Perché per le civiltà del Mediterraneo la Luna assume molti aspetti

I VOLTI DELLA LUNA


“Stai guardando anche tu la Luna? Stasera è particolarmente bella… stupenda.”
Sì. La sto guardando anch’io. Sono in terrazza, anche se qui, ormai, la sera fa freddo. Freddo sul serio. Le ottobrate sono un ricordo che diventa, ogni giorno, più sbiadito. Fa freddo. Ma il cielo è terso. Una notte luminosa, in cui posso, davvero, numerare le stelle. In città sarebbe impossibile…ma qui, fra i monti, è altra cosa. E poi avevo voglia di fumare…

“Hai notato il volto che ha la Luna stasera?” insiste la sua voce. Che è lontana. Ma la Luna, che stiamo guardando, è sempre la stessa…
“Lo sai che la Luna ha molti volti diversi? Non parlo delle fasi lunari… Ogni volta che la guardo ci trovo qualcosa di nuovo. Un’espressione. Una figura… Non so definirla…”

 

Artemide. I latini la identificarono con Diana. Che non era, però, una Dea propriamente romana. Veniva da fuori. Dal Lazio. Tant’è che il suo tempio si trovava sull’Aventino. Non sul Palatino o il Campidoglio. E poi dall’Artemide greca la differenziavano molti aspetti. E attributi. Legata maggiormente alle selve. Come la Thana degli illiri. Tant’è vero che, spesso, veniva associata a Silvanus. Ben prima che a Febo. E Silvanus è Dio selvaggio delle selve. Venerato e temuto dai contadini. Dio diurno. Diana, invece, ne è la controparte notturna. E femminile. Quindi… la Luna.

Giasone su un antico affresco di Pompei

Perché per le civiltà del Mediterraneo la Luna assume molti aspetti. Cambia molti volti. Luminosa o oscura. Gentile, che rischiara la selva tutta, come ancora nell’idillio del Leopardi. Tenebrosa o velata, come la Iside delle visioni di Madame Blavatsky. E tuttavia, come scrive T. S. Eliot, indica i sentieri del cielo.
Può essere Ecate, Signora della Notte. Che conduce agli Inferi, ma, al contempo, assicura i viandanti. E rende più agevole la navigazione. Orfeo, sulla nave Argo, a lei, ad Ecate sacrifica per placare le onde del mare. E favorire la grande impresa di Giasone e degli Argonauti. Perché la Luna influenza le maree. E il mare è fluido, mutevole, imprevedibile. Come la Luna, appunto. Come la Donna….

“La Luna è mia amica, sai?” mi dice.
“Quando sono triste, quando mi sento sola, abbandonata da tutti, quando ho perso qualcuno che amavo… Io le parlo. E Lei… mi ascolta.”

Già… Ti ascolta. Il rapporto della Donna con la Luna è un mistero. Per noi uomini, soprattutto. È qualcosa di profondo. Viscerale. Attiene al segreto della vita, della nascita. Forse anche della morte.
Per questo i poeti sono sempre stati affascinati dalla Luna. Citavo Leopardi. Ed è cosa ovvia, scontata. Il suo incessante dialogare con la Luna, sino quasi in punto di morte – si dice che “Il tramonto della Luna” lo abbia scritto a Napoli, poco prima di spirare – è il segno di un tormento interiore. Della ricerca di un legame, tanto religioso quanto erotico. Ma la Luna del Recanatese non risponde. Appare immutabile. Indifferente…

“Il tramonto della luna”, l’ultima poesia di Giacomo Leopardi

E vi è Laforgue. Il suo Pierrot, folle innamorato della Luna. Dei suoi, molti, volti. Tutti bellissimi. Tutti inquietanti.
E Borges. Che la Luna poteva solo sognare. Evocando, nella sua prodigiosa memoria, i versi di altri poeti…

Di Ariosto, soprattutto. Il volo di Astolfo a dorso dell’Ippogrifo. Fino al Castello sul volto nascosto della Luna. Alla ricerca del senno di Orlando. Impazzito per amore di Angelica. Come la Luna mutevole. Come la Luna bellissima…

Sorride. Non la vedo, naturalmente. Ma sento… so che sta sorridendo.
“Buonanotte” mi dice.
E io guardo la Luna. Sembra velata, come da una garza, dice Oscar Wilde.

Buonanotte.

 

Andrea Marcigliano

 

 

 

 

 

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