Perché un uomo comincia a raccogliere ombrelli? Perché? A voi non piacerebbe possedere l’ombrello rosa di Marilyn, o quello bianco, orlato di pizzo, della regina Margherita?

 

 

IL COLLEZIONISTA 

racconto

di

Edoardo Azzolini

 

Io sono un collezionista di ombrelli. Ci sono collezionisti di oggetti di particolare interesse storico o artistico, oppure semplicemente strani e rari. Così, come certamente sapete, ci sono collezionisti di quadri, di stampe; e anche di francobolli, di farfalle, oppure di biglietti del tram, di lattine di birra, o di scatolette di zolfanelli.

Ci sono collezionisti anche stravaganti, che suscitano un senso di pena, oppure fanno ridere. Mi ricordo di un amico che, tanti anni fa, mi presentò a un nobiluomo, il quale era collezionista di pitali. Pensate, di pitali! Me li mostrò, li teneva in casa ben allineati in grandi scaffali, li conservava con una cura che era molto simile all’amore, un religioso amore, come fossero preziosi vasi cinesi dell’epoca Ming. Ne prese uno dallo scaffale; con uno spolverino, molto delicatamente gli tolse il velo di polvere che lo ricopriva. Era un pitale di coccio bianco, con una figura azzurrina d’aquila stampata sopra. Aveva anche una crepa e l’orlo un po’ sbreccato.

   «Pensi», mi disse estasiato, «è il pitale che usava Napoleone a Sant’Elena, lo teneva nel suo comodino da notte».

   «Ma è sicuro?», gli feci io.

Egli si rabbuiò in viso, mi guardò offeso, e mi girò le spalle, rimettendo il pitale al suo posto nello scaffale.

Come si diventa collezionisti, e perché? Ossia per quale ragione si crea ad un certo momento un rapporto tra l’uomo e un particolare genere di cose? Tale rapporto di che natura è? E perché scatta una certa propensione per certe cose, e non per altre? Quella del collezionismo, mi sono domandato, è una tendenza latente di tutti gli uomini, e pertanto attribuibile alla normalità, oppure è una anomalia?

Questi sono i quesiti che più volte mi sono posto per cercare di capirmi. Io, oltre che collezionista, son infatti uno studioso dell’animo umano, ossia cerco di capire i congegni che lo muovono.

Secondo me – sono arrivato a questa conclusione! – il collezionismo è come l’amore, che può essere di varia intensità: inizia con l’attrazione, diventa volontà di possesso, poi di esclusività, di totalità, sino a una vera e propria  smania di identificazione.

L’amore dunque, come spiegazione del collezionismo, mi sta bene. Certo che l’identificazione, quale massimo grado di intensità amorosa, è da accettare con qualche riserva; ossia occorre andarci adagio, perché in certi casi si rischierebbe di cadere nel ridicolo.

Ho notato che il collezionismo spesso dipende dal caso. Infatti non è che uno nasca con i cromosomi volti alla raccolta di francobolli piuttosto che di pitali. No, è il caso spesso a decidere. Ad esempio può capitare che uno abbia un caro amico che  raccoglie francobolli; ed ecco che facilmente anch’egli si mette a collezionare francobolli.

Ma non sempre accade così. talvolta la passione nasce per una ragione diversa, come è accaduto a me. Ed ecco la mia storia.

Il primo ombrello che raccolsi fu quello di una compagna di scuola di mia sorella  si chiamava Irene. Talvolta veniva a casa nostra a fare i compiti. Io avevo sedici anni e lei quattordici e mi piaceva molto. Era pallida, sottile, con grandi occhi chiari, da sognatrice. Ricordo che in quel periodo pioveva spesso, e Irene capitava a casa nostra con un basco rosso in testa e un ombrello color tortora. Un giorno, finiti i compiti, le due ragazze uscirono di casa che era tornato il sole; e così Irene dimenticò l’ombrello.

Io me ne impossessai e, quasi senza rendermi conto di quanto facevo, corsi nella mia stanza e lo nascosi nel mio letto, tra la rete e il materasso.

Il giorno dopo Irene tornò a casa nostra reclamando l’ombrello, ma nessuno l’aveva trovato, nessuno l’aveva visto. «Allora l’ho dimenticato da qualche altra parte», disse rassegnata. «Oppure l’avrò perso per strada».

Così mi tenni il suo ombrello. La notte mi svegliavo e lo tiravo fuori da sotto il materasso, me lo stringevo al petto, lo accarezzavo, lo baciavo. Mi sembrava di baciare Irene.

Cos’era dunque che mi aveva attratto di quell’ombrello sino al punto di farlo mio? Non certamente l’ammirazione per il suo congegno apri-chiudi, né la sua funzione, in certo qual modo benefica all’umanità. Era stato piuttosto il rapporto esistente tra quel determinato oggetto e una particolare persona; la consapevolezza che esso era passato per le mani di una certa persona, era stato suo. Una suggestiva consapevolezza, perché basata sulla stravagante convinzione che quella certa persona avesse lasciato un po’ di se stessa, che so, un’impronta, una polvere impalpabile, un’ombra di se stessa sull’oggetto.

A quel primo ombrello aggiunsi l’anno seguente quello di una  giovane zia, sposata, una bruna prosperosa e molto vivace, che sembrava avesse una simpatia per me. Un giorno mi recai da lei per una commissione e, quando fu il momento di tornare a casa si mise a piovere. Ella mi prestò un suo ombrello, che io guardai bene dal restituirle. Soltanto dopo un paio di settimane lei, di sfuggita, accennò a quel suo parapioggia: al che io diventai rosso in viso e abbassai la testa. La zia comprese, sorrise maliziosa, passandomi una mano sui capelli, una lieve carezza, e cambiò discorso.

Ora avevo due ombrelli, non due anonimi ottusi oggetti, ma due oggetti significativi, espressivi; avevo due amori. Il terzo ombrello che raccolsi fu all’università, quello di un professore che ammiravo molto per la forte personalità, per il modo di insegnare, sintetico e chiaro nell’esposizione. Fu in un giorno piovoso che mi accorsi che il professore aveva lasciato il suo ombrello appeso all’attaccapanni nel corridoio di entrata. Appena finita la lezione mi affrettai a uscire, e rincasai con l’ombrello del professore.

Ora cominciavo a subirne anche l’attrazione come oggetto in se stesso, una specie di malia. Eh già, quell’aprirsi e chiudersi, quella capacità di dilatarsi e di restringersi, mi affascinava. E c’era anche una partecipazione razionale: la coscienza della sua utilità, quella sua capacità di proteggere l’umanità dalla inclemenza del tempo, dalla pioggia scrosciante o dal sole folgorante.

Mi commuovevo: pensavo alla storia  dell’umanità, pensavo all’ombrello come alla ruota.

A tanto devo aggiungere che ci fu anche il fatto estetico, che a un certo momento mi prese. I colori, pensate a tutti i colori che possono avere gli ombrelli. È come ammirare dei quadri. Io li aprivo, uno, due, tre: il primo colore verde spento, il secondo rosso scarlatto, a graziosi fiorellini bianchi, il terzo color salmone, con disegni di uccelli azzurrini. Li aprivo: improvvise magiche apparizioni mi affascinavano, mi esaltavano, sì che rimanevo delle ore a contemplarli.

Avevo fatto anche qualche ricerca storica. Negli antichi bassorilievi assiri, risalenti a circa mille anni prima di Cristo, per esempio, si vede il Re che guida l’esercito all’assalto del nemico. Ha nelle mani arco e frecce: lo segue da presso un dignitario che gli protegge la testa con un piccolo ombrello dal lungo manico. Cosa significa quel piccolo arnese? Un segno di suprema autorità? Un rito propiziatorio, come simbolica difesa dalle folgori degli dei, invocate dai nemici? Oppure, più praticamente, il Re voleva avere la testa protetta dal sole o dalla intemperia, per essere più attento e lucido nella guida del suo esercito?

Una curiosità, pure storica. Il primo che usò l’ombrello in Europa fu, nel 1712, il signor Giona Hauway, un ricco commerciante di Londra. Aveva viaggiato in Oriente, in Russi e in Persia, e in quei paesi aveva appreso la praticità dell’ombrello. Quando ne fece uso la prima volta a Londra, fu deriso da tutti, e i monelli gli lanciarono dietro torsoli di mele. Poi l’ombrello diventò in Inghilterra d’uso comune, tanto che si disse che la popolazione poteva dividersi in tre classi: quella dei ricchi che, avendo carrozze, non avevano bisogno di ombrelli; quella degli agiati che, non potendo tenere la carrozza, aveva l’ombrello; e quella dei poveri che non possedeva né l’una né l’altro.

Quando mi sposai ne avevo già una bella collezione, e mia moglie l’accettò come una simpatica stravaganza. Ci rideva sopra, e questo era anche uno degli argomenti da lei preferito per fare dello spirito quando ci si trovava con altre giovani coppie.

Poi cominciò a preoccuparsi, prima di tutto a causa della casa piena di ombrelli, poi anche per il fatto che sembrava in certo qual modo che io preferissi gli ombrelli a lei.

Prima tentò di dissuadermi, mi parlò dei francobolli, decisamente meno ingombranti. Provò anche con la seduzione, asserendo che pure lei si sarebbe  messa a raccogliere francobolli. Risposi di no, i francobolli non mi interessavano. Allora mi fece un paio di scenate. Poi tentò di alleggerire, se così si può dire, la mia collezione. Quando io ero assente, ad esempio, suonava il campanello di casa, e si presentava alla porta una ragazza. «Signora, io sono in giro per la propaganda dei prodotti Parfum. Li ha mai provati? La crema prima-di-notte, dopo-di-notte Parfum? E il morbido burroso rossetto tutte-le-tinte Parfum? E la confezione due saponette al latte di  mandorle dolci Parfum al prezzo di una?»

Lei, mia moglie, sulla porta, fingendosi un po’ preoccupata: «No, cara ragazza, sono a posto, uso altri prodotti ai quali sono affezionata. Ma lei piuttosto, ragazza, come mai in giro con un tempo simile?». «Un tempo simile?». «Ma s’, piove a dirotto. Aspetti mia cara: anch’io, quando avevo la sua età, ho fatto un lavoro del genere, e so cosa vuol dire essere costretta ad andare in giro col brutto tempo. Prenda, eccole qua un ombrello. No, non faccia complimenti, non ne vale la pena». «Ma signora…».

Lei le aveva già ficcato in mano un ombrello, e aveva chiuso la porta.

Poi ancora: dal balcone del nostro appartamento, al secondo piano, lei, la mattina presto, una mattina sì e una no, lasciava cadere sul marciapiede un ombrello, e fortunato chi lo trovava.

La portinaia, che per me aveva un grande rispetto, nonché forse una particolare simpatia, se ne accorse e mi avvertì. Altra scenata: questa volta gliela feci io. La presi per il collo, quasi la strozzavo. Allora lei, appena riavutasi, mi impose una specie di aut aut: «Fuori gli ombrelli, o fuori me!», disse.

Io non potei darle una risposta: così sui due piedi, come si fa a prendere una decisione del genere? Però continuai la mia raccolta: era più forte di me, e più forte anche dell’amore che mi aveva legato a Evelina. Così si chiamava mia moglie.

Cosicché essa se ne andò, sgombrò l’appartamento. Fu un dispiacere per me? Non so, forse lo fu. Come si fa ad accorgersi di un piccolo turbamento del cuore, quando si è travolti da una grande passione?

Dopo la partenza di mia moglie feci venire a casa un falegname. Su mio disegno gli feci costruire dei mobili simili a rastrelliere, che piazzai in tutte le stanze, in modo che mi fu possibile ordinare la mia collezione.  Ogni ombrello aveva attaccato al manico il suo cartellino, con indicato il giorno in cui era caduto in mio possesso, il luogo, nonché, all’occasione, il nome del precedente proprietario.

Ombrelli divisi in diversi reparti. Il reparto uomini, quasi tutti neri, leggermente funerei, a dire il vero. Il reparto donne, che sembravano invece chioschi per la vendita di fiori, belli, colorati, affascinanti. Poi il reparto degli ombrelli dei vari mestieri, quelli dei carrettieri, grandi e robusti, a spicchi rossi e verdi, e quelli degli scalpellini. In bella vista in questo reparto un grande ombrello blu che riuscii a strappare a Casteldelfino in val Varaita a un mandriano. Sapevo che a fine estate scendono le mandrie dalle alte malghe, dirette in pianura, e io stavo alla posta in mezzo alla pazza. Così bloccai un mandriano, mentre stava caricando le sue mucche sugli appositi autocarri. Gli feci cenno al suo ombrello.

   «Non le serve più!», gli dissi con fare scherzoso.

   «Lo vuole?», mi domandò sorpreso.

   «E perché no?».

   «Guardi che è mezzo sfondato».

   «Lo aggiusterò. Sono un cacciatore d’anitre in palude, d’autunno tardi mi potrà servire».

   «Lo prenda: glielo cedo per un pacchetto di sigarette».

   «Affare fatto», mi affrettai a dire, mentre tiravo fuori i soldi per l’acquisto delle sigarette.

Il cane del mandriano, un bastardone dal pelo lungo e sporco, mi stava ad osservare. Con particolare insistenza, occhio severo e un sommesso ringhio, tanto che il padrone infastidito, gli allungò un calcio. Al che il cagnaccio prese a mostrare i denti, non al padrone, ma a me. Sembra che i cani capiscano se gli uomini sono sinceri o no. e ce io non fossi un cacciatore quel cane doveva averlo capito, perché prese anche ad abbaiarmi contro, tanto che il suo padrone si mise ad urlare per farlo desistere.

Infine il reparto degli ombrelli rari, i cosiddetti ombrelli storici, o comunque, famosi, per ottenere i quali ho speso un occhio della testa, perché acquistati presso rigattieri e antiquari. Autentici? Mah, probabilmente quasi tutti autentici.

Tra questi ombrelli mi piace ricordare l’ombrellino da sole della Duse, che porta un’ammaccatura nel manico. L’antiquario che me l’ha venduto mi ha giurato che tale ammaccatura fu causata da un colpo, o meglio un’ombrellata, che la Duse appioppò per gelosia sulla testa dell’Immaginifico.

Testa dura, a quanto pare, così stipata di immagini!

Un altro ombrello, pure una rarità, è un semplice parapioggia, stinto e un po’ sbrindellato, che colui che me lo vendette,  un missionario proveniente dall’Africa, mi assicurò fosse appartenuto alla Regina Taitù, moglie del Negus Menelik, la quale Taitù lo adoperava durante le reali cerimonie.

Poi un ombrellino bianco orlato di pizzo color crema, un delizioso ombrellino da sole, che mi assicurarono fosse appartenuto alla Regina Margherita di Savoia. Ma io non sono monarchico, e a tale ombrellino preferisco, tutto sommato, un piccolo parapioggia che mi hanno giurato sia appartenuto alla Rosetta, la più famosa prostituta, una vera bellezza!, passata dalla casa chiusa di via Rugabella a Milano intorno all’anno di grazia 1920.  

E che dire dell’ombrellino della Marilyn Monroe? Rosa, di un rosa incredibile, come la sua pelle, colore dell’alba soffusa di luce primaverile, un’alba fresca e tenera. Era di seta, lo tenevo come il più prezioso dei miei reperti, acquistato da un raccoglitore di Parigi, che mi raccontò di averlo avuto da una cameriera della diva. Passò qualche anno e lei morì, forse suicida. Quando lessi la notizia sui giornali, andai a staccare dalla rastrelliera quel gioiello. Con mani tremanti lo aprii, e sapete che accadde? Una parte della seta si staccò a brandelli dalle stecche, come carta consumata dal tempo, o distrutta da un eccessivo calore. Ne rimasi sconvolto, mi misi a piangere.

La mia collezione aumenta di giorno in giorno, e mi costa anche cara. Qualche volta mi riesce un buon colpo a poco prezzo, e qualche volta invece no.

Due mesi fa, ad esempio, di primo mattino capitai ai giardini pubblici. C’era un accattone che evidentemente aveva  passato la notte disteso sulla panchina sopra uno strato di vecchi giornali. Ora stava stiracchiandosi, poi si mise a frugare in una sua vecchia borsa di plastica. Ogni tanto si arrestava per grattarsi la schiena o fregarsi vigorosamente un occhio con il palmo della mano. Vestiva calzoni azzurri di tela che gli arrivavano appena alle caviglie e una grande giacca nera bisunta, stretta alla vita con un pezzo di corda. Aveva la barba incolta e sui lunghi capelli arruffati, di un colore tra il giallo e il grigio, portava la fodera di un berretto. Girava intorno gli occhi sospettoso, senza quasi muovere la testa. Aveva fissato, dritto sullo schienale della panchina, il manico di un grande ombrello dopo averlo aperto, allo scopo evidente di proteggersi durante la notte dalla rugiada. Era un ombrello che doveva essere stato nero, ma adesso era color cenere con macchie più scure, e qua e là dei buchi e piccoli strappi. Chissà che storia aveva quell’ombrello! Mi affascinò di colpo, sia per il colore, sia per  il manico intagliato in una radice di legno duro, rappresentante la testa di una civetta lo desiderai subito, intensamente.

Mi avvicinai all’uomo e gli rivolsi la parola con cordialità. Questo fu il mio primo errore, perché egli, non abituato a tanto, si mise subito in allarme. Lo capii da come mi fissavano i suoi occhi: sembravano quelli di un animale selvatico che si chiedesse che intenzioni avevo. Gentilmente gli domandai da dove veniva e dove fosse diretto. Mi rispose di malavoglia, a monosillabi. Ma subito dopo il suo fiuto dovette dirgli con chi aveva a che fare, perché improvvisò un piccolo show: mi volse le spalle, armeggiò un poco, poi si girò, e all’occhiello della giacca aveva una vistosa coccarda tricolore.

   «Che cos’è?», gli domandai sfoggiando un sorriso invitante alla confidenza.

   «Sono un benemerito della Patria», mi rispose con sussiego.   

   «In che senso?».

   «Guerra d’Africa».

   «Lei ha fatto la Guerra d’Africa?», incalzai interessato.

   «Proprio così: Tobruk, Giarabub…».

   «Era nell’oasi di Giarabub?».

   «Là mi sono guadagnato anche una medaglia».

Frugò nella sua borsa e tirò fuori una medaglia che sembrava d’argento, e con una spilla da balia se la appuntò al petto. Ora mi guardava dritto in faccia.

   «Perbacco, una medaglia guadagnata a Giarabub!».

   «Là c’era un sole a picco, un caldo tale che, per prepararci il pranzo, mettevamo le uova sul parapetto della trincea e in un minuto erano cotte».

   «Sode?»·

   «Ma si capisce, sode».

   «Uova di gallina?».

   «Di tutto: di gallina, di uccelli, di struzzi, di tartarughe, di lucertoloni del deserto…».

   «Anche i lucertoloni?».

   «Anche di quelli, lei non mi crede? Ma che, scherziamo?».

   «No, no, le credo, ci mancherebbe altro!».

   «Anche di coccodrillo!».

Ora esagerava, era evidente che esagerava per darsi delle arie, per impressionarmi, ma non volevo contraddirlo.

   «Lei è un tipo molto interessante», affermai. «Mi piacerebbe avere un suo souvenir, qualcosa che mi ricordi nel futuro questa nostra conoscenza».

   «Non so cosa darle», borbottò, «sono un poveraccio».

   «Qualcosa di suo personale», continuai.

   «Cosa?».

   «Quel suo ombrello», azzardai, accennando al suo vecchio arnese ancora fissato allo schienale della panchina.

   «Ah, questo no, non posso».

   «Perché?».

   «È un ricordo di Giarabub. Li vede questi buchi? Bene, sono state le fucilate degli inglesi».

   «Ma no!».

   «Come no! proprio degli inglesi!  Lei non mi crede; ma che, scherziamo? C’era un sole terribile là a Giarabub, e io, per ripararmi, sollevavo sulla trincea questo mio ombrello».

   «E gli inglesi?».

   «Diventavano matti dalla rabbia, credevano che noi italiani li volessimo sfottere».

Formidabile, fantastico! Di colpo fui preso dalla smania irresistibile di possedere quell’oggetto. In quel momento capivo come, per arrivare ad avere certe cose, si possano compiere azioni criminose.

   «Mi ceda questo suo ombrello, glielo pagherei bene», lo pregai.

   «Quanto?», fece lui cautamente.

   «Diecimila».

   «Non se ne parla neanche», ridacchiò. «Non sono alla fame. Ma che, sono alla fame?», e si alzò, prese a trafficare per slegare l’ombrello dallo schienale della panchina. Miodio, mi sfuggiva!

   «Senta», lo incalzai, «potrei anche darle ventimila lire: di più non vale, ridotto com’è, tutto buchi e strappi, col manico spezzato legato col fil di ferro».

   «Ma lei non capisce! Questo è come la bandiera di un reggimento che ha fatto la guerra: più strappi ha, e più gloriosa è!».

Mi prese l’angoscia, mi sentivo soffocare.

   «Trentamila», balbettai.

   «Faccia cinquantamila e glielo sedo».

Cercai di tirare ancora sul prezzo, ma quel furbone aveva capito con chi aveva a che fare, aveva intuito la mia debolezza, e non mi cedette l’ombrello che a cinquantamila lire.

In questi ultimi tempi poi mi è accaduto un fatto straordinario per il quale ancora adesso, ripensandoci, mi sento un po’ sconcertato.

Pioveva, era buio, ed io  come un automa sono uscito di casa, mi sono recato all’angolo tra corso Vercelli e via Giovio. Così, quasi senza rendermi conto di quanto facevo, ho alzato le braccia allargandole all’altezza della testa, mentre rimanevo immobile in mezzo al marciapiede. Passava la gente, frettolosa sotto la pioggia, senza accorgersi di me. Ad un tratto è arrivata una signora anziana, senza parapioggia, quasi rattrappita, per meglio difendersi dal maltempo. Arrivatami vicino, ha alzato il viso e mi ha guardato.

   «Si ripari sotto di me, signora: sono un ombrello», le ho detto. Quella mi ha fissato per un attimo, poi senza rispondermi ha affrettato il passo.

Così è accaduto con altri due signori, che mi hanno guardato stupiti, e si sono allontanati sotto la pioggia, senza darmi retta.

Finché è arrivata una ragazza sui vent’anni, piccoletta, vestita in modo vistoso, con un cappelluccio rotondo multicolore in testa. Sorrideva sotto l’acqua, il viso bello, ma stranamente svagato, gli occhi attoniti, i capelli che le scendevano sul viso come bionde fettucce fradice.

   «Si ripari sotto di me, signorina», l’ho invitata gentilmente.

   «Sono un ombrello».

   «Oh grazie», ha fatto lei, e s’è accostata: s’è appiccicata a me. Stava sotto il mio braccio, al riparo, proprio come sotto un ombrello. «Meno male!», ha detto, girando in su il suo grazioso visetto bagnato, «meno male», ha ripetuto fissandomi come estasiata. All’angolo di via Polibio mi ha fatto cenno che stava per lasciarmi. «Meno male che c’era lei», ha ripetuto ancora una volta, «altrimenti, con tutta questa pioggia, io mi sarei sciolta».

   «Si sarebbe sciolta?», ho domandato stupito.

   «Ma sì, io sono una torta–gelato», ha sussurrato, con un adorabile sorriso, ed è scappata via.

Bene, lo credete? Ci sono rimasto di sasso.

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