Le grandi teorie dello sviluppo

«Il circolo vizioso del sottosviluppo»

Perché la povertà tende a riprodurre se stessa attraverso un sistema di cause che si rafforzano reciprocamente.

di Biagio De Risi

In questo contributo, Biagio De Risi analizza la teoria del «circolo vizioso del sottosviluppo», elaborata dagli economisti degli anni Cinquanta per spiegare perché molte società restino intrappolate nella stagnazione economica. Dalla bassa produttività alla scarsità di investimenti, dalla malnutrizione alle fragili istituzioni, emerge un intreccio di fattori che si alimentano a vicenda, trasformando il sottosviluppo da semplice condizione economica a meccanismo strutturale difficile da spezzare. Un’interpretazione che ha segnato profondamente la riflessione sullo sviluppo e sulle sue possibili vie d’uscita. (N.R.)


«Un paese è povero perché è povero».

Questa frase, apparentemente banale o paradossale, è stata una delle prime vere spiegazioni sistematiche del perché il sottosviluppo tendesse a riprodursi da solo. L’ho letta la prima volta anni fa e mi ha colpito. Non era una tautologia. Era il tentativo di dire qualcosa di profondo con parole semplici.

Indice

  • Da semplice descrizione a meccanismo
  • Come funziona il circolo
  • Un sistema che si auto-alimenta
  • L’ipotesi di fondo (e il suo limite)
  • Le prime crepe del modello
  • Le voci critiche
  • La lezione del circolo vizioso

Da semplice descrizione a meccanismo

Negli anni Cinquanta gli economisti pionieri non si accontentavano più di elencare i problemi del sottosviluppo (poca industria, tanta agricoltura, bassa produttività, ecc.). Volevano capire perché questi problemi si alimentassero a vicenda, in un meccanismo che sembrava impossibile da spezzare spontaneamente.

Nasce così l’idea del circolo vizioso (vicious circle): un sistema di cause ed effetti che si rinforzano continuamente, tenendo le società povere intrappolate nella stagnazione.

Come funziona il circolo

Il meccanismo classico era questo:

  • Bassa produttività del lavoro → basso reddito pro capite
  • Basso reddito → quasi tutto il prodotto viene consumato per sopravvivere → pochissimo risparmio
  • Pochissimo risparmio → pochissimi investimenti
  • Pochi investimenti → tecnologie arretrate e infrastrutture insufficienti
  • Tecnologie arretrate → di nuovo bassa produttività

E il ciclo riparte, identico a se stesso.

Esisteva anche una versione più “umana” del circolo: la povertà genera malnutrizione, che genera cattiva salute, che riduce la capacità lavorativa, che mantiene la povertà. Un circolo vizioso che agiva sia a livello individuale che collettivo.

Un sistema che si auto-alimenta

Gli economisti dell’epoca moltiplicarono i fattori coinvolti: demografia (alta natalità che assorbiva ogni piccolo guadagno), strutture sociali rigide, basso livello di istruzione, istituzioni deboli. Ogni elemento rafforzava gli altri. Si parlava di una vera e propria “costellazione circolare di forze”.

Il sottosviluppo non era più visto come una somma di carenze isolate, ma come uno stato che si autoriproduceva. Un equilibrio perverso.

L’ipotesi di fondo (e il suo limite)

Dietro questo modello c’era un assunto forte: le cause del sottosviluppo erano prevalentemente interne (endogene) alle società povere stesse. Erano i loro comportamenti, la loro cultura, le loro strutture sociali a tenerle bloccate.

Questa visione aveva una conseguenza politica chiara: la responsabilità ricadeva in buona parte sui paesi poveri. Per uscire dal circolo serviva un intervento esterno forte — aiuti, investimenti, trasferimento di tecnologia — capace di “rompere” il meccanismo.

Le prime crepe del modello

Ben presto emersero però delle criticità importanti. Prima di tutto logica: se il circolo è davvero vizioso e chiuso, come hanno fatto i paesi oggi ricchi a uscirne? Il modello faticava a spiegare lo sviluppo storico dell’Europa.

Inoltre, assumeva che le categorie economiche occidentali (risparmio, investimento, propensione al consumo) funzionassero allo stesso modo ovunque. Ma in molte società tradizionali più reddito non significava automaticamente più risparmio: poteva trasformarsi in consumi cerimoniali, status sociale o redistribuzione familiare. La distribuzione del reddito veniva spesso ignorata. E questo era un errore grave.

Le voci critiche

Non tutti furono d’accordo con questa visione chiusa e interna. Gunnar Myrdal, per esempio, sosteneva che il sottosviluppo non fosse uno stato di stabile equilibrio, ma fosse anche il risultato di forze esterne: il funzionamento “libero” del mercato internazionale tendeva a generare disuguaglianze cumulative, creando circoli virtuosi in alcune aree e viziosi in altre.

Era l’inizio di un dibattito che avrebbe segnato tutta la sociologia dello sviluppo: endogeno vs esogeno, cause interne vs cause esterne.

La lezione del circolo vizioso

Il modello del circolo vizioso fu importante perché per primo provò a spiegare il sottosviluppo non come una lista di problemi, ma come un sistema interdipendente.

Descriveva bene la trappola. Spiegava perché fosse così difficile uscirne con le sole forze interne. Ma aveva un limite profondo: era troppo meccanico, troppo interno, troppo poco storico. Non riusciva a spiegare adeguatamente come si fosse formato quel circolo né come realmente uscirne.

Rimane però una metafora potente. Ancora oggi, quando vediamo paesi intrappolati in povertà persistente, malnutrizione, bassa istruzione e istituzioni deboli, quel “circolo vizioso” continua a tornare in mente.

Ci ricorda che lo sviluppo non è mai solo una questione di buona volontà o di ricette tecniche. È anche questione di rompere meccanismi storici che si auto-alimentano da decenni, se non da secoli.

E questa, forse, è la lezione più dura che i pionieri ci hanno lasciato.

Biagio De Risi

 

 

 

Biagio De Risi, amante della  comunicazione, dei dati e della società, indago il legame tra tecnologia, cultura e dinamiche sociali. Mi occupo di intelligenza artificiale, media, lavoro e trasformazioni digitali, adottando una prospettiva sociologica e analitica. In questo spazio propongo riflessioni, studi e idee per comprendere il presente e prospettare il futuro.

 

 

  • «SOTTO IL CAVALCAVIA, ACCANTO AL TEMPIO»

    Quando il progresso divora le radici: l’altra faccia dello “sviluppo” globale. …
  • «Sociologia dell’Impero romano: cosa ci resta?»

    L’eredità invisibile di Roma continua a vivere nei nostri sistemi di potere, nelle città, …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«Sociologia dell’Impero romano: cosa ci resta?»

L’eredità invisibile di Roma continua a vivere nei nostri sistemi di potere, nelle città, …