Quando l’alleato trascina il protettore oltre il punto di non ritorno

«Il dado è tratto: Israele comincia la guerra»

L’attacco israeliano a Teheran segna una svolta forzata e ridisegna le responsabilità di Washington

Il Simplicissimus

Di fronte alle esitazioni statunitensi su un confronto diretto con l’Iran, Israele ha scelto di forzare la mano, colpendo Teheran e costringendo di fatto Washington a inseguire una decisione non pienamente maturata. La dinamica appare chiara: sabotare ogni residua ipotesi negoziale e trasformare l’ambiguità americana in coinvolgimento operativo. Il quadro resta fluido e le reazioni iraniane imprevedibili, ma l’atto israeliano imprime un’accelerazione che rende l’escalation più probabile e la de-escalation più difficile. In questo contesto, la retorica dell’“attacco preventivo” — già ampiamente utilizzata in passato dall’Occidente — torna a fungere da cornice giustificativa per decisioni irreversibili. La vicenda mette a nudo una verità scomoda: le scelte strategiche non nascono solo da calcoli militari, ma anche da pressioni politiche, fragilità personali e rapporti di forza asimmetrici tra alleati. E mentre l’area mediorientale si avvicina a una nuova soglia di instabilità, riecheggia l’antico monito: Quos Deus perdere vult, dementat prius. Non come giudizio morale, ma come chiave per leggere l’ostinazione con cui si imboccano strade che promettono potenza e consegnano caos (N.R.)


Come si poteva immaginare, di fronte alle titubanze di Washington riguardo a un attacco all’Iran, Israele ha forzato la mano e ha lanciato alcuni missili su Teheran, costringendo gli Usa a seguirla.  La situazione è ancora confusa, ma sembra proprio che Netanyahu abbia voluto esplicitamente sabotare qualsiasi colloquio di pace e spingere gli Stati Uniti ad attuare la delirante operazione militare che Trump stava preparando, salvo accorgersi in ritardo dei pericoli che essa presenta per la sua presidenza. Non è ancora possibile sapere se e come l’Iran risponderà a questa provocazione, ma una cosa è certa: “Quos Deus perdere vult, dementat prius”, Dio toglie la ragione a chi vuole rovinare. Netanyahu e le lobby sioniste che di fatto tengono per le palle la Casa Binaca, magari anche grazie ai file Epstein, hanno pienamente sfruttato le debolezze caratteriali di Trump per indurlo prima in tentazione e poi coinvolgerlo nelle decisioni irrevocabili. che prendono in questo caso lo sfacciato aspetto di “attacco preventivo”, come del resto molte delle operazioni occidentali.

In questo caso non c’è stato bisogno di pressare eccessivamente il presidente, già di per sé intriso di quella demenziale sub cultura evangelico – sionista che pervade l’America ed è un prodotto tipico della pressione mediatica: è bastato semplicemente dargli il maggiore spazio possibile, vellicarne il narcisismo patologico, secondarne la tracotanza, lasciarlo in balia di se stesso e della propria sicumera. sfruttare la sua scarsa conoscenza del resto del mondo e la stupidità dei suoi consigliori, per portarlo al punto di non ritorno. Ovvero a quello in cui rischia la carica, ma soprattutto la funzione storica che immodestamente si attribuisce. E qui mi sento proprio di poter esprimere un’idea che mi sono fatto da qualche giorno. La premessa è che tutti sanno come l’Iran, proprio nella sua legge fondamentale, respinga l’idea stessa dell’arma atomica, e tutti sanno grazie all’Aiea l’organismo internazionale per l’energia atomica, ma di fatto un manichino del Washington consensus, che l’Iran dispone al massimo di modestissime quantità di uranio arricchito al 60 per cento, quindi molto lontano dal poter essere utilizzato per un’arma atomica. Tutti, anche i più imbecilli, si rendono conto che da quasi trent’anni si dice che l’Iran sia a un millimetro dalla costruzione della bomba, senza che mai questa possibilità si sia concretata, benché Teheran abbia avuto tutto il tempo e le possibilità tecnologiche per realizzarla. Insomma che si tratta di una insensata commedia messa in piedi da Israele e dai suoi amici sul Potomac che può essere creduta solo dal vasto, tentacolare quoziente zero a cui decenni di televisione e di addestramento al nulla ci hanno portato.

L’accelerazione delle ostilità, che è diventata folle da quando Trump è arrivato per la seconda volta alla Casa Bianca, non trova dunque grandi giustificazioni reali e si presenta come una tragica farsa, di quelle che hanno accompagnato gli ultimi trent’anni. Il fatto è che il governo sionista di Israele, il mondo della governance reale e dei milieu politici, entusiasti o ricattati che siano, riuscendo persino a sopportare, anzi giustificare la vergogna di Gaza. stanno conducendo quello che si chiama un gioco win -win, ossia un gioco nel quale si vince qualsiasi siano le soluzioni: se le cose vanno bene Tel Aviv si libererà del suo arcinemico iraniano che è un bell’ostacolo verso la colonizzazione forzata e armata del Medio Oriente col seguito delle pulizie etniche che possiamo immaginare, ma se vanno male manderanno a picco Trump e dunque un personaggio molto scomodo per le parole d’ordine del globalismo. Tutto sembra prendere questa piega e non credo che occorra aspettare molto a lungo per vedere quali saranno gli esiti finali. che purtroppo possono anche comprendere un conflitto atomico generalizzato: basta un piccolo errore per generare la catastrofe.

Redazione

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«QUANDO DIO TACE»

Una lettura laica dei testi biblici nei momenti in cui il silenzio divino espone l’uomo a …