Quando la carne diventa macchina e la mente si arrende.

IL FALLIMENTO DEL CAPITALISMO DELLA CARNE: L‘ASCESA DEI ROBOT
Il capitalismo tecnologico ci ha promesso la salvezza. Ci ha offerto l’alienazione.
di Phil Rockstroh
Phil Rockstroh ci conduce in una riflessione feroce e lucida sul fallimento del capitalismo della carne: un sistema che ha ridotto il lavoro umano a macchina biologica e ora, nell’era dell’intelligenza artificiale, si prepara a scartarlo del tutto. Attraverso un viaggio tra isolamento digitale, dipendenza da dispositivi, devastazione ambientale e feticismo tecnologico, l’autore denuncia la falsa promessa salvifica dell’innovazione. Le macchine non ci liberano: ci sostituiscono. E mentre ci aggrappiamo ai nostri schermi per sentirci connessi, la realtà ci scivola tra le dita, programmata da élite che vedono nell’automazione la fine del lavoro… e dell’umano. Una critica profonda, urgente e visionaria al mito del progresso e alla sua ombra più oscura: la tecno-distopia normalizzata. (Nota Redazionale)
Viviamo in un’epoca in cui le macchine si fanno più umane e gli umani sempre più meccanici.
Non è una metafora. È il capitalismo, che ha prima spremuto la carne e ora costruisce robot per sostituirla.
Phil Rockstroh non scrive un’analisi: scrive una radiografia. E ciò che rivela è un cuore trafitto da pixel, salari assenti e solitudine mascherata da connessione.
La tecno-salvezza è un inganno. E mentre ci viene venduto come progresso, somiglia sempre più a un suicidio collettivo in alta definizione.
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L’umanità, essendo una specie intrinsecamente dedita alla fabbricazione di utensili, ha sempre avuto un rapporto con la tecnologia. I nostri strumenti, le nostre armi, le nostre macchine e i nostri elettrodomestici sono fondamentali per forgiare i criteri culturali della vita umana. Attualmente, nel paesaggio fantasmatico creato dalla tecnologia e dalle immagini raccapriccianti – eppure in qualche modo sterili – dei mass media, si può avere la sensazione che la propria mente corra il rischio di essere trasformata in sputo.
A livello personale, si è formato un consenso informale tra i miei amici che condividono la passione per la lettura: leggiamo molti meno libri da quando siamo rimasti invischiati in Internet. Peggio ancora, scopriamo che i sentimenti di isolamento che abbiamo cercato di mitigare immergendoci nelle attività online, nella migliore delle ipotesi, forniscono solo un effetto palliativo. Eppure, come accade con la dipendenza – o con una storia d’amore senza speranza – siamo inclini a sprofondare sempre più nel pantano psichico immergendoci ulteriormente nella fonte stessa che sta esacerbando i nostri sentimenti di disagio e noia.
Eppure insistiamo a rimanere mentalmente inchiodati agli elettrodomestici, mentre gli oceani del nostro pianeta assediato dalla tecnologia muoiono, mentre l’atmosfera è soffocata dalle emissioni di gas serra che trattengono il calore e, di conseguenza, esseri viventi squisiti scompaiono per sempre.
Pertanto, è fondamentale esplorare il motivo per cui siamo così isolati gli uni dagli altri ma così connessi ai nostri dispositivi, e siamo legati al sistema di credenze che ci disinforma che la tecnologia può e ci solleverà dalla nostra situazione sempre più pericolosa. Quando la realtà lo imporrà, se il passato rimane un prologo, una feticizzazione della tecnologia ci renderà ulteriormente schiavi in una tecno-distopia di fatto. È necessario rivalutare, per numerose ragioni, il rapporto tra l’umanità e la tecnologia.
Inoltre, questa rivalutazione deve includere le macchine, presenti e future, che abbiamo creato a nostra immagine: ad esempio, quelle come le tecnologie di intelligenza artificiale, che, in misura crescente, renderanno inattiva una parte significativa della forza lavoro. Certo, è un dato di fatto: ossessionati dai profitti, i capitalisti bramano sostituire i lavoratori con una forza lavoro automatizzata. Questa razza parassitaria ha sempre visto i lavoratori come macchine di carne, a cui era scomodo dover pagare gli stipendi. Il capitalismo è, per sua stessa natura, disumanizzante. Dall’avvento dell’era industriale/capitalista, il sistema ha inflitto alienazione di massa, atomizzazione sociale e anomia. Inoltre, la vasta disuguaglianza di ricchezza insita nel sistema consente all’élite capitalista di possedere la classe politica – un gruppo di lacchè senza cervello che potrebbero benissimo essere robot programmati dall’ordine capitalista per servire i propri interessi.
La domanda è: quale effetto avrà la natura dell’essere resi superflui all’ordine prevalente sulle masse impotenti – che, fino ad ora, sono state tenute in riga dalla coercizione economica, dalle tangenti meretrici e indebitanti dei consumatori, dall’indottrinamento dei mass media e dall’anestesia della cultura pop? I consumatori continueranno a insistere sul fatto che le loro catene mentali siano le ali stesse della libertà?
Eppure l’era della meccanizzazione di massa porta con sé il potenziale per conferire un’era di libertà, esplorazione artistica, ricerca scientifica, fervore intellettuale, ricerca di creazione dell’anima e svago ispirato. Oppure il cambiamento radicale nella ragion d’essere culturale potrebbe infliggere una crisi d’identità così straziante che sorgeranno demagoghi e despoti promettono di seminare un nuovo ordine, ma raccolgono i cadaveri dei dissidenti e degli outsider.
Un paio di settimane fa, durante una visita a un parco giochi di quartiere con la mia bambina di quattro anni, ho avuto una conversazione con una dirigente in congedo volontario dal suo incarico dirigenziale alla BMW (Bayerische Motoren Werke). Si lamentava di un’infestazione di alghe che soffocava le spiagge delle Florida Keys, incontrata durante una recente escursione negli Stati Uniti. Quando le ho detto che il fenomeno del riscaldamento degli oceani del pianeta, progenitore della crescita esponenziale della flora marina che l’aveva turbata, era causato, in larga misura, dalle stesse dinamiche socio-economiche e culturali che avevano finanziato il suo viaggio in Florida… beh, la conversazione si è arenata.
Può essere destabilizzante trovarsi di fronte alla propria complicità nei mali di un sistema che, per sua stessa natura, nasconde i suoi responsabili – i grandi capi, fino ai suoi funzionari e ai suoi soldati semplici. Ben presto, con una serie di sottili mosse, si è districata dalla conversazione – e non posso dire di biasimarla. Io stesso ho provato disagio al pensiero del disagio che le avevo inflitto. Pertanto, come regola generale, sotto la tirannia dell’amabilità, che è la regola del giorno nell’ordine attuale, si è tentati di evitare di sconfinare nelle zone di comfort che contribuiscono a rendere possibile lo status quo.
Eppure ci troviamo di fronte al seguente imperativo: il sistema e le sue macchine devono iniziare a servire l’umanità, a differenza di quanto è accaduto dall’avvento dell’era industriale/tecnologica, quando la massa dell’umanità era al servizio della macchina. Pertanto, deve verificarsi un cambiamento paradigmatico nelle metafore e nell’ethos dell’epoca, ad esempio una rinuncia al concetto decimatore dell’anima degli esseri umani come macchine di carne – che devono, per il bene del profitto monomaniacale, separarsi dai sentimenti umani, così come devono rinunciare all’esplorazione, all’entusiasmo e all’abilità nella ricerca dell’opportunismo.
Abbiamo una scelta in merito, nonostante tutto indichi il contrario. Eppure, nella confusione prevalente su quale ethos dovrebbe guidare il nostro rapporto con la tecnologia, ci troviamo di fronte a un fenomeno come quello descritto in un recente articolo del Guardian. Titolato: “Arrivano i robot del sesso: squallidi, sordidi, ma soprattutto tristi” https://www.theguardian.com/tv-and-radio/2017/nov/25/sex-robots-are-coming-seedy-sordid-sad?CMP=fb_gu

Per quanto riguarda la natura altezzosa del titolo, non sarebbe più opportuno che tutti gli interessati si chiedessero e indagassero perché, nell’ordine attuale, gli uomini siano così alienati, socialmente impacciati e soli, invece di cedere al prevedibile panico morale, al sarcasmo privo di arguzia e ai giudizi di valore altezzosi che questo tipo di storie evocano?
Non è forse l’attrazione per i beni di consumo il vero problema, in termini di identità, nell’ordine attuale? I clienti non pretendono che gli schiavi di fatto del settore dei servizi mostrino il comportamento di androidi compiacenti? Non è forse scontato che la forza lavoro sottoclasse, detentrice di posti di lavoro nel settore dei servizi, sarà presto sostituita dai robot? Non adoriamo e non siamo governati dal culto dell’efficienza?
Tuttavia, affinché l’ordine attuale venga mantenuto, è fondamentale che il pubblico rimanga alienato – usando quindi il consumismo come palliativo, e questo include la produzione e la vendita al dettaglio di elettrodomestici sessualizzati e simulacri che imitano i partner sessuali – e che abbia la valvola di sfogo psichica del dito puntato, della facile virtù e del vetriolo superficiale rivolto ai poveretti che cercano conforto da loro.
Aggiunta: sono molto più mortificato dalla robotica progettata per la sorveglianza e la guerra che da quella progettata per il sesso simulacro. Sono semplicemente bestiale in questo senso.
I robot possono essere programmati per simulare la copulazione, ma è dubbio che le macchine possano essere sintonizzate e modificate per sperimentare i molteplici e complessi stati dell’essere che definiscono la coscienza umana e la sua innata capacità di autoespressione, ad esempio la capacità di esprimersi attraverso metafore generate spontaneamente. Sebbene sia vero che le tecnologie di intelligenza artificiale possono imitare forme di espressione poetica e artistica, in qualsiasi onesto resoconto dei processi che utilizzano, le macchine si impegnano in questa attività senza una profondità di sentimento, senza la capacità di dimostrare empatia e la capacità di accedere all’immaginazione, ovvero il fenomeno che noi esseri umani chiamiamo “anima”. Senza l’ineffabile qualità dell’anima, le entità di intelligenza artificiale, come nel caso della nostra attuale tecnologia informatica, contribuiranno agli effetti palliativi, ma intrinsecamente alienanti, insiti nella nostra era iper-mercificata.
Al contrario, scrittori/artisti/attivisti devono inoltrarsi in luoghi pericolosi. È imperativo che scendano nella zona di pericolo conosciuta come anima. L’anima non è un regno abitato da esseri senza peso che irradiano luce beata. Piuttosto, è un paesaggio di vagabondi spezzati e feriti; di desideri incoerenti; di lamenti brucianti; di confabulazioni di memorie imperfette; di frenesia e rabbia; di trasgressione; di depressione; di linguaggio frammentato; e di oscurità divorante.
Le metafore riduzioniste inerenti all’era della meccanizzazione – che delineano gli esseri umani in termini meccanizzati e mercificati – in contrapposizione al pantheon organico e in dispiegamento composto da bisogni, brame e desideri che siamo – infliggono non solo alienazione dai nostri simili, ma anche dalla nostra natura essenziale. Nella nostra miseria e confusione, abbiamo gonfiato i nostri corpi, mutilato e avvelenato la terra e ripulito le ore della nostra vita dal significato attraverso la mercificazione compulsiva di tutte le cose. Pertanto, non dovrebbe sorprendere che uomini alienati e solitari si innamorino dei glambot.
Abbiamo inflitto insulti su insulti all’anima del mondo, eppure essa ci ama con una grazia duratura e amara. La domanda rimane: amiamo a nostra volta l’anima del mondo, e abbastanza profondamente, da opporre resistenza all’ordine attuale, invertendo così la rotta contro le forze prive d’amore responsabili della distruzione totale sia del paesaggio che del paesaggio dell’anima.

Phil Rockstroh è un poeta, paroliere e filosofo che vive a Monaco di Baviera, in Germania. Potete contattarlo all’indirizzo philrockstroh.scribe@gmail.com e sulla sua pagina Facebook: http://www.facebook.com/phil.rockstroh
Vicky
21 Agosto 2025 a 22:27
Desidero ringraziarla per la profonda spiegazione sulla nostra tecnologica solitudine, compensata dal moderno “oppio dei popoli”: l’intelligenza artificiale.
Un dubbio: le connessioni su internet serviranno ancora?
Riccardo Alberto Quattrini
22 Agosto 2025 a 18:11
Gentile Vicky,
la ringrazio delle sue parole e della lucidità con cui ha colto il cuore dell’articolo: la solitudine tecnologica come nuova condizione umana, anestetizzata dall’“oppio digitale”.
Quanto al suo dubbio: sì, le connessioni Internet continueranno a servire, e anzi diventeranno sempre più centrali. Ma non saranno più semplici canali di comunicazione: si trasformeranno in infrastrutture vitali, indispensabili non solo per le relazioni tra individui, ma soprattutto per il funzionamento delle intelligenze artificiali, dei sistemi robotici e delle reti produttive. È come se l’“aria” del nuovo mondo fosse fatta di dati: senza connessione, il sistema soffoca.
La domanda vera, allora, non è se serviranno, ma a chi serviranno: a noi, per liberarci, o alle macchine e a chi le controlla, per tenerci dipendenti?