Il filosofo non è un uomo tra le nuvole, ma nel mondo: Vivere con filosofia ci ricorda che pensare è un atto quotidiano.

IL FILOSOFO È CHI SCRIVE LIBRI O CHI VIVE BENE?
di Francesco Pietrobelli
Vivere con filosofia di Salvatore Grandone è un testo che ci porta, nel profondo, a chiederci cosa significhi fare filosofia. Mostrando che, forse, il nostro presente ci ha abituati a un’immagine del filosofo, quale uomo fra le nuvole chiuso nella sua biblioteca polverosa, non proprio corretta. Sarebbe ora di metterla in questione.
Vivere chiusi nella propria biblioteca
Nella famosa opera Vite dei filosofi, Diogene Laerzio riporta un ammonimento fatto da Diogene il Cinico al suo discepolo Egesia:
«Sei sciocco, Egesia […] i fichi secchi li preferisci reali, non dipinti, ma la tua pratica di vita vuoi farla sui libri e non nella realtà quotidiana.»
Una frase, nella sua brevità, densa di significato. Nessuno preferirebbe, quando ha fame, un frutto dipinto su una parete piuttosto di quello vero, che si può toccare, odorare e, soprattutto, mangiare. Il primo, infatti, seppur possa essere piacevole da vedere, non apporta nutrimento, non è fondamentale per il nostro vivere quanto il frutto vero. Nonostante ciò, molto spesso le persone, come Egesia, tendono a preferire il dipinto alla realtà, l’illusione alla concretezza. Un esempio? Il credere di conoscere perfettamente quanto accaduto in un luogo di guerra sulla base di qualche post, di un video sui social, di un articolo di cronaca, senza però aver vissuto quelle vicende o aver parlato coi diretti interessati; il ritenere di essere esperti in un ambito – il teatro, la politica, le ong che salvano persone in mare… – perché si ha letto qualche libro o articolo a proposito, nonostante quel mondo non lo si viva in prima persona, non si sia provato sulla propria pelle che significhi partecipare a una recita teatrale, entrare nell’agone politico, salvare delle persone in mare. Sempre più – specie nell’epoca social – confondiamo il dipinto con la realtà, il modo in cui ci narrano le cose con le cose stesse. O, per dirla in modo generale, i precetti teorici sul come vivere con la pratica stessa del vivere.
E il filosofo, chiuso com’è nelle sue pile interminabili di libri, dove si colloca? Fare filosofia non implica proprio lo “stare fra le nuvole”, il concentrarsi su uno studio teorico e minuzioso su un autore o una corrente filosofica al fine di sviscerarne tutte le peculiarità, dimentichi del mondo che circonda lo studioso? Filosofare non è qualcosa di prettamente teorico che si allontana dalla pratica?
Potrebbe sorgere facilmente un’obiezione: molti filosofi, dall’antichità all’epoca contemporanea, hanno parlato di etica, delle virtù dell’uomo, di come agire perseguendo il bene: hanno, in sintesi, trattato quale sia il giusto agire pratico, tutt’altro che dimentichi della sfera concreta dell’azione. Qualcuno potrebbe, però, contro-obiettare: certo, il filosofo ragiona anche sull’agire pratico, ma non agisce praticamente. È colui che raccomanda come vivere, non colui che nella pratica vive in un certo modo. Ovviamente può farlo, ma il modo per cui lo si chiama filosofo è il suo lavoro teorico.
Nell’epoca della filosofia social, dove imperano influencer che parlano di tutto senza aver neppure letto dei libri sull’argomento, potremmo arrivare a dire che ora i filosofi manco studiano. Ma se rimaniamo alla classica idea del filosofo accademico, sembrerebbe confermata l’idea che il filosofo sia colui che si immerge nella teoria, che sforna testi su come pensare il mondo, su come viverlo. Lasciando che siano gli altri a seguire, se concordano, i suoi precetti. Ma è davvero questa – per giungere al nocciolo della questione – la versione corretta di intendere il filosofo?
La figura di chi studia filosofia è cambiata nelle epoche – a riguardo, consigliamo l’articolo Lo strano caso del professore John R. Searle, uscito da poco sul nostro sito – e, forse, nell’epoca attuale, siamo abituati a un concetto di filosofo che non per forza dobbiamo condividere. Chiediamoci, allora: il vero filosofo è colui che pratica uno stile di vita, che mette in atto un modo di pensare il mondo – una filosofia, appunto – o è colui che semplicemente pensa e teorizza come vivere?
È la domanda sortami leggendo Vivere con filosofia, ultima opera di Salvatore Grandone edita da Diarkos, da cui ho tratto la citazione all’inizio dell’articolo. Ed è un’opera che già dal titolo ci fa capire che, forse, la filosofia non è un mero leggere libri, ma ha a che fare col modo in cui noi ci muoviamo nel mondo.
Lo pensavano molti filosofi antichi, affrontati dall’autore all’interno dell’opera, che filosofare non è semplicemente un aprire bocca ed esplicitare come si dovrebbe pensare il mondo, ma un mettere in pratica quanto si crede. Che predicare il giusto stile di vita, senza mostrarlo con l’esempio pratico in primo luogo, equivale a un parlare a vanvera, a un flatus vocis privo di ogni validità.
Quando mai non ci è capitata quella persona che è pronta ad ammonire chiunque non rispetti i suoi precetti morali, salvo poi contraddirli lei stessa alla prima occasione? Questo iato tra teoria ed agire non ci ha messo in dubbio sul credere alla fondatezza di quanto affermato, se lei stessa non vi poneva credito con le azioni?
Quanto, invece, spesso siamo stati convinti a un certo agire prima di tutto dall’esempio pratico, dalla coerenza e dall’armonia dell’azione di una persona che ci infondeva sicurezza, serenità, felicità? E quanto, dall’ammirare il suo agire, abbiamo voluto ascoltare e comprendere le basi teoriche che lo motivavano?
Sia ben chiaro: con ciò non si vuole affermare che leggere sia inutile per se stessi: a questo punto potremmo direttamente chiudere Gazzetta filosofica. Confrontarsi col pensiero di autori antichi è fondamentale, pur nei limiti che un testo comporta. Lo aveva capito benissimo Platone, che già nel Fedro evidenziava come lo scritto sia un dialogo monco. Se quando parliamo con una persona, noi adattiamo il nostro parlare a chi abbiamo di fronte – più semplice se c’è un bambino, più dettagliato con una persona adulta, ancora più specialistico con un esperto nel settore – e possiamo rispondere alle obiezioni, un testo scritto parla a tutti allo stesso modo, col rischio di non essere compreso per il suo linguaggio non adatto ad alcuni lettori, e soprattutto è indifeso, non può rispondere alle obiezioni che giungeranno:
«C’è un aspetto strano che in verità accomuna scrittura e pittura. Le immagini dipinte ti stanno davanti come se fossero vive, ma se chiedi loro qualcosa, tacciono solennemente. Lo stesso vale anche per i discorsi: potresti avere l’impressione che essi parlino, quasi abbiano la capacità di pensare, ma se chiedi loro qualcuno dei concetti che hanno espresso, con l’intenzione di comprenderlo, essi danno una sola risposta e sempre la stessa. Una volta che sia stato scritto poi, ogni discorso circola ovunque, allo stesso modo fra gli intenditori, come pure fra coloro con i quali non ha nulla a che fare, e non sa a chi deve parlare e a chi no. E se è maltrattato e offeso a torto, ha sempre bisogno dell’autore, perché non è capace né di difendersi né di aiutarsi da solo.»
Eppure, nonostante questo, non possiamo che ringraziare Platone di avere avuto l’ardire, pur con tutte le limitazioni che un testo comporta, di mettere per iscritto le sue riflessioni, quest’ultima inclusa.
La grandezza di un testo di filosofia, forse, non sta nel semplice spiegare come funziona il mondo e l’agire umano nei loro differenti aspetti; sta, semmai, nel far intraprendere al lettore un dialogo interiore che non si fermi al libro, ma vada oltre… verso la vita nell’accezione più profonda di tale termine.
Per dire ciò in altri termini: se leggerò un testo sull’amore quale il Simposio di Platone, mi troverò di fronte a una serie di idee su come concepire il concetto di amore e sul come viverlo che potrò, più o meno, condividere. La lettura di un testo così profondo mi farà nascere degli interrogativi, mi spingerà a dialogare con altri per rispondere ai miei dubbi – siccome il testo di Platone risponderà sempre con la stessa risposta, cioè con quanto al tempo scritto, e potrei avere interesse a sentire altre voci. Un grande testo, per la sua profondità, mi porterà allora tanto a leggere altri autori sullo stesso tema, quanto soprattutto a dialogare dal vivo con persone che ritengo sagge, capaci di affrontare la profondità del tema assieme a me, ascoltando i miei dubbi. E questo dialogo, tanto con gli antichi quanto con i contemporanei, se sincero, dovrà toccare le mie corde più profonde: dovrò, cioè, sentire che il tema dibattuto mi tocca con forza, mette in questione il mio modo di vivere. Se dibatto veramente sul concetto di amore, sto ragionando come io nella vita metto in atto quel concetto, come concepisco negli atti l’amore, tanto verso me stesso quanto verso gli altri.
Tutto questo si mostra, implicitamente, nei grandi classici, che nel parlarci ci spingono a mettere in questione il pensiero che ordina il nostro agire e, di conseguenza, il nostro agire stesso. Ci spingono a provare, nella pratica, certe teorie, a viverle per vedere se sono coerenti.
Ogni tanto, però, ci sono anche testi che sanno esplicitamente mostrare come teoria e pratica non siano disunite e come la filosofia non sia una serie di precetti aridi da imparare a memoria – come molta manualistica scolastica, ahimé, fa pensare. Vivere con filosofia ha proprio questo pregio: ricordarci che il vero filosofo non sta fra le nuvole, ma è interessato al mondo concreto, al qui e ora. Sa che quello che studia e teorizza ha valore per la sua vita e quella altrui, ha un’influenza non indifferente sul suo ben-essere.
La saggezza antica
Se la filosofia, nel suo carattere pratico, è innanzitutto dialogo – confronto con l’altro, messa in questione del modo in cui pensiamo il mondo e agiamo nel mondo –, allora leggere un autore antico non potrà mai ridursi al memorizzare astrattamente il suo sistema filosofico, la serie di nozioni appuntate su di lui da un manuale. Dialogare con un filosofo classico significherà porgli domande, interrogarsi su cosa lui può dirci di fronte al nostro presente, alle contraddizioni della nostra vita. Senza, con ciò, deformare il pensiero espresso nelle opere del filosofo, ma riconoscendo che la lettura è, pur nei limiti, sempre un dialogo: dove parla tanto l’antico quanto il contemporaneo. Tanto l’autore quanto il lettore. E, nel dialogo, bisogna capire cosa dice l’altro, ma poi bisogna anche rispondere dicendo cosa, per noi, può significare quanto capito.
Vivere con filosofia riesce a farci avvicinare ad autori antichi – Pitagora, Eraclito, Parmenide, Empedocle… – con rigore filologico sulle dottrine degli autori, ma senza mai ridurre la riflessione a un compendio di dottrine. Tutt’altro: ogni pagina è un costante richiamare il lettore a leggere questi autori con spirito critico, interrogandosi sulla propria esistenza, sul proprio modo di vedere il mondo. Ecco che Democrito, grazie ai suoi frammenti, diventa il punto di partenza per interrogarci su cosa sia la felicità e su come mai, nonostante la cerchiamo, difficilmente riusciamo a ottenerla; Parmenide, partendo dalla constatazione che l’essere è e il nulla non è – un’idea all’apparenza astratta, che col vivere pratico non ci azzecca – ci spinge a riflettere su come spesso viviamo immersi di illusioni e non accettiamo la realtà per quello che è, col risultato di non riuscire a progettare una vita su solide fondamenta; Empedocle, con la sua saggezza, ci aiuta a capire che il dolore non può essere rifiutato, da esso non possiamo fuggire, e finché non lo accettiamo e lo affrontiamo esso cresce sempre di più.
Il testo ci permette così di fare filosofia nel senso più profondo del termine, come molti antichi la intendevano: mettere in questione la propria vita. Tramite uno stile chiaro e semplice, ma non per questo banalizzante, Grandone ci guida all’interno di correnti di pensiero antiche, arricchite da un costante confronto con autori contemporanei e da esercizi spirituali che, se vogliamo davvero vivere appieno il testo, dobbiamo mettere in atto. Sì, avete capito bene: il testo non chiede solo che lo leggiate, ma che proviate concretamente a mettervi alla prova, a rispondere a delle domande o attuare degli esercizi per fare in modo che quanto appreso non rimanga lettera morta. Che la filosofia non si fermi alle pagine del libro, ma diventi pratica. Parliamo di un testo valido tanto per uno studente delle superiori – che avrebbe l’occasione di scoprire autori antichi in modo molto più significativo rispetto ai classici manuali – quanto per qualsiasi persona a ogni età, visto che le questioni sollevate nel libro riguardano tutti noi, in ogni fase della nostra vita.
A questo punto, non posso che augurarvi, più che una buona lettura, un buon agire!

