Mezzo secolo fa un capolavoro tattico vinse una guerra perduta. Ma il prezzo di quella vittoria si paga ancora.

Il 5 giugno 1967 di cinquant’anni fa iniziava quella che nella memoria collettiva sarebbe stata poi chiamata La Guerra dei Sei Giorni. Dopo il famoso discorso del presidente Levy Eshkol, padre fondatore dello Stato di Israele, che alla radio balbettò la sua ansia nella convinzione della prossima distruzione definitiva del popolo ebraico, che pareva profilarsi all’orizzonte. La minaccia di una prossima distruzione aveva portato Ytzchak Rabin, allora Capo di Stato Maggiore, si inventò qualcosa di formidabile con Moshe Dayan ministro della Difesa. La Guerra dei Sei Giorni è stata una guerra di pura sopravvivenza, tutti gli storici, da Michael Oreen a Daniel Gordis, l’hanno ricostruita come la fine preannunciata del popolo ebraico. La vittimizzazione obbligatoria dei palestinesi ha poi cambiato l’esegesi falsificandola.
Se il popolo ebraico ce l’ha fatta coi faraoni, con Hitler, alla fine ce la farà anche con Nasser e tutti i leader arabi coalizzati, fu la convinzione di Rabin e Dayan.
Tutti coloro che da sempre odiano Israele hanno sempre detto che fu una guerra di conquista, dato che poi Israele ne è uscita coi famosi «territori occupati» che in realtà sono «contestati» e appartenevano non ai palestinesi ma alla Giordania che attaccò Israele. Mentre invece si trattò di una guerra che salvò Israele da un altro genocidio. I prodromi già rabbiosi dopo la sconfitta egiziana del ’56, per la necessità di Gamal Nasser, un brillante dittatore che aveva scelto lo schieramento sovietico terzomondista, proponendo una guerra definitiva contro l’odiato nemico sionista, come leader assoluto del movimento panarabista, che doveva consegnare all’Egitto il dominio dell’intero Medio Oriente.
La scintilla e l’errore, fu una errata informazione dei servizi sovietici secondo cui Israele ammassava truppe sul confine siriano. È qui che inizia l’escalation incontenibile di Nasser.
Egli entra nella penisola del Sinai con i mezzi corazzati, dichiara che è tempo di «prepararsi per la battaglia definitiva per la Palestina»: e muove le sue truppe: 15 mila uomini, 100 carri armati e l’artiglieria sovietica sono pronti nel Sinai.
Il 16 maggio chiede alle forze dell’Onu di togliersi di mezzo, e U Thant (Maha Thray Sithu U Thant è stato un politico e diplomatico birmano, terzo segretario generale delle Nazioni Unite dal 1961 al 1971) scappa lasciando spazio, alla mossa definitiva, quella che anche gli americani avevano dichiarato motivo di guerra: la chiusura dello stretto di Tiran. Il ministro degli esteri israeliano Abba Eban, cerca aiuto presso i francesi, gli inglesi, gli americani, ma tutti hanno paura dei russi, forse non volevano immischiarsi in una guerra che non gli apparteneva. L’accerchiamento risulta sempre più evidente. Mahmoud Zuabi, ministro dell’Informazione siriano dichiara alla radio «la nostra terra combatterà finché la Palestina verrà liberata e la presenza sionista conclusa».
Radio Cairo dice il 16 giugno che «l’esistenza di Israele è durata troppo a lungo. Diamo il benvenuto alla battaglia lungamente attesa… in cui distruggeremo Israele». E qualche giorno dopo: «L’unico metodo che applicheremo è una guerra di totale di sterminio contro i sionisti…».
Le promesse di sterminio fioccano: egiziane, siriane, irachene, giordane e saudite: gli alleati arabi il 25 maggio muovono le truppe sui confini israeliani. Il fondatore dell’Olp Ahmed Shukairi dice: «Valuto che nessun ebreo sopravviverà».
Rabin da ordine di scavare tombe di massa per i caduti prossimi venturi, si preparano piani di evacuazioni dei bambini sulle navi, mentre la cantante più famosa del mondo arabo Umm Khultun, rende popolare il ritornello «Sgozza! Sgozza!».
Ma ecco che viene concepito con la forza della disperazione il piano strategico che salverà Israele. Levi Eshkol (padre fondatore dello Stato di Israele), stabilisce il primo governo di unità nazionale, si riunisce in una galleria sotterranea a Tel Aviv. Domenica 4 giugno in un incontro di sette ore Dayan fa una proposta: gli egiziani hanno 100mila uomini e 900 carri armati in Sinai, la Siria ha 75mila uomini ammassati sul confine e 400 tank, i giordani ne hanno 300 e 32mila uomini. Israele ha 246 mila soldati, e 300 aerei da combattimento contro i 700 arabi.
Occorre un’invenzione strategica. Alle 7,30 di mattina del 4 giugno, mentre i piloti egiziani stanno facendo colazione, i soldati israeliani guardano attoniti dozzine di aerei che prendono il volo: duecento Fighters volano a quota bassissima, solo 15 metri, per non venire intercettati dai radar. Solo dodici restano a guardia del paese, un rischio incredibile. L’uso della radio è vietato, l’ordine è di tacere anche in caso di estremo allarme, gettarsi in acqua se il rischio è definitivo. I giordani videro sul radar lo stormo che volava verso l’Egitto, ma non avvertirono gli egiziani perché Nasser faceva cambiare continuamente i codici. Tutti gli aerei egiziani furono distrutti a terra, senza alzarsi in volo. Gli israeliani ne perdettero 17 e 5 piloti, e alle 10,35 a tre ore dall’inizio dell’operazione Rabin annunciò: «L’aviazione egiziana ha cessato di esistere». Il ritardo di Nasser nell’annunciare la sconfitta causò l’errore del re Hussein che volle entrare in guerra nonostante gli israeliani lo avessero pregato di non farlo, e l’insistenza siriana durò fino alla presa del Golan da parte di Israele. La riunificazione di Gerusalemme, la città dell’anima ebraica, anche se costò molto sangue a Israele, fu la grande conclusione. Dopo molte incertezze ma spinti dalla indispensabilità di una scelta storica senza la quale il popolo ebraico non sarebbe mai più stato se stesso e tutti gli ebrei a Gerusalemme sarebbero stati trucidati, i soldati arrivarono a toccare le pietre sognate nei secoli e nei millenni del Muro del Tempio, increduli che questa gloria toccasse a loro. Israele acquisì tre volte l’estensione originale del suo territorio con la striscia di Gaza, il Sinai, l’West Bank, unificò Gerusalemme che era stata divisa dai giordani dal 1948, e il Golan.
In seguito, tutto quello che ha potuto lasciare secondo accordi appena rassicuranti, ha lasciato: il Sinai, Gaza che si è subito trasformata in una piattaforma di lancio di missili contro Israele. In seguito con gli accordi degli anni ’90 sgomberò tutti i soldati dal West Bank, così che ora il 98 per cento dei territori è amministrato dai palestinesi.
Lasciare per sempre quelle terre senza controllo alcuno e senza pretendere la demilitarizzazione, è una condanna a morte per migliaia di israeliani. Il rifiuto fondamentalista nei confronti di una Stato ebraico impedisce la pace: molte volte Rabin (che proprio nel suo ultimo discorso alla Knesset spiegò che era indispensabile mantenere la valle del Giordano nella sua accezione più ampia e non dividere Gerusalemme), Ehud Barak, Ehud Olmert, e anche Netanyahu quando ha diviso Hevron hanno accettato sottrazioni territoriali, ma la verità è che ad ogni svolta decisiva si vede che, come subito dopo la guerra, i Palestinesi non mirano ai territori, ma alla distruzione dello Stato d’Israele, e rifiutano ogni proposta.

La speranza di discutere civilmente a un tavolo e arrivare a un accordo non deve far velo all’evidenza: per ora non c’è stata una vera richiesta di spartizione da parte del mondo arabo, ma solo un rifiuto.
La guerra fu un miracolo di audacia e di inventività contro la morte certa: la sua denigrazione, la reinvenzione di una «narrativa» che la rendesse la volontaria matrigna del destino di vittime dei palestinesi, era da aspettarsi. É un’epoca che non sa vedere il valore, e che ripristina l’antisemitismo sotto forza di delegittimazione dell’ebreo collettivo e d’Israele.

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