Tra identità, simboli e trasformazioni sociali

«Il Corpo nell’adolescenza: una costruzione sociale in transizione»

Nell’adolescenza il corpo smette di essere soltanto materia biologica e diventa linguaggio, conflitto e ricerca di sé.

di Rita Bimbatti

L’adolescenza è il tempo in cui il corpo cambia significato: non più semplice dato naturale, ma spazio simbolico attraverso cui costruire identità, appartenenza e autonomia. Attraverso le riflessioni di David Le Breton, Alberto Melucci e Jeffrey Jensen Arnett, il saggio analizza come tatuaggi, piercing, estetiche corporee e persino condotte a rischio rappresentino forme di comunicazione e di controllo del sé in una società sempre più fluida e incerta. Il corpo adolescenziale emerge così come un laboratorio identitario permanente: una superficie su cui incidere paure, desideri e bisogni di riconoscimento, in un percorso verso l’età adulta che oggi appare più lungo, instabile e complesso che in passato. (N.R.)


Durante la fase adolescenziale, il corpo non è più solamente un dato biologico, ma diventa una vera e propria costruzione sociale, strumento per definire l’identità. La corporeità interpreta un linguaggio non verbale, simbolico, una ricerca di autonomia contrassegnata da emozioni e sentimenti conflittuali per il passaggio verso l’età adulta.

Attraverso il pensiero di Le Breton, Melucci e Arnett, si esaminerà come gli adolescenti utilizzino il loro corpo per comunicare all’esterno, dalla manipolazione estetica, alle condotte a rischio fino a nuove forme di autoaffermazione, tentativi per esercitare il controllo in una società fluida e complessa. Un laboratorio esperienziale che oggi si protrae ben oltre la maggiore età, per approdare a ruoli adulti definitivi.

Il corpo simbolico

Il sociologo e antropologo culturale francese David Le Breton, nel contesto dell’adolescenza, definisce tatuaggi e piercing profondi strumenti di riappropriazione del sé e di controllo personale, e non semplici mode e ornamenti estetici.

Queste pratiche diventano veri atti di scrittura sulla pelle, segni in cui i ragazzi dichiarano simbolicamente di essere i padroni della propria carne, del proprio corpo, che durante questa fase diventa quasi un estraneo da addomesticare.

Per Le Breton, la pelle è prova di prova di presenza al mondo. Ci consente di essere riconosciuti, nominati, identificati. Avvolge e incarna la persona, rendendola simile agli altri o differenziandola. La sua texture, il suo colore, i suoi tratti particolari, configurano un paesaggio unico. Il segno della pelle conferisce identità, ancora di più quando viene scelto.

In un contesto sociale dove i riti di passaggio tradizionali sono scomparsi, queste esperienze marcano i confini dell’Iostabilendo un confine netto tra il sé e il mondo esterno, un processo verso la differenziazione. Il corpo viene utilizzato come bozza, come strumento di comunicazione e progetto in divenire, uno spazio di espressione della propria volontà.

Ciò permette all’adolescente di riscrivere la sua personale autonomia e completare un disegno identitario: nascere a se stesso, utilizzando la fisicità attraverso scelte estetiche e modificazioni volontarie.

Il corpo relazionale

Il sociologo Alberto Melucci (1943-2001), ha offerto una prospettiva originale e profonda sul tema del corpo, non oggetto ma luogo primario della nostra esperienza nel mondo. Non contenitore isolato ma membrana permeabile dove entriamo in relazione con gli altri e con l’ambiente.

Per Melucci, l’adolescenza rappresenta il momento di massima tensione, dove il corpo è in mutamento e la relazione con l’altro è mediata da un fisico che il soggetto non sente ancora suo.

Alberto Melucci

Il corpo adolescente vive nello sguardo altrui, attraverso un processo di conferma riconoscimento e l’identità si costruisce attraverso il rimando visivo dei coetanei. Il gruppo dei pari assume un ruolo centrale nella vita di ragazzi e ragazze, dove il desiderio di essere uguali agli altri si manifesta in gesti, posture, linguaggi corporei condivisi che creano senso di appartenenza e protezione.

Gli adolescenti vivono il corpo come un paradosso: da un lato lo usano per separarsi dai genitori e affermare la propria autonomia, dall’altro lo utilizzano per fondersi con il gruppo e trovare sicurezza. Un corpo relazionale in continuo cambiamento, punto d’incontro tra la dimensione biologica interna e le pressioni sociali esterne, che costringe a rinegoziare costantemente il confine tra sé e il mondo.

Il corpo esperienziale

Lo psicologo statunitense Jeffrey Arnett è celebre per aver introdotto negli anni 2000 una nuova categoria sociologica, l’Emerging Adulthood, ovvero l’adultità emergente, per descrivere una nuova entità anagrafica in via di affermazione soprattutto nei paesi occidentali. Una nuova fase della vita collocata tra l’adolescenza e l’età adulta.

Arnett sostiene che, nelle società industrializzate contemporanee, l’ingresso nell’età adulta non sia più un evento immediato, ma un processo prolungato e denso di trasformazioni dovuto principalmente a quattro tipologie di rivoluzione sociale: quella tecnologica, dovuta al passaggio da un’economia manifatturiera a una basata sull’informazione che richiede percorsi di studio molto più lunghi; quella sessuale, dove la contraccezione ha separato il sesso dal matrimonio e dalla riproduzione, permettendo relazioni lunghe senza impegni familiari immediati; quella delle donne, dove l’ingresso nell’istruzione e nelle carriere ha posticipato l’età del matrimonio e del primo figlio, godendo così di maggior indipendenza e autonomia decisionale; quella giovanile, poiché è cambiato il modo di vedere l’età adulta.

Se un tempo era un traguardo ambito, oggi è spesso vista come la fine della libertà e del divertimento. Secondo Arnett, questa esplorazione dell’adolescente e del giovane adulto, del loro corpo, della loro libertà, serve per sperimentare versioni diverse di loro stessi. Liberi dalle gerarchie dei genitori e non ancora vincolati da responsabilità familiari, cambiano studi, impiego, partner. Nonostante le incertezze, questo è il periodo di massime speranze dove ancora si possono realizzare i propri sogni.

Il corpo sintomatico

Nella fase adolescenziale, il corpo può diventare un linguaggio d’emergenza. Quando le parole non bastano, faticano ad esprimere una difficoltà, una sofferenza, il corpo acquista la parola attraverso il sintomo. Ora analizzeremo brevemente i fenomeni dell’autolesionismo, dei Disturbi del Comportamento Alimentare e le condotte a rischio attraverso il pensiero di Le Breton, Melucci e Arnett.

Per il sociologo Le Breton, l’adolescente cerca il limite attraverso il dolore o il rischio per confermare a se stesso di essere reale. L’autolesionismo (cutting) non è un desiderio di morte, ma un tentativo di sentire il confine. Il dolore fisico sposta l’attenzione, tagliarsi è un modo per riappropriarsi di un corpo percepito come estraneo oppure anestetizzato.

Partendo da una visione antropologica, Le Breton analizza le condotte del rischio (Ordalie) come istanze generatrici di significato utilizzate dai più giovani come riti di passaggio individuale. Le sfide estreme, come la velocità, le sfide virali, le diverse droghe, sono ordalie moderne, dove l’adolescente interroga la morte per sentirsi vivo, alla ricerca di una risposta circa il senso del proprio vivere e del diritto di esistere.

Anche l’anoressia, Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA), è vista come una ricerca di purezza e controllo assoluto sul corpo, una forma di resistenza passiva alle pressioni sociali.

Per Melucci, il corpo è relazionale, dunque il sintomo è un messaggio interrotto. I DCA e l’autolesionismo sono visti come una rottura della membrana tra se stessi e l’altro. Quando la relazione con l’ambiente è assente oppure soffocante, l’adolescente attacca il corpo poiché è l’unico spazio su cui esercitare sovranità e il sintomo è una forma di resistenza contro una società performante, che trasforma ogni aspetto della vita in una prestazione da ottimizzare.

Lo psicologo Arnett osserva questi fenomeni sotto la lente dell’esplorazione e della temporanea instabilità dell’adultità emergente. I comportamenti a rischio sono legati alla ricerca di sensazioni, tipica di chi non ha ancora ruoli sociali stabili, con coniugi o figli che fungano da freno. Durante questa fase il corpo appare uno strumento di sperimentazione: per Arnett, l’autolesionismo rappresenta un segnale di fallimento nei percorsi di esplorazione, mentre i DCA descrivono una sorta di paralisi, dove il corpo impedisce il passaggio all’adultità.

Corpo reale verso corpo digitale

Nell’epoca attuale, l’utilizzo del corpo si è spostato sulla sua rappresentazione. La transizione dal corpo reale, fatto di carne, presenza fisica, limiti, al corpo digitale, rappresentato da dati, pixel, onnipresente virtualità, crea una scissione tra corpo vissuto e corpo visualizzato e rappresenta oggi la sfida sociologica più complessa per l’adolescente.

Riprendendo i tre autori precedenti, analizziamo questa smaterializzazione dell’esperienza.

Le Breton è molto critico su questo tema e parla di un’eclissi del corpo. Nel mondo reale, i presunti difetti corporei sono visti come ostacoli. Il digitale offre la tentazione di un corpo perfetto. I riti di passaggio, come i tatuaggi e i rischi, servono a sentire la pelle, mentre il digitale anestetizza: l’adolescente digitale non ha pelle; dunque, può interagire con il mondo senza il rischio del contatto fisico, ma perdendo purtroppo la profondità delle reali emozioni.

Per Melucci, il corpo è una membrana permeabile che ci mette in relazione con l’altro. Nel passaggio al digitale la membrana subisce una profonda mutazione, dove il confine tra interno ed esterno sfuma, portando ad una dilatazione del sé. Il corpo non è subito, ma costruito: l’adolescente gestisce la propria immagine per negoziare la sua accettazione nel gruppo, ma il rischio è di creare un divario incolmabile tra il sé percepito (schermo) e il sé vissuto (corpo fisico).

L’adultità emergente di Arnett trova nel digitale il laboratorio perfetto. I social media rappresentano lo spazio ideale per esplorare l’identità, dove i giovani possono testare versioni di sé diverse con rischi solo apparentemente minori rispetto al mondo reale. Il corpo digitale esaspera la caratteristica del self-focused dell’adolescente, portandolo a spendere molto tempo a riflettere e costruire la propria immagine, trasformando l’esplorazione dell’identità in un monitoraggio continuo del proprio brand personale. La facilità con cui si aprono e chiudono relazioni digitali riflette ed amplifica l’instabilità tipica di questa fase della vita, rendendo ancora più difficile il passaggio verso impegni stabili e ruoli definitivi.

Quest’analisi, indica che l’adolescente oggi viva in un doppio binario tra il corpo reale, che resta il luogo del dolore, della fame, della sessualità non mediata e il corpo digitale, che diventa il luogo della rappresentazione sociale e del successo.

Il grande pericolo è che questi due corpi non si parlino più.

La condizione di ritiro sociale estremo degli Hikikomori (fenomeno nato in Giappone negli anni Novanta, diffusosi rapidamente e ora considerato problema globale), rappresenta il punto di rottura finale tra i due corpi. L’Hikikomori non riesce a reggere la realtà, divenuta per lui insopportabile tra pressioni sociali, senso di inadeguatezza, fallimento scolastico, ed utilizza il corpo digitale come scudo per proteggere un corpo reale che percepisce come fragile e vulnerabile

Prospettive future

Il disagio degli adolescenti oggi non è una questione isolata, ma il riflesso di una società che ha reso il corpo reale troppo pesante da portare e il corpo digitale troppo facile da abitare. Risulta necessario re-immettere il corpo nella vita quotidiana, fare in modo che la pelle torni ad essere un luogo di incontro e non solo una barriera per difendersi. In pratica, creare una comunità educante che agisca in sinergia sulla realtà, non parlando di adolescenti, ma parlando con gli adolescenti. Famiglia, Scuola, Enti Locali e Associazioni, devono fornire ai ragazzi uno spazio fisico nel mondo ed implementare progetti di protagonismo giovanile per offrire loro punti di esplorazione e di approdo sicuro.

Rita Bimbatti

 

 

 

Riferimenti

  • Arnett J.J., Emerging AdulthoodThe Winding Road from the Late Teens Through the Twenties, Oxford   Univertity Press, 2014
  • Esposito V., Ritirati ma connessi. Leggere l’hikikomori come fatto sociale, Napoli, Paolo Loffredo, 2025
  • Fabbrini A., Melucci A., L’età dell’oro. Adolescenti tra sogno ed esperienza, Milano, Feltrinelli, 2017
  • Francesconi C., Piccinini C., Hikikomori: il futuro in una stanzaFrame dal territorio per una nuova comunità, Milano, Franco Angeli, 2023
  • Le Breton D., Antropologia del corpo e modernità, Milano, Giuffré, 2007
  • Le Breton D., Esperienze del dolore. Fra distruzione e rinascita, Milano, Raffaello Cortina, 2014
  • Le Breton D., Fuggire da sé. Una tentazione contemporanea, Milano, Raffaello Cortina, 2016
  • Le Breton D., La pelle e la traccia. Le ferite del sé, Roma, Meltemi, 2005
  • Le Breton D., Il tatuaggio, Madrid, Casimiro, 2017
  • Melucci A., Il gioco dell’io. Il cambiamento di sé in una società globale, Milano, Ledizioni, 2021

 

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