Nelle città dell’antica Grecia

I simposi si tenevano nell’androne dipinto a colori vivaci e con pavimenti a mosaico. I divani (kliné) erano lunghi circa 1,80 metri ciascuno. Riproduzione di un androne di Olinto, vicino a Salonicco. Foto: Akg / Album

I SIMPOSI, I BANCHETTI DEI GRECI

di Francisco Javier Murcia

Nelle città dell’antica Grecia, alla cena a casa di un ricco anfitrione nella seconda parte della serata seguiva il simposio, con vino, musica, giochi, danzatrici e, soprattutto, conversazioni su questioni umane e divine


Nel suo Simposio Senofonte narra che un giorno Socrate stava passeggiando con quattro amici quando furono avvicinati da Callia, un ricco ateniese, che annunciò loro che aveva intenzione di dare un banchetto e che sarebbe stato onorato se avesse potuto avere tra i suoi ospiti uomini di spirito nobile ed elevato come loro. Socrate pensò che Callia si stesse prendendo gioco della loro povertà ma, davanti alla sua insistenza, lo ringraziarono per l’invito, senza tuttavia promettergli di partecipare. Alla fine, vedendo che Callia era molto dispiaciuto, accettarono di seguirlo a casa. Trascorsero la serata mangiando e bevendo, ascoltando musica e, soprattutto, conversando, in quello che costituiva una delle istituzioni più caratteristiche dello stile di vita degli antichi greci: il banchetto o simposio.

Come abbiamo visto nell’aneddoto di Senofonte, invitare qualcuno a un banchetto non era una questione troppo formale. L’anfitrione poteva provvedere incontrando casualmente gli amici per la strada o nell’agorà. Sembra anche che non costituisse un problema il fatto che qualche invitato portasse con sé un altro amico, come vediamo fare a Socrate nel Simposio di Platone. Ben presto comparve anche la figura del buffone (akletos) che interveniva senza essere invitato e mangiava e beveva gratis purché aggiungesse un tocco di ilarità al simposio. Qualsiasi occasione festiva poteva giustificare un banchetto: il trionfo di un atleta o di un autore tragico, una celebrazione familiare, la partenza o l’arrivo di un amico. In generale, le spese erano del tutto a carico dell’anfitrione, ma talvolta ogni invitato si portava le proprie provvisteil vino, però, era sempre offerto dal padrone di casa.

L’etichetta imponeva un bagno e la cura del corpo prima di un banchetto; secondo Aristotele era indecoroso presentarsi sudati e impolverati. Socrate si preparava con molta cura per queste occasioni e si metteva i sandali, due cose che faceva raramente.

Socrate. Statua del V secolo a.C. British Museum, Londra Foto: Erich Lessing / Album

L’arrivo degli invitati

Quando gli invitati giungevano alla casa dove si teneva il simposio, uno schiavo li accompagnava nella stanza riservata a queste riunioni: l’androne, la «sala degli uomini», termine che indica chiaramente che il banchetto era riservato agli uomini e proibito alle donne libere. Gli invitati si accomodavano quindi su un letto e uno schiavo si occupava di lavare loro le mani e togliere loro i sandali prima che si reclinassero. La buona educazione esigeva che si dedicasse un certo tempo alla contemplazione del luogo, lodando le decorazioni o i paramenti della stanza. La prima parte della riunione era dedicata alla cena (deîpnon). I cibi dell’Atene classica erano semplici e frugali. Formaggio, cipolle, olive, fichi e aglio erano essenziali in cucina. Si consumava anche una sorta di purè di fagioli e lenticchie, mentre la carne veniva servita tagliata a tocchetti piccoli perché, non essendo in uso forchette e coltelli, tutto veniva preso con le mani. Non vi erano neppure i tovaglioli: ci si pulivano le dita con pezzetti di pane che poi si gettavano a terra perché li mangiassero i cani di casa che sonnecchiavano sotto i letti. Come dessert, in generale si servivano frutta, come uva e fichi, oppure dolci preparati con il miele. Durante la cena agli invitati si versava anche il vino.

Al termine della cena, gli schiavi sparecchiavano i tavoli e pulivano la sala. Era allora che iniziava il symposion o simposio, la «bevuta in comune». Era il momento di indulgere al vino, secondo il detto «O bevi o vai via». Gli invitati si profumavano e si mettevano sul capo ghirlande, di mirto o di fiori, che non erano solo un ornamento raffinato, ma a quanto pare attenuavano anche il mal di testa dovuto all’eccesso di vino. In seguito effettuavano una libagione di vino puro in onore del Buon Genio. Offrivano anche libagioni a Zeus e agli dèi dell’Olimpo, a Zeus salvatore e agli eroi, e cantavano un peana o inno ad Apollo. La libagione consisteva nel bere una piccola quantità di vino puro e versarne alcune gocce invocando il nome della divinità. Queste pratiche, obbligatorie in ogni simposioci ricordano che il banchetto ha un’origine religiosa poiché in tempi più antichi la cena o deîpnon era preceduta da un sacrificio nel quale si uccidevano gli animali che si sarebbero mangiati. Dopo di che, veniva designato – in genere per sorteggio – colui che avrebbe presieduto il simposio, il simposiarca. Era lui a decidere la miscela di vino e acqua che doveva essere preparata e quante coppe doveva bere ciascun invitato. Chi disobbediva al simposiarca doveva scontare una pena: ballare completamente nudo o fare dei giri per la sala portando in spalla la flautista.

I greci non bevevano il vino puro, ma lo mescolavano con acqua in uno speciale recipiente di ceramica, il cratere, l’elemento chiave di ogni simposio. Secondo la regola generale, la miscela era di due parti di vino per cinque parti d’acqua, oppure una parte di vino e tre di acqua. In questo modo, il piacere della serata si allungava, perché soltanto al termine della notte gli invitati erano davvero ubriachi. In molte occasioni si approfittava della miscela per raffreddare la bevanda: in questo caso si usava un vaso apposito, chiamato psykternel quale si versava acqua fredda e persino neve. In generale, una sola coppa circolava tra gli invitati da sinistra a destra, e un giovane schiavo era incaricato di riempirla di volta in volta dal cratere. Inoltre, per risvegliare la sete durante il simposio, gli invitati mangiucchiavano frutti secchi, fave o ceci tostati, stuzzichini che si chiamavano tragēmata.

Due giovani si servono vino mescolato ad acqua da un cratere. VI secolo a.C. Ashmolean Museum, Oxford Foto: Bridgeman / ACI

Giochi e divertimenti

Oltre a bere, gli invitati si divertivano in vari modi: proponevano indovinelli o realizzavano ritratti dei presenti, perlopiù sotto forma di caricature. Lo svago più consueto, tuttavia, era cantare gli skolia, brevi e semplici canzoni tradizionali conviviali che parlavano dell’amicizia e dei piaceri del vino, o che esponevano fatti storici o ancora esaltavano i valori sociali dell’aristocrazia. La parola skolion, che in greco significa «obliquo», indicava l’ordine che si seguiva nell’esecuzione del canto: i convitati cantavano a turno con cambi di direzione, passandosi un ramo di mirto. Le canzoni erano accompagnate dal suono della lira.

Scena di simposio con giocatori di cottabo in un affresco della tomba del tuffatore a Paestum (475 a.C.).

Uno dei giochi più popolari era il cottabo (kóttabos): dopo aver vuotato la propria coppa, l’invitato la prendeva per l’ansa con un dito e la faceva girare allo scopo di lanciare i residui di vino verso un bersaglio prestabilito, in genere un’altra coppa. Mentre compiva questa manovra, pronunciava il nome della persona amata; centrare il bersaglio era considerato un presagio favorevole per le sue vicende amorose. Il gioco aveva anche varianti più elaborate: una di queste prevedeva l’affondamento di piccoli recipienti di creta che galleggiavano in un vaso più grande; nella versione più diffusa bisognava colpire con le gocce di vino un piattello collocato in equilibrio su un’asta di metallo. Nell’anno 404 a.C., un aristocratico condannato a morte, Teramene, dimostrò il proprio sangue freddo giocando a cottabo con la coppa di cicuta mentre esclamava: «Alla salute del bel Crizia! [il politico che l’aveva condannato]».

Questo cratere raffigura una flautista suona per uno degli invitati, che si porta la mano dietro la testa. Accanto, un’etera intrattiene un altro partecipante. Museo Archeologico Nazionale, Napoli. Foto: Bridgeman / ACI

Per allietare il simposio non poteva mancare una flautista (aulêtris). Nelle raffigurazioni su ceramica del simposio la vediamo mentre si muove seminuda tra i presenti che, con un braccio dietro la testa, sembrano rapiti dalla musica. Data la condizione servile delle flautiste, è molto probabile che offrissero anche servizi di carattere sessuale. A quanto pare, la consuetudine era quella di mettere all’asta la flautista al termine del banchetto, e ciò dava adito a discussioni e liti tra i partecipanti, che a quel punto della serata erano già piuttosto alticci. Secondo Aristotele, una delle funzioni dei magistrati incaricati della polizia urbana (astynómos) era vigilare sulle flautiste, sulle suonatrici di lira e sulle citariste affinché non guadagnassero più di due dracme come salario. Si tratta dell’unico esempio noto di regolazione dei prezzi nell’Atene classica.

I nottambuli tornano a casa

Spesso l’anfitrione assumeva per la serata ballerine, acrobati e mimi per allietare gli ospiti. Nel Simposio di Senofonte, il ricco Callia ingaggia un impresario che offre un’intera squadra di animatori: una flautista, una danzatrice esperta in acrobazie e un bellissimo ragazzo che suona la lira e danza. Al termine della serata, i ballerini eseguono una specie di danza erotica, una pantomima che rappresenta le nozze di Arianna e Dioniso, il dio del vino, e che finisce per eccitare enormemente tutti gli invitati al simposio.

Altre donne che presenziavano spesso al simposio erano le etère, cortigiane di lusso che diventavano le accompagnatrici abituali di uomini facoltosi in grado di pagare i loro servigi. Le etere erano di una bellezza abbagliante e intrattenevano gli uomini con la loro intelligenza e la loro raffinata conversazione. Il simposio offriva loro la possibilità di dimostrare le loro doti e di trovare generosi protettori. Nessuno si faceva illusioni sul loro ruolo nel simposio; narra Ateneo che quando alcuni giovani si litigarono i favori di un’etera di nome Gnatena, costei consolò lo sconfitto dicendo: «Coraggio, ragazzo, la contesa non è per una corona, ma per pagare». 

Quando il simposio si concludeva, i partecipanti, ancora adornati con le ghirlande, uscivano per le vie e formavano un’allegra processione di ubriachi, chiamata kómosBallavano, gridavano e insultavano tutti quelli che incontravano, addirittura danneggiavano la proprietà altrui. Il loro atteggiamento era un’aperta sfida alle norme sociali, perché non dobbiamo dimenticare che il simposio era proprio dell’aristocrazia. Per questo, in alcune città vennero promulgate leggi tese a evitare condotte sprezzanti verso altri cittadini e distruttive verso i loro beni. A Mitilene, per esempio, la pena veniva raddoppiata nel caso il delitto fosse commesso sotto l’effetto dell’alcol. L’istituzione del banchetto, però, non fu mai messa in discussione e, nonostante i suoi eccessi e la sua origine aristocratica, continuò a occupare un posto centrale nelle relazioni sociali fino all’epoca romana.

Ma quali recipienti usavano i greci per miscelare, servire e bere vino?

Cratere Era un grande recipiente nel quale si mescolavano l’acqua e il vino. Ne esistevano quattro tipi: a volute, a calice, a campana e a colonnette. Nell’immagine, cratere a volute con scena di attori e musici. V secolo a.C. Museo Archeologico nazionale, Napoli
Hydria Era un vaso in ceramica usato per trasportare e immagazzinare l’acqua. Aveva tre anse, due ai lati e una centrale per versare l’acqua. Quella dell’immagine è decorata con una scena di donne che vanno a prendere acqua. VI secolo a.C. Museo di Villa Giulia, Roma
Psykter Si riconosce dal corpo bulboso su una base alta e stretta. Serviva per raffreddare il vino con acqua fredda e talvolta con ghiaccio. Psykter su cui sono raffigurati satiri che bevono vino dalle anfore. British Museum
Olpe È molto simile all’oinochoe, ma a imboccatura circolare. Si usava sia per contenere il vino, sia per servire il vino con l’acqua nei vasi. Olpe con figura di un cacciatore con due prede accompagnato dal cane. VI secolo a.C. British Museum
Kylix laconica a figure nere con Prometeo e Atlante. Attribuita al Pittore di Arkesilas. 550-560 a.C. circa. Era uno dei tipi di coppa usata per bere la miscela di acqua e vino. È larga e poco profonda, con piede alto e due grandi anse laterali. Kylix con un uomo che tiene in equilibrio una kylix. VI secolo a.C. Allen Memorial Art Museum, Ohio
Skyphos È un altro dei vasi usati per bere durante i banchetti. Si tratta di una coppa profonda, di grande capacità, con due anse sui lati. Skyphos con una giovane in altalena spinta da un sileno. IV secolo a.C. Musei statali, Berlino

 

Francisco Javier Murcia

 

 

 

 

 

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