riparare la malocclusione della mandibola, ed era Luca che se n’era accorto, perché la notte lei digrignava i denti, li batteva, sibilava. Adesso non solo avrebbe avuto requie (la sua bocca o Luca, non si capiva), ma anche la postura ne avrebbe guadagnato, e dicendolo ha drizzato il busto sullo schienale e stirato il collo in avanti.

   Insomma era merito di Luca, ha concluso, e quando diceva Luca aspirava la C e allungava la A, per questo Luca in bocca a lei prendeva un suono di gola, sospiroso.

   Miriam ha cinquantasette anni e Luca quarantuno. Lei fa l’avvocata matrimonialista in uno studio associato con un piccolo giardino interno. Grazie a quell’albero di limoni, i lampioncini in finta ghisa, la stufa vintage e i divanetti in vimini, risolve molte liti e guadagna bene. Ha avuto una grande idea, in quell’atmosfera intima e serena le parti si rilassano.

   Luca fa l’addestratore di cani, ha una laurea breve in Scienze della formazione (che gli è stata di grande aiuto coi cani, dice), e ha conosciuto Miriam l’anno scorso a uno stage sulla Comunicazione riparatoria. Ero stata io a trovarle il titolo, Il disagio dell’inciviltà. Cura e linguaggio nelle ferite sociali, dunque è grazie a me se ha trovato Luca, che è anche carino e muscoloso, e se vivono insieme da un anno.

   Finito il discorso sui denti, e sugli impianti piú affidabili, e dove conviene fare lo sbiancamento, che secondo Olivia è un boomerang, abbiamo parlato del film sul mondo dell’editoria che avevo visto la sera prima con Olivia.

   Sorseggiavamo tutte la stessa tisana ai frutti bianchi (cioè ananas mela pera finocchio ginseng, disgustosa), quando io ho detto che c’è un sano ritorno al film di analisi sociale, e Olivia ha detto che gli americani e i francesi li hanno sempre fatti, siamo noi gli arretrati, e in ogni caso non la sfioriamo nemmeno, l’ironia malinconica dei francesi! – Ah, quella specie d’innocente perfidia che hanno solo loro! –ha aggiunto, lasciando la bocca mezzo aperta in modo stuporoso, a ricordarci che nel suo liceo a parte Italiano insegna Cinema. E aveva ragione, le ho detto, i registi francesi sono impareggiabili nel degustare le disgrazie come se fossero tarte tatin e viceversa.

   Miriam, che era stata zitta perché non aveva visto il film, ha chiesto a quel punto come mai, per la prima volta nella storia della nostra amicizia, non avessimo ordinato nemmeno un biscotto, nemmeno all’avena o integrale, di quelli secchi e prosciugati. In quel momento, guardandola, ci siamo accorte di nuovo della sua testa così diversa, talmente bianca e spopolata, e per coprire lo sconforto c’è stato un altro giro di complimenti. Lei sorrideva dietro la candela e il suo apparecchio lampeggiava.

   Poi è arrivato il conto, e mentre Olivia si chinava a prendere la borsa a terra, Sophia sbirciava la sua scollatura – aveva un top con foglie secche e pappagalli rossi e blu. Fra i becchi spuntavano le pieghe rugose dei seni, ma la pelle era abbronzata e si confondevano col fogliame. Sophia aveva una camicia verde di seta con un fiocco legato sotto il mento, e quando si è affogata con l’ultimo sorso di tisana lo ha finalmente allentato. Il verde magnificava i suoi capelli rossi. Ho sempre pensato che somiglia a Gilda, una Rita Hayworth intimidita e mai sfiorata dall’idea di fare cinema, non gliel’ho mai detto.

   Miriam è tornata dal bagno ancora piú profumata, e Olivia le ha detto che esagerava, e sul collo ormai libero dai capelli poteva utilmente dimezzare gli spruzzi.

   Un quarto d’ora lo abbiamo impiegato ancora a ricordare il titolo di quel film, poi ci siamo salutate e mi è venuto in mente a sera, mentre lavavo i denti. Il gioco delle coppie. Che non c’entrava niente, appunto, con la storia.

   A letto mi sono chiesta se Miriam in quel momento metteva l’apparecchio nel bicchiere con l’acqua e la pastiglia, come si fa con le dentiere, o se ci dormiva tranquilla.

2.

   – Tu lo capisci, Elvis, è un boomerang! Lo fai una volta e devi farlo sempre!

   È passata una settimana dalla tisana bianca, ed Elvis sono io nei momenti allegri.

   Siamo nude con Olivia in un camerino a provare abiti fucsia con lo sconto. – E se una volta compri il pistacchio a Bronte per la preside, – continua lei, – la volta dopo quella si offende se lo compri alla Conad –. Ottobre è appena cominciato e pare nato per le liquidazioni, privo com’è, in Sicilia, di nettezza e connotati stabili. Per noi è la coda dell’estate, il trionfo delle rimanenze – ultime ferie, ultimi bagni, ultimi film all’arena. Quel gusto nevrotico di mettere in salvo.

   Il negozio è vuoto, tranne una commessa che si dà il rossetto spiandosi con aria truce in un minuscolo specchio, e spogliarci insieme nel camerino ci diverte. Questo è grande, ha pure uno sgabello. Lei è già pronta, io sto ancora trafficando con stivaletti e strati di tessuto – sono la piú freddolosa.

   – Il fucsia è un boomerang, – dice, – se non ti trucchi bene ti ammazza, – e la commessa forse ha sentito perché smette di messaggiare con le unghie color sangue e ci dice di stare attente a non macchiare i capi col rossetto. Lo dice scandendo le parole e con forzata gentilezza, come se fossimo due rimbambite, e intanto lasciamo la specchiera – il fucsia non è un paese per tutte.

   – Ma poi scusami, questi pistacchieti di Bronte quanto misurano per rifornire mezzo pianeta?

   Nello specchio la vedo sexy e svagata, sembra Diane Keaton quando fa la nonna arguta, anche gli stessi capelli, castani e lisci sino alle spalle.

   – I pistacchi di Bronte vengono certo dalla Cina, – dico mentre ci rivestiamo, – ma tu da quando usi la pancera rinforzata?

   – È solo un bustino contenitivo contro l’aria del colon, – si tira giù la maglia, – lo trovi anche tu a 6 euro dai cinesi –. E intanto studia l’etichetta del suo vestito (secondo lei una 40 e non una 42), stringe gli occhi e l’allontana, aggrotta le sopracciglia, e nello sforzo della visione le si gonfia il doppio mento, ha quell’espressione torva e ottusa che abbiamo tutte quando ci mancano gli occhiali.

   – E comunque stare con uno piú giovane è un boomerang, guarda Miriam come si è ridotta, è passata ai capelli bianchi per mettersi fuori categoria, sfuggire al confronto con le altre. C’è arroganza, no, in questo porsi al di sopra?

   Ogni cosa da un po’ di tempo per Olivia si trasforma in boomerang. Andare dal parrucchiere è un boomerang perché ti abitui ai capelli lisci e quando li lavi a casa ti senti una strega, abbronzarsi è un boomerang perché rovina la pelle. Ma anche essere cortese, perché poi le colleghe lo chiedono sempre: mi sostituisci la seconda ora?

   Fino a due anni fa il suo campo visivo era libero e senza boomerang. Aveva cinquantasette anni quando ha deciso di essere coraggiosa e di reclamare, anzi riscuotere, il suo residuo diritto alla felicità come donna.

   In un mattino umido di maggio mi annunciò di voler lasciare il marito. Eravamo al tavolino del bar Sciara e mentre diceva «come donna» sospese in aria il cucchiaino e prese a ruotarlo con espressione languorosa – per fortuna era vuoto. La granita di cioccolato era ancora là nel bicchiere. Con l’altra mano si toccava il seno appena affiorante da una camicia a pois, a evocare in modo implorante la regione del cuore, ma a me parve un gesto di struggente sensualità. Sono passati due anni e ricordo bene quel gesto, come quello di Tereza in piscina, nell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera.

   Non aveva ancora la frangia di Diane Keaton che copre le rughe, e i capelli erano gonfi, neri e inquieti. Però è sempre alta come la Keaton, e come lei inarca le narici.

   Per il compleanno le ho regalato una crema all’acido ialuronico da 70 euro (con la promozione del 20) e ho citato Musil nel biglietto di auguri, laddove parla della «vaga ostilità atmosferica di cui l’aria è satura nell’era nostra», visto che un uomo senza qualità spuntava sempre nei suoi discorsi. Ma non ha colto il rimando, anzi ha buttato il biglietto di auguri insieme al nastro.

   – Quanti anni ci restano, – disse agitando il cucchiaino, – di vitalità sessuale?

   Lo chiese una seconda volta. – Quanti anni hai ancora di vitalità sessuale?

   Aveva alzato la voce e un colombo si voltò verso di me. Mi vergognai, e le dissi di dedicarsi alla sua granita, quasi liquida. Io avevo finito la mia da un pezzo e con automatismo, giusto per fare qualcosa, sbocconcellavo la sua brioche. Non l’aveva neppure toccata.

   Poi disse che abbiamo tutte il diritto naturale, oltre che culturale, di essere desiderate e ascoltate da un uomo contento di passare il tempo con noi, ed è inaccettabile, indignitoso, sentirci noiose e prevedibili, insomma una cosa scontata, dopo ben trent’anni di matrimonio. Si fermò a deglutire un grumo di saliva.

   C’era una specie di controsenso ma lei è una maga dell’antifrasi, infatti le piace il moto doppio del boomerang.

   – Trent’anni! – alzò il tono. – Gli sarebbero dovuti servire se non altro a conoscermi, a capire cosa voglio, no?

   La verità è una. Ci piace credere che gli altri si aprano con noi per sentire i nostri consigli, o il nostro conforto, invece vogliono solo parlare, essere ascoltati e soprattutto vedere cosa succede in quella faccia che hai davanti, se sbatte gli occhi per lo scandalo o se il labbro si piega commiserante, se il bicchiere sul tavolo balla o un coltello finisce a terra. Se riveli cose tremende di cui potresti pentirti – per questo il gioco è eccitante e pericoloso – o vantarti. A volte non puoi piú tornare indietro dopo un annuncio sgorgato dalla tua bocca, ed è un bene, sei costretto a metterlo in pratica, per non perdere l’autostima.

   Vogliamo testimoni, anche solo per rimproverare qualcuno, un giorno, di non averci interrotto, fermato. Ecco, Olivia era in quel punto della sua vita, provava il passo intorno al bordo del suo cratere personale, e io dovevo staccarmi dal mio e avvicinarmi al suo, non per spostarla – tanto non sarebbe caduta, detestava il marito in modo sufficiente, e l’avversione è un buon carburante –, ma per mostrarle che c’ero.

   Lanciai a terra un pezzo della sua brioche per distrarre il colombo troppo curioso. Lei spinse in bocca ciò che restava sul piattino e riprese a parlare, cosa mai fatta, con la bocca piena.

   Alle sue spalle il cameriere portava il conto a una coppia anziana e grassa di turisti con le braccia chiazzate di rosa. Il tavolino era un caos di carte e piattini, e loro rivolgevano all’insegna del bar un sorriso ebete e grato, la pancia premuta sul tavolo. Avevano la stessa T-shirt, con la scritta I LOVE CANNOLI sul disegno delle pistole.

   Il suo iPhone suonava ma lei non rispondeva, non riusciva a smettere di parlare. – Pensa che quando Giuliana è rimasta vedova, mi sono accorta che la invidiavo! Non te la ricordi, Elvis, ma l’hai incrociata una volta a casa mia, per la tombola della Befana, aveva un marito ignorante che poi diventò malato e depresso. Lo amava, però. Da quanto tempo non la vedi? È ringiovanita di dieci anni, serena! E lo capisco, è il modo piú sano per separarsi (se lui ha un’età, naturalmente, e non sta bene) senza ritorsioni, sensi di colpa, rimpianti, rimorsi. Senza avvocati, senza divisione di soldi e patrimoni. Senza dover motivare nulla ai figli, che non perdonano mai la madre di aver lasciato il padre, senza il pericolo di privarli della sicurezza economica, senza creare altri conflitti interni in famiglia.

   – Okay, ma non esagerare, tu figli non ne hai, – ho detto.

   – Mica parlavo di me, infatti. Pensi che io potrei mai, sul serio, desiderare la morte di qualcuno?

   Cominciò così, ufficialmente, quel maggio di due anni fa, il dibattito sulla loro separazione, che diventò una specie di forum allargato e permanente con vari gruppi WhatsApp e incontri piú o meno professionali curati da Miriam, anche solo fra amiche, nel giardino zen dello studio.

   Ne parlavamo anche nei giovedì sera col solito gruppo, inclusa Olivia e a volte anche il marito, e per quel cieco senso di conservazione animale che contrabbandiamo per saggezza cercavamo di distoglierla dal progetto, forse invidiosi del suo coraggio e della promessa di libertà.

   Una sera in una pizzeria di piazza Mazzini, piena di turisti eccitati dalla parmigiana, concordammo che un divorzio così tardivo rischiava di essere piú una frattura che un’evoluzione, e semmai era giusto impiegare quel rialzo di energie per ristrutturare il rapporto.

   Cesare, il compagno di Sophia, che non aveva detto niente sino a quel momento, si scosse alla parola ristrutturare, e disse in modo concitato che era esatto, bisognava rinforzare la struttura senza abbattere e senza demolire, lavorando nei punti esatti del rischio, come si fa coi lavori antisismici. Iniezioni di solidità nei pilastri, nelle fondamenta, e con le dita mimò il gesto della siringa mentre il pomo di Adamo gli andava su e giù.

   Cesare ha un bel viso nordeuropeo, gli zigomi alti e un ciuffo biondo che gli spiove sulla lente sinistra: lui fa finta di spostarlo con gesto sexy della mano come se gli desse fastidio, ma quello resta dov’è. – Lo sapete, – ha detto, – che la resistenza al sisma non è legata all’ancoraggio sul terreno, al senso dell’inamovibile, ma al contrario alla flessibilità, alla capacità di un edificio di oscillare e assecondare il movimento della terra e dell’Etna? E non è così anche nei rapporti? La ricetta è la flessibilità!

   Lo ascoltammo tutti con sorpresa, non aveva mai detto niente di così prolungato e concreto, ma Sophia dopo averlo coperto di uno sguardo riconoscente ci spiegò che recentemente aveva lavorato a una ricerca sul terremoto dell’Aquila e la ricostruzione dell’identità sociale. Cesare insegna Gnoseologia a Lettere, ma non parla mai dei suoi studi, e ormai ci eravamo abituati ai suoi silenzi britannici. Poi Sophia, che era la piú conservatrice di tutti oltre che la piú bella, disse a Olivia che assumendo da sola i rischi della scelta andava incontro a sensi di colpa e rimorsi.

   Olivia ascoltava, taceva e mangiava il suo sorbetto al limone con un sorriso metodico. Non aveva aperto la bocca a metà, in quel suo modo stuporoso, nemmeno una volta in tutta la sera. Aveva un abito blu elettrico con un bordino di paillettes arancio sul collo, orecchini in strass dello stesso blu, la borsa in paillettes arancio e un foulard arancio, rosa e blu. Le scarpe erano sotto il tavolo, ma certamente la crisi aveva prodotto in lei un generale rialzo in termini di strass. Emanava un’ampia eleganza programmatica, una volontà di luce e di coerenza.

   Il marito quando c’era parlava pochissimo, ma abbassava la grossa testa nera in segno di rassegnazione-comprensione. Negli ultimi tempi era ingrassato e somigliava ancora di piú a Maduro. Sembrava d’accordo pure con Olivia, anche quando non avrebbe dovuto, ma forse il problema era quella testona capelluta, che per il peso oscillava sul collo innescando un consenso automatico. Credo che questa passività di vittima e capro espiatorio esasperasse Olivia ulteriormente.

   Dopo un anno di dibattito la decisione fu accelerata grazie a Miriam – e non solo perché era una brava avvocata, ma soprattutto perché scoprì che il marito di Olivia aveva una storia con una massaggiatrice polacca della sua età. Lui smise di somigliare al presidente Maduro perché aveva perso otto chili, e Olivia si iscrisse a un corso di kintsukuroi, l’antica arte giapponese per riparare la porcellana rotta con pennellate d’oro.

   Per festeggiare la svolta con noi amiche, ordinò via web un servizio da tè giapponese con vari infusi e ci accolse a casa sua avvolta in un kimono comprato da Zara. – Ogni lesione e ferita si può tramutare in foglie e tralci, – disse alzando un tazzone con una specie di cactus dipinto da lei, e Sophia aggiunse commossa che le ferite sono un vanto per i bambini e i soldati, cosa che piacque a Miriam, che per mestiere era esperta di ferite e riparazioni. – La biografia delle cicatrici è il primo segreto che si scambiano gli innamorati, – disse Miriam toccandosi languidamente i capelli ancora lunghi, – quando si spogliano per la prima volta.

   Olivia aprì la bocca a metà come Vivien Leigh in Via col vento e mentre la chiudeva ci avventammo sul sushi.

3.

   Se vuoi chiudere una storia d’amore e ti mancano le parole, o non le possiedi, o le conosci ma non le sai pronunciare. O ti manca il coraggio e la decisione. Se ti rifiuti comunque di usare WhatsApp perché è stata una simil-storia d’amore, noi catanesi lo sappiamo: il mare è un ottimo sceneggiatore.

   Fa tutto lui, l’importante è beccare la stagione adatta. Il varco tra settembre e ottobre è il migliore.

   I francesi hanno le foglie morte e tanti parchi con alberi spogli, hanno Parigi con perle di pioggia e chilometri di cieli funebri, hanno Brel e Montand. Per loro è facile chiudere storie da niente e trasformarle in storie d’amore. La Germania ha la sua neve dolente, la Spagna ha vortici allegri di nostalgia, ma per noi siciliani è diverso. Noi non abbiamo parchi alberati che piangono foglie, e comunque abbondano, in quei pochi, piante carnose e sempreverdi, e fiori in tutte le stagioni. Il sole pieno non si addice alle rotture.

   È vero, col disastro climatico piove ormai spesso anche sull’isola, e la pioggia agevola le rotture, ma siamo così occupati a fronteggiare gli intasamenti e l’esplosione dei tombini che non è facile approfittare dell’occasione.

   Per fortuna c’è il mare, soprattutto mentre lo smontano.

   A fine settembre, quando la Scogliera si svuota e gli operai smantellano i lidi, e buttano giù le cabine, e le passerelle di legno, asse per asse, e il cielo è incerto e incupito, hai la scena perfetta per ogni addio. Oltre il mare livido d’autunno, abbandonato e solo, c’è infatti anche il senso inesorabile della fine, di tutte le fini, però cadenzato da certi sani rumori, il rimbombo argentino del ferro, lo schiodamento delle assi di legno – il tutto mosso con le mani, montato sulle spalle, scaricato con le braccia. Quel senso di vita artigianale, quell’adesione franca all’esistenza è un bel conforto. Se pioviggina è perfetto, puoi persino anticipare la crisi e troncare un legame a scopo preventivo. Se un operaio canta Dalla, mentre impila le sdraio, c’è pure la colonna sonora.

   Io le riconosco sempre, anche da lontano, le coppie ferme alla ringhiera in attesa della parola FINE sullo schermo – solitamente nell’ora del demone meridiano, fatale per i siciliani. Una stagione è chiusa, un’altra comincia, fa il mare e ripete lui. Tutto scorre, ripete lei. Il mare parla al posto tuo.

   Se non è abbastanza o non ne sei convinta, ti basta poi sporgerti dentro il lido sventrato, fra i cumuli delle cose dimenticate in cabina, pinne, maschere, cappelli sfondati, zoccoli rotti, flaconi ammaccati, teli scoloriti, rane giganti di plastica, scatole di biscotti, persino ombrelli e gialli svedesi, mentre i gabbiani urlanti si avventano sui resti emersi di cibo – una piccola Morte a Venezia riallestita da Fellini –, e non solo non avrai piú dubbi, ma sarà l’altro a invocare una fine pronta e duratura mentre gli dici questa cosa con Fellini.

   E poi quell’odore strano, di muffa e iodio, di legno bagnato. Di ferro bruciato, di acidi e solventi, che stordisce. Ogni settembre a smontare la stessa storia per ricominciarla a giugno, stesse assi, stesse manovre al contrario. Cabine in piedi, ombrelloni aperti, pali di ferro, scalette, ponti. Insomma nulla davvero finisce, e ti senti rinfrancato – un’altra storia preme ad ogni fine.

   Anche se vuoi iniziarne una, naturalmente, il mare è un ottimo dialoghista, specialmente in primavera, quando nel sole luccica, e dondola cantando. Molto meno in estate, per ovvi motivi. A luglio e agosto nella piazza maestosa e semplice di Aci Castello vanno gli sposini a farsi le foto, il mare è infinito ma la piazza rassicurante, non c’è di meglio.

   Poi per gli scatti panoramici, e forse in pegno della fortuna, si inerpicano in modo sacrificale sulla scalinata del castello, strofinando lo strascico sui gradini, le bocche ad ogni clic, il trucco che scola, mentre gli invitati, stremati al solo guardarli, alle prese coi tacchi, le cravatte strette e i vestiti scomodi, li aspettano compassionevoli ai piedi della scala. I bambini si siedono sui gradini e sporcano il vestito nuovo, i genitori urlano, sudano, un cappello vola – il mare ridacchiando si allontana.

4.

   L’autunno è arrivato in tre minuti, mentre i ragazzi del tavolo accanto gridavano tanti auguri a te. Il vento spinge i tendoni del bar e io aspetto Sophia.

   Mi ha convocato lei, ma ho scelto io via Etnea perché mi piace la vita davanti a Villa Bellini – anche adesso, con questo cielo nervoso. Il rumore di foglie smosse negli alberi, sfrigolanti, si confonde col masticacchiò delle Cipster, e il ragazzo con cinque orecchini festeggia una ventina d’anni.

   – Ma davvero vorresti tornare ai tuoi vent’anni? – ho chiesto tempo fa a Pietro. Lui ha detto di no, anzi li detesta i suoi vent’anni bui, ma vorrebbe avere la testa di oggi con un corpo giovane e sperimentale. Dice che noi adulti proviamo una schifosa invidia per i giovani, un’ambigua e languorosa invidia, ma per accettarla la convertiamo prima in autoindulgenza e poi in un sentire piú nobile e socio-compatibile, chiamato trasmissione di saperi.

Continua a leggere…

 

L’autrice

Elvira Seminara, catanese, scrittrice e giornalista, ha pubblicato per Mondadori L’indecenza (2008), per Gaffi editore I racconti del parrucchiere (2009), per nottetempo Scusate la polvere (2011) e La penultima fine del mondo (2013), per Einaudi Atlante degli abiti smessi (2015) e I segreti del giovedì sera (2020). I suoi testi sono tradotti in diversi paesi. Vive tra Aci Castello e Roma.

 

 

  • I segreti del giovedì sera
  • Elvira Seminara
  • Editore: Einaudi
  • Collana: I coralli
  • Anno edizione: 2020
  • In commercio dal: 7 luglio 2020
  • Pagine: 200 p., Brossura
  • EAN: 9788806243975   Acquista € 15,68

Carica ulteriori articoli correlati
Carica altro Riccardo Alberto Quattrini
  • «LE PEGGIORI PAURE»

    ”Il miglior romanzo di Fay Weldon, l’autrice inglese più anticonformista, irriverente, cor…
  • «COME LA PIOGGIA SUL CELLOFAN»

    ”Torna Giorgia Contini, creatura di carta di Grazia Verasani, in Come la pioggia sul cello…
  • «LA PERFEZIONE NON È DI QUESTO MONDO»

    ”La perfezione non è di questo mondo è il toccante romanzo d’esordio di Daniela Mattalia, …
Carica altro PARLIAMO DI LIBRI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«LE PEGGIORI PAURE»

”Il miglior romanzo di Fay Weldon, l’autrice inglese più anticonformista, irriverente, cor…