Il tema del deserto è presente in molte tradizioni letterarie

IL DESERTO CRESCE. PIANTARE ALBERI

PER UN’ALTRA GENERAZIONE


È celebre, nel libro quarto di Così parlò Zarathustra di Nietzsche, l’incipit –che è anche la conclusione – del discorso sollecitato dal Viandante – ombra di Zarathustra – rivolto alle figlie del deserto, Duda e Suleika: il deserto cresce, guai a chi in sé cela deserti. Nessun deserto è più arido di quello della morte di Dio e dello Spirito.

Il tema del deserto è presente in molte tradizioni letterarie. Per Giuseppe Ungaretti, ad esempio, italiano nato e cresciuto in Egitto, il deserto – ai cui margini sorgeva la sua casa di bambino – nella duplice dimensione fisica e spirituale richiama il sentimento del nulla. Per Nietzsche è – tra le altre cose – una metafora di quella cancellazione, di quell’arsura morale di cui fu banditore e vittima.

Al contrario, gli alberi rappresentano da sempre il senso dell’identità, il radicamento, la volontà di attraversare e trascendere le generazioni, lasciare traccia oltre il breve transito di ciascuna esistenza umana. Perciò il rogo e la distruzione degli alberi  – ed il deserto che ne consegue – destano tanta impressione. Il fuoco, nell’immaginario greco, era uno degli elementi dell’ archè, la forza primigenia da cui tutto proviene e a cui tutto è destinato a tornare. Prometeo – “colui che riflette prima” – ruba il fuoco agli dei per offrirlo agli uomini: la vendetta di Zeus è terribile, lo fa incatenare sul più alto del monte e ordina che un’aquila ogni notte gli squarci il petto e gli dilani il fegato.

Prometeo e l’aquila che gli divora il fegato – Olio su tela di Jacob Jordaens (circa 1640), Walleaf-Richartz Museum di Colonia (Germania).

La relazione dell’uomo con il fuoco è sempre stata ambivalente: la fiamma scalda ma distrugge, illumina ma lascia dietro di sé rovine e deserti. Pensavamo al mito, al fuoco e al deserto che cresce – materialmente e spiritualmente – osservando le immagini dei roghi che stanno devastando pezzi importanti dell’Italia. Il fuoco distrugge vaste aree boschive e insieme il lavoro dell’uomo, le sue case, le sue coltivazioni, il paesaggio, l’ambiente e la comunità che ha tenacemente, pazientemente costruito con il lavoro di generazioni.

Nell’immaginario popolare ligure, terra aspra strappata palmo a palmo ai dirupi e agli scogli, i contadini di una volta piantavano ulivi alla nascita di un nuovo membro della comunità.  Il seme prezioso veniva racchiuso nella terra, custodito e innaffiato affinché diventasse patrimonio della generazione successiva. Lunga è infatti la crescita dell’ulivo, lontano il momento in cui darà il suo frutto. Cicerone invitava – significativamente nel De Senectute (La vecchiaia) – a piantare alberi destinati a un’altra generazione. Serit arbores, quae alteri saeclo prosint. Pianta alberi che gioveranno in un altro tempo. Sull’altra sponda del Mediterraneo uguale metafora riguarda il dattero, i cui dolci frutti non assaggerà chi l’ha messo a dimora.

Piantare alberi significa andare oltre, credere nel futuro al di là di se stessi; la continuità nel sangue, nei miti, principi, valori, tradizioni della nostra gente. Idee senza parole, scolpite nel cuore in uno stato di natura e di latenza. Se occorre richiamarle, evocarne la suggestione e la forza, è perché sono in pericolo e se ne è perduto il radicamento. Smarrita la radice, che cosa resta della persona, se non appartiene più ad alcuna comunità naturale, politica o di sentimenti? Questo pensavamo – strana associazione di idee – alle immagini dei roghi che hanno costretto a sgomberare un paese intero – Cinigiano in Maremma – stanno riducendo in cenere il bosco che circonda Isernia, hanno mandato in fumo l’aspra vegetazione del Carso sino alla Slovenia. Il fuoco, il deserto, non conoscono confini, neppure quelli della terra “dura e buona” che Scipio Slataper cantò in scintillante prosa poetica.

“Carso, che sei duro e buono! Non hai riposo, e stai nudo al ghiaccio e all’agosto, mio carso, rotto e affannoso verso una linea di montagne per correre a una meta; ma le montagne si frantumano, la valle si rinchiude, il torrente sparisce nel suolo. Tutta l’acqua s’inabissa nelle tue spaccature; e il lichene secco ingrigia sulla roccia bianca, gli occhi vacillano nell’inferno d’agosto. Ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi. Per questo il suo latte è sano e il suo miele odoroso. Disteso sul tuo grembo io sento lontanar nel profondo l’acqua raccolta dai tuoi abissi, una sola acqua, e fresca, che porta la tua giovane salute al mare e alla città.”

Radici.

Quanto tempo ci vorrà perché torni quel paesaggio ventoso in cui le acque si inabissano e risorgono più a valle in un prodigio della natura. Anni fa, assistemmo dal finestrino di un treno bloccato per motivi di sicurezza al rogo – che risultò doloso – di una splendida collina dietro la ferrovia, a ridosso della città di Sestri Levante. Impressionante l’azione del fuoco, di un rosso brunito, che inghiottiva in un baleno la macchia mediterranea, le case e gli orti degli uomini. L’odore acre, la polvere e il fumo facevano male al corpo, agli occhi e all’anima, come lo spettacolo della natura che si riprendeva in un attimo quel che era cresciuto sotto lo sguardo attivo delle generazioni.

Giorni dopo, a fiamme spente e a fumo diradato, potemmo osservare il grigio quasi uniforme della montagna pelata. Oggi la natura sta prendendo la sua muta rivincita, aiutata dalla testardaggine degli uomini, ma nella verde collina di ieri prevale ancora un che di brughiera, un colore malsano, quasi innaturale, mentre nuovi alberi crescono. Disse qualcuno che grande è il rumore dell’albero che cade, silenzioso il lavoro della foresta che cresce. Intanto, avanza il deserto dentro e attorno a noi.

Tuttavia non lo sappiamo né vogliamo osservare con gli occhi del cuore. Non distinguiamo più simboli e segnali, viviamo come viandanti casuali che guardano senza vedere. Nell’estate dei roghi e della siccità malediciamo noi stessi perché la narrazione ufficiale attribuisce la responsabilità di tutto – roghi, temperature, scarsità di precipitazioni – all’ azione dell’homo sapiens diventato homo deus in un delirio di onnipotenza parallelo alla volontà di cancellazione della civiltà e dell’eredità. Vi è una parte di verità, ma sorprende la facilità con cui siamo passati dal fatalismo (il freddo e il caldo vengono sempre, ripetevano i nostri vecchi) alla condanna di noi stessi.

Eppure, il simbolo preferito della barbarie è stato sempre il fuoco, mentre il simbolo principe della civiltà è l’acqua. Nell’anno 2022 dell’uomo che si chiamò Dio, figlio di Dio e figlio dell’Uomo, dilaga il fuoco e manca l’acqua. Il seme del contadino ha bisogno di acqua, la vita di uomini e animali è scandita dalla legge dell’acqua. Un sociologo studioso delle civiltà, Karl August Wittfogel, formulò addirittura, ne Il dispotismo orientale, la “teoria idraulica” sulla genesi delle società asiatiche. Le forme di governo e la struttura della proprietà, nello spazio storico che abbraccia la “mezzaluna fertile”, l’India e l’Estremo Oriente, sarebbero state determinate dalla necessità di realizzare opere gigantesche per l’irrigazione e lo sfruttamento del suolo.

Dai tempi più remoti, i popoli meridionali si riunivano in uno spazio aperto che diventava piazza, attorno a una sorgente o a una fontana. I popoli nordici lo facevano attorno al fuoco, la luce. Ciascuno assumeva come simbolo comunitario ciò di cui aveva più necessità e carenza. Quando l’uomo anela a sottrarsi alla barbarie primigenia, scava pozzi, costruisce acquedotti, battezza con acqua i suoi figli. L’ultimo ad affrontare questi temi e restituire vita a questi simboli ancestrali fu il poeta della terra desolata, Thomas S. Eliot. Alcuni componimenti del suo poema hanno per titolo Il sermone del fuoco, La morte per acqua, Cosa disse il tuono.

Un secolo dopo, non sappiamo più vedere né ascoltare; quando l’uomo brama di rigettarsi nella braccia della barbarie – tentazione ricorrente che il tempo nostro sta pericolosamente abbordando – danza attorno al fuoco, brucia la polvere, incendia una montagna. Nella terra bruciata c’è sempre una distruzione, una decostruzione perseguita di civiltà, un arretramento verso la barbarie. Il fuoco acceca e il fumo non fa distinguere cosa da cosa, bene da male.

Nella quotidianità sono insufficienti gli aerei che gettano acqua – la vita, la nemica del deserto – sugli incendi; abbondano le forniture di armi per altri fuochi, quelli dei bombardamenti e delle rovine. Attorno, arde la nostra terra, sfuma il nostro lavoro, il paesaggio e la civiltà. La siccità prosciuga i fiumi e dissecca le sorgenti; il vero dramma non è la mancanza di pioggia, ma l’enorme, colpevole dispersione dell’acqua captata e distribuita, un terzo della quale non raggiunge i rubinetti per perdite, carenza manutentiva e abusivismi più o meno criminali. Un rivolo in più nel gran fiume del degrado del Belpaese (Bel Paese), che resta soltanto il nome di un formaggio.

Dismessa la limpida chiarezza dei cieli, ci illumina solo un fuoco d’inferno. Quando un albero brucia, è come il martirio di un parente sull’altare capovolto della barbarie. Niente come l’albero illustra le aspirazioni di una vita piena: le radici affondate nella terra, il tronco forte e robusto, i rami desiderosi del cielo, i frutti fecondi e saporiti. Tutte le civiltà degne di questo nome hanno visto nell’albero l’asse del mondo. Nella civiltà che abbiamo abiurato il primo Albero della Vita era al centro del Paradiso, il secondo al centro del Calvario e dell’esistenza umana.

Opposta al significato dell’albero come axis mundi c’è la visione barbarica che fa dell’albero un oggetto di adorazione o di avidità. Perfino di basso elettoralismo per ambientalismo con annessa aria condizionata: Berlusconi pone nel programma di governo la piantumazione di un milione di piante all’anno. Bene, ma nel frattempo incendi e siccità ci divorano e le città sono il nuovo habitat dei cinghiali, presto promossi ad animali da compagnia.

Così è nella nostra epoca barbarica, in cui le foreste possono essere adorate da postborghesi di città con pruriti ecologisti che nella loro estatica adorazione le vogliono selvagge, ignari che dove non ci sono capre da pascolare o contadini che ripuliscono il sottobosco avanzante, le foreste finiscono per bruciare come esche di piromani. Così l’adorazione astratta del Wilderness alla moda dei signorini con pretese ambientaliste si allea paradossalmente con l’avidità di gente senza scrupoli che vuole la foresta bruciata perché sta cercando di ottenere una riclassificazione dei terreni per costruire case “sostenibili” o per installare un parco eolico sovvenzionato.

Con le foreste, bruciano anche le discussioni bizantine sul perché degli incendi, utili solo ad alimentare il fuoco di dispute senza fine della clasa discutidora, la fulminante definizione di borghesia di José Donoso Cortés. Azzardiamo un’eresia che forse non è tale: perché le foreste smettano di bruciare, è necessario tornare alla civiltà. Una civiltà che esige che si coltivi e si ami la terra, che ci si radichi in essa come fanno gli alberi. Piantati nella terra, in quella patria concreta che i vandeani controrivoluzionari sentivano viva sotto i piedi, chissà, il fuoco infernale smetterà di illuminarci, l’acqua tornerà a dissetarci e ad irrigare terreni e anime. Pianteremo nuovamente alberi per un’altra generazione: estinzione o rinascita.È il tempo della decisione, come sapeva Oswald Spengler: “l’unica cosa che promette la saldezza dell’avvenire è il retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue. Idee senza parole”.

Roberto Pecchioli

 

 

 

 

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