Le parole esistono in corrispondenza ai concetti

Inaugurazione anno accademico 2024. L’intervento del Rettore Flavio Deflorian

IGNORANZA… SOVRAESTESA


L’Università di Trento ha deciso che, da ora in poi, il Rettore dovrà essere chiamato Rettrice. Anche se di sesso maschile. Perché questo, ci dice il dotto consesso, è un significato “sovraesteso”. Ovvero, imposto come titolo indipendente dal genere di chi ne è insignito. Esattamente come lo era Rettore. Che, però, va cassato dall’uso per non umiliare le donne.

[Rettóre s. m. (f. rettrice) [dal lat. rector -oris, propr. «guidatore», der. di regĕre «guidare, reggere», part. pass. rectus]. – Rettrici. Timoniere, penne. Le penne (dette anche rettrici) della coda degli Uccelli, appartenenti alle penne di contorno e allo pterilio caudale. Diz. Treccani]

Rettore, però, è termine che deriva dal latino medioevale Rector, colui o colei che regge. E non presentava il femminile. Rettrice è uso tardo, per indicare, ad esempio, le penne direzionali degli uccelli. Mai chi regge una Università.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bene, sottigliezze linguistiche a parte, nulla da eccepire se una donna a capo di un consesso accademico, preferisca farsi chiamare Rettrice. Anche se, lo ammetterete, è cacofonico.

Ma un uomo? Rettrice professore Gerolamo Verul? Come vi suona?

A me sembra una cretinata senza senso.

E, poi, il Rettorato come lo dovremmo chiamare? Rettorata? Per non umiliare il genere femminile?

Ma andiamo!

Toto, ma mi faccia il piacere (onorevole Trombetta)

 

 

 

 

 

 

 

 

Il problema, però, non sta tanto nelle geniali trovate degli accademici trentini. Quelle possono facilmente venire liquidate con una risata. Una pioggia di cachinni (per continuare a giocare al filologo). E citare Dante…

«lo tuo riso sia sanza cachinno», cioè sanza schiamazzare come gallina (Dante).

Sta piuttosto nella volontà di violentare, e corrompere, la nostra lingua. Allo scopo di cambiare profondamente i concetti che esprime. Di sovvertirli. In nome di una correttezza politica che adombra un processo nichilistico di distruzione di ogni retaggio del passato. Di ogni tradizione.

Tradizioni trasmesse dai padri ai figli, o dai nonni ai nipoti

 

 

 

 

 

 

 

 

Le parole esistono in corrispondenza ai concetti. Come insegna Hegel. Che, di queste cose, qualcosa ci capiva.

Ora, se modifichi una parola non compi un atto di giustizia verso le donne, come vagheggiano le anime belle influenzate dalla ideologia woke.

La trasformi in altro. Perdendone il senso.

Il Rettore è un concetto, ed una figura, ben precisa. Con una specifica funzione definita dalla storia. E gravida di tradizione. Evoca gli Studia medioevali, i grandi sapienti che recuperavano la civiltà greco-latina, rileggendola alla luce del Cristianesimo.

Non ne modificavano, però, le parole. Attribuivano a queste nuovi significati, derivati, secondo logica, da quelli antichi. Ma la parola in sé, il significante, restava invariato. Per segno di continuità. Di tradizione.

Le parole non sono casuali, modificabili secondo mode e ideologie, più o meno farlocche, del momento.

Sono radici. E chi queste radici taglia, cade nel vuoto. Contribuisce alla distruzione della civiltà che lo ha formato.

Oltre, naturalmente, a cadere in un altro abisso. Quello del ridicolo.

Ala.de.granha
Andrea Marcigliano

 

 

 

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