Il dado è tratto e niente sarà più come prima 

Neuralink di Elon Musk impianta il primo chip in un cervello umano

IL CHIP CEREBRALE DI ELON MUSK. IL TRANSUMANO TRA NOI


Il dado è tratto e niente sarà più come prima. Neuralink, l’impresa di Elon Musk che realizza interfacce neurali impiantabili, ha impiantato il primo chip intracerebrale in un essere umano. Lo ha comunicato trionfalmente lo stesso Musk con un messaggio su X (ex Twitter) la rete sociale di sua proprietà. Il transumano entra ufficialmente nel nostro corpo: la frontiera prossima ventura. Si avvera ancora una volta la legge enunciata dal premio Nobel Dennis Gabor, inventore dell’olografia: se qualcosa è possibile tecnicamente, qualcuno, prima o poi, la realizzerà.

Impiantare La nostra interfaccia cervello-computer è completamente impiantabile, esteticamente invisibile e progettata per consentirti di controllare un computer o un dispositivo mobile ovunque tu vada.

La notizia dell’impianto cerebrale di un chip nel cranio del “paziente Zero”, una cavia umana di cui non si conosce il nome, presumibilmente affetta da sindrome di Alzheimer, cambia forse in modo definitivo il destino dell’essere umano. Non si tratta, infatti, di una protesi, di una placca interna, di un bypass, supporti destinati a ripristinare o conservare una funzione fisiologica o un organo malato. È qualcosa di ben diverso: il piccolo apparecchio, inserito nell’area del cervello deputata a controllare la capacità di movimento, viene infatti governato da remoto. Il prototipo, significativamente, si chiama Telepathy – un nome che inquieta.

A regime, l’obiettivo è il controllo del telefono e del computer e, attraverso di essi, di altri dispositivi collegati o collegabili, semplicemente con il pensiero. Telepatia artificiale. Il chip sperimentale, informa Neuralink, sta funzionando bene. L’azienda segnala che è in corso il rilevamento dei picchi neuronali. Ciò significa che sta ricevendo e processando dati provenienti dal cervello del paziente.

Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo e uno dei più potenti, ha diffuso un commento di rara efficacia: pensate, dice il tycoon, se Stephen Hawking avesse potuto comunicare più velocemente di una dattilografa o di un banditore, con il semplice pensiero. Il grande fisico e cosmologo, scomparso nel 2018, era gravemente disabile e comunicava attraverso una tastiera, il che non gli ha impedito di diventare uno dei più grandi geni del nostro tempo. Musk ha gettato abilmente l’esca; i suoi apparati non possono essere rifiutati o guardati con sospetto per ragioni etiche o umanitarie in quanto cambiano la condizione di malati e disabili in una maniera straordinaria, mai vista né sperata.

Neuralink di Musk è sotto inchiesta per aver ucciso 1.500 cavie animali

Dopo gli esperimenti eseguiti su maiali e l’impianto su una scimmia che fu in grado di eseguire dei videogiochi con il pensiero guidato dal chip, la nuova, dirompente tecnologia ha conquistato l’essere umano. Dal punto di vista pratico, l’operazione consiste nell’installare un minuscolo apparato nella parte superiore del cranio. L’intervento è stato realizzato da un robot chirurgo chiamato R1, capace di eseguire anche il delicatissimo procedimento di sutura dei minuscoli fili elettrificati dell’impianto. Stupefacente, e assai pericoloso a medio termine per la categoria medica, in procinto di essere sostituita come i magazzinieri e gli uomini di fatica.

L’obiettivo dichiarato è “fornire una serie di benefici scientifici e sanitari”, oltreché studiare la “capacità di misurare l’attività cerebrale e fornire alla persone con disabilità fisica e mentale nuove capacità”. Tombola, chi potrebbe non essere entusiasta? Il male, si sa, si nasconde nei dettagli. Misurare l’attività cerebrale può significare molte cose: gli ottimisti festeggeranno – legittimamente – i vantaggi sanitari correlati. Ce ne saranno molti e per questo dobbiamo essere grati alla tecnologia. Può significare altresì controllare, sorvegliare: l’ammissione di ricevere dati dal cervello del paziente implica che l’apparecchio – cioè chi lo possiede, detiene e utilizza – ha preso il controllo della mente di un essere umano. I casi diventeranno undici quest’anno e, se tutto procederà secondo i piani, oltre ventiduemila entro il 2030. Non mancano i volontari e si allungano le liste di attesa. Nel frattempo, si fa largo un concorrente, la start-up Synchron di cui sono soci altri due membri del club degli arcimiliardari onnipotenti, Jeff Bezos (Amazon) e il solito Bill Gates (Microsoft, Gavi, oltreché OMS e cibo artificiale).

La speranza di Neuralink – il cui titolo in borsa sta schizzando alle stelle – è di riuscire a sviluppare una “interfaccia cervello-computer senza fili, completamente impiantabile”, che potrebbe aprire la strada a trattamenti innovativi capaci di risolvere molte disabilità, compresa la paralisi e la cecità. Per ora, Telepathy, inserito dal chirurgo artificiale Robot R1, “registra e trasmette segnali cerebrali in modalità wireless a un app che decodifica l’intenzione del movimento”.

Oltre mezzo secolo fa, l’astronauta Neil Armstrong, nel mettere piede sulla luna, (ma ce l’hanno messo? fdb)(1)  pronunciò una frase – lungamente preparata – destinata a divenire storia. “Un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità”. Vero, anche se le tecnologie delle esplorazioni spaziali sono state largamente usate per scopi militari e di intelligence, ritorcendosi dunque contro gli interessi dell’uomo comune. Nel caso degli impianti cerebrali, la questione è ben più inquietante.

Sarà certo un balzo entusiasmante permettere a molti esseri umani di superare disabilità drammatiche, vincere malattie e condizioni di vita terribili. Non possiamo però mettere da parte la prospettiva – davvero pericolosa – della svolta transumana. L’idea, che Musk evoca senza dichiararla del tutto, è realizzare impianti cerebrali – che presto potrebbero diventare meno invasivi, interessando un’area cerebrale profonda solo due millimetri – in grado non solo di interagire con telefoni e computer, ma anche tra loro, addirittura rendendo inutile, desueto, il linguaggio orale. La domanda è: sarà ancora uomo l’essere che rinuncia – in tutto o in parte – alla parola, ossia al Logos? C’è di più: se gli impianti, in forma di chip sottocutanei, nanobot o di altre tecnologie dell’infinitamente piccolo occupano la sfera cerebrale, la coscienza e il Sé della creatura uomo, la nostra specie e i singoli individui che la compongono (la nostra civiltà li chiama “persone”) sono posti sotto controllo. Definitivo, totale. Telepatico.

Il paradigma della sorveglianza, che avanza e preoccupa per la sua pervasività, si trasforma in tragica normalità. Qual è la libertà, il libero arbitrio di un essere dentro il quale un apparato artificiale controllato da remoto (da qualcuno!) non solo interagisce con apparati artificiali (anch’essi posseduti, vigilati e diretti dai padroni della tecnologia, divenuti a ogni effetto padroni del mondo) ma può ricevere indicazioni, disposizioni, perfino ordini? Qual è il rapporto tra apparato ricevente –ossia cervello e coscienza – e il sistema direttivo che fornisce gli input? Avremo ancora una sfera personale, intima, un “foro interiore?

Diventeremo degli automi eterodiretti o la scintilla dell’autocoscienza resterà a proteggerci e a mantenerci creature libere di agire o non agire, fare o non fare, rispondere o meno agli impulsi esterni che andranno a colpire proprio le parti del nostro organismo che ci hanno resi homines sapientes?  L’ibridazione con la macchina potrà avere dei limiti, la filosofia, il libero pensiero, la stessa scienza, la politica, ovvero la sfera pubblica, le religioni e le tradizioni spirituali potranno ancora dire la loro, su temi tanto dirompenti? Oppure la tecnostruttura ha già deciso per tutti e diventerà tecnodominio, biocrazia, potere sulla vita?

Chi controllerà i controllori, se possiedono mezzi di una potenza così grande? Non siamo sulla strada di creare due specie distinte, l’umanità comune, invasa dall’artificiale -a parte le finalità medico-sanitarie – e “loro”, i tecnologi, i tecnocrati, padroni – nel senso più esteso del termine – di mezzi che eccedono l’uomo e lo rendono una cosa, un essere manipolato, eterodiretto, ovvero, se le parole hanno un senso, uno schiavo? Dietro le luci accecanti e le promesse della tecnologia che fa il salto grandioso di penetrare nell’uomo e prendere il controllo su di lui, trasformandolo in cyberuomo, non ci può essere l’abisso che travolge la nostra specie, trasformata in qualcosa di totalmente diverso, l’Altro Assoluto?

Domande sempre più complesse, specie alla luce degli obiettivi del transumanesimo entrato in interiore homine, ideologia e obiettivo degli uomini più ricchi e potenti del pianeta e della storia.

Così ci esprimiamo ne L’uomo transumano (Arianna Editrice, 2023).

“Per Max More, uno dei suoi ideologi, la definizione di transumanesimo abbraccia una serie di tendenze e visioni che tendono a una condizione post umana, attraverso l’interazione con le macchine e il superamento dei limiti fisici e intellettuali della specie, i cui contorni si possono solo immaginare. L’asticella si innalza continuamente in conformità con le acquisizioni scientifiche e la capacità (ancora) umana di trasformarle in tecnologie. Il transumanesimo è una serie di filosofie della vita che cercano la continuazione e l’accelerazione dell’evoluzione della vita intelligente oltre la forma umana attuale e i limiti umani per mezzo della scienza e della tecnologia. In tale dinamica evolutiva l’uomo – o il transuomo- ha la presunzione di controllare, padroneggiare il proprio continuo divenire, cercando un nuovo ordine che rimane provvisorio e precario. Un continuo ed eterno reset che non avrà mai fine, un’accelerazione sino alle conseguenze più estreme. Il rischio transumano è che diventi vittima di se stesso nel momento in cui seleziona uomini privi di difetti di fabbricazione, ricreando di fatto la vita stessa. Al di là della fantascienza e delle distopie, la possibilità che sia la macchina a controllare l’uomo- compresi i suoi creatori e utilizzatori- non è più così lontana o peregrina, tenuto conto dei rapidissimi progressi della cibernetica, dell’Intelligenza Artificiale e di possibili imprevedibili esiti del machine learning (collaborazione uomo-macchina).”

Clive S. Lewis, nella prima metà del secolo XX parlò di “abolizione dell’uomo” per opera di una classe di uomini distinti da tutti gli altri, i “condizionatori”. Nel rimarcare il loro potere di fare degli altri ciò che vogliono, Lewis paventava l’ultimo stadio della lotta dell’uomo con la natura, la possibilità di produrre coscienza e quale genere di coscienza, quale concetto di “bene” instillare. Questa minoranza di Condizionatori farebbe un salto nel vuoto arrivando a produrre artefatti umani: “La conquista finale dell’Uomo si è rivelata come l’abolizione dell’Uomo. Con la liquefazione dell’Uomo dovuta ai condizionamenti, egli diventa schiavo e fantoccio di coloro a cui ha ceduto l’anima. Una volta avremo rinunciato alle nostre anime, il potere così acquistato non ci apparterrà”All’anima non crediamo più, tuttavia stiamo cedendo con dissennato entusiasmo le nostre coscienze, dopo aver offerto il corpo a esperimenti di cui non conosciamo i veri contorni.

Compostamente, serenamente, senza anacronistici anatemi, possiamo almeno porre il problema? E se lo facciamo, troveremo coscienze libere capaci di ascoltare o verremo zittiti da condizionatori e condizionati in nome della superstizione chiamata progresso?

Roberto PECCHIOLI

 

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