Quando una forma grammaticale scompare, non è solo la lingua a impoverirsi: è il pensiero che perde profondità.

«Il congiuntivo perduto»

Il congiuntivo come spazio della possibilità, tra mente, parola e verità.

di Livio Cadè

Nel suo intervento Il congiuntivo perduto, Livio Cadè legge la progressiva scomparsa del congiuntivo non come un semplice scivolamento linguistico, ma come un sintomo culturale profondo. Il venir meno di questa forma verbale segnala la difficoltà contemporanea a distinguere tra fatto e possibilità, tra ciò che è accaduto e ciò che è stato solo pensato, temuto o sperato. Attraverso un percorso che intreccia etimologia, filosofia del linguaggio e riflessione antropologica, Cadè mostra come uomo e parola siano inseparabili, speculari: quando il linguaggio si appiattisce, anche l’interiorità perde rilievo. Il congiuntivo, luogo della congettura e dell’ipotesi, custodisce la tensione stessa della mente verso la verità. Abolirlo significa spezzare un legame essenziale tra i piani della realtà e rinunciare a quella strada irregolare – fatta di dubbi, attese e possibilità – su cui il pensiero autentico prende forma. (N.R.)


 

  • “Siamo un segno che non indica nulla,
  • siamo senza dolore,
  •  e abbiamo quasi perso il linguaggio in terra straniera.”

(Friedrich Hölderlin)

Un evidente segno della degenerazione dei tempi è l’attuale tendenza a limitare o ad abolire il congiuntivo. Così può toccarci di sentir dire: “credevo che mi amavi”, il che è errore grave, ma tenuto ormai in poco o nessun conto. Non vediamo che uomo e linguaggio sono speculari e che il difetto di uno si riflette nell’altro. L’interiorità dell’uomo si fa visibile nel linguaggio che ce la rivela. Il sanscrito man, pensare, è radice comune di mens, mente, e di man, uomo. L’Uomo è Parola, la realtà è Verbo, e il mondo è un discorso in attesa d’esser letto e compreso.

Leggere viene da un’antica radice leg, raccogliere, tener insieme, da cui legare e legge, adunanza di norme, ma anche logos e logica, il dare un ordine coerente alle nostre idee. Da qui anche religare, l’esser religiosi, il tendere all’unione con Dio. E unire significa congiungere. La perdita del congiuntivo spezza quindi una specifica relazione tra piani diversi della realtà, tra una dimensione indicativa e una ipotetica, tra un atto e la sua possibilità.

“Credevo” è un fatto, “che tu mi amassi” è una congettura. “Credevo che tu mi amavi” confonde due fatti che vanno invece distinti, li rende due segni di uguale natura, appiattendo quella strada fatta di aspri rilievi e di profonde buche, ossia di perplessità e supposizioni, sulla quale la mente cammina cercando la verità.

Il congiuntivo rivela dunque la natura dell’uomo, il legame tra i suoi dubbi e le sue certezze, l’ineludibile coincidentia oppositorum su cui si fonda il suo pensiero. E insieme gli indica la Via di una possibile sintesi. Giungere è infatti unire – giungere le mani – ma anche arrivare in un luogo. Congiungere è quindi il giungere insieme in un luogo e il ritrovarsi uniti. Per converso, partire è venir separati, come la madre e il bambino nel parto, diventando parti distinte di quel che prima era unito.

Congiungere è affine a coniugare, parola che si può riferire tanto ai verbi quanto alle persone. Due che si sposino, infatti, si coniugano. Una misteriosa affinità attrae tanto le parole che le persone, e le spinge ad amarsi. Coniugare significa portare uno stesso jugum, giogo, anche se qualcuno lo scambia per un gioco. Come si aggiogano buoi o cavalli per arare il terreno e ricavarne frutto, si aggiogano un uomo e una donna.

La stessa radice yug, unire, si trova in yoga, che è disciplina, sforzo teso a congiungere uomo e Dio, natura e spirito, coscienza e inconscio, caratteri solari e lunari. Il matrimonio è dunque una forma complessa di yoga, arte difficile e faticosa religatio di un sé e di un altro. Il Mito dell’Androgino suggerisce la ragione di questa temeraria impresa.

L’Uomo, immagine di Dio, si addormenta e nel sogno proietta fuori di sé l’immagine del femminile. L’essere si scinde così in due Principi opposti e complementari, convesso l’uno, destinato al penetrare e all’esser contenuto, concavo l’altro, atto a ricevere e a custodire. Il loro reciproco cercarsi ed eccitarsi produce un attrito da cui sprigiona la vita nel cosmo. Il Maschile trasmette al Femminile la propria immagine, e il Femminile nel riflettere tale immagine la contiene, ne limita l’energia espansiva affinché non divenga fallica e distruttiva.

Non bisogna però immaginare le due metà dell’Essere come essenze pure. Il simbolo del Tao ne mostra l’ambivalenza: Yang contiene in sé un elemento Yin e viceversa. Se così non fosse, le due qualità (tinture, direbbe Böhme) resterebbero estranee l’una all’altra e nulla di comune le potrebbe congiungere.

È proprio la latenza femminile dell’uomo che gli permette di reintegrarsi nell’unione con la donna, e viceversa, evitando che la loro riunificazione degeneri in un insolubile conflitto di puri opposti. L’uomo si arrende passivamente nella sensualità della donna, mentre questa attira attivamente a sé il maschile perduto e se ne riappropria. Per questo Shiva si pone sotto la sua Shakti, effigie di uno Spirito che ha immobilità cadaverica finché non lo rianima l’ebbrezza della Natura vivente.

E tuttavia questa reintegrazione non tende semplicemente all’estasi, al puro piacere, e neppure all’emergere di una verità perduta e ritrovata infine come dato oggettivo, scientifico. Ogni riunificazione degli opposti è infatti manifestazione di una vita che trascina con sé la contraddizione. Perciò v’è sempre nella sua voluttà un dolore, nella sua armonia una dissonanza, nella sua certezza un sospetto, e viceversa.

Uomo e donna non sono semplici mammiferi che si riproducono, spinti da meccanismi ormonali, ma espressioni di una tensione dialettica la cui origine affonda in un Abisso senza fondo. L’intero universo geme per la ferita della separazione e tende all’Uno. La ricerca di un Sé originario e indiviso, radice tanto dell’amore sessuale che di quello mistico – tra l’anima e Dio – è il tentativo di fuggire all’angoscia originaria prodotta dalla scissione dell’essere.

L’Androgino, separandosi, ha infatti perduto la sua immortalità, è divenuto preda dell’effimero e il tempo lo consuma. Tuttavia, congiungendosi, maschile e femminile possono divorare la temporalità ed eternare sé stessi. Dalla loro unione nascono gli infiniti mondi, il loro amplesso ripristina l’immagine adamitica di Dio e la sua eterna fecondità. Solo così, nella mistura alchemica che dissolve la dualità, l’Uomo ritrova l’integrità, la quiete, il riposo sabbatico.

Se tutto questo nasce da un sogno, si potrebbe dire, è solo un miraggio, onnipervadente e stregante Maya che nasconde agli uomini la verità ultima. Ma anche realtà e illusione sono solo i due capi di un unico filo, i membri di una relazione in cui ognuno dei due aspetti ha bisogno del suo contrario per esistere. Ed è tanto necessario che i due opposti si dividano quanto che si riuniscano.

Perciò il Mito ci mostra due segni che si indicano reciprocamente, protesi uno verso l’altro. Perché un segno non può indicare sé stesso. E per questo tra persone dello stesso sesso può esservi affetto fraterno, amicizia, sublimazione di un Eros ambiguo, ma non amore coniugale. Ogni pseudo-sessualità che contraddica quest’ordine comporta la violazione di una sintassi divina, la rottura di un nesso originario.

Vediamo allora uomo e donna che si sfuggono, isolandosi in un velleitario narcisismo. La relazione si riduce a contatto, a segno indicativo di sé medesimo, senza alcuna reale congiunzione con l’altro. Relazione dia-bolica, perché radicalizza la divisione e la cristallizza, escludendone a priori la soluzione. Capita allora che l’uomo si offra come specchio a un altro uomo, cercando di carpirne l’immagine, parodia di un miroir femminile. E non potendo per sua natura trattenerne il riflesso rimane preso in un desiderio paradossale e inestinguibile.

Così la donna che vuol essere riempita da una donna, cioè da un’altra sé stessa, resta vuota, per quanto ci si sforzi di colmare questa vacuità affettando gesti e attributi maschili. E nel comune delirio, si dice gaio ciò che è triste e si chiama famiglia ciò che non crea vincoli di sangue ma li rifiuta. Si chiama libertà o emancipazione il tentativo di liberarsi da un giogo naturale accettando una schiavitù innaturale, di sfuggire a una contraddizione feconda opponendole una contraddizione sterile.

Si recitano così posticce unioni nuziali, caricature di imenei e di virtù creative. Simulazioni cui nessun atto notarile può apportare la vita. Coniugazioni sgrammaticate, impotenti a generare, che pretendono di surrogare il linguaggio della natura creando per il proprio diletto piccoli golem, magicamente prodotti da uno stupro tecnico-scientifico. Innocenti bastardi, frutti e vittime di un adulterio metafisico, che cercheranno invano le proprie radici in una confusa Babele, dove il congiuntivo è modo obsoleto, inutile complicazione.

Livio Cadè

 

 

 

8 Commenti

  1. lellida

    13 Marzo 2026 a 20:39

    Meraviglia di un discorso magico ma essenzialmente reale come possono esserlo solo le parole.
    Purtroppo le connessioni etimologiche sono ormai roba da specialisti, quando pure lo sono.
    Grazie

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      14 Marzo 2026 a 10:07

      Cara Lellida,

      la ringrazio per il suo commento, che coglie un punto essenziale. Le parole hanno qualcosa di apparentemente fragile – suoni, segni, convenzioni – eppure custodiscono una struttura profonda del nostro modo di pensare il mondo. Quando una forma grammaticale come il congiuntivo si indebolisce, non perdiamo soltanto una regola linguistica: perdiamo uno spazio mentale in cui abitano il dubbio, la possibilità, l’ipotesi, perfino la delicatezza del non affermare troppo.

      In questo senso la lingua non è solo uno strumento per comunicare, ma anche una sorta di architettura del pensiero.

      Ha ragione anche quando osserva che le connessioni etimologiche stanno diventando terreno per specialisti. È un peccato, perché l’etimologia non è una curiosità erudita: è una piccola archeologia delle parole. Ogni termine porta con sé una storia, un viaggio di significati che attraversa secoli e culture. Riscoprirlo significa spesso comprendere meglio anche ciò che diciamo oggi, quasi senza accorgercene.

      Se il post è riuscito a suggerire questa meraviglia nascosta nel linguaggio, allora ha raggiunto il suo scopo.

      Grazie davvero per averlo condiviso. 📚

      rispondere

  2. Livio Cadè

    10 Marzo 2026 a 15:23

    La prefazione tira in ballo Lorenzo Merlo, il quale non ha nessuna colpa per quello che si dice in questo articolo.

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      10 Marzo 2026 a 16:03

      Scusa il refuso. Corretto.

      rispondere

      • Livio Cadè

        10 Marzo 2026 a 18:40

        Grazie. Però Lorenzo appare ancora una volta, più avanti: …Merlo mostra come uomo e parola siano inseparabili ecc.

        rispondere

        • Riccardo Alberto Quattrini

          11 Marzo 2026 a 10:24

          Corretto. Ho licenziato la signorina Vittoria per questi due imperdonabili refusi.

          rispondere

          • Livio Cadè

            11 Marzo 2026 a 12:21

            Era il minimo che si potesse fare. Del resto, si dice che il 70% dei lavoratori verranno sostituiti dalla AI nei prossimi anni. Chissà chi ci pagherà più le pensioni…

            rispondere

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