Si può dubitare dell’esistenza del buon selvaggio, non certo di quella del buon borghese. Anzi, mi pare difficile trovare oggi qualcuno che non si adegui a un tale modello e alla sua bontà

 

Gustave Caillebotte Paris Street, Rainy Day (1877)

 

 

Si può dubitare dell’esistenza del buon selvaggio, non certo di quella del buon borghese. Anzi, mi pare difficile trovare oggi qualcuno che non si adegui a un tale modello e alla sua bontà. Per

Buon selvaggio è la denominazione di un mito basato sulla convinzione che l’uomo in origine fosse un “animale” buono e pacifico e che solo successivamente, corrotto dalla società e dal progresso, diventasse malvagio.

qualcuno sarà forse triste osservare come gli ideali più nobili di un’antica società subiscano un’eclissi a misura del progressivo imporsi di valori borghesi. Nessuno può dire con certezza che tale mutamento rappresenti un’effettiva evoluzione. Ne dobbiamo prendere atto come di un fenomeno climatico. Le grandi vocazioni cavalleresche o religiose si raffreddano e muoiono quando, nello spirito di una nazione, si fanno largo gli interessi più venali e mondani della borghesia. Dei vecchi valori restano solo malinconiche vestigia, come fossili racchiusi nella fantasia di alcuni che, seduti sul comodo divano di un decoroso salotto, si commuovono leggendo di eroi, santi e condottieri. Un sacro fremito scorre nelle vene intorpidite, ma l’estasi futile che si produce in loro, come in novelli don Chisciotte, non li induce certo a rinunciare alle comodità della vita.

La borghesia non è una casta né una classe sociale, ma un modo d’essere. Non vi sono in tal senso differenze essenziali tra il popolo e l’élite, tra dominati e dominanti. Ogni vero borghese segue una medesima filosofia i cui solidi principi poggiano sul profitto e l’oculata amministrazione, la comodità e la sicurezza. Il modesto bottegaio e il grande banchiere amano entrambi la vita come le pulci amano il cane che le alloggia, ma se allo stomaco del primo è sufficiente qualche goccia di sangue per riempirsi, all’altro fiume di sangue non bastano. È una mera questione di quantità, di dimensioni. Il borghese percepisce la vita in termini assolutamente semplici: da un lato c’è il dare e dall’altro l’avere, non importa di qual genere di beni – materiali o immateriali – si tratti; tutto ciò che esuli da tale contabilità è per lui astratto, irreale. Tutti i borghesi appartengono a una stessa chiesa e tutti condividono uno stesso cibo eucaristico, il guadagno. È vero che su quest’ostia spalmano, come condimento, le idee di libertà, di tolleranza, e altri simili pensieri edificanti. Potrebbero sembrare inutili orpelli, ma la coscienza borghese non ama la nudità, si ammanta di un’etica posticcia: abiti dignitosi ed eleganti che le tengano caldo d’inverno e fresco d’estate, e si possano cambiare alla bisogna.

Una scena dal film Il capitale umano del 2013 diretto da Paolo Virzì.

Il modesto bottegaio e il grande banchiere amano entrambi la vita come le pulci amano il cane che le alloggia, ma se allo stomaco del primo è sufficiente qualche goccia di sangue per riempirsi, all’altro fiume di sangue non bastano

Essenziale per il vero borghese è non riconoscere alcuna trascendenza, oltre quella del profitto personale. Ogni buon borghese sarà quindi privo sia di misticismo che di grandi visioni. Potrà costruire cose enormi ma mai grandi, avere idee utili ma mai sublimi. Inoltre, essendo per natura conformista – specie quando si sforzi di non esserlo – non gli riesce di creare nulla di originale. Al massimo dei suoi sforzi, il borghese è eccentrico. Cerca di épater le bourgeois, cioè di scandalizzare sé stesso e i propri simili rimestando nel suo vuoto interiore. Frequenta concerti, teatri, cattedrali, mostre e musei, fingendo di comprenderne la bellezza. In realtà considera l’arte, la religione, la poesia, inutili perdite di tempo. Dopo aver prodotto un modo senza bellezza, cerca di estetizzare l’esistenza – il cibo, gli arredamenti, i vestiti – e di esibire il suo buon gusto. Mostra un vivo interesse per la cultura, anche se ne è profondamente annoiato. Segue con scrupolo deferente le mode, specie quelle intellettuali. Adora i viaggi, i titoli di studio e le vaste letture, si preoccupa di iniziative filantropiche e umanitarie. Perché prerogativa del borghese è avere un buon cuore e una mente aperta. E quanto più è incapace di pensare, tanto più prodiga un vero culto alla libertà di pensiero, al rispetto delle opinioni altrui, alla critica costruttiva e il dialogo, e ad altri simili luoghi comuni.

Soprattutto, il borghese ama il proprio corpo, questo fenomeno biologico che coincide per lui con il centro del reale. Egli cerca tutto ciò che gli garantisca la salute, la forma fisica, e vede in questo il vero scopo della vita. Nonostante ciò, è un malato cronico che ha solo imparato a dissimulare i sintomi delle sue varie malattie, e che vuol vivere il più a lungo possibile, perché teme di passare da un vuoto a un vuoto ancor più profondo. Non gli importa certo di salvare l’anima. Gli preme apparire giovane a dispetto dell’età, delle rughe e degli acciacchi, perché l’invecchiare e il morire sono scandali che non può accettare. Il limite, la fine, sono la contraddizione della sua filosofia, l’eresia per lui più ripugnante. Se è posto di fronte alla realtà, combatte la sua angoscia con un’ottusa idolatria della scienza e della medicina, divinità materne cui si affida, cui ciecamente crede, da cui attende ingenuamente la salvezza. Si nutre perciò di farmaci e di esami diagnostici, sperando di esorcizzare lo spettro della morte.

Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino Cristo scaccia i mercanti dal tempio

Il ricordo di un Cristo che scaccia i mercanti dal tempio lo turba, gli sembra interferire con gli onesti commerci della gente

Si difende dall’incertezza della vita con polizze e assicurazioni, reclama leggi e diritti che lo proteggano da ogni rovescio della sorte. I turbamenti, i disordini, il vacillare delle istituzioni, tutto questo risveglia in lui un ancestrale terrore. Egli rispetta profondamente il potere che lo protegge dagli imprevisti. Dimenticandosi che deve egli stesso la sua ascesa sociale a una rivoluzione, o forse al contrario per il fatto che oscuramente se ne ricorda, egli teme che altre rivoluzioni lo privino dei privilegi ottenuti e, prospettiva orribile, condannino a un rapido oblio quei principi che crede santi e imperituri.

Non è insolito che il borghese si interessi di argomenti spirituali, ma questi per lui sono poco più che vana erudizione o ricerca di formule funzionali al benessere psicofisico. Il borghese, anche se cristiano, si accontenta di una coscienza laicamente igienizzata, adorna di sentimenti democratici e umani. Il ricordo di un Cristo che scaccia i mercanti dal tempio lo turba, gli sembra interferire con gli onesti commerci della gente. Il borghese non può comprendere tali sfide all’ordine costituito, vi vede presagi del caos. Sa bene che ogni alterazione dello status quo metterebbe a repentaglio la sua tranquillità materiale: la sua rendita, il suo stipendio, i suoi risparmi, la sua pensione, le sue comodità, le sue abitudini, insomma tutto quello che ha di sacro nella vita.

Il Maggio francese

Ogni sommossa fa chiudere le botteghe e deprimere i titoli, ferma la borsa, taglia il commercio, intralcia gli affari, precipita i fallimenti; non vi è più denaro, le fortune private sono incerte, il credito pubblico è scosso, sconcertata l’industria, esitanti i capitali e il lavoro a vil prezzo; paura dappertutto, contraccolpi in tutte le città. Da tutto questo nasce la confusione. È stato calcolato che il primo giorno di sommossa costa alla Francia venti milioni, il secondo quaranta e il terzo sessanta; una sommossa di tre giorni costa perciò centoventi milioni, ossia, tenendo solo calcolo del risultato finanziario, equivale a un disastro, naufragio o battaglia perduta…(Victor Hugo)

Ma i borghesi non devono temere oggi colpi di stato, rovesci di regime. È una questione di età. Non sono né i vecchi né i bambini a far le rivoluzioni, ma gli spiriti giovani e audaci. Purtroppo il buon borghese soffre di una deprimente senilità. È cauto, razionale, calcolatore. La

Zombie digitali

borghesia corrompe ogni romantico slancio dell’anima, rende i giovani simili a vecchi bambini. Li incanta con trastulli tecnologici sempre più irreali, esseri puerili ma già rassegnati alla routine, alla schiavitù di abitudini e di piccole manie. Non c’è quindi da temere che una tale gioventù abbia sussulti di fegato e di cuore e si butti in lotte temerarie. E ad ogni evenienza, i cani da guardia dell’ordine borghese saprebbero come contenerne gli eroici furori.

Ma v’è un’altra ragione che mette i borghesi al riparo dal rischio di sussulti sociali. È che dalla piccineria borghese, dalla sua flaccidità spirituale, non possono nascere quei tiranni maestosi che inducono gli spiriti liberi a ribellarsi. Quelle figure orrende ma grandiose, che possono suscitare un’inconfessata ammirazione e pur nell’odio infiammare gli animi nobili, chiamarli a raccolta. I despoti del mondo moderno non sono Cesari, Tamerlani o Napoleoni, ma invisibili burocrati, uomini d’affari e speculatori, più simili a ratti o a parassiti che a tigri feroci.

“…v’è una deformità di bassezza che corrisponde alla bruttezza del tiranno; la viltà degli schiavi è un prodotto diretto del despota; da quelle coscienze corrotte esala un miasma in cui si riflette il padrone; i poteri pubblici sono immondi, i cuori sono piccini; le coscienze sono piatte, le anime sono cimici”. (Victor Hugo)

Pieter Bruegel il Giovane, L’avvocato del villaggio (1603)

Una rivolta non può nascere da calcoli di bottega ma da una fierezza interiore, incurante di pericoli e di possibili perdite. Per il borghese, che venera religiosamente il guadagno e la sicurezza, ogni insurrezione rappresenta quindi la figura dell’Anticristo, il satanico par excellence. Abituato a misurare solo la quantità delle cose, il borghese non si pone la questione, troppo sottile per lui, della qualità morale di una ribellione e se sia giusto combattere un potere iniquo. Il borghese è teoricamente democratico ma, nella sostanza, non obietterebbe nulla a una dittatura che proteggesse i suoi interessi. È teoricamente liberale ma, essendo preda di un’ansia incurabile, cede senza rimorso la sua libertà in cambio della sicurezza.

Altro aspetto tipico del borghese è il suo amore per la natura. O meglio, il retorico rimpianto di quella natura che lui stesso ha distrutto, edificando al suo posto orrende città. Un vago senso di colpa si trasforma in lui in preoccupata coscienza ecologica. In realtà, vive nel mito di un progresso che tolga potere alla natura per consegnarlo a ciò che è artificiale. Il borghese esalta romanticamente la natura bucolica, il paesaggio che gli dà piacere, le terre, i mari e i monti che sistematicamente degrada. Ma odia la natura che, secondo leggi inflessibili, gli presenta conti da pagare. Detesta l’idea che il clima, i cicli della vita, le regole del cosmo, possano intralciare i suoi piani o, ancor peggio, insorgere contro di lui, e venera ogni dispositivo tecnico-scientifico che accresca il suo potere su un universo tanto minaccioso. Di fatto, vuole una natura addomesticata, borghesizzata anch’essa.

Alberto Sordi e Laura Antonelli ne Il malato immaginario di Molièr

Non illudiamoci, in forme più o meno gravi, la borghesia è un male comune a tutti. Il borghese, povero o ricco, colto o ignorante, è insomma lo spirito medio del nostro tempo, privo di veri ideali, di vere missioni da compiere o di vere vocazioni da realizzare. Il suo io più profondo si rispecchia in immagini superficiali ed effimere. Tutto in lui è un dare risposte senza aver capito la domanda. La sua vita è priva di senso e di fondamento, chiusa in una angusta immanenza, nella fallacia di ciò che reputa concreto. Anche fosse padrone di mezzo mondo, tutto in lui rimane piccolo e insignificante. Gli restano i riti quotidiani, la rincorsa di beni e la sottomissione a valori di cui non saprebbe spiegare il significato, e quelle miracolose medicine che gli impediscono di vedere il suo reale, pessimo stato di salute. E questo sogno, che ogni tanto lo accarezza e quasi gli par vero, di essere immortale.

Livio Cadè

 

 

 

Fonte Ereticamente del 7 luglio 2020 

 

 

 

 

 

Copertina Gustave Caillebotte Paris Street, Rainy Day (1877)

 

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