Passerà naturalmente inosservato, o quasi, il duplice anniversario di questi giorni…

IL COMUNISMO È VIVO MA PASSA INOSSERVATO


Passerà naturalmente inosservato, o quasi, il duplice anniversario di questi giorni: l’avvento del comunismo a Mosca il 7 novembre del 1917 e la caduta del Muro di Berlino(P.I.), il 9 novembre del 1989. Eppure, non ci sarebbe il mondo d’oggi senza quel doppio evento. Non ci sarebbe stato nemmeno il fascismo senza l’avvento del comunismo. E non ci sarebbe l’Unione Europea senza la caduta del Muro e quindi dell’Unione sovietica.

A giudicare invece dal racconto ufficiale, sembra che tutta la storia del passato e del presente si debba spiegare come una lotta di liberazione dal nazifascismo e dai nazionalismi. Lo ripeteva l’altro giorno per l’ennesima volta Mattarella. Non c’è anniversario attinente al fascismo e al nazismo che non venga ricordato solennemente, a volte aprendo perfino i tg come se fosse la notizia del giorno. E non c’è giorno che molta stampa italiana, oltre che la tv, non abbia qualche titolo allusivo o polemico sul fascismo tornante. Sappiamo l’effetto opposto che questa finzione ormai raccoglie: affibbiare di continuo fascismi in giro danneggia solo chi lo fa, perché la gente ha capito che è un gioco falso, in malafede, solo per squalificare a priori l’avversario. Ma mentre il fascismo dista ormai una vita dal nostro tempo, almeno 77 anni per essere precisi, accade che nel paese più popoloso del mondo, la Cina con 1miliardo e 400milioni di abitanti, ci sia un regime che si autodefinisce oggi comunista, col Partito Comunista più numeroso del mondo col suo miliardo di iscritti forzati. E il segretario e leader comunista Xi Jin Ping nel suo solenne discorso all’Assise del Partito per la sua conferma ad Autocrate della Cina comunista, ha citato 140 volte la parola comunismo e 90 volte socialismo. Ma nonostante questa continua, imponente autocertificazione, il comunismo è una parola sparita dal linguaggio dei media, in bocca solo a qualche sparuto testimone dell’antichità come Marco Rizzo. E invece è del fascismo, del nazismo, che dobbiamo ancora preoccuparci, è lì che si annida il nemico, e la minaccia. Non c’è evento, perfino l’ultima inutile marcia della pace, che non si concluda col solito Bella Ciao, di cui ci sfugge la pertinenza: chi è l’invasore fascista, è per caso Putin che viene dall’Urss e dal KGB, è per caso Zelenskij, il pupillo dell’Occidente, è per caso la Nato? Chi tra questi può ritenersi il fascista in questione contro cui fare la resistenza, armata o disarmata?

Il comunismo russo è storia del passato, anche se permane in Putin il sogno di ripristinare il vecchio impero sovietico. Ma il comunismo cinese è storia del presente, e temo del futuro, non solo del futuro asiatico, se giudichiamo l’espansione virale del modello cinese nel controllo sanitario, coercitivo e mediatico della popolazione, nella colonizzazione mercantile del mondo e negli insediamenti tecnologici nel terzo mondo.

Ma cosa resta a occidente dell’esperienza, dell’ideologia e della mentalità comunista? Molto più di quanto resti del fascismo. Ci è capitato in passato di ricordare che il nuovo PC è il Politically Correct, perché come il vecchio comunismo ha la pretesa di correggere il mondo, e di farlo con l’intolleranza e con l’ipocrisia. Ma facendo la genesi del politically correct pensavamo all’eredità del ’68 e al laboratorio liberal-radical americano.

In realtà secondo l’Enciclopedia Britannica, il politicamente corretto risalirebbe al vocabolario marxista-leninista dopo la Rivoluzione del 7 novembre del 1917 nel quale “sarebbe stato usato per indicare l’aderenza alla dottrina del Partito comunista sovietico” (si veda la ricerca di Federico Faloppa nel libro recente, peraltro pro P.C. Non si può più dire niente? Autori vari, Utet). Secondo Geoffrey Hughes pure Mao-Tse-Tung nel documento Come correggere le idee errate nel partito, presentato al IX congresso dell’Armata Rossa Cinese, nel 1929 chiedeva di intraprendere una lotta concentrata e decisa contro le idee scorrette. Chi stabilisce il canone tra chi è corretto e chi non lo è? Ma lo stesso Partito Comunista, perbacco. Che vi sia un nesso storico effettivo tra il politically correct occidentale e la correzione comunista russa e cinese, non è accertato; però che vi sia un nesso logico e ideologico è evidente.

È l’idea di correggere l’umanità, di raddrizzare gli errori e gli erranti (o di perseguitarli, fino a sopprimerli); comune è l’imposizione di un Canone artificioso. Questo è il lascito del comunismo, che si ritrova tutto nell’intolleranza ipocrita e militante del mondo radical e perfino liberal della sinistra progressista occidentale. La radice del male comunista è l’opposizione tra realtà e ideologia e la sottomissione del vero al corso prefissato, obbligato e progressivo della storia. O se preferiamo dirla in altro modo, l’eredità aberrante del comunismo ai suoi eredi impliciti ed espliciti è l’abolizione della realtà, la sua subordinazione totale e assoluta all’interpretazione che ne dà l’Intellettuale Collettivo, il Partito Principe, o lo Spirito del Progresso. Chi si oppone non ha un’altra visione della storia ma è un sabotatore, un eversivo; va messo fuori gioco perché nemico del progresso, della storia e dell’umanità.

Insomma, ricordando la duplice data novembrina della nascita e del declino del comunismo (come farò stasera a Pordenone) dovremo considerare le due pesanti eredità comuniste ancora vigenti che gravano sul mondo: il regime totalitario cinese e l’egemonia occidentale del politically correct.

Poi accendi la tv, segui i tg e i talk show, leggi i giornali ed entri nel magico mondo dei cartoni animati: ti dicono di sottosegretari con la svastica, gerarchi di Mussolini alla guida del Senato, fascisti di governo e di strada, fiumi di film e programmi sui nazi, mobilitazioni e guerre di liberazione antifascista in corso, mattarelli resistenti.

E il comunismo? Mai esistito, un’invenzione propagandistica del corrente nazifascismo.

 

 

La Verità – 9 novembre 2022 

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  • Non si può più dire niente?
  • 14 punti di vista su politicamente corretto e cancel culture 
  • UTET, 2022
  • Acquista € 16,15

Descrizione

Proposte di legge per contrastare le discriminazioni, discussioni parlamentari sui sostantivi femminili, regolamenti aziendali che sanzionano comportamenti inappropriati, circolari scolastiche su tematiche di genere, partite sospese per cori razzisti. Da tempo i temi distinti ma incrociati di politicamente corretto e cancel culture sono all’ordine del giorno, investendo la sfera privata e quella pubblica, i litigi in famiglia o tra amici e le prese di posizione su giornali cartacei, programmi televisivi, podcast, blog, riviste online e social network. Sono temi che spopolano proprio sui social, dove macinano commenti e polemiche, creando una frattura in un certo senso politicamente inedita: nella contrapposizione tra chi nega l’esistenza della cancel culture e chi si lamenta che “non si può più dire niente” non viene per forza ricalcato il dualismo classico tra sinistra e destra, o tra progressisti e conservatori. Vediamo infatti che il licenziamento di un attore o il macero di un libro innescano discussioni infuocate anche tra persone che su molti altri temi (economici, politici, sociali) sono perfettamente d’accordo. Che cosa sta succedendo? Mentre i media cavalcano il dibattito rilanciando pseudonotizie acchiappaclick su censure a Omero o Biancaneve, la contrapposizione tra i fronti si consuma per lo più in litigate pubbliche sui social o singoli interventi lanciati online o offline come una voce nel deserto, attorno a cui si rinserrano i ranghi della rispettiva fazione. Ognuno finisce sempre così per parlare ai convertiti, senza che si costruisca un dibattito che sia anche un dialogo costruttivo. Come antidoto alla polarizzazione, in questo libro si incontrano idealmente quattordici persone che non sono affatto d’accordo tra loro, ma sono disposte a sedersi a un tavolo di confronto. Ognuna ha scelto di inquadrare il tema secondo i suoi campi di interesse, le sue esperienze e professionalità: linguistica, televisione, comicità, filosofia, storia, sociologia, teatro, pedagogia, politica e quant’altro. Così, nel cercare una risposta alla domanda Non si può più dire niente?, questi quattordici punti di vista aprono inevitabilmente ad altre domande e risposte, che restituiscono complessità al nostro intricato presente. Autori: Matteo Bordone, Elisa Cuter, Federica D’Alessio, Giulio D’Antona, Federico Faloppa, Liv Ferracchiati, Vera Gheno, Jennifer Guerra, Christian Raimo, Daniele Rielli, Cinzia Sciuto, Neelam Srivastava, Laura Tonini, Raffaele Alberto Ventura.

 

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