Il mazzo di tarocchi Sola Busca, conservato alla Pinacoteca di Brera, è il più antico a essersi conservato nella sua integrità, e ci racconta molto sulle origini e sull’utilizzo dei tarocchi nell’epoca in cui fu realizzato (la fine del Quattrocento)

I giocatori di Tarocchi, affresco in una sala di Palazzo Borromeo, anni quaranta del XV secolo

Alla Pinacoteca di Brera è conservato il più antico mazzo di tarocchi completo non solo d’Italia, ma addirittura del mondo, e il fatto che si sia conservato nella sua totalità rappresenta un caso eccezionale. Una testimonianza che è dunque straordinaria, se si pensa che l’intero mazzo Sola Busca, così denominato dai precedenti proprietari (la marchesa Busca e il conte Sola), risale agli anni Novanta del Quattrocento. Non si tratta tuttavia del più antico tout court, perché la pinacoteca custodisce, dal 1971, parte di un altro mazzo di tarocchi, noto come mazzo Brambilla (dal nome dei proprietarî precedenti), realizzato tra il 1442 e il 1444 circa dalla bottega cremonese di Bonifacio Bembo (Brescia, 1420 – Milano, 1480) per il duca di Milano Filippo Maria Visconti, ma sono giunte a noi solo quarantotto carte del mazzo complessivo: le altre sono andate perdute.

Il mazzo Sola Busca è perciò il solo mazzo di tarocchi completo di settantotto carte risalente al Rinascimento ancora intatto. Nelle sue Memorie spettanti alla storia della calcografia, Leopoldo Cicognara (Ferrara, 1767 – Venezia, 1834) nel 1831 citava la «nobilissima dama sig. marchesa Busca nata duchessa Serbelloni» come colei che «ce ne permise graziosamente l’ispezione diligente». Inoltre fu Cicognara a datare il mazzo Sola Busca al 1491: «Quello però che può rendere le nostre ricerche di qualche importanza, è ciò che risulta dalle osservazioni diligentemente procurate su di un mazzo di Carte impresso in Venezia col permesso del Senato Veneto nell’anno ab urbe condita MLXX posto alla figura di Bacco al N. XIV, il che corrisponde al 1491, poiché l’Era Veneta ab urbe condita comincia dall’anno dell’Era volgare 421 non già nel 453 come altri, trattando questo argomento, errando scrisse».

Nicola di mastro Antonio e anonimo miniatore, Re di spade, dai Tarocchi Sola Busca (78 incisioni a bulino stampate su carta pressata e incollata a formare un cartoncino, miniate a colori e oro, retro dipinto a finto porfido, 144 x 78 mm, Venezia 1491; Milano, Pinacoteca di Brera)
Nicola di mastro Antonio e anonimo miniatore, Tre di spade, dai Tarocchi Sola Busca
Nicola di mastro Antonio e anonimo miniatore, Trionfo VIII, dai Tarocchi Sola Busca

In effetti, il gioco dei tarocchi è testimoniato dalle fonti come passatempo destinato al gioco nelle corti dal quinto decennio del XV secolo nell’Italia settentrionale, in particolare in ambito ferrarese: era perciò un gioco raffinato di tipo intellettuale. Oggi, quando pensiamo ai tarocchi, li associamo al potere di predire il futuro, a oggetti legati alla cabala e alla magia, ma in realtà quest’accezione cominciò a diffondersi nel XVIII secolo con le teorie esoteriche di Antoine Court de Gébelin: nell’ottavo libro del monumentale testo Le Monde primitif, analisé et comparé avec le monde moderne, consideré dans l’histoire civile, religieuse et allégorique du calendrier er almanach, egli scrisse che c’era un’opera degli antichi egizî sfuggita alle fiamme che avevano distrutto le loro biblioteche e che quest’opera custodiva la loro più pura dottrina: un libro che nessuno aveva mai tentato di decifrare e che veniva considerato come un mazzo di strane figure prive di senso. Il libro egizio di cui parlava Court de Gébelin non era nient’altro, secondo lui, che il tarocco, composto di 77 o 78 fogli divisi in cinque classi, sui quali erano impresse rappresentazioni simboliche degli insegnamenti egizî. Un falso che gli storici affermano fosse già diffuso negli ambienti massonici ch’egli frequentava.

Nel Rinascimento, all’epoca della sua nascita e diffusione, il gioco dei tarocchi era semplicemente una sorta di briscola, un gioco di presa in cui ogni giocatore possedeva un certo numero di carte e ad ogni turno la carta più forte batteva le più basse; vinceva chi aveva ottenuto il numero più alto di punti, a seconda delle carte più potenti. All’inizio il passatempo veniva denominato triumphi, ma successivamente il suo nome venne modificato in “tarocchi”: sembra che il termine riferito al gioco sia stato introdotto per la prima volta in un registro di conti della corte estense risalente al 1505; inoltre, pare che il termine sia stato adoperato come sinonimo di “matto” o “folle” in alcuni componimenti lirici del tempo, oppure potrebbe essere associato a Bacco, divinità che accompagnava i giocatori, i quali lo omaggiavano con il vino, e che conduceva alla follia. Oppure un’ulteriore accezione rimanderebbe al significato di attacco, dall’espressione “ti arrocco”, per le carte di presa più forti con cui un giocatore poteva vincere contro carte più basse possedute dagli avversarî.

Il mazzo Sola Busca è formato da settantotto carte, di cui ventidue “trionfi” o “Arcani maggiori” e cinquantasei carte dei quattro semi tradizionali, ovvero denari, spade, bastoni e coppe. Gli Arcani maggiori sono costituiti da ventuno carte numerate più il Matto, e tra questi appaiono personaggi come Mario, Catulo, Deo Tauro, Nerone, Catone, Bocho, Nabuchodenasor, che dànno nome alle rispettive carte. Sono personaggi appartenenti alla storia romana, che però non intendono illustrare figure di condottieri come eroi positivi o esempî di virtù e valore: piuttosto, si tratta di personaggi legati alle guerre intestine che lacerarono Roma nel corso della sua storia, sebbene il loro preciso significato ancor oggi ci sfugga. Ci sono poi personaggi della Bibbia e figure più difficili da identificare: ad esempio, Carbone potrebbe essere identificato con Ludovico Carbone, oratore della corte di Ferrara della seconda metà del Quattrocento; Bocho potrebbe essere identificato con Bocco, re di Mauritania nonché suocero di Giugurta re di Numidia, e potrebbe essere simbolo del Traditore, in quanto aveva tradito il genero e alleato consegnandolo ai romani; e ancora Catone Uticense potrebbe rappresentare la Morte, in quanto suicida.

Nicola di mastro Antonio e anonimo miniatore, Il Matto, dai Tarocchi Sola Busca
Nicola di mastro Antonio e anonimo miniatore, Dieci di coppe, dai Tarocchi Sola Busca
Nicola di mastro Antonio e anonimo miniatore, Trionfo XIV, dai Tarocchi Sola Busca

Le cinquantasei carte del mazzo Sola Busca sono considerate invece una rarità, poiché generalmente raffigurano semplicemente i quattro semi, ma qui sono accompagnate da rappresentazioni più complesse: per questo si è pensato a uno stretto legame con la cultura alchemico-ermetica. I denari sembrerebbero alludere alla produzione delle monete e all’opus alchemicum, come procedimento di trasformazione della materia partendo dai metalli; nei bastoni l’alchimia sarebbe esemplificata dal legame tra l’opus alchemicum e l’agricoltura, come il tre che raffigura una testa trafitta da tre bastoni, simboli probabilmente di oro, argento e mercurio, e la cui bocca è chiusa da una ghirlanda. Nel dieci di coppe sarebbe invece rappresentato Ermete Trismegisto, autore dell’ermetismo, considerata dottrina occulta degli alchimisti. E ancora, il tre di spade con un cuore, simbolo del fuoco, trafitto da tre spade, simboli dei metalli. Tuttavia anche nei Trionfi sono stati riconosciuti elementi alchemici: nel sesto è rappresentato Mercurio, nel sedicesimo Olivo che simboleggerebbe il trionfo del Sole e alluderebbe quindi all’oro, ipotesi avvalorata dalla presenza di un basilisco (essere mitico a metà tra un gallo e un serpente, necessario per ottenere l’oro). Il re di spade sarebbe stato identificato con Alessandro Magno: il sovrano, considerato “nuovo sole”, sarebbe simbolo iconografico dell’oro, quindi anche lui strettamente legato all’alchimia e all’immortalità. Nel mazzo altre carte sono connesse alla sua figura: il cavallo di spade sarebbe Zeus Ammone, padre di Alessandro secondo l’oracolo di Siwa, la regina di spade è la madre Olimpiade, mentre il cavallo di coppe sarebbe Natanabo, suo insegnante.

Un altro personaggio storico sarebbe stato riconosciuto nel medaglione superiore del due di denari: Ercole I d’Este, legato quindi alla corte estense di Ferrara.

I settantotto tarocchi Sola Busca sono stampe su carta da incisioni a bulino, montate anticamente su cartoncino, successivamente miniate con tempere e oro. Secondo recenti studî, le incisioni sono state attribuite al pittore anconetano Nicola di maestro Antonio (Ancona, fine XV secolo – dopo il 1511), artista influenzato da pittori della scuola di Francesco Squarcione (Padova, 1397 – 1468), quali Marco Zoppo (Cento, 1433 – Venezia, 1478) e Giorgio Schiavone (Scardona, 1433/1436 – Sebenico, 1504). Si è invece ipotizzato che le miniature siano state compiute a Venezia grazie a Marin Sanudo il Giovane, umanista e storico: gli stemmi visibili nel mazzo rimanderebbero alle famiglie nobili veneziane dei Venier e dei Sanudo e le iniziali M.S. fanno pensare a quelle dell’umanista.

Per la sua grande importanza documentaria e per la sua qualità straordinaria, il mazzo Sola Busca è stato acquistato nel 2009 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con diritto di prelazione e destinato alla Pinacoteca di Brera, dove è tuttora custodito e dove è stato celebrato, tra il 2012 e il 2013, con una significativa mostra che ha reso possibili le più recenti scoperte.

 

Bibliografia essenziale

  • Cristina Dorsini, Morena Poltronieri, Tarocchi Sola Busca: storia, misteri, alchimia: i 22 arcani maggiori, Il Meneghello, 2013
  • Antoine Court de Gébelin, Il gioco dei tarocchi, tradotto da Carlo Laurenti, LIT edizioni, 2013
  • Laura Paola Gnaccolini (a cura di), Il segreto dei segreti: i tarocchi Sola Busca e la cultura ermetico-alchemica tra Marche e Veneto alla fine del Quattrocento, catalogo della mostra (Milano, Pinacoteca di Brera, dal 14 novembre 2012 al 17 febbraio 2013), Skira, 2012
  • Leopoldo Cicognara, Memorie spettanti alla storia della calcografia, Giachetti, 1831

 

Immagine: I giocatori di Tarocchi, affresco in una sala di Palazzo Borromeo, anni quaranta del XV secolo

di Redazione, del 27 maggio 2020

Fonte Finestre sull’Arte del 27 maggio 2020

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