«Anonimo veneziano» di Enrico Maria Salerno 1970: quando un film per essere bello doveva essere apprezzato solo da un’élite (rigorosamente progressista) ma se aveva la sventura di piacere al pubblico non era un bel film.

 

«Anonimo veneziano », di Enrico Maria Salerno (1970)

 

 

Quando Enrico Maria Salerno – tanto apprezzato come attore, quanto snobbato come regista – terminò di girare «Anonimo veneziano», sceneggiato con la collaborazione di Giuseppe Berto, la critica fu feroce nei confronti di un film che aveva il torto di piacere al pubblico e di aver fatto registrare un vero e proprio record di spettatori.

Era il 1970 e le solite Eminenze della cultura vedevano con orrore il successo di una pellicola che non celebrava le magnifiche sorti e progressive del realismo socialista; ma che, anzi – «horribile dictu» –  celebrava apertamente la dimensione del più privato e del più banalmente borghese dei sentimenti: l’amore di un uomo e di una donna.

Se almeno fosse stato, che so, un amore tra un prete e una suora; oppure fra due persone dello stesso sesso: allora, almeno, gli si sarebbe potuta attribuire un’intenzione progressista. Ma così: che tristezza!, sentenziarono lorsignori, ancora tutti accesi dal sacro zelo di un rivoluzionarismo da salotto, che sarebbe rimasto la loro uniforme ufficiale per altri dieci anni almeno. Avevano imparato la lezioncina marxista così bene, che riservarono a questo film lo stesso trattamento che i critici sovietici avevano riservato al romanzo «Il dottor Živago» (senza che, con questo paragone, si voglia ora equiparare il film di Salerno al capolavoro di Boris Pasternàk), liquidandolo come una forma di narcisismo individualista e piccolo-borghese.

Ma c’è di più, e di peggio.

Siccome, quasi contemporaneamente, dilagava in mezzo mondo, Italia compresa, il best-seller americano di Erich Segal «Love Story» e, a ruota, infuriava nelle sale cinematografiche l’omonima pellicola di Arthur Hiller con i divi bellocci del momento, Ali MacGrav (bella, senza dubbio, ma che non sapeva recitare) e Ryan O’Neal, si volle equiparare a quest’ultimo il film di Salerno o, addirittura, suggerire che lui e Berto avevano cercato di cavalcare la facile celebrità dell’omonimo film d’oltre Oceano, a base di lacrime, romanticismo e un po’ di contenuta («adelante, Pedro, con juicio!») protesta giovanile.

Si prenda la recensione del solito Mereghetti (Kezich e Grazzini, in questo caso, non si erano abbassati a parlarne), che è un vero capolavoro di ambiguità in mala fede:

«Una coppia separata (Musante e Bolkan) scopre di amarsi ancora in una Venezia brumosa, poco prima che lui, un suonatore d’oboe con l’ambizione di diventare maestro d’orchestra, venga sopraffatto da un male incurabile. Straordinario successo di pubblico per il debutto registico di Salerno in questa sorta di “Love Story” all’italiana (peraltro uscita quasi in contemporanea con il film americano), nel quale sono inseriti tutti gli ingredienti del film patetico e strappalacrime, compreso un attacco al divorzio che era diventato legge proprio in quel periodo…»

Non è vero.

A parte il giudizio sprezzante sull’eccesso di ingredienti patetici e strappalacrime, questo è un barare sulle date. I dialoghi per il film «Anonimo veneziano» erano stati scritti da Giuseppe Berto, su richiesta di Enrico Maria Salerno, fin dal 1967: dunque, almeno tre anni prima che uscisse «Love Story».

Ciò chiarito, possiamo senz’altro concordare sul fatto che il film di Salerno non sia un capolavoro e che, a tratti, scivoli un po’ lungo la china di una facile sollecitazione emotiva: ma non è per niente un brutto film; e la stessa cosa si può dire per il romanzo che lo stesso Berto ne ha ricavato qualche anno dopo, riscrivendo la sceneggiatura.

No, il film «Anonimo veneziano» non è un capolavoro; ma la spocchia dei signori critici liberal-snob, la loro eterna puzza sotto il naso, farebbero venire la voglia di sostenerlo, se non altro per una  sacrosanta forma di reazione.

Del resto, sono molti i pregi di questa pellicola che ha il coraggio di parlare di sentimenti comuni, come l’amore, e sia pure in una situazione estrema, come la malattia; insomma, dell’eterno binomio di Eros e Thànataos.

Alessandro Marcello Anonimo veneziano.

L‘ambientazione è bella, e la Venezia che fa da sfondo alla vicenda non è da cartolina, perché la fotografia di Marcello Gatti è veramente magnifica; Tony Musante recita bene, e Florinda Bolkan è molto bella; la colonna sonora, poggiante sul concerto per oboe di Alessandro Marcello (e non del suo fratello più celebre, Benedetto Marcello, come scrive – sbagliando clamorosamente – Paolo Mereghetti), divenuta universalmente celebre come «Anonimo veneziano», è splendidamente azzeccata: sontuosa e un po’ funerea.

Del resto, quale cornice più indovinata, per una storia del genere, della bella e malinconia Venezia, che lentamente sprofonda nelle acque, con tutti i suoi superbi palazzi e monumenti e con tutta la sua gloria passata?

Certo, in omaggio al cinema realista, una storia del genere – ammesso che sia proprio necessario raccontarla – la si sarebbe dovuta ambientare fra i grattacieli di Milano, o, meglio ancora, fra le borgate della periferia romana: che disonesto questo Salerno, il quale va a cercarsi come sfondo per una vicenda d’amore e morte, proprio la città più bella e più moritura di tutta la Penisola! Eh sì, proprio un gran furbacchione; un vero animale da botteghino.

Poveri noi. E pensare che questa mala razza di intellettuali da strapazzo, falsamente progressisti e rosi da infinite invidie e gelosie di casta, ha dominato il salotto buono della cultura italiana, non solo cinematografica, per qualche cosa come mezzo secolo! Non c’è da stupirsi che sia riuscita a fare danni così profondi nella società italiana, dai quali stiamo – forse – cominciando a uscire  solamente ora, come da una lunga e penosa malattia.

Ma, per tornare al film, crediamo che il modo migliore per commemorarlo, e per invogliare chi non l’avesse mai visto ad andare a cercarselo, sia proprio quello di proporre un passaggio tra i più intensi del libro che Giuseppe Berto ha ricavato, come dicevamo, dalla sua stessa sceneggiatura, alla quale è rimasto sostanzialmente fedele (tanto che, più che di un romanzo tratto al film, si potrebbe parlare di una semplice rielaborazione della sceneggiatura stessa).

 

Florinda Bolkan e Tony Musante.

Dal romanzo di Giuseppe Berto «Anonimo veneziano» (Milano, Rizzoli, 1976, pp. 82-88):

Entrando, lui aveva messo in moto un registratore, e la musica del primo tempo del concerto in Re Minore per archi e oboe di Alessandro Marcello, diffusa opportunamente da alcuni altoparlanti collocati nell’ampio studio, colmava con movimento andante e spiccato le possibili incertezze. Il suono dell’oboe era puro, cadenzato, sicuro. Era lui che aveva suonato, trovando nell’imminenza della fine il suo alto decoro.  Lo studio era preparato per l’incisione, con strumenti, leggìi e microfoni disposti un po’ dappertutto. In un angolo, separata da vetri, c’è la cabina di registrazione… pannelli e coperte pendevano qua e là, per rompere le onde sonore. Una pesante coperta imbottita era alzata come una tenda sul finestrone, che dava sopra un paesaggio di tetti e di campanili storti, già mezzo inghiottito dalla nebbia e dalla notte. Lei stava seduta nell’ampio divano sotto il finestrone, si lasciava riempire dalla musica, sforzandosi di rimanere attaccata alle note dell’oboe, con ostinata attenzione. Ma, naturalmente, non poteva allontanare del tutto il pensiero del male di lui, e della propria incidenza su quel problema che d’un tratto era diventato così dolorosamente comune Quando il primo tempo finì, cominciò un silenzio che rischiava di divenire presto opprimente.

«Sei bravo» – lei dice.

Lui va ad arrestare il registratore che ora emette solo un continuo fruscio. – «Questa sera registreremo l’Adagio. È la parte più difficile per me, temo di perdere la misura. Qualche accordo in crescendo degli archi, poi l’a solo dell’oboe, teso, filato, attardato da tirar fuori l’anima. Il pericolo è di lasciarsi andare, di cedere all’autocompassione.». Accenna le prime battute dell’oboe, a solfeggio cantato,  segnando il tempo con la mano alzata. «Pensa»  dice smettendo « pensa che è stato scritto quasi trecento anni fa, nel pieno splendore di Venezia, ed è il lamento funebre per questa città che finalmente va a farsi fottere. E io con lei, a quanto pare.». Gioca ancora sulla violenza e  sull’estro delle parole per nascondere ogni eventuale cedimento, ma si capisce che lo fa per lei, un povero tentativo d’esibizionismo. Fosse solo, cercherebbe di non fermarsi a pensare, probabilmente.   «Qualche volta, di notte» dice «quando non ce la faccio a dormire, vengo a questa vetrata, la apro e ascolto. Ascolto a lungo, sebbene non ci sia niente da ascoltare all’infuori del silenzio. Sa morire con dignità, questa vecchia puttana. Non si cura di coloro che vogliono salvarla, vuol tornare ad essere fango, come dici tu. Del resto, sono sparite Ninive, Babilonia, Menfi, perché dovrebbe sopravvivere questa? Anche la morte è necessaria, quando viene il suo tempo». E cita: «Ha la sua ora tutto – e il suo tempo ogni cosa – sotto il cielo…».

«È il tuo Ecclesiaste?», domanda lei.

«Sì. C’è il tempo di nascere – e il tempo di morire…».

«Io resto con te» lei dice. «Non torno a Milano. Attilio capirà».

«Tu prendi il rapido delle otto e mezzo» ribatte lui brusco. Manovra una cordicella, fa scendere una pesante coperta sulla vetrata.  La città rimane fuori, a finire il suo giorno nella nebbia. «Mi dispiace» egli dice «non potrò accompagnarti alla stazione. I ragazzi vengono proprio a quell’ora». Lei si alza, va a metterglisi vicina, per forzarne l’attenzione. «Tu non vuoi tentare l’operazione?» domanda.

«Non ci penso nemmeno» risponde. «Se fossi sicuro che mi ammazzano, potrei anche farmi mettere i ferri addosso. Ma immagina se sopravvivessi cieco, o paralizzato, o mezzo demente. Per carità. E poi, sono preparato alla morte, devi credermi. Non giudicare da oggi. Oggi non mi sono comportato bene».

La lascia, e va a sedersi sul divano, ora i gomiti appoggiati ai ginocchi, la testa sostenuta dalle mani. Continuamente accenna a toccarsi là dove ha male, ma lo fa senza pensarci e quasi sempre si ferma, accorgendosene. La guarda, e si sforza di sorriderle, come per rassicurarla di qualcosa, che non ha bisogno di nulla, o che, magari, non si dispiace per il suo silenzio. Ma, naturalmente, non fa che cercare la sua pietà.

Lei torna a sedersi, non più sul divano, sul pavimento, ai piedi di lui.  Gli prende una mano, se la porta alla bocca, gli bacia le dita.  Meglio così, che cercare parole difficili da trovare, e chissà mai anche quanto poco persuasive, una volta dette.

«In questi giorni» lui dice «mentre t’aspettavo, immaginavo ogni particolare della giornata che avremmo passato insieme. Saremmo andati a rivedere i posti che più ci piacevano quand’eravamo ragazzi, l’ultima parte di Venezia verso la Marittima, dov’è più facile baciarsi perché per le calli non passa mai nessuno, e se qualcuno arriva, lo senti da lontano. C’è un canale con tutte gondole ai lati, messe a riposo per l’inverno. E case modeste, come di campagna, e campielli con biancheria ad asciugare, e bambini che giocano al pallone. Passeremo di qui, mi dicevo, guarderemo tutte queste cose e parleremo. Non abbiamo mai veramente parlato, noi due. Abbiamo sempre fatto l’amore, o litigato. Questa volta mi sarebbe piaciuto parlare di cose qualsiasi, le più stupide possibile per non trovar da discutere, e tu avresti capito, dopo. Dopo avresti capito, ma senza soffrire molto, e magari me ne saresti stata grata, mi avresti ammirato. Invece ci siamo messi a litigare come il solito, e poi, al primo momento buono, t’ho spiattellato: guarda che sto morendo. Non sono cambiato. Autocompassione, narcisismo, insicurezza, e le piccole astuzie di tutti i bambini che vogliono attenzione e simpatia. Non ce l’ho fatta a crescere, io».

«Se non vuoi che resti io a Venezia, vieni tu a Milano» lei dice.

«A casa tua? Metti una sera a cena. Recitato col morto a tavola, questa volta.»

«Non pensavo a casa mia. Una clinica. Ma potrei starti vicina, ogni giorno.»

«No. Ho la registrazione.»

«Ma dopo la registrazione?»

«No, io non potrei morire…» Si ferma, cercando una più appropriata forma per ciò che pensa. E riprende: «Non potrei aspettare la morte in una città diversa da questa. E non perché vi son nato e vissuto, la amo e la odio, ma perché le appartengo, come fossimo una cosa sola. È malata come me. Milioni di cancri se la stanno mangiando, moriamo insieme, per me è meno duro accettare. Hai mai letto “Morte a Venezia”?»

«Sì, forse sì, tanti anni fa.»

«Anch’io l’avevo letta tanti anni fa e non ricordavo. Ora l’ho riletto. Sai, con un titolo simile, quando uno si trova nella mia condizione, uno va in cerca di tutto. Bene, mi sembra d’averlo capito soltanto ora, quel libro. È la storia d’uno scrittore tedesco, un professore, uomo pieno di rettitudine e nobilissimi pensieri. Viene qui al Lido, a passare una vacanza al Des Bains, e si prende una cotta spaventosa per un ragazzetto. Non lo sfiora nemmeno con un dito, si capisce, ma sta lì a mangiarselo con gli occhi, a morirci sopra coi pensieri.  Bene, a Venezia, scoppia il colera, lui s’accorge che v’è una epidemia già in atto, che le autorità si sforzano di nascondere. E lui zitto. Oh, la gioia con cui presenta la propria lebbra morale che si mescolerà con la immonda morte di tutti. Ed è proprio così.  Quando sei fottuto, l’unica cosa che può consolarti è che insieme a te siano fottuti  anche gli altri. Sono pieno di odio da soffocare.».

«Non è vero.»

«Alle volte incontro gente per strada, o in vaporetto, gente qualsiasi, mai vista,. Li guardo fisso e penso: Perché a me e non a loro? A me e non a loro? E li odio. Anche te. T’ho chiamata per odio. Per farti male.»

«Non è vero» ripete lei senza stanchezza.

Lui le posa una mano sui capelli, e le dice: «Non è vero. Però tu non dire più che resterai qui o che mi porterai a Milano. Io sono psichicamente debole. Lo sono sempre stato, immagina ora. Perciò devi andartene col tuo rapido, senza fare storie.»

«C’è ancora un treno dopo il rapido.»

«L’espresso delle 21,18. Arriva a Milano alle 0,12.»

«Lasciami prender quello.»

«Se mi prometti di non fare storie al momento di andartene. Non riuscirei a sopportarle dignitosamente. Prometti?»

«Va bene.»

Dicevamo che «Anonimo veneziano» è stato il film d’esordio alla regia per Enrico Maria Salerno, già attore assai richiesto e considerato, anzi, uno dei migliori interpreti del cinema italiano degli anni Sessanta.

Ma il successo travolgente del suo primo film da regista non si è ripetuto né con «Cari genitori», del 1973, né con «Eutanasia di un amore», del 1978; sicché egli si è deciso a tornare al suo ruolo di attore, senza però riuscire a reinserirsi adeguatamente nel mondo del cinema e dedicandosi, quindi, sempre più spesso, alla televisione.

Ciò ha fatto sì che, per la maggior parte dei critici cinematografici italiani, la sua breve stagione registica sia stata valutata come un tentativo tutto sommato velleitario e un po’ estemporaneo, anche per i temi intimistici da lui trattati in anni in cui – il riflusso stava appena cominciando – il cinema era considerato ancora la roccaforte dell’ideologia militante, indipendentemente dai suoi meriti artistici e dalla consistenza degli argomenti proposti.

Peccato.

È stato per merito di modalità di questo tipo che si è consumato il divorzio tra pubblico e cultura, nell’Italia del secondo dopoguerra: quando un film, per essere bello, doveva essere apprezzato solo da un’élite (rigorosamente progressista); ma, se aveva la sventura di piacere al pubblico, voleva dire che non era un bel film, o che non era intellettualmente onesto.

Cose da Prima Repubblica, certo.

Oggi, si capisce, non è più così; la musica è cambiata.

Oppure no?

 

Francesco Lamendola

Per gentile concessione:  

Fonte: Accademia Nuova Italia

 

  • Incipit famosi… Anonimo veneziano.

    “Questo popolo per mille anni lottò coraggiosamente per la vita, poi per altri trecento an…
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Un commento

  1. Francesca Rita Rombolà

    13 Settembre 2019 a 17:16

    Mi ha fatto piacere sentire parlare di Giuseppe Berto, lo scrittore famoso che è venuto a vivere a Capo Vaticano ed è sepolto nel piccolo cimitero del luogo sotto il famoso pino. La sua tomba è fatta di sassi e conchiglie, sa di mare e di scogliera selvaggia, l’alba di ogni nuovo giorno da il suo saluto alla rustica tomba di questo scrittore del nord che ha voluto vivere in questo luogo dalle bellezze naturali meravigliose(io vivo a pochi passi). Il mare è sempre di un azzurro intenso e brillante anche d’inverno e il promontorio, dove sorge la villa dello scrittore, guarda le isole Eolie nel vasto orizzonte. Grande scrittore italiano del Novecento Giuseppe Berto. E’ sulle spiaggette nascoste e fuori dal tempo del promontorio vaticano che egli scrisse il suo capolavoro “Il Male Oscuro”… anche se “Anonimo Veneziano” non è forse da meno.
    Un grazie a Francesco Lamendola per averlo ricordato con questo bell’articolo.

    rispondere

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