Un blackout storico travolge Spagna e Portogallo pochi giorni dopo il primo traguardo 100% rinnovabile: dietro l’euforia, un sistema fragile e ignorato dagli allarmi tecnici

IL BLACKOUT RINNOVABILE DI SPAGNA E PORTOGALLO

Il Simplicissimus

Quando il sogno verde si spegne: il blackout della Penisola Iberica, sei giorni dopo la “storica” giornata a zero emissioni, rivela le crepe di un sistema energetico costruito su fondamenta fragili. Spagna e Portogallo, simboli della transizione ecologica europea, precipitano in un buio senza precedenti, coinvolgendo anche il sud della Francia e mettendo in crisi l’intera rete elettrica continentale. In poche ore, la modernità si ferma: ospedali, trasporti, comunicazioni, servizi essenziali si dissolvono nell’oscurità. Al centro della crisi, un modello di gestione delle energie rinnovabili profondamente sbilanciato, più vulnerabile di quanto si volesse ammettere. Non un incidente imprevedibile, ma un effetto collaterale annunciato: la fisica e gli ingegneri lo avevano previsto, ma l’euforia politica e mediatica per la svolta verde aveva messo a tacere ogni allarme. Questo è il racconto di un collasso: tecnico, politico e culturale. E delle sue conseguenze.(f.d.b.)


La paralisi elettrica dell’intera penisola iberica, ovvero Spagna e Portogallo (con l’aggiunta del sud della Francia e pesanti riflessi sull’intera rete continentale) è arrivato esattamente sei giorni dopo la celebrazione da parte dei media spagnoli di un traguardo vissuto come storico, ovvero la prima giornata non festiva durante la quale la rete elettrica nazionale è stata utilizzata esclusivamente con energia rinnovabile. (1)Le due cose sono tuttavia in stretta relazione perché proprio il “modello” di utilizzo delle rinnovabili che è profondamente sbagliato provocando così una serie di conseguenze: da una parte la vulnerabilità della rete di fronte a eventi di vario tipo, compresi quelli atmosferici e dall’altra una maggiore e paradossale dipendenza dalle centrali di produzione tradizionale, siano esse a gas, nucleari o di altro tipo. Così non deve stupire che in un solo istante il ronzio elettrico della vita moderna – treni, ospedali, aeroporti, telefoni, semafori, registratori di cassa, ascensori – si sia zittito. E decine di milioni di persone sono precipitate nel caos.

La fisica di base alla radice di tutto questo era nota da anni e le vulnerabilità specifiche erano state ripetutamente descritte in memorandum tecnici fin dal 2017, ma tutti gli avvisi sono stati ignorati dai responsabili politici. Ed è per questo che adesso il governo spagnolo asserisce in maniera grottesca di non sapere cosa abbia causato il disastro, magari sperando di poter far passare la tesi che si sia trattato di qualcosa di imprevedibile, di eccezionale e di irripetibile. Oppure che si insinui il sospetto di un attacco hacker il cui autore, ovviamente, non potrebbe essere che Putin. La ragione sostanziale sta nel fatto che mentre i generatori rotanti delle centrali tradizionali hanno una grande inerzia e possono dunque superare molte brevi interruzioni e condizioni critiche, non è così per i generatori leggeri basati su inverter che sono quello tipici delle centrali solari, molto più sensibili alle condizioni esterne. Per superare questo problema occorrerebbe, secondo alcuni, una enorme serie di batterie di supporto che hanno costi altissimi in termini di denaro, di inquinamento ambientale complessivo e di uso borderline delle risorse del pianeta, tanto più che esse dovrebbero periodicamente essere sostituite. Il costo sarebbe enorme.  In ogni caso nel momento del blocco la rete spagnola era troppo dipendente dal solare (oltre il 60%) infatti è avvenuto appunto nelle ore di maggiore produzione, le 12,30. Tutta la rete europea funziona a 50 hertz con minime variazioni sia in alto che in basso. Se questo andamento sale o scende troppo, per esempio come è accaduto in Spagna a 49,50 hertz, tutto va in tilt e prima di riprendere la normale distribuzione passano molte ore se non giorni. Insomma, le cose complesse e ragionare grossolanamente solo sulle quantità come fa la maggior parte delle persone, porta solo a non rendersi conto dei problemi.

In altri post sparsi in questi anni ho sempre sostenuto la tesi che le rinnovabili e il solare, innanzitutto, si adattavano a un uso diffuso più che centralizzato proprio per i vari problemi collegati alla logica stessa di una produzione di energia sostanzialmente volatile, variabile e vulnerabile. Tuttavia, l’energia è potere e dunque le oligarchie vedevano di malocchio una distribuzione “orizzontale” che avrebbe assicurato notevoli risparmi alle persone, ma non avrebbe permesso il giro di speculazioni che è poi l’unico obbiettivo reale che esse si pongono. E soprattutto avrebbe tolto loro potere reale. Il discorso pubblico ambientale, focalizzato insensatamente sulla CO2 e il catastrofismo climatico, è stato forzosamente orientato verso il solito modello gerarchico dei produttori e dei consumatori, evitando la vera rivoluzione che le rinnovabili potevano costituire. Naturalmente la creazione di “centrali” rinnovabili, invece di una distribuzione diffusa porta a molti problemi che non sono solo quelli dei blackout in agguato (in Gran Bretagna sono diventati parte della vita quotidiana sebbene più limitati come area e durata), ma anche quelli della sottrazione di terreno agricolo e di alterazione ecologica per l’eolico che presenta molti problemi compreso quello di un aumento delle temperature nell’area degli impianti.  Il gioco però è troppo ghiotto per essere ripensato: le società del settore producono energia a costo zero, mentre le spese stratosferiche per gli impianti e la loro manutenzione (molto più onerosa di quelle delle centrali tradizionali) vengono in ultima analisi pagate attraverso le bollette che invece di diminuire aumentano. Il che si potrebbe sintetizzare con costi sempre più alti per la gente e guadagni altissimi per investitori e azionisti.

Redazione

 

 

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