Non ci sono regole per una buona foto, ci sono solo buone fotografie

Ansel Adams

Negli anni ’60 molti famosi fotografi riprendevano “landscapes” in bianco e nero utilizzando esclusivamente il grande formato. L’esigenza era quella della massima nitidezza, che implicava tra l’altro l’assoluta assenza di grana. La perfezione delle immagini scattate e stampate da Adams hanno sempre fatto pensare ad un fotografo maniaco dell’immagine immacolata, che passava lunghe sedute ad aspettare il momento giusto, con la ricerca pignola della giusta esposizione.

Potreste immaginare oggi di andare in giro a fotografare paesaggi con una macchina fotografica lunga quasi due metri con pellicole (lastre) di 50 x 60 cm?

Non credo.

Eppure c’è un uomo che dopo essere stato un video reporter per trent’anni, lavorando per numerosi canali televisivi – tra cui i tedeschi Zdf e Pro7, la tv svizzera, la Bbc e la Cnn – girando tutto il mondo, ha deciso di portare a termine un progetto. Quest’uomo è Il fotografo altoatesino Kurt Moser.

«La mia intenzione è quella di creare un’esperienza fotografica, di fissare la qualità del visivo e l’estetica in una forma senza precedenti, di strappare storie dalla loro fugacità, di catturare il momento e trasformare le immagini in opere d’arte facendole apparire reali, eterne ed immortali.» Dice Kurt Moser.

Ha così riportato in auge l’ambrotipia, una particolare tecnica usata agli albori della fotografia. Nel 1850 Frederick Scott Archer sviluppa l’ambrotipia e conia dal greco il nome per questa tecnica fotografica: “ambrotos” che significa “immortale”. In ambrotipia le lastre di vetro nero o piastre di metallo vengono rivestite con il collodio, sensibilizzate

in un bagno d’argento ed impressionate con una macchina fotografica in legno di grande formato. Infine, ancora bagnate, vengono sviluppate al buio in camera oscura, con prodotti chimici e sostanze necessarie elaborate e miscelate artigianalmente secondo antiche ricette. Seguono il fissaggio e la laccatura con olio profumato alla lavanda e resina Sandarak.

Un’immagine realizzata con l’ambrotipia non può essere copiata o riprodotta, né ridotta o ingrandita. Ogni lastra di vetro è un “Unicum” irripetibile come le impronte digitali. Questo ne fa un qualcosa di speciale. Lavorare con gli ambrotipi riporta l’artista nel Medioevo fotografico. Davanti al fotografo si palesano enormi sfide e problemi che, a differenza della fotografia digitale, lo costringono alla più grande umiltà. Tutto deve essere eseguito dal fotografo stesso. Grande abilità manuale, concentrazione, oltre a pazienza ed abilità, sono doti imprescindibili. Ma lo sforzo vale la pena, perché nessuna tecnologia moderna al mondo permette, anche solo approssimativamente, di produrre immagini fotografiche artisticamente così creative ed intense. Per poter utilizzare questa tecnica fotografica Kurt Moser ha acquistato una incredibile macchina fotografica a soffietto del 1907. Una rara “reprocamera” (un’apparecchiatura originariamente utilizzata per creare copie di disegni o immagini fotografiche, molto simili alle prime macchine a dagherrotipo) da lui ribattezzata “Baby”, che misura quasi due metri e monta lastre  in vetro del formato di 50×60 centimetri. L’ottica a focale è impressionante: è una 800 millimetri.

Per questo le immagini sono uniche, irripetibili: una volta sviluppate, le lastre sono il positivo e non possono essere ingrandite, tagliate o modificate. Solo chi ha potuto ammirarle dal vivo ha potuto cogliere  e ammirare la tridimensionalità degli originali. «Sono immagini», dice Moser «che trasformano la luce in opere d’arte». Con questa gigantesca macchina fotografica Moser ha girato per mesi le Dolomiti, ritraendo dapprima i contadini dei masi (spesso condotti in studio, a Caldaro dove ha un magnifico studio all’interno del Castel Campan – edificio del 1268 -, tra vigneti, per sessioni di posa), poi le montagne che nei suoi vetri diventano «eterne, immortali». Catinaccio (Torri del Vajolet comprese), Civetta, il massiccio dello Sciliar, Tofane, Cristallo, Cime di Lavaredo. I suoi paesaggi rocciosi, fatti di forti contrasti dove le scale del grigio regalano profondità inattese, evocano davvero i grandi fotografi alla Ansel Adams degli Anni Trenta.

«È un linguaggio fotografico molto particolare», evidenzia «si lavora pensando e pianificando ogni scatto perché è una tecnica molto costosa (le spese per vetro, sali e altri materiali sfiorano i 300 euro a lastra, ndr). L’opposto della fotografia digitale». Ma i risultati sono spettacolari e giustificano ogni sacrificio: sono foto di paesaggi e persone che catturano luci solitamente invisibili a noi umani. «Come mi ha detto uno dei contadini che ho ritratto: sono foto che non raccontano bugie», non possono essere truccate, modificate. E la reprocamera non ha neppure un otturatore. Figurarsi l’esposimetro. La luce, quella luce che colpisce la roccia di dolomia e provoca il meraviglioso fenomeno dell’«enrosadira» (si tratta di quel caratteristico fenomeno per cui le Dolomiti assumono al tramonto una colorazione rosa che passa gradatamente al viola, ndr) è difficile da calcolare con una macchina fotografica di questo genere. Per farlo, Moser si regola a occhio nudo: prima guarda come si riflette sul palmo della sua mano, poi osserva il paesaggio attraverso la tendina e l’obiettivo della Baby, prima di inserire la lastra. Spesso – servendosi di un riduttore – effettua tre prove su piccoli pezzi di lastra 8×12: tre diverse esposizioni, per capire quale sarà la migliore.

Non pago del progetto della Baby, Kurt Moser vuole ora trasformare un camion russo Ural 6×6 in una gigantesca macchina fotografica. Raccolti i primi finanziamenti con il crowdfunding (attraverso la piattaforma Kickstarter), sarà  quello di andare in giro a catturare la luce delle Dolomiti. «Nella parte posteriore del camion, in una cabina in alluminio resa completamente buia, verrà creata un’apertura per l’obiettivo, un rarissimo Nikon 1.780 mm (ce ne sono, pare, solo otto al mondo), e al suo interno verrà montato uno slot per lastre di 120×150 cm» ha spiegato il fotografo. Ural sarà allo stesso tempo il suo veicolo, la sua macchina fotografica e la sua camera oscura. Un laboratorio mobile nel quale poter lavorare e vivere. Con il camion-macchina fotografica, Moser girerà tutti i passi delle Dolomiti.

Ogni ambrotipia sono necessari minimo due giorni di lavoro. Due giorni per la preparazione in studio e per trovare l’inquadratura e la luce giusta. Poi solo cinque minuti per sviluppare la lastra in loco. Altrimenti tutto va perduto. Infine la lastra-foto asciutta viene sigillata con olio profumato alla lavanda e resine di Sandarak.

Nel 2019 a Berlino ci sarà la prima mostra The Lightcatcher, curata da Ludger Derenthal, e sarà ospitata dal Museo della fotografia Helmut Newton, in una ex caserma prussiana dalla quale Newton fu costretto a fuggire nel 1938 in quanto ebreo. Si trova presso la Bahnhof Zoologischer Garten, la stazione dello Zoo di Berlino. In seguito le lastre-foto verranno esposte in giro per il mondo.

 

 

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Sito ufficiale: https://www.lightcatcher.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 Commenti

  1. Liviano Muratori

    15 gennaio 2018 a 20:23

    Ricky, che goduria questa camera. Questo tipo è riuscito realizzare il sogno tanto vagheggiato da noi. Un abbraccio

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      16 gennaio 2018 a 9:22

      È vero. Pensa che ci fu un momento a Mantova, dove questo ottico-fotografo, aveva accettato un cambio tra la mia Mamya – accessori compresi – e un banco ottico in legno!!! Favoloso. Fui io, alla fine, a ripensarci. Siamo sempre stati un po’ antesignani in molte cose, vero? Un saluto e un abbraccio. Ah, notizia: Guido è andato in Benin, è uno Stato dell’Africa occidentale. Si affaccia a sud sul Golfo del Benin, dove la costa misura circa 120 km, confina a ovest con il Togo, a est con la Nigeria e a nord con Burkina Faso e Niger. Con altri quattro fotografi per un servizio sulla povertà in cui vivono i locali. Ha fatto una decina di vaccini. Pensa che il giorno che gliene fecero due, la sera, andò a giocare a tennis. Non era tanto in forma, mi disse!!! Ri-ciao.

      rispondere

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