Oggi siamo attanagliati dalla stanchezza: anche il semplice pensare è divenuto tedioso per chi non vede più l’orizzonte innanzi a sé, per chi non sa più cosa sia lo slancio e la vertigine

L’Angelo del dolore. «O tempo! Sospendi il tuo volo, e voi, ore propizie sospendete il vostro corso, lasciateci assaporare le brevi delizie dei nostri giorni migliori!» (Alphonse de Lamartine 1790-1869)

“La vista dell’uomo rende ormai stanchi – che cos’altro è oggi nichilismo, se non è questo?… Noi siamo stanchi dell’uomo…”, scriveva Nietzsche nell’estate del 1887, in una

caricatura di Friedrich Nietzsche

delle sue opere capitali, Genealogia della morale(L.C.). Queste parole sono oggi più attuali che mai, e ci risuonano fin troppo familiari: si presentano a noi – uomini del ventunesimo secolo – come un ospite atteso e conosciuto. Non è forse la stanchezza il sentimento dominante del nostro tempo? Oggi siamo attanagliati dalla stanchezza: anche il semplice pensare è divenuto tedioso per chi non vede più l’orizzonte innanzi a sé, per chi non sa più cosa sia lo

La Fantasmagoria e le lanterne della Paura

slancio e la vertigine.

L’orizzonte si va riducendo, fino a scomparire: oltre lo spazio del nostro vivere quotidiano non vediamo nulla. Viviamo in un presente che si ripete uguale; il flusso di immagini che ci circonda varia ad ogni istante − simile a una fantasmagoria − ma in fondo ripete un unico, ossessivo leitmotiv: non ci sono alternative, questa è l’unica realtà, da qui non si esce. È questa la ragione per cui in Occidente non si generano più figli: non si crede nella vita, non si spera nel futuro − il futuro non esiste, è scomparso. Vi è solo un’attualità permanente, con le sue previsioni statistiche, le sue cifre, i suoi bollettini. Viviamo in un mondo spettrale, sempre più dematerializzato, saturo di segni ma vuoto di significati: si guarda per non vedere, si parla per non dire. Questa stanchezza assume naturalmente anche il tono della disperazione, perché un’umanità che non crede più a nulla non è in grado di sperare: la disperazione paralizza l’immaginazione, e ci impedisce di concepire una realtà diversa.

La disperazione per certi versi è addirittura un lusso, e non tutti possono permettersela: coloro che veramente hanno motivo di disperare, sono spesso talmente poveri che non hanno nemmeno il tempo e l’energia per lasciarsi prendere dallo sconforto, occupati come sono nella mera lotta per la sopravvivenza. La disperazione è inoltre quanto di più funzionale ai piani del nemico, ovvero alle forze della sovversione. Il nemico ci vuole disperati, perché un uomo disperato è pronto ad accettare qualsiasi prigionia: quando un uomo si convince che quello che lo circonda è irrevocabile, il potere si scatena e accresce a dismisura la sua ferocia. Il nemico vuole farci credere che la nostra vita si riduca al semplice arco dell’esistenza terrena; che la nostra patria sia lo spazio angusto che ci circonda; che l’unica realtà sia quella percepita dai nostri sensi. Il nemico ci ripete che non c’è scampo, e lo ripete di continuo, in maniera incessante. Eppure mai come ora bisognerebbe pensare fuori dal tempo, e non secondo il proprio tempo.

Mai come oggi c’è bisogno di recuperare l’anelito al trascendente, quella vertigine e quello slancio che donano senso alle nostre vite. Certo, il relativo possiede un suo grado di realtà, ma non bisogna dimenticare che esso è la manifestazione di qualcosa di incondizionato – qualcosa che è al di fuori del tempo − così come il movimento scaturisce da ciò che è immobile, e la parola da ciò che è silenzioso. Se le nostre attenzioni sono rivolte esclusivamente a ciò che è relativo e transitorio (e tutto al cospetto dell’Assoluto è relativo e transitorio), noi resteremo prigionieri del tempo, e dunque della morte. Non dovremmo mai dimenticare – come ci ricordano Platone [l’uomo è soltanto un giocattolo nelle mani degli dei, deve, dunque, seguendo quella natura e giocando i giochi più belli, vivere la sua vita, non è dunque un giocatore che possa sedersi al loro tavolo proprio all’inverso di come fa ora (ndr)] e Rūmī – che siamo giocattoli nelle mani di Dio: a Lui apparteniamo, a Lui spetta l’ultima parola. E per quanto feroce sia il potere che ci domina, dobbiamo essere coscienti che anch’esso − sia pur inconsciamente − non è che uno strumento nelle mani di Dio, e non fa che collaborare al Suo disegno: questo potere ha avuto un inizio, e di conseguenza avrà una fine. Perciò la disperazione non deve albergare nei nostri cuori, perché il rivolgimento è sempre possibile, ad ogni istante la vita promette un nuovo inizio, e di là da ogni inverno freme e urge un’eterna primavera.  

Dovremmo ripetere a noi stessi, ogni giorno, quel “Denn alles ist gut” che Hölderlin afferma in una delle sue poesie più alte, Patmos: “Poiché tutto è bene”, ci dice colui che

Friedrich Hölderlin ritratto dall’amico Franz Karl Hiemer, 1792

aveva tutte le ragioni per farsi vincere dalla disperazione, eppure non smetteva di attendere e cantare l’aurora. Per chi vede le cose dal punto di vista dell’eternità, il tempo diviene illusorio: questa notte che avvolge il mondo non è infinita, non è irrevocabile. Per un credente non vi è peccato maggiore della disperazione: disperare significa credere che Dio abbia dei limiti, che l’Infinito sia finito; e invece per Dio nulla è impossibile, e non vi è nessuna oscurità che Lui non possa squarciare con i Suoi raggi. Bisogna rivolgere il nostro sguardo alle cose che restano, non a quelle che svaniscono: è qui che si vede la nobiltà di un uomo, perché noi siamo e diventiamo quello che amiamo. Solo così il fuoco − invece che bruciare − diviene qualcosa che purifica, che ci libera dalle scorie. Solo così le ferite si trasformano in fenditure, in soglie per sfuggire alla tirannia del divenire.

Il dolore ci può abbattere o ci può innalzare, può essere una degradazione o una processione regale: siamo noi a decidere, qui e ora. E diventeremo uomini liberi – non più schiavi del nostro tempo − quando potremo ripetere, con Hölderlin,

“alla fine tutto è bene, ed ogni lutto è soltanto la via che conduce a una vera e santa gioia.”

Flavio Ferraro 

 

Fonte: Il Pensiero Forte del 25 Novembre 2020

Libri Citati

  • Genealogia della morale. Uno scritto polemico
  • Friedrich Nietzsche
  • Traduttore: Ferruccio Masini
  • Editore: Adelphi
  • Collana: Piccola biblioteca Adelphi
  • Edizione: 13
  • Anno edizione: 1984
  • In commercio dal: 18 giugno 1984
  • Tipo: Libro universitario
  • Pagine: XX-172 p., Brossura
  • EAN: 9788845905889  Acquista. € 10,20

Descrizione

Opera filosofica scritta e pubblicata nel 1887. Scritta con l’intenzione di accentuare la portata di “Di là dal bene e dal male” è composta di tre saggi, intitolati: “Buono e malvagio, buono e cattivo“, “Colpa, cattiva coscienza e affini“, “Che cosa significano gli ideali scettici?“. Nel primo N. tratta dell’essenza e dell’origine del Cristianesimo; nel secondo la coscienza è riconosciuta non come la voce di Dio nell’uomo, ma come l’istinto della crudeltà che si ripiega su se stesso dopo che non ha potuto sfogarsi esteriormente. Nel terzo N. trova la spiegazione della potenza, da lui considerata negativamente, dell’ideale ascetico-religioso nel fatto che questa forma di disciplina era l’unica, “fino a Zarathustra”, che fosse proposta agli uomini.

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