Hanno taciuto mentre le bombe cadevano e i bambini morivano. Ora, che l’opinione pubblica li perdonerebbe, riscoprono l’indignazione. Ma noi non dimentichiamo.

IL CORAGGIO IN SALDO: QUANDO I VIP SI SVEGLIANO

SOLO A OROLOGERIA

Mentre Gaza bruciava e i civili venivano massacrati, l’Europa applaudiva e i VIP tacevano. Ora si accodano al cambiamento, ma il loro silenzio pesa. E non sarà dimenticato.

Redazione Inchiostronero


 Il coraggio a orologeria — Le frasi del risveglio comodo

Ora che l’indignazione non costa più nulla, le voci iniziano a uscire dai rifugi dorati.
Frasi generiche, vaghe, spesso senza nomi e senza responsabilità. Ma perfette per dire: “Io l’ho detto”.
Peccato che arrivi tutto con mesi (e migliaia di morti) di ritardo.

«Impossibile restare indifferenti davanti a ciò che sta accadendo a Gaza.»
Antonella Clerici, Corriere TV, settembre 2024
🔸 E invece indifferenti lo si è stati per quasi un anno. Quando i palazzi cadevano e i bambini morivano, il silenzio era totale. Ora si può dire. Ora conviene.

«È difficile rimanere insensibili di fronte a certe immagini. Non si può restare in silenzio per sempre.»
Paola Cortellesi, dichiarazione pubblica, estate 2024
🔸 Già. Ma intanto lo si è fatto. Per mesi. E non una sola parola nei momenti in cui contava davvero.

«La sofferenza non ha bandiere. Basta con l’odio, basta con la guerra.»
Fedez, Instagram, agosto 2024
🔸 Il classico cerchiobottismo da algoritmo. Nessun nome, nessuna parte presa. Solo una frase che sembra un jingle — che non dispiace a nessuno, ma non difende nessuno.

«Stop alla violenza. Pace per tutti.»
Chiara Ferragni, Instagram story, luglio 2024
🔸 Dopo nove mesi di nulla assoluto. Un generico “peace & love” che arriva solo quando il rischio di backlash è svanito. Un tempismo da manuale di PR.

«È ora che tutti noi, anche a Hollywood, prendiamo posizione per un cessate il fuoco permanente.»
Mark Ruffalo, X, agosto 2024
🔸 Giusto. Ma dov’era la voce nei mesi in cui i morti si contavano a centinaia al giorno? Anche gli attivisti si sono fatti più cauti quando costava troppo esporsi.

«La pace non può arrivare senza giustizia.»
Dua Lipa, Instagram, settembre 2024
🔸 Una frase finalmente chiara. Ma anche qui, il tempo è sospetto. Il messaggio arriva quando l’opinione pubblica sta già cambiando. Coraggiosa? Sì, ma a giochi fatti.

E poi, in netto contrasto, c’è chi ha parlato da subito. Chi ha pagato un prezzo, ma non ha mai smesso.

«Il mio cuore è con il mio popolo. Ho vissuto mesi difficili per aver parlato, ma non posso più restare zitta.»
Bella Hadid
Una delle poche voci che si sono espresse con forza anche quando era pericoloso. Ha perso contratti, sponsor, visibilità. Ma non la dignità.

Parlare oggi è facile.
Parlare quando farlo ti mette a rischio — quello è coraggio.

Il resto è recupero d’immagine.

Ora
Solo ora.
Ora che il vento è cambiato, ora che in 600.000 sono scesi in piazza a Milano, ora che le voci si alzano da ogni parte del mondo…
Ecco che i VIP riscoprono la coscienza.
Ecco che si fanno vedere indignati, affranti, commossi.

Ma dov’erano prima?

Dov’erano sei mesi fa, quando già i dati parlavano chiaro?
Più di 35.000 morti.
Ospedali rasi al suolo.
Interi quartieri cancellati.
L’infanzia trasformata in fumo e detriti.

Tutti in silenzio.
O quasi.

Nessuna dichiarazione di Fiorello. Nessuna apertura nei salotti di Maria De Filippi.
La RAI sorvolava.
Mediaset taceva.
I grandi influencer — quelli da milioni di follower, quelli che mobilitano folle per uno shampoo o una borsa — assenti.
E chi osava parlare, anche con parole misurate, veniva bollato: “filo-Hamas”, “antisemita”, “nemico dell’Occidente”.
Un clima da maccartismo social, in cui anche il dolore doveva avere il bollino blu.

E così è nato il silenzio.
Un silenzio strategico.

Più forte delle bombe.
Più tagliente di ogni fake news.
Un silenzio che ha legittimato l’orrore.

Ma adesso, che il sangue è diventato mainstream, che “Gaza” è tornata trend topic senza far paura agli sponsor, ora sì che si può parlare.
Ora si può piangere in diretta TV.
Ora si può twittare: “Solidarietà al popolo palestinese.”
Ora che non si rischia più la cancellazione, ma l’applauso.

Un’opinione “rispettabile” si è formata.
La sinistra ha rotto il silenzio.
Una parte della stampa internazionale comincia ad ammettere l’ovvio.
Allora, eccoli.
Tornano.
Con la coscienza linda e i riflettori puntati.

Ma non è stato solo silenzio.
C’è stato anche chi ha parlato — per negare, per giustificare, per sviare.

C’è stato chi, di fronte alle immagini di bambini estratti morti dalle macerie, ha avuto il coraggio di dire:

«Sì, ma Israele ha il diritto di difendersi.»
— [ripetuto come mantra da politici e opinionisti da talk show, da Lilli Gruber a Nicola Porro]

C’è chi ha scritto:

«L’unica soluzione è radere al suolo Gaza.»
— Vittorio Sgarbi (15 ottobre 2023)

C’è chi, come Alessandro Sallusti, ha bollato come “propaganda anti-israeliana” persino i reportage delle agenzie ONU.

C’è stato Gianni Riotta, sempre pronto a usare toni sprezzanti contro chi osava anche solo chiedere un cessate il fuoco.

E poi c’è stato chi ha provato a equiparare l’occupato all’occupante, come se ci fosse una simmetria tra chi lancia razzi rudimentali e chi sgancia bombe da 1 tonnellata su ospedali e scuole.

Nessuna parola sui blocchi umanitari.
Nessuna parola sui giornalisti uccisi.
Nessuna parola sulla fame usata come arma.

E non dimentichiamoci dei “neutrali”, quelli del «non possiamo schierarci»,
mentre intere famiglie venivano cancellate dai registri anagrafici.

Una neutralità tossica, travestita da equilibrio.
Una finta imparzialità che, in realtà, è solo un altro modo per stare dalla parte del più forte.

E se in Italia il silenzio era strategia, sul piano internazionale si è trattato di vera complicità politica.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, è volata a Tel Aviv il 13 ottobre 2023, pochi giorni dopo l’attacco di Hamas, per dire — davanti al mondo intero —

«Israele ha non solo il diritto, ma il dovere di rispondere»,
senza mai citare Gaza, senza una sola parola per le vittime palestinesi già sotto bombardamento.

Joe Biden, presidente degli Stati Uniti, ha ripetuto più volte:

«Non c’è nessuna proporzione quando si tratta di difendersi dal terrore»,
e ha continuato a rifornire Israele di armi, perfino dopo che i report di Amnesty, Human Rights Watch e le stesse Nazioni Unite avevano parlato apertamente di possibili crimini di guerra.

Nessuna condanna.
Nessun limite.
Nessun richiamo formale.
Solo via libera totale, anche davanti a ospedali bombardati, a giornalisti uccisi, a bambini amputati senza anestesia.

Una politica della vista corta e della memoria selettiva.
Un’ipocrisia istituzionale travestita da diplomazia.

E ora, anche da Bruxelles e da Washington, cominciano ad arrivare flebili moniti, timide richieste di “moderazione”, di “cessate il fuoco umanitario”.

Tardi.
Vili.
Senza alcun peso morale.

Non basta indignarsi adesso.
Non basta scoprirsi sensibili quando l’indignazione è diventata accettabile.
Quando le piazze si riempiono, quando parlare non è più pericoloso, ma conveniente.

Il coraggio non si misura a giochi fatti.
Si misura quando costa qualcosa. Quando rischi di perdere follower, contratti, reputazione.
E voi, in troppi, avete scelto di tacere.

Avete scelto il silenzio mentre i palazzi crollavano.
Avete scelto l’equidistanza mentre la morte si abbatteva sempre e solo da una parte.
Avete scelto la neutralità mentre l’ingiustizia era evidente a occhio nudo.

Ora è tardi per lavarvi la coscienza con un post, una frase, una lacrima televisiva.

Noi c’eravamo.
Noi abbiamo visto.
E noi non dimentichiamo.

Non dimentichiamo il vostro silenzio.
Non dimentichiamo la vostra paura di esporsi.
Non dimentichiamo da che parte avete scelto di non stare.

 

Un racconto accusatorio

«L’URLO SUI MURI D’EUROPA»

 

La Redazione

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