Cinema e mutazioni del lavoro

«Il Diavolo Veste Prada 2 è la quintessenza della società della performance?»

Il ritorno di Andy Sachs racconta un mondo dominato da competizione, immagine e ricerca incessante della prestazione.

di Simone Frezzato

A vent’anni dal primo film, Il Diavolo Veste Prada 2 diventa lo specchio di una società sempre più orientata alla performance. Tra social network, crisi del giornalismo, culto della competenza e paura del burnout, il nuovo capitolo della vicenda di Andy Sachs offre l’occasione per riflettere sul rapporto tra successo, identità e spettacolarizzazione della vita contemporanea. Un’analisi che intreccia lavoro, cultura digitale e pressione a «dover essere sempre all’altezza» in una società dove la prestazione sembra essere diventata il principale criterio di valore. (N.R.)


Il Diavolo Veste Prada 2 è uno dei fenomeni culturali del momento. Nei cinema italiani dal 29 aprile 2026, il sequel de “Il Diavolo veste Prada” è la quintessenza della società della performance.

Il primo capitolo del film americano “Il Diavolo Veste Prada” aveva tra le protagoniste una giovanissima Andy Sachs – poco più che ventenne e laureata in Lettere con indirizzo Giornalismo – alla ricerca di un impiego “trampolino di lancio”: nel 2006 Andy, interpretata dall’attrice statunitense Anne Hathaway, entrava nella redazione di Runway come stagista alle dipendenze di una capa aziendale con una forte leadership autoritaria. “The boss” in questione era Miranda Priestly – interpretata dall’attrice Meryl Streep -, una perfida direttrice 56enne con esperienza nel campo della moda. E nella moda, la performance partiva dal modo di vestirsi.

Indice

  • La società della performance: mondo digitale e competizione per “resistere”
  • La Andy con “expertise” (competenza) nel lavoro e la rinuncia alla sindrome da burnout
  • Società della performance, ma anche società dello spettacolo
  • Le performance sul lavoro oggi
  • Riferimenti

La società della performance: mondo digitale e competizione per “resistere”

(Primo paragrafo) Vent’anni dopo, ecco che “Il Diavolo Veste Prada 2” diventa un’opera cinematografica immersa in un 2026 caratterizzato dal mondo digitale e dalle piattaforme social “bombardate” da meme, GIF e reel in uno scrolling infinito da parte di milioni di utenti. I contenuti promossi sui social sono anche frutto del lavoro di personale qualificato. Ma il giornalismo – il grande sogno di Andy Sachs, ora poco più che quarantenne – è in crisi. Scopriamo che la ricerca del proprio successo per Andy si fa – di nuovo – difficile in un mondo basato sulla competizione.

Torniamo ad Andy/Anne. Una ex stagista (vent’anni fa), ora è una brillante giornalista d’inchieste che – mentre riceve un premio sul palco davanti a un pubblico di colleghi – viene licenziata via SMS o via WhatsApp con una breve notifica che appare sullo schermo nero del proprio cellulare, a causa di tagli organici dettati da “ridimensionamento aziendale”.

È il momento di reinventare il proprio lavoro, la propria professione / prestazione? O semplicemente il momento di rimettersi faccia a faccia con una certa Miranda/Meryl? Infatti “un grande futuro dietro di noi” (citando il titolo di un libro del politologo Giuliano da Empoli, scritto nel 1996) è quello che da lì a molto breve spetterà ad Andrea Sachs (Andy), che diventerà la nuova Features Editor di Runway. La giornalista Andy sarà alle prese con il risollevamento d’immagine del magazine di moda Runway, che- a distanza di anni – ora, oltre alla versione cartacea, necessita del supporto del digitale e dei social media.

La Andy con “expertise” (competenza) nel lavoro e la rinuncia alla sindrome da burnout

Ormai Andy ha i “nervi saldi” da performance. È una donna che non va mai in burnout. O almeno regge benissimo lo stress, a differenza di molti giovani choosy – esigenti e schizzinosi – per le esigenze espresse dal mercato del lavoro (e dai ritmi dei capi, di chi fa “il boss”).

Ormai Andy è una donna che ha saputo raccogliere i cocci rotti della gavetta a Runway e, senza burnout (assenza di esaurimento nervoso), torna dopo 20 anni nella stessa Runway (il modo lo scopri nel film). Sembra che Andy riesca a sopportare – tollerare – un ambiente di lavoro che alla maggioranza della Gen Z (i nati tra il 1996 e il 2012) appare tossico, proprio per i ritmi richiesti e il modo di trattare i dipendenti stessi. La Gen Z si è ribellata al sistema. Nel 2006 Miranda lanciava il suo cappotto addosso alle stagiste; invece, nel 2026 questo comportamento non è più ammesso. “Si sono lamentati dalle risorse umane” si apprende nel sequel.

Gli spettatori del film “Il Diavolo Veste Prada 2” possono notare la precarietà della vita privata nell’identità di una donna in carriera nel giornalismo: la vita professionale “a tutti i costi” perseguita da Andy porta alla scelta quasi politica (in corrispondenza del calo demografico in diversi Paesi dell’Occidente, compresa l’Italia) di congelare i suoi ovuli per posticipare l’opportunità di diventare madre, eventualmente oltre il proprio tempo biologico.

Società della performance, ma anche società dello spettacolo

La prestazione/performance nel mondo del lavoro – quello raccontato nel film “Il Diavolo Veste Prada 2” – ha un prezzo molto alto: il lavoro è come una missione verso il miglioramento / perfezionamento di sé stessi (empowerment professionale) e le due donne protagoniste, Andy e Miranda, sacrificano gli affetti per raggiungere i loro obiettivi. Sono due individui femminili in una società basata sul modello sociale e politico neoliberale e l’empowerment è la proposta a questo stesso modello, nel quale né pause né tempi morti sono concessi (F. Chicci e A. Simone, 2017)

Tuttavia, nel pubblico in sala cinema, c’è chi – ingenuamente – potrebbe aver provato invidia per le protagoniste della moda, del lusso, dello stare sempre sotto i riflettori (o vicino a essi) per la propria influenza mediatica e di business. Ma tutto ha un prezzo!

Il pubblico è uno di quegli elementi da collegare al regime della visibilità e della performance attingendo alla società dello spettacolo – analizzata dal filosofo francese Guy Debord nel 1979 – e agli impulsi offerti dalle nuove tecnologie, secondo Simoncini (2016). Il pubblico passivo (nel guardare le sfilate di moda e nello scrolling di vestiti nei social sui dispositivi come il cellulare) percepisce l’illusione del consumo. Ma dietro quelle illusioni c’è una grandiosa macchina organizzativa fatta di persone, a partire da chi ne è leader. Leader da invidiare, secondo uno sguardo superficiale e passivo. Ma estremamente fragili nella realtà privata.

Le performance sul lavoro oggi

È verso il finale del film che abbiamo l’ennesima rivelazione dei sacrifici imposti da una ricerca della propria identità professionale “a tutti i costi”. Lamillennial Andy Sachs (rappresentante di quella generazione nata dagli inizi degli anni ’80 e che si è “affacciata” sul mercato del lavoro dall’inizio del nuovo millennio, il XXI secolo) ha acquisito l’“identità runwayiana” (ndr), che combacia perfettamente con un mix di motti come “il mio lavoro è tutto”, “amo tutto del mio lavoro” o “il mio lavoro è troppo importante”, appartenenti e riecheggianti nell’interiorità sia di se stessa sia di quella della sua capa boomer (chi è nata tra il 1945 e il 1964) Miranda Priestly.

Due personalità e due vite si sono incontrate di nuovo. Stavolta il “patto col diavolo” (ndr) non si è rotto. Forse. E sarà la Gen Z a dover riscrivere il modo di stare e di performare sul lavoro, magari con una capacità di bilanciare meglio vita professionale e vita privata.

In conclusione, il film “Il Diavolo Veste Prada 2” può essere analizzato come un avvertimento – a livello sociologico – sul rischio della performance, ossia una “formula di legittimazione del dilagare di un’idea di creatività tarata solo sul valore economico e su un’idea di comunicazione senza significazione, ovvero incapace di depositare senso sociale” (F. Chicchi e A. Simone, 2017).

Le risorse umane hanno ancora un potere. Chi lavora e produce – compresi gli abiti di alta moda e gli articoli di giornale – è forgiato da attori sociali che gestiscono il personale. L’HR Management dovrà ri-orientare il capitalismo neoliberista e la società neoliberale della prestazione. Questa è la sfida. E questa battaglia culturale parte dal ridefinire i confini tra vita privata e vita lavorativa. Ridefinire i confini della performance. E la critica sociale al mondo del lavoro in Occidente è apparsa proprio in un film americano che mischia commedia e drammaticità: “Il Diavolo Veste Prada 2”.

Simone Frezzato

 

 

 

Riferimenti

  • Chicchi e A. Simone, La società della prestazione, Roma, Ediesse, 2017.
  • da Empoli, Un grande futuro dietro di noi. I giovani e la crisi italiana, Venezia, Marsilio, 1996.
  • Ernaux, Gli Anni, L’Orma, 2015.
  • Debord, La società dello spettacolo, Baldini&Castoldi, Milano (La société du spectacle, Editions Gallimard, Paris, 1992).
  • Simoncini, Spettacolo. Vecchi e nuovi scenari dello spettacolo, in S. Cingari, A. Simoncini (a cura di), Lessico post-democratico, Perugia Stranieri University Press, Perugia, 2016

 

 

Simone Frezzato.
Simone Frezzato Laureato in Sociologia a Forlì nel 2017, sono appassionato di notizie culturali e sociali, di fotografia, di psicologia e di marketing.

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