Tra relativismo e negazione della realtà.

«Il dominio dell’irreale»
Quando la percezione pretende di sostituire i fatti, il relativismo cessa di essere una teoria filosofica e diventa una questione culturale e psicologica.
di Adriano Segatori
Partendo dalle riflessioni di Miguel Benasayag e Gérard Schmit, Adriano Segatori affronta una delle trasformazioni più profonde del nostro tempo: il progressivo affermarsi della percezione soggettiva come criterio di verità. Dalla negazione dell’evidenza biologica alle nuove forme di relativismo culturale, il saggio analizza le conseguenze di una società che rischia di smarrire il rapporto con la realtà, sostituendo i fatti con le interpretazioni e il discernimento con l’autopercezione. (N.R.)
“Se tutto sembra ‘possibile, allora più niente è ‘reale’”. Questa considerazione firmata dal filosofo e psicoanalista argentino Miguel Benasayag e dallo psichiatra dell’infanzia e dell’adolescenza Gérard Schmit serve a inquadrare la condizione, documentatamente definibile come delirante, che soffoca ogni ragionevolezza e ogni discernimento sulla realtà che si vive e sulla sua interpretazione.
Si assiste ad una sorta di onnipotenza del relativismo, sia individuale e sia in molti apparati sociali, secondo il quale non esistono delle verità oggettive e tutto dipende dal punto di vista del soggetto osservatore. Ma non basta. Quando il relativismo si rinforza con l’idea della prevalente importanza della percezione rispetto al dato concreto allora si entra nel campo della psicopatologia.

Quando un’esaltata femminista dichiara che “Il sistema binario è ormai superato” e che “Si nasce con l’etichetta donna e uomo”, esprime un’interpretazione delirante della realtà. I cromosomi X e Y, la struttura genitale, l’assetto ormonale, l’espressione morfologica, la diversità fisiologica sono elementi scientificamente provati ed impossibili da negare.
Le caratteristiche anatomiche, con i diversi ma complementari ruoli biologici, rientrano nell’organizzazione della natura ed è semplicemente patologico negarlo, oppure tragicamente ridicolo parlare di un sistema superato, come se si dicesse che la teoria di Copernico è antiquata ed è derivato il momento di portare la terra al centro del sistema solare, oppure imputare a qualunque tipo di governo di fare poco o nulla per impedire il cambiamento climatico. Queste ed altre esternazioni sono letteralmente deliranti, perché pretendono di cambiare la realtà con la forza delle parole.
Questa impostazione mentale potrebbe rimanere nell’ambito della curiosità antropologica e della aneddotica folcloristica se la prepotenza e il potere politico e mediatico di precise lobby di pensiero non fossero diventate soggetti interlocutori con lo Stato e con i suoi capillari apparati – sanità, educazione, psicologia. Da quel momento in poi, il relativismo passa dall’ambito filosofico, sempre discutibile ma praticamente innocuo, a quello etico, con il conseguente cambiamento dei principi morali e giuridici che definiscono ciò che è sano e ciò che è malato, ciò che formativo da ciò che è manipolativo, ciò che è equilibrato da ciò che è scompensato: ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero e ciò che è falso.
Due esempi per tutti.
La Società Italiana di Pediatria e l’Associazione Culturale Pediatri hanno redatto una guida dal titolo “Oltre lo sguardo” che interessa i temi dell’identità di genere, di orientamento affettivo e sessuale e dell’accoglienza delle differenze nella cura pediatrica. Non poteva mancare, in questo discutibile documento, l’obiettivo di una “società più inclusiva e migliore per tutti”, ovvero la solita viscida manfrina demo-progressista.

Lo scopo è palesemente manipolativo nelle tattiche e nelle parole, dalle colorazioni arcobaleno all’eliminazione dei termini genitoriali di ‘padre’ e ‘madre’ nella modulistica, dall’identificazione d’ufficio di bambini ‘non binari’ e ‘agender’ fino a dare indicazioni e supporto sul procedimento della ‘transizione di genere’.
Aldilà delle problematiche, anche giuridiche che una simile operazione mette in evidenza – se un bambino di tre-quattro-cinque anni può essere coinvolto in una decisione sul suo futuro sentimentale e sessuale, può o non può rispondere dei suoi comportamenti dal punto di vista legale, se si riconosce, con il primo atto, la capacità di intendere e di volere? – c’è anche una serie di passaggi nei documenti citati in cui viene escluso l’intento ideologico – della serie, “Excusatio non petita, accusatio manifesta” – “scusa non richiesta, accusa manifesta”.
Il fatto che i dirigenti dell’Ordine Nazionale degli Psicologi abbiano deciso l’adesione al Gay Pride di Roma smentisce categoricamente la sua neutralità e conferma invece la sua pregiudiziale politica e ideologica.
“Con il caos non esistono limiti, differenze, originalità. La dismisura è prevaricazione e violenza bruta. È sfida al divino, alla tradizione, alla natura” ha scritto Olivier Rey. Se questa si limita al contesto degli adulti, può rimanere nel quadro già di per sé squallido nelle perversioni tra consenzienti privi di moralità, ma quando vengono coinvolti i bambini, i limiti diventano competenza della criminologia. Tutto ciò, grazie a quel fenomeno chiamato progresso, che per un principio discutibilissimo viene inteso sempre come sinonimo di miglioramento, di positiva evoluzione dei costumi.

La liquidazione delle leggi di natura e di quelle psichiche ha negato il fatto che “nessun sistema sociale ha finora funzionato senza prendere in conto la differenza di sessi…” (C. Melman). C’è un’atmosfera di isteria collettiva che pretende di imporsi sulla concretezza della realtà; accade, quindi, che “la determinazione soggettiva non dipende più da quella che sarebbe l’avventura dei singolo, ma da una partecipazione collettiva”. È così per il Gay Pride, dove una condizione personale diventa una mobilitazione pubblica; è così per i bambini, per i quali un’esperienza secolare di esplorazione della sessualità fino alla scelta decisiva diventa motivo di mobilitazione ufficiale di esperti per un obiettivo predefinito dalle lobby wokista.
“Siamo vicini alla psicosi”, ha esclamato Melman, un luogo mentale dove non esistono confini, né regole, né leggi.
Censuriamo Anna Freud e Melanie Klein, Jean Piaget e Bruno Bettheleim, Donald Winnicott ed altri giganti della clinica della psiche infantile, così come abbattiamo le statue e desacralizziamo la religione. Ormai che ci siamo, usiamo anche i bambini per imporre il catechismo della fluidità e della instabilità pornografica.
Leon Degrelle ha detto “Godetevi la guerra, che la pace sarà terribile”, e a questi devastatori della psiche infantile “Godetevi questa allucinazione psicotica, perché il ritorno al reale sarà un incubo”.

Nota redazionale
La lobby wokista non si limita più a contestare idee e linguaggi: pretende di riscrivere le fondamenta della nostra cultura. Si censurano Anna Freud, Melanie Klein, Jean Piaget, Bruno Bettelheim, Donald Winnicott e altri protagonisti della psicologia dell’età evolutiva perché non conformi ai nuovi dogmi ideologici; si abbattono statue, si desacralizzano tradizioni e simboli religiosi, si giudica il passato con i criteri morali del presente.
Ma il bersaglio più delicato è l’infanzia. Sempre più spesso i bambini vengono coinvolti in una narrazione identitaria che anticipa interrogativi propri dell’età adulta, trasformando la scuola e altri luoghi educativi in spazi di militanza culturale. È qui che il confronto cessa di essere una discussione sulle idee e diventa una riflessione sul rapporto tra educazione, libertà e responsabilità.
L’articolo di Adriano Segatori affronta questo scenario senza eufemismi, interrogandosi su una domanda che riguarda tutti: quando un’ideologia pretende di sostituire la realtà con la propria interpretazione, siamo ancora nel campo del pluralismo o siamo già entrati nel dominio dell’irreale?
Immagini originali
Progetto iconografico Inchiostronero
Le immagini pubblicate sono originali e derivano da un concept umano sviluppato attraverso strumenti di Intelligenza Artificiale.
todomodo
9 Luglio 2026 a 13:50
In questo testo, che l’autore intitola «Il dominio dell’irreale», mi ha colpito la mancanza di qualsiasi definizione di «reale».
Le «leggi naturali» sarebbero reali? ma non sono un’astrazione umana fondata su osservazioni sempre limitate? Tutte «leggi naturali» sono poi state smentite da altre osservazioni sempre altrettanto limitate?
In base a che cosa lei è sicuro che le nostre conoscenze attuali sulla genetica non saranno in un futuro superate o negate?
La conoscenza umana non funziona così?
Non molto tempo fa se avessi dimostrato matematicamente che la mia testa e i miei piedi, quando sono seduto o in piedi, vivono in due tempi differenti – uno che passa più lentamente dell’altro, una differenza che oggi si può misurare – sarei stato, credo, bruciato vivo per aver offeso qualche «legge naturale».
O se un secolo fa avessi detto che non sarebbe più necessaria la relazione sessuale per avere figli…
Ma forse lei pensa che un evento come questo non abbia nessun effetto sulle «caratteristiche anatomiche, con i diversi ma complementari ruoli biologici».
Certo che la realtà – quello che le nostre osservazioni sempre limitate ci permettono di capire – racconta un’altra storia.
Riccardo Alberto Quattrini
9 Luglio 2026 a 14:27
Caro todomodo,
credo che il suo intervento tocchi un punto importante: il concetto di «reale» non è affatto semplice e merita sempre di essere interrogato. Tuttavia mi sembra che nel suo ragionamento si sovrappongano due piani diversi.
Una cosa è riconoscere che la conoscenza scientifica è sempre perfettibile e che le teorie vengono continuamente corrette o sostituite. Su questo credo siamo tutti d’accordo.
Altra cosa è sostenere che, poiché la nostra conoscenza evolve, allora la realtà stessa diventa indeterminata. La relatività di Einstein non ha cambiato il tempo: ha cambiato il nostro modo di comprenderlo. Allo stesso modo, la fecondazione assistita non ha abolito la realtà biologica della riproduzione, ma ha introdotto nuove possibilità tecniche operando proprio su quella realtà.
La scienza procede correggendo i propri modelli, non negando l’esistenza di un mondo indipendente dalle nostre interpretazioni. Se così non fosse, non avrebbe nemmeno senso parlare di progresso della conoscenza.
Per questo motivo mi pare che l’articolo non intenda affermare che le conoscenze attuali siano definitive, bensì ricordare che esiste una differenza fra il fatto e la sua interpretazione. Possiamo discutere all’infinito del significato di ciò che osserviamo, ma non possiamo fare in modo che una percezione soggettiva sostituisca il fatto da cui quella discussione prende avvio.