– Agghiacciante – Il giardino delle farfalle di Dot Hutchinson è un libro che racconta l’orrore, la perversione e la violenza  esercitate da un maniaco che imprigiona alcune ragazze, o meglio, concede loro di vivere in una sorta di paradiso, alle sue condizioni.

Chi sono i protagonisti? Un uomo chiamato il Giardiniere, decine di giovani donne con ali di farfalla tatuate su tutta la schiena, un giardino all’interno di un vetro e… inquietanti teche. E questi sono solo alcuni degli ingredienti che compongono questo libro, fatto di riflessioni, psicologia e tanto orrore.

Una storia agghiacciante, in cui la verità viene più volte distorta e sembra avere più di un significato. Il giardino delle farfalle è un thriller che tiene incollati fino all’ultima pagina anche i lettori che, come me, stanno ben lontani dal genere.

Questo maniaco sceglie delle ragazze e poi le strappa alle loro vite per rapirle e costruire una realtà…finta. Loro sono le sue farfalle fino a quando non compiono il 21esimo anno di età. Si prende cura di loro, le rinomina e le ama. Peccato che il suo amore significhi marchiarle, stuprarle e… ucciderle. Le creature bellissime hanno vite molto brevi, così mi aveva detto al nostro primo incontro.

Lui se ne assicurava e si forzava di dare alle sue Farfalle una strana specie di immortalità.

Ma non è la brutalità da sola a di occupare il palcoscenico di questo racconto. A parlare  in prima persona è Maya, una giovane ragazza catturata mesi prima e ora interrogata dall’FBI. Le sue frasi turbano profondamente gli agenti, le sue ricostruzioni sembrano voler portare il lettore a diverse riflessioni. Maya tratteggia le distorsioni del suo aguzzino, i grotteschi pensieri delle sue compagne di sventura destinate a morire e i caratteri dei membri della famiglia del Giardiniere.

Non c’è banalizzazione in questo libro, nulla è lasciato al caso e niente è scontato, tanto meno il finale.

Quali di queste ragazze, ognuna ha una caratteristica che va comporre il carattere di Maya, riuscirà a salvarsi? E si salveranno veramente?

“Alcune persone restano spezzate. Altre raccolgono i cocci e li rimettono assieme con tutti i bordi taglienti bene in vista”.

In un continuo alternarsi tra la sala degli interrogatori e il giardino perverso, la narrazione è dinamica e incalzante. Presente e passato continuano a mischiarsi e Maya riuscirà a tirare fuori anche i ricordi più dolorosi della sua infanzia. Ma solo alla fine il puzzle riuscirà a completarsi.

Il giardino delle farfalle è…

Agghiacciante perché la storia non potrebbe essere definita in altro modo. Un maniaco si diverte a giocare con le donne come fossero animali rari. Affetto da un disturbo così perverso che non riesce a distinguere l’amore dalla violenza.

Le vittime cercano una parvenza di normalità in una situazione paradossale, custodendo gelosamente i loro ricordi e coltivando le loro passioni, chi la lettura, chi la musica e chi la scultura… Non pensavo che questo libro potesse essere il mio genere e… ancora una volta mi sono sbagliata. Consigliatissimo perchè è un libro curato, profondo e davvero coinvolgente.

 

La trama del romanzo.

Vicino a un palazzo isolato c’è un bellissimo giardino dove è possibile trovare fiori lussureggianti, alberi che regalano un’ombra gentile e… una collezione di preziose “farfalle”: giovani donne rapite e tatuate in modo da farle assomigliare a veri lepidotteri. A guardia di questo posto da brividi c’è il Giardiniere, un uomo brutale e contorto, ossessionato dalla cattura e dalla conservazione dei suoi esemplari unici. Quando il giardino viene scoperto dalla polizia, l’unica sopravvissuta viene messa in salvo e poi interrogata. Gli agenti dell’FBI Victor Hannover e Brandon Eddison hanno il compito di mettere insieme i pezzi di uno dei più complicati rompicapo della loro carriera. La ragazza, conosciuta solo come Maya, è ancora sotto shock e la sua testimonianza è ricca di episodi sconvolgenti al limite del credibile. Torture, ogni forma di crudeltà e privazione sembravano essere all’ordine del giorno in quella serra degli orrori, ma nel racconto della giovane donna con delle ali di farfalla tatuate sulla schiena non mancano le incongruenze e i salti temporali… E più Maya va avanti con il suo terrificante racconto, più Victor e Brandon si chiedono chi o cosa la ragazza stia cercando di nascondere…

 

Come inizia.  

 

 

Per mamma e Deb,

perché stavate per rispondere alla domanda prima di

rendervi conto di quanto fosse profondamente inquietante.

E per tutto il resto.

 

I

   I tecnici gli riferiscono che la ragazza dall’altro lato del vetro non ha detto una parola da quando l’hanno portata lì. Sulle prime la cosa non lo sorprende, considerando il trauma che ha subìto, ma ora, osservandola attraverso lo specchio unidirezionale, inizia a mettere in dubbio quella valutazione. Se ne sta stravaccata sulla dura sedia di metallo, il mento poggiato sulla mano bendata mentre l’altra traccia simboli senza senso sulla superficie del tavolo in acciaio inossidabile. Ha gli occhi semichiusi, con ombre profonde che segnano la pelle al di sotto, e i suoi capelli neri sono spenti e sudici, tirati all’indietro in un intreccio disordinato. È chiaramente esausta.

   Ma non la definirebbe traumatizzata.

   Sorseggiando il suo caffè, l’agente speciale dell’FBI Victor Hanoverian studia la ragazza mentre attende l’arrivo dei membri del suo team. Del suo collega, almeno. Il terzo componente principale del gruppo è all’ospedale con le altre ragazze, a cercare di ottenere aggiornamenti sulle loro condizioni e, se possibile, i loro nomi e le impronte digitali. Altri agenti e uomini della scientifica si trovano presso la proprietà, e il poco che ha saputo da loro gli fa venire voglia di chiamare casa e parlare con le sue figlie per assicurarsi che stiano bene. Ma lui ci sa fare con le persone, in particolare con i bambini traumatizzati, perciò trovarsi qui, in attesa di entrare da questa particolare vittima, è la scelta più sensata.

   Riesce a distinguere le vaghe linee attorno al naso e alla bocca della ragazza, traccia lasciata da una maschera d’ossigeno; sul volto e sugli abiti che le sono stati messi ha macchie di sporco e fuliggine. Delle bende le avvolgono le mani e la parte superiore del braccio sinistro, e lui riesce a notare le spesse linee di altre fasciature sotto la canottiera sottile che le hanno dato all’ospedale. La ragazza rabbrividisce nei pantaloni da ospedale color verde marcio, i piedi nudi ritratti per il freddo del pavimento, ma non si lamenta.

   Lui non sa nemmeno come si chiama.

   Non conosce i nomi della maggior parte delle ragazze che hanno liberato o di quelle che era ormai troppo tardi per salvare. Questa non ha parlato con nessuno all’infuori delle altre ragazze, e anche lì niente nomi, nessuna informazione. Solo… be’, parole che non potrebbe davvero definire di conforto. “Forse morirai o forse no; ora rilassati e lascia che i dottori facciano il loro lavoro” non erano esattamente parole rassicuranti, eppure tale era stato l’effetto su di loro.

   Si mette dritta sulla sedia, protendendo lentamente le mani sopra la testa finché tutta la sua schiena non si incurva ad arco. I microfoni captano lo schiocco doloroso delle vertebre. Scuotendo la testa, torna ad accasciarsi sul tavolo, la guancia premuta contro il metallo, i palmi piatti contro la superficie. Il suo sguardo è rivolto lontano dal vetro, lontano da lui e dagli altri che sicuramente lei sa essere lì, ma quell’angolazione offre all’agente un’altra visuale interessante: le linee.

   All’ospedale gli hanno dato una foto; riesce appena a scorgere le estremità dei colori brillanti che spuntano all’altezza della scapola. Il resto del disegno è più difficile da vedere, ma la canottiera non è abbastanza spessa da nasconderlo del tutto. Tira fuori l’immagine dalla tasca e la tiene contro il vetro, spostando lo sguardo dalla carta lucida a ciò che riesce a intravedere sulla schiena della ragazza. Non sarebbe importante, se non fosse che anche tutte le altre, eccetto una, ce l’hanno. Colori diversi, motivi diversi, ma nella sostanza uguali.

   «Pensa che sia stato lui a farglielo, signore?», chiede uno dei tecnici, osservando la ragazza sul monitor. Quella telecamera è puntata sull’altro lato della stanza degli interrogatori e mostra un’immagine ingrandita del suo volto, gli occhi chiusi e i respiri lenti e profondi.

   «Suppongo che lo scopriremo». Non gli piace fare supposizioni, in particolare quando sanno ancora così poco. Questa è una delle rare volte nella sua carriera in cui ciò che hanno trovato era molto peggiore di quanto avessero potuto immaginare. E lui è abituato a pensare al peggio. Quando scompare un bambino, ti fai il mazzo ma non ti aspetti di trovare il poverino vivo alla fine delle indagini. Forse lo speri. Ma non te lo aspetti. Ha visto corpi tanto piccoli da meravigliarsi che esistano bare adatte, bambini stuprati prima di conoscere il significato di quella parola, ma in qualche modo questo caso è così inatteso che non è del tutto sicuro di dove si debba collocare.

   Non sa nemmeno quanti anni abbia la ragazza. I dottori hanno ipotizzato dai sedici ai ventidue, ma questo non lo aiuta molto. Se fosse una sedicenne, probabilmente dovrebbe avere un rappresentante dei servizi per i minori, ma quelli hanno già riempito l’ospedale e reso le cose difficili. I servizi che forniscono sono preziosi e necessari, ma questo non glieli toglie dalle scatole. Cerca di pensare alle sue figlie, a cosa farebbero se fossero rinchiuse in una stanza come questa ragazza, ma nessuna di loro è così impenetrabile. Significa forse che lei è più grande? O solo che è più allenata a m ostrare indifferenza?

   «Ci sono altre notizie da Eddison o Ramirez?», chiede ai tecnici, senza distogliere gli occhi dalla ragazza.

   «Eddison sta salendo; Ramirez è ancora all’ospedale con i genitori della più giovane», riferisce una delle donne. Yvonne non guarda la ragazza nella stanza, nemmeno sui monitor. Ha una bimba piccola a casa. Victor si domanda se sia il caso di dirle di staccare – Yvonne è tornata al lavoro solo oggi – ma decide che se non dovesse farcela sarà lei a farglielo sapere.

   «È stata lei a far scattare la ricerca?»

   «Era scomparsa solo da un paio di giorni. Sparita dal centro commerciale mentre faceva shopping con le amiche. Hanno detto che era uscita dalla zona dei camerini per andare a prendere un’altra taglia e che non è più tornata».

   Una persona in meno da trovare.

   All’ospedale avevano scattato foto di tutte le ragazze, perfino quelle che erano morte durante il trasporto o all’arrivo, e le stavano comparando con il database delle persone scomparse. Ma ci sarebbe voluto tempo prima di ottenere dei risultati. Quando gli agenti o i medici domandavano il nome a quelle che erano in condizioni migliori, tutte si voltavano verso di lei, che era chiaramente un punto di riferimento per loro, e molte non aprivano bocca. Era sembrato che alcune ci pensassero su, ma poi si erano sciolte in singhiozzi e le infermiere erano accorse.

   Ma non questa ragazza seduta nella stanza degli interrogatori. Quando l’avevano chiesto a lei, si era limitata a distogliere lo sguardo. A quanto sembra, non aveva il minimo interesse a essere ritrovata.

   Cosa che in alcuni fa sorgere il dubbio che sia davvero una vittima.

   Victor sospira e ingurgita quello che resta del suo caffè, accartocciando la tazza prima di gettarla nel cestino dell’immondizia accanto alla porta. Preferirebbe aspettare Ramirez: un’altra donna nella stanza è sempre utile in circostanze del genere. Può aspettare? Chi può dire per quanto tempo si trat terrà con i genitori oppure se altri genitori si riverseranno in ospedale quando le foto saranno consegnate ai media? Se saranno consegnate ai media, si corregge accigliandosi. Odia quella parte, odia che le immagini delle vittime ricoprano schermi televisivi e giornali impedendo loro per sempre di dimenticare ciò che è successo. Come minimo possono aspettare finché non avranno ottenuto i dati delle persone scomparse.

   La porta si apre e si richiude con forza dietro di lui. La stanza è isolata acusticamente, ma il vetro sbatacchia leggermente e la ragazza si affretta a mettersi a sedere, stringendo gli occhi in direzione dello specchio. E presumibilmente verso coloro che sa essere lì dietro.

   Victor non ha bisogno di voltarsi. Nessuno sbatte una porta come Brandon Eddison. «Novità?»

   «Hanno trovato una corrispondenza con un paio di rapporti piuttosto recenti e i genitori stanno arrivando. Finora sono tutti della East Coast».

   Victor stacca la foto dal vetro e se la rimette nella tasca della giacca. «Nient’altro sulla nostra ragazza?»

   «Alcune delle altre l’hanno chiamata Maya dopo che è stata portata qui. Nessun cognome».

   «Il suo nome vero?».

   Eddison sbuffa. «Improbabile». Non senza qualche difficoltà, chiude la cerniera del giubbotto sopra la maglietta dei Redskins. Non appena la squadra di intervento aveva trovato le sopravvissute, il team di Victor era stato richiamato in servizio per gestire la situazione. Considerati i gusti di Eddison, Victor è davvero lieto che sulla maglietta non ci siano donne nude. «Stiamo facendo ispezionare l’edificio principale a una squadra per vedere se il bastardo ha conservato qualcosa di personale».

   «Possiamo concordare sul fatto che ha conservato alcune cose molto personali delle ragazze, credo».

   Forse ricordando quello che ha visto alla proprietà, Eddison non discute. «Perché lei?», domanda. «Ramirez dice che ce ne sono altre ferite non troppo gravemente. Più spaventate, forse più disposte a parlare. Questa sembra un osso duro».

   «È evidente che lei è un punto di riferimento per le altre. Voglio sapere perché. Devono voler disperatamente tornare a casa, allora perché guardano lei e scelgono di non rispondere alle domande?».

   «Credi che possa essere implicata in tutta la storia?»

   «È quel che dobbiamo scoprire». Victor raccoglie la bottiglia d’acqua dal ripiano e sospira. «D’accordo. Andiamo a parlare con Maya».

   La ragazza si appoggia contro lo schienale della sedia quando entrano nella stanza degli interrogatori, con le dita ricoperte di garza intrecciate davanti allo stomaco. Non è la postura difensiva che Victor si sarebbe aspettato e, a giudicare dal cipiglio del suo collega, è evidente che anche lui ne è sconcertato. Gli occhi della ragazza guizzano su di loro, analizzando dettagli e archiviando pensieri, nessuno dei quali viene mostrato sul suo volto.

   «Grazie per essere venuta con noi», la saluta Victor, glissando sulla sua mancata possibilità di scelta. «Questo è l’agente speciale Brandon Eddison e io sono l’agente speciale in capo Victor Hanoverian».

   L’angolo della bocca della ragazza si inclina verso l’alto in un guizzo passeggero che Victor non può davvero definire un sorriso. «Agente speciale in capo Victor Hanoverian», ripete lei, la voce roca per il fumo. «Un vero scioglilingua».

   «Preferisci Victor?»

   «Non ho una preferenza vera e propria, ma grazie».

   Victor svita il tappo e le porge la bottiglia d’acqua, usando quel momento per decidere la sua strategia. Decisamente non traumatizzata, e nemmeno timida. «Di solito c’è un’altra parte nelle presentazioni».

   «I dettagli utili?», dice lei. «A lei piace intrecciare canestri e fare lunghe nuotate, mentre a Eddison piace camminare per strada con tacchi alti e minigonna?».

   Eddison ringhia e sbatte un pugno sul tavolo. «Come ti chiami?»«

   Non sia scortese».

   Victor si morde il labbro per non cedere alla tentazione di sorridere. Non aiuterebbe la situazione, e di certo non lo stato mentale del collega, ma la tentazione c’è comunque. «Ci potresti dire il tuo nome,per favore?»

   «Grazie, ma no. Non ritengo sia il caso di condividerlo».

   «Alcune delle ragazze ti hanno chiamata Maya».

   «Allora perché si è preso la briga di chiederlo?».

   Victor sente Eddison inspirare con forza, ma lo ignora. «Vorremmo sapere chi sei, come sei arrivata qui. Vorremmo aiutarti a tornare a casa».

   «E se dicessi che non ho bisogno del vostro aiuto per tornare a casa?»

   «Mi domanderei perché non l’hai fatto prima».

   C’è l’accenno di un sorriso e il guizzo di un sopracciglio che potrebbe significare approvazione. È una ragazza bellissima, con la pelle di una tonalità bruno-dorata e occhi marrone chiaro, quasi ambrato, ma non è debole. Un suo sorriso te lo devi guadagnare. «Penso che conosciamo entrambi la risposta a questa domanda. Ma non mi trovo più lì, giusto? Da qui posso tornare a casa».

   «E dov’è casa tua?»

   «Non sono certa che ci sia ancora».

   «Questo non è un gioco», sbotta Eddison.

   La ragazza lo esamina freddamente. «No, certo che no. Sono morte delle persone, delle vite sono state rovinate, e sono certa che per lei è stata una grossa seccatura dover lasciare la sua partita di football».

   Eddison arrossisce e tira più su la cerniera per coprire la maglietta.

   «Non sembri molto nervosa», osserva Victor.

   Lei scrolla le spalle e prende un sorso d’acqua, tenendo la bottiglia con cautela nelle mani fasciate. «Dovrei esserlo?»

   «Molte persone lo sono quando parlano con l’FBI».

   «Non è così diverso dal parlare con…». Si morde il labbro inferiore screpolato e sussulta quando le goccioline di sangue filtrano attraverso la pelle lacerata. Prende un altro sorso.

   «Con?», la imbecca con gentilezza.

   «Lui», risponde la ragazza. «Il Giardiniere».

   «L’uomo che ti teneva prigioniera… Hai parlato con il suo giardiniere?».

   Lei scuote il capo. «Lui era il Giardiniere».

* * *

   Dovete capire che non gli ho attribuito quel nome per paura o venerazione, o per un qualche erroneo senso di appartenenza. Non gli ho dato affatto quel nome. Come ogni altra cosa in quel luogo, è nato dall’intero tessuto della nostra ignoranza. Ciò che non era noto veniva creato, ciò che non veniva creato prima o poi cessava di avere importanza. È una forma di pragmatismo, suppongo. Persone affettuose e amorevoli che nutrono un bisogno disperato di approvazione da parte degli altri finiscono vittima della sindrome di Stoccolma, mentre le altre si danno al pragmatismo. Avendo visto entrambe le reazioni negli altri, io ho preferito il pragmatismo.

   Udii quel nome il mio primo giorno nel Giardino.

   Ci arrivai con un’emicrania lancinante, mille volte peggiore dei postumi di qualunque sbornia mai presa. All’inizio non riuscivo nemmeno ad aprire gli occhi. Il dolore mi trafiggeva il cranio a ogni respiro, peggio ancora se mi muovevo. Dovetti aver emesso un suono perché all’improvviso sulla fronte e sugli occhi ci fu un panno freddo e umido e una voce che prometteva che era soltanto acqua.

   Non ero certa di cosa mi innervosisse di più: il fatto che questa per lei fosse una preoccupazione frequente, o il fatto che si trattasse di una lei. Almeno di una cosa ero certa: non c’era nessuna donna nella coppia che mi aveva rapito.

   Un braccio scivolò dietro le mie spalle e mi mise dritta con gentilezza, poi una mano mi premette un bicchiere contro le labbra. «Solo acqua, giuro», ripeté.

   Bevvi. Non aveva davvero importanza se fosse “solo acqua” o no.

   «Riesci a inghiottire delle pillole?»

   «Sì», sussurrai, e quel semplice suono mi conficcò un altro chiodo nel cranio.

   «Apri la bocca, allora». Quando obbedii, mi mise due compresse piatte sulla lingua e mi diede altra acqua. Deglutii come richiesto e poi cercai di non vomitare quando lei mi reclinò con delicatezza su un lenzuolo freddo e un materasso duro. Non disse altro per parecchio tempo, finché le luci colorate non smisero di danzare dietro le mie palpebre e io iniziai a muovermi di mia spontanea volontà. Poi tolse il panno che avevo sulla faccia, schermando gli occhi dalla luce proveniente dall’alto finché non fossi riuscita a smettere di sbattere le palpebre.

   «Allora l’hai già fatto altre volte», gracidai.

   Mi porse il bicchiere d’acqua.

   Anche ripiegata su se stessa, su uno sgabello accanto al letto, era facile vedere che era alta. Alta e muscolosa, con lunghe gambe e muscoli snelli come un’amazzone. O una leonessa, in effetti, perché se ne stava accasciata languida come un felino. Capelli color oro bruno erano ammucchiati sulla sua testa come per un capriccio insensato, rivelando un volto dai lineamenti forti e profondi occhi castani con pagliuzze dorate. Indossava un serico vestito nero annodato alto attorno al collo.

   Accettò il mio schietto esame con qualcosa di simile a sollievo. Suppongo che fosse meglio di urla isteriche, reazione che probabilmente aveva ottenuto in precedenza.

   «Io sono Lyonette», disse dopo che l’ebbi guardata per bene e tornai a rivolgere la mia attenzione all’acqua. «Non preoccuparti di dirmi il tuo nome poiché non potrò usarlo. Meglio dimenticarlo, se puoi».

   «Dove siamo?»

   «Nel Giardino».

   «Il Giardino?».

   Lei scrollò le spalle e perfino quello fu un gesto fluido, qualcosa di aggraziato e assolutamente elegante. «È un nome come un altro. Vuoi vederlo?».

   «Immagino che tu non conosca un modo rapido per uscire da qui?».

   Lei si limitò a guardarmi.

   Giusto. Feci volteggiare le gambe oltre il bordo del letto, piantai i pugni sul materasso e mi resi conto che potevo vedere ogni parte di me che c’era da vedere. «Vestiti?»

   «Qui». Mi porse un pezzo di qualcosa di nero e serico che si rivelò un abito aderente lungo fino al ginocchio che si allacciava in alto attorno al collo e lasciava scoperta la schiena. Parecchia schiena. Se avessi avuto delle fossette sul sedere, lei le avrebbe viste. Mi aiutò a legare quella fusciacca fibrosa attorno alle anche, poi mi diede una spintarella in direzione della porta.

   La stanza era disadorna, fin troppo, e conteneva soltanto il letto e un piccolo gabinetto con lavabo in un angolo. In un altro angolo c’era quella che sembrava una minuscola doccia aperta. Le pareti erano fatte di vetro spesso, con un’apertura al posto di una porta, e c’era un binario da entrambi i lati del vetro.

   Lyonette mi vide guardare quelle rotaie e si accigliò. «Delle pareti solide vengono tirate giù per tenerci chiuse nelle nostre stanze e fuori vista», spiegò.

   «Spesso?»

    «A volte».

   L’apertura dava in uno stretto corridoio, che correva per un lungo tratto alla mia destra, ma solo brevemente alla mia sinistra prima di raggiungere un angolo. Quasi di fronte all’apertura c’era un altro accesso con altri di quei binari; conduceva in una caverna, umida e fredda. Un arco aperto sul lato opposto della grotta faceva entrare refoli che spiravano per quello scuro spazio di pietra, con frammenti di luce che si rifrangevano nella cascata che gorgogliava e ribolliva appena fuori. Lyonette mi condusse all’esterno passando attraverso quella cortina d’acqua ed entrammo in un giardino tanto bello che guardarlo faceva quasi male agli occhi. Fiori brillanti di qualunque colore immaginabile sbocciavano in una selvaggia abbondanza di foglie e alberi, con nugoli di farfalle che svolazzavano nel mezzo. Una sporgenza artificiale si innalzava sopra di noi, con altra vegetazione e piante vive sulla sua sommità piatta, e gli alberi alle estremità sfioravano appena i lati del tetto di vetro che incombeva a una distanza enorme sopra di noi. Riuscivo a vedere alte pareti nere attraverso la vegetazione degli strati inferiori, troppo alta per scorgere cosa ci fosse oltre, e piccole sacche di spazio aperto circondate da rampicanti. Pensai che potesse trattarsi di accessi a corridoi come quello in cui eravamo prima.

   L’atrio era enorme, quasi travolgente per le sole dimensioni ancora prima di guardare quel tripudio di colori. La cascata alimentava uno stretto torrente che serpeggiava fino a un piccolo stagno ricoperto di ninfee, con sentieri di sabbia bianca che passavano attraverso la vegetazione fino alle altre porte.

   La luce che filtrava dal soffitto era di un intenso color lavanda, striata di rosa e indaco: era sera. Era un pomeriggio luminoso quando ero stata presa, ma in qualche modo supponevo che non si trattasse dello stesso giorno. Mi voltai disegnando un lento cerchio, cercando di assimilare tutto quanto, ma era troppo. I miei occhi non riuscivano a vedere la metà di ciò che c’era lì e il mio cervello non riusciva a elaborare la metà di quello che vedevo.

   «Che cazzo?».

   Lyonette scoppiò in una risata sincera, un suono aspro che si interruppe all’improvviso come se temesse che qualcuno potesse udirlo. «Noi lo chiamiamo il Giardiniere», disse in tono secco. «Appropriato, no?».

   «Cos’è questo posto?»

   «Benvenuta nel Giardino delle farfalle».

   Mi voltai per chiederle cosa volesse dire, ma poi lo vidi.

* * *

   La ragazza prende un lungo sorso d’acqua, rigirando la bottiglia tra i palmi. Quando non mostra alcun segno di voler continuare, Victor tamburella delicatamente sul tavolo per richiamare la sua attenzione. «Vidi cosa?», la sollecita.

   Lei non risponde.

   Victor tira fuori la foto dalla tasca della giacca, posandola sul tavolo in mezzo a loro. «Cosa?», insiste.

   «Vede, pormi domande di cui sa già la risposta non mi rende incline a fidarmi di voi». Ma le sue spalle si rilassano e la ragazza si appoggia contro lo schienale della sedia, una posizione familiare.

   «Siamo l’FBI; di solito la gente ci considera i buoni».

   «E Hitler si considerava malvagio?».

   Eddison si sposta proprio al bordo della sua sedia. «Stai paragonando l’FBI a Hitler?»

   «No. Sto intavolando una discussione sulla prospettiva e sul relativismo morale».

   Quando avevano ricevuto la chiamata, Ramirez era andata dritta all’ospedale e Victor era venuto qui per coordinare la valanga di informazioni in arrivo. Era stato Eddison a fare il giro della proprietà. “Eddison reagisce sempre all’orrore con la collera”. E con quel pensiero, Victor riporta gli occhi sulla ragazza dall’altro lato del tavolo. «Ti ha fatto male?»

   «Da morire», risponde lei, percorrendo con un dito le linee sulla foto.

   «Secondo l’ospedale risale ad alcuni anni fa?»

   «Dal suo tono sembra che sia una domanda».

   «Un’affermazione in cerca di conferma», chiarisce lui, e stavolta il sorriso traspare.

   Eddison gli scocca un’occhiataccia.

   «Gli ospedali sono molte cose, ma essere del tutto incompetenti di solito non rientra fra queste».

   «E questo cosa diavolo significa?», sbotta Eddison.

   «Sì, risale ad alcuni anni fa».

   Victor riconosce gli stessi schemi da anni passati a domandare alle sue figlie di pagelle, compiti in classe e ragazzi. Lascia che il silenzio perduri per un minuto, poi due, e osserva la ragazza rigirare con cautela la foto. Gli strizzacervelli del team allargato probabilmente avrebbero avuto da dire una o due cose al riguardo. «A chi l’ha fatto fare?»

   «All’unica persona al mondo di cui poteva fidarsi senza riserve».

   «Un uomo dai molti talenti».

   «Vic…».

   Senza distogliere gli occhi dalla ragazza, Victor assesta un calcio alla gamba della sedia del suo compagno, dandogli uno scossone. Come ricompensa ottiene quell’accenno di sorriso. Non un sorriso vero, nemmeno un’ombra, a dire il vero, ma qualcosa di simile.

   La ragazza guarda sotto il bordo della garza fissata attorno alle dita. «Gli aghi fanno un rumore tremendo, vero? Quando non è una tua scelta. Eppure è una scelta, perché esiste l’alternativa».

   «La morte», azzarda Victor.

   «Peggio».

   «Peggio della morte?».

   Eddison impallidisce e la ragazza se ne accorge; ma invece di sbeffeggiarlo gli rivolge un solenne cenno del capo. «Lui sa. Invece lei non c’è stato, vero? Leggerlo non è la stessa cosa».

   «Cosa c’è di peggio della morte, Maya?».

   Lei infila un’unghia sotto una delle croste fresche sul suo indice e la gratta via, e la garza si riempie di puntini di sangue. «Rimarreste sorpresi da quanto è facile procurarsi l’attrezzatura per i tatuaggi».

* * *

   Durante la prima settimana, mi veniva messo qualcosa nella cena ogni sera per rendermi docile. Lyonette restava con me durante il giorno, ma le altre ragazze – a quanto pareva ce n’erano diverse – rimanevano a distanza. Quando glielo feci notare, a pranzo, Lyonette mi disse che era normale.

   «Il pianto stressa tutte quante», disse masticando l’insalata. Qualunque cosa si potesse dire del misterioso Giardiniere, forniva pasti eccellenti. «Molte preferiscono stare alla larga finché non sappiamo come si ambienterà una ragazza».

   «Tranne te».

   «Qualcuno deve farlo. Io posso sopportare le lacrime, se necessario».«Allora devi essere lieta che io non ne abbia versate».

   «A questo proposito». Lyonette infilzò una striscia di pollo grigliato e rigirò la forchetta. «Hai mai pianto?»

   «E a che scopo?»

   «Finirò per amarti oppure per odiarti».

   «Fammi sapere cosa decidi: cercherò di comportarmi di conseguenza».

   Mi rivolse un sorriso intenso, mettendo in mostra tutti i denti. «Mantieni questo atteggiamento, ma non farlo con lui».

   «Perché vuole che dorma di notte?»

   «Precauzioni. C’è un precipizio qui fuori, dopotutto».

   Il che mi indusse a domandarmi quante ragazze si fossero gettate giù prima che lui adottasse quelle precauzioni. Cercai di valutare l’altezza di quella mostruosità artificiale. Otto metri, forse nove? Era sufficiente per uccidere qualcuno nell’impatto?

   Mi ero abituata a svegliarmi in quella stanza vuota quando terminava l’effetto delle droghe, con Lyonette seduta su uno sgabello accanto al letto. Ma al termine della prima settimana mi svegliai su una panca con un’imbottitura rigida e l’aria carica dell’odore pungente di antisettico. Era una stanza diversa, più grande, con pareti di metallo invece che di vetro.

   E lì dentro c’era qualcun altro.

   Sulle prime non riuscii a vederlo, a causa del sonno drogato che mi sigillava ancora le palpebre, ma riuscivo a percepire la sua presenza. Mantenni il respiro lento e regolare, sforzandomi di ascoltare, ma una mano si posò sul mio polpaccio nudo. «So che sei sveglia».

   Era una voce d’uomo, con un timbro pacato e profondo. Una voce piacevole. La mano si spostò su per la gamba, sopra il sedere e lungo la curva della schiena. Mi veniva la pelle d’oca al suo tocco, malgrado il tepore nella stanza.

   «Preferirei che rimanessi assolutamente immobile, altrimenti entrambi avremo motivo di pentircene». Quando cercai di voltare la testa verso la voce, la mano si mosse verso la mia nuca per tenermi ferma. «Preferirei non doverti legare per questo: rovina la linea dell’opera. Se ritieni di non poter restare immobile, ti darò qualcosa che lo assicurerà. Ma ripeto, preferirei non farlo. Riesci a rimanere immobile?»

   «Per cosa?», domandai, quasi in un sussurro.

   Lui mi mise un pezzo di carta lucida in mano.

   Tentai di aprire gli occhi ma i sonniferi me li facevano diventare più cisposi del solito al mattino. «Se non hai intenzione di cominciare adesso, posso sedermi, per favore?».

   La mano mi accarezzò i capelli, le unghie che raschiavano lievi contro il cuoio capelluto. «Puoi», disse in tono stupefatto. Però mi aiutò a mettermi a sedere sulla panca. Mi stropicciai gli occhi e abbassai lo sguardo verso l’immagine, consapevole di come la sua mano continuasse ad accarezzarmi i capelli. Pensai a Lyonette e alle ragazze che avevo visto da lontano e non potevo dire di essere sorpresa.

   A disagio, ma non sorpresa.

   Lui era in piedi dietro di me, l’aria che lo circondava intrisa di una colonia pungente. Delicata, probabilmente costosa. Di fronte a me c’era l’armamentario completo di un tatuatore, gli inchiostri disposti su un vassoio con gambe. «Oggi non faremo il disegno completo».

   «Perché ci marchi?»

   «Perché un giardino deve avere le sue farfalle».

   «Non è possibile farla restare una metafora?».

   Lui rise, un suono pieno e spontaneo. Era un uomo che amava ridere e non trovava tanto motivo per farlo quanto gli sarebbe piaciuto, pertanto l’opportunità lo rallegrava sempre. Col tempo si imparano molte cose, e questa fu una delle più importanti che appresi su di lui. Voleva trovare più gioia nella vita di quella che otteneva. «Non c’è da meravigliarsi che tu piaccia alla mia Lyonette. Sei uno spirito fiero, proprio come lei».

   Non avevo una risposta a quell’affermazione, nulla che avesse senso dire.

   Lui mi agganciò con attenzione le dita tra i capelli, tirandoli all’indietro sopra le mie spalle, e prese una spazzola. Me li spazzolò finché non rimase nemmeno un nodo, poi continuò per altro tempo. Credo che gli piacesse quanto qualunque altra cosa, in effetti. È un piacere semplice, spazzolare i capelli di qualcun altro. Avere il permesso di farlo. Alla fine li tirò indietro in una coda di cavallo e la fissò con un elastico, poi li avvolse in una crocchia ferma e li assicurò con nastro imbottito e delle forcine con punte di gomma.

   «Ora stenditi di nuovo sulla pancia, per favore».

   Obbedii, e mentre lui si allontanava colsi un’immagine di pantaloni color cachi e una camicia coibottoni al colletto. Mi voltò la testa perché distogliessi lo sguardo da lui, la guancia premuta contro il cuoio nero, e mi mise le braccia mollemente lungo i fianchi. Non era una posizione molto comoda, ma non era neanche del tutto scomoda. Quando mi feci forza per non sobbalzare o sussultare, lui mi diede una lieve pacca sul didietro. «Rilassati», mi ordinò. «Se sei tesa, farà più male e ci metterà più tempo a guarire».

   Respirai a fondo e imposi ai miei muscoli di rilassarsi. Chiusi e schiusi i pugni, e con ognuno di quei movimenti allentavo un po’ di tensione dalla schiena. Era stata Sophia a insegnarcelo, soprattutto per tenere a bada le crisi periodiche di Whitney, e…

* * *

   «Sophia? Whitney? Sono alcune delle ragazze?», la interrompe Eddison.

   «Sono ragazze, sì. Be’, Sophia probabilmente va considerata una donna». La ragazza beve un altro sorso e nota quanta acqua resta nella bottiglia. «In effetti anche Whitney, suppongo. Perciò sono donne».

   «Che aspetto hanno? Possiamo associare i loro nomi a…».

   «Non sono del Giardino». È difficile interpretare l’occhiata che lancia all’agente più giovane, compassione, divertimento e derisione in parti uguali. «Avevo una vita prima, sa. La mia vita non è cominciata nel Giardino. Be’, non in questo Giardino, comunque».

   Victor rigira la foto, cercando di calcolare il tempo che dev’esserci voluto per realizzare una cosa del genere. Così grande, così dettagliata.

   «Non è stato tutto in una volta», gli racconta la ragazza, seguendo i suoi occhi verso il disegno. «Ha cominciato con i contorni. Poi è tornato a lavorarci nel corso di due settimane per aggiungere tutti i colori e i dettagli. E una volta terminato ero pronta, un’altra delle Farfalle nel suo Giardino. Dio che creava il suo piccolo mondo privato».

   «Parlaci di Sophia e Whitney», dice Victor, lieto di lasciare da parte il tatuaggio per un po’. Ha sentore di quel che deve essere accaduto una volta terminato, ed è disposto a definirsi un codardo pur di non udirlo subito.

   «Vivevo con loro».

   Eddison tira fuori la Moleskine dalla tasca. «Dove?»

   «Nel nostro appartamento».

   «Devi…».

   Victor lo interrompe. «Parlaci dell’appartamento».

   «Vic», protesta Eddison. «Non ci sta dando nulla!».

   «Lo farà», replica lui. «Quando sarà pronta».

   La ragazza li guarda senza commentare, facendo scivolare la bottiglia da una mano all’altra come un dischetto da hockey.

   «Parlaci dell’appartamento», ripete lui.

* * *

   Ci vivevamo in otto e tutte quante lavoravamo assieme al ristorante. Era un loft enorme, un’unica stanza, con letti e bauletto disposti come in una caserma. Ciascun letto aveva un appendiabiti per i vestiti da una parte e delle bacchette per le tende dall’altro e ai piedi. Non era granché per la privacy, ma funzionava abbastanza bene. In circostanze normali, l’affitto sarebbe stato improponibile, ma era un quartiere di merda ed eravamo così tante che potevamo racimolare i soldi per pagarlo in una sera o due e passare il resto del mese a spendere quello che rimaneva.

   Alcune lo facevano davvero.

   Eravamo uno strano miscuglio, studentesse, maschiacci e una ex prostituta. Alcune desideravano la libertà di essere chiunque volessero, altre la libertà di essere lasciate in pace. Le uniche cose che avevamo in comune erano il ristorante in cui lavoravamo e quel loft.

   E, sul serio, era una specie di paradiso.

   Certo, alle volte litigavamo, c’erano discussioni, bisticci e qualche piccola meschinità, ma per la maggior parte quelle cose venivano dimenticate piuttosto in fretta. C’era sempre qualcuna disposta a prestarti un vestito, un paio di scarpe o un libro. C’era il lavoro, lezioni per quelle che le seguivano,ma per il resto avevamo denaro e una città intera ai nostri piedi. Perfino per me, che ero cresciuta quasi senza supervisione, quel genere di libertà era stupefacente.

   Il frigo era sempre pieno zeppo di bagel, alcolici e acqua in bottiglia, e negli armadietti c’erano sempre preservativi e aspirina. A volte potevi trovare gli avanzi di cibo da asporto nel frigo, e ogni volta che i servizi sociali venivano a far visita a Sophia per vedere come se la stava cavando, facevamo una corsa all’alimentari e nascondevamo gli alcolici e i preservativi. Mangiavamo perlopiù fuori o ci facevamo portare da mangiare a casa. Lavorando col cibo ogni sera, in genere evitavamo la cucina dell’appartamento come la peste.

   Oh, e c’era il tipo ubriaco. Non avevamo mai la certezza se vivesse nell’edificio o no, ma nel pomeriggio lo vedevamo bere in strada e ogni notte perdeva conoscenza di fronte alla nostra porta. Non la porta del palazzo: la nostra porta. Era anche un fottuto pervertito, perciò quando tornavamo a casa tardi – cosa che accadeva praticamente ogni notte – prendevamo le scale fino al tetto e poi scendevamo di un piano con la scala antincendio ed entravamo dalle finestre. Lì il nostro padrone di casa aveva messo una serratura speciale per noi, perché Sophia provava pena per l’ubriacone pervertito e non voleva consegnarlo ai piedipiatti. Considerata la sua situazione di ex prostituta e drogata che stava cercando di ripulirsi per riottenere le sue bambine, noi non insistevamo.

   Le ragazze erano le mie migliori amiche. Suppongo di aver incontrato persone come loro in precedenza, ma era diverso. Potevo stare lontana dalla gente e di solito lo facevo. Ma con le ragazze ci lavoravo e poi ci vivevo, ed era semplicemente… diverso.

   C’era Sophia, che faceva da mamma a tutte ed era completamente pulita da oltre un anno quando l’avevo conosciuta, e questo dopo due anni di tentativi e fallimenti. Aveva due figlie bellissime che vivevano insieme in affido nella stessa famiglia. Ancora meglio, i genitori affidatari sostenevano appieno l’obiettivo di Sophia di riaverle indietro. Lasciavano che andasse a far visita alle ragazze praticamente quando voleva. Ogni volta che le cose diventavano difficili, quando la dipendenza ricominciava a urlare, una di noi la ficcava in un taxi per mandarla a trovare le sue ragazze e ricordarle per cosa stava lavorando così sodo.

   C’era Hope e la sua ombra, Jessica. Hope era quella che aveva le idee e la vivacità, e Jessica le andava dietro in ogni cosa che diceva e faceva. Hope riempiva l’appartamento di risate e sesso, e se Jessica usava il sesso come un modo per sentirsi meglio con se stessa, almeno Hope le mostrava come trarne divertimento. Erano le bambine del gruppo, avevano solo sedici e diciassette anni quando io mi trasferii lì.

   Anche Amber aveva solo diciassette anni, ma a differenza delle altre due aveva una specie di progetto. Aveva ottenuto l’emancipazione per poter uscire dal sistema dell’affido, aveva superato il GED1 e seguiva lezioni presso un centro di formazione professionale per ottenere il diploma finché non fosse riuscita a scegliere una facoltà. C’era Kathryn, più grande di un paio d’anni, che non parlava mai e poi mai della sua vita prima dell’appartamento. Né di qualunque altra cosa, in effetti. A volte riuscivamo a convincere Kathryn a uscire con noi tutte assieme, ma non faceva mai niente per conto suo. Se qualcuno avesse allineato tutte noi contro il muro e avesse chiesto chi stava fuggendo da qualcuno o qualcosa, chiunque avrebbe indicato Kathryn. Ma noi non le facevamo domande. Una delle regole base dell’appartamento era non insistere sulla storia personale. Avevamo tutte un passato alle spalle.

   Ho menzionato Whitney: lei era quella delle crisi periodiche. Era una studentessa universitaria in Psicologia, ma era fottutamente ipersensibile. Non in modo negativo, solo in un modo tipo “Non reagisco bene allo stress”. Nelle pause tra un semestre e l’altro era fantastica. Durante il periodo accademico, facevamo a turno per portarla a farsi un giro affinché si desse una calmata. Anche Noémie era una studentessa, in procinto di ottenere una delle lauree più inutili note all’uomo. Sul serio, penso che l’unico motivo per cui frequentasse l’università fosse perché aveva una borsa di studio, e ottenere una laurea in Letteratura inglese era un’ottima scusa per leggere molto. Per fortuna, era davvero generosa nel condividere i suoi libri.

Continua a leggere…

L’autrice

Dot Hutchison, con la Newton Compton ha già pubblicato Il giardino delle farfalle, un successo straordinario, per settimane in vetta alla classifica dei thriller più venduti di Amazon, pubblicato in oltre 23 lingue e i cui diritti cinematografici sono stati ceduti alla casa di produzione Anonymous Content di Michael Sugar, già vincitore dell’Oscar per il miglior film con Il caso Spotlight. Il giardino delle rose, secondo capitolo della The Collector Trilogy, segue le vicende della caccia a un nuovo spietato killer.

 

 

  • Il giardino delle farfalle
  • Dot Hutchison
  • Traduttore: Gabriele Giorgi
  • Editore: Newton Compton
  • Formato: EPUB
  • Testo in italiano
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 316,63 KB
  • Pagine della versione a stampa: 336 p.

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