Dentro le trame rosse che trasformano lo spazio in memoria viva.

«Il filo che non si spezza: viaggio nell’anima intrecciata di Chiharu Shiota»
Un incontro ravvicinato con l’arte di Chiharu Shiota.
Di Beatrice Ardizzone
La visita alla mostra di Chiharu Shiota al MAO di Torino diventa per l’autrice un attraversamento: non una semplice esposizione, ma una soglia verso un altrove dove il filo diventa emozione e la materia si fa psiche. Nelle installazioni dell’artista giapponese, i fili rossi si intrecciano come vene e radici, catturano gli oggetti e il visitatore, costruendo un organismo pulsante che racconta legami invisibili, perdite e memorie non risolte. Attraversare questi spazi significa entrare nella trama della propria vita: ogni nodo è un incontro mancato o ritrovato, ogni tensione un conflitto, ogni vuoto una ferita che ancora respira. Un viaggio intimo e sensoriale nell’anima intrecciata di una delle voci più poetiche dell’arte contemporanea. (Nota Redazionale)
Domenica 30 novembre sono entrata al MAO di Torino per visitare la mostra dedicata a Chiharu Shiota e ho avuto l’impressione di varcare non una sala museale, ma una soglia. Una soglia verso un altrove dove la materia diventa emozione, e l’emozione prende forma attraverso centinaia di fili che si intrecciano, si tendono, si avvolgono attorno agli oggetti come fossero vene, ricordi, radici. Di fronte alle sue installazioni non si osserva soltanto: si viene catturati, quasi risucchiati dentro un organismo pulsante che parla di vita, di assenza e di legami invisibili.
Il filo rosso è il vero protagonista. Rosso come il sangue, come il cuore, come le ferite e i ricordi che non vogliono dissolversi. Rosso come la leggenda giapponese dell’akai ito, la “corda rossa del destino”, secondo cui due persone destinate a incontrarsi sono unite da un filo sottilissimo che può tendersi all’infinito, complicarsi, annodarsi, ma mai spezzarsi. Shiota traduce questa parabola nella materia: quel filo non è metafora, diventa spazio, diventa stanza, diventa esperienza fisica. Camminarci dentro è come entrare nella trama della propria vita. Ogni nodo è un incontro. Ogni tensione è un conflitto. Ogni spazio vuoto è una perdita.
Le valigie sospese parlano di partenze che hanno lasciato un segno. Le barche intrappolate nella rete rossa evocano viaggi interiori più che geografici, navigazioni verso sé stessi. Le sedie senza corpo ricordano presenze che non ci sono più, ma che continuano a occupare spazio dentro di noi. Tutto ciò che appare inerte diventa memoria: l’oggetto diventa un contenitore emotivo. Il visitatore procede tra questi fili come un equilibrista, attento a non interrompere ciò che sembra vivo, fragile, in ascolto.
Ma la potenza emotiva della mostra si amplifica conoscendo il percorso personale di Shiota. Prima della pandemia, l’artista affronta la diagnosi di un tumore. Una frattura improvvisa, un taglio violento nella propria esistenza. Da quel momento i fili nelle sue opere iniziano a mutare: non sono più soltanto connessioni, ma linee vitali, vene che pulsano, percorsi attraverso cui il corpo e l’anima cercano di restare uniti. Nei lavori posteriori alla malattia si percepisce un’urgenza diversa, quasi una consapevolezza nuova della fragilità dell’esistenza. Le maglie si fanno più fitte, più dense, come se ogni filo fosse una battaglia, un respiro trattenuto, un atto di resistenza.
Camminare nella mostra significa confrontarsi con la finitezza dell’essere umano. Ma non c’è pessimismo: c’è un senso di meraviglia, di resilienza, di intima verità. Le assenze diventano presenze. Il vuoto parla. I fili che sembrano ostacolo diventano invece ponti. Ogni opera è un dialogo muto, un invito a riconoscere che il nostro vissuto non è mai davvero separato da quello degli altri. Ciò che ci lega è più forte di ciò che ci divide.
E quando si esce dalle sale, si porta con sé un’immagine semplice e potente: il filo rosso che continua a vivere anche quando noi tentenniamo. Un filo che tende, vibra, ricorda, trattiene.
Perché nella vita molte cose possono distanziare due persone. Si può smarrire la strada, ci si può perdere nel silenzio, negli errori, nelle paure. Ma quando un legame è autentico, profondo, radicato, basta tirare quel filo per ritrovarsi.
Perché ciò che è vero non si spezza.
Perché ciò che è destino non svanisce.
Perché certi fili — invisibili agli occhi ma eterni nel cuore — continuano a ricongiungerci, sempre.
