Nella Parigi della Belle Époque, Oscar Wilde attraversa salotti, desideri e conversazioni come un uomo deciso a trasformare la vita stessa in un’opera d’arte.

«Il giardino delle frasi perdute»

Oscar Wilde, il fascino della parola e l’illusione luminosa di un mondo che stava per scomparire.

Redazione Inchiostronero

Sinossi

Parigi, fine Ottocento. Nei salotti aristocratici della Belle Époque, Oscar Wilde domina le conversazioni con l’eleganza di chi ha trasformato la battuta in arte e l’ironia in seduzione. Le sue parole attraversano le stanze come profumi rari; le donne ne subiscono il fascino, gli uomini oscillano tra ammirazione e invidia.

Ma dietro il mito del grande conversatore si nasconde un uomo inquieto, ossessionato dalla paura della banalità e dalla necessità di rendere ogni istante degno di essere ricordato. L’incontro con Paulette — giovane donna capace di guardarlo oltre la maschera brillante del personaggio pubblico — conduce Wilde verso un’esperienza sospesa tra sensualità, natura e desiderio di autenticità.

Fra salotti decadenti, dialoghi scintillanti, atmosfere fin de siècle e una sensualità elegante mai volgare, Il giardino delle frasi perdute costruisce un ritratto inedito di Oscar Wilde: non l’icona tragica consumata dallo scandalo, ma un uomo solare, teatrale, profondamente innamorato della bellezza femminile e convinto che la parola possa ancora trasfigurare la realtà.

 

 «Vi sono uomini che entrano in una stanza.

E vi sono uomini che costringono una stanza a ricordarsi di loro per sempre.»

 

 

Il giardino delle frasi perdute

Oscar Wilde pronunciò quella frase in una sera d’autunno del 1894, a Parigi, nel salotto della contessa d’Évreux, davanti a un pubblico che già pendeva dalle sue labbra ancor prima che egli parlasse. Nessuno seppe dire con precisione a chi fosse rivolta. Alcuni pensarono a un giovane diplomatico inglese appena entrato nella sala; altri sostennero che Wilde stesse, come spesso accadeva, parlando in realtà di sé stesso.

La verità era che Oscar Wilde possedeva il raro privilegio degli uomini che riescono a trasformare ogni frase in uno specchio.

Chiunque vi si rifletteva.

La sala era immersa nella luce dorata dei lampadari. Le pareti color avorio restituivano riflessi morbidi agli abiti femminili, e il brusio delle conversazioni sembrava accompagnare il lento movimento dei ventagli e dei bicchieri di cristallo. Quando Wilde parlava, però, accadeva sempre la stessa cosa: le altre voci si abbassavano gradualmente, quasi obbedendo a una legge invisibile.

Non era soltanto la sua intelligenza.

Molti uomini intelligenti risultavano noiosi.

Non era neppure soltanto il suo spirito.

Esistevano uomini spiritosi incapaci di lasciare traccia.

In Wilde vi era qualcosa di più raro: la sensazione continua che la vita, attorno a lui, diventasse improvvisamente più intensa.

Le donne lo osservavano con una curiosità che sconfinava talvolta nella fascinazione. Alcune cercavano le sue battute; altre il modo in cui inclinava il capo mentre ascoltava; altre ancora rimanevano sedotte dalla sua apparente semplicità, che nascondeva invece una costruzione raffinatissima della parola.

Parlava come se improvvisasse.

E invece scolpiva.

Ogni frase sembrava nascere spontaneamente e tuttavia possedeva la precisione musicale di un verso studiato per anni.

«Il grande problema della sincerità»

disse quella sera accendendosi lentamente una sigaretta

«è che gli uomini sinceri finiscono quasi sempre per diventare terribilmente monotoni.»

Le donne risero.

Gli uomini no.

Oscar sorrise appena. Conosceva perfettamente l’effetto delle proprie parole. Le usava come un violinista usa l’archetto: con leggerezza apparente e controllo assoluto.

Vi era in lui qualcosa di profondamente teatrale.

Non perché fingesse, ma perché considerava la vita stessa una forma superiore di rappresentazione. L’abito, la postura, la voce, il silenzio tra una battuta e l’altra: tutto contribuiva a costruire quell’aura di elegante impertinenza che lo rendeva irresistibile.

Eppure, dietro la brillantezza, viveva un’inquietudine sottile.

Oscar Wilde odiava la banalità più del peccato.

La considerava il vero fallimento dell’anima moderna.

Diceva spesso che il mondo contemporaneo stava producendo uomini sempre più seri e sempre meno interessanti. Gli sembrava che la civiltà industriale avesse sostituito la grazia con l’efficienza e il mistero con la contabilità morale.

«L’uomo moderno»

osservò durante una cena privata lungo il Boulevard Saint-Germain

«ha imparato a costruire macchine meravigliose, ma ha dimenticato come sedurre una donna senza sembrare un impiegato che compila documenti.»

Una giovane attrice francese rise divertita.

«E voi, monsieur Wilde, come sedurreste una donna?»

Oscar la guardò con finta gravità.

«Non la sedurrei affatto. La seduzione è una forma di violenza elegante. Preferirei darle l’impressione di essere stata lei a inventarmi.»

Quella risposta attraversò il salotto come un profumo raro.

Fu quella stessa sera che vide Paulette.

Non era la più appariscente tra le donne presenti. Anzi, accanto alle dame cariche di gioielli e piume sembrava quasi una figura discreta, trattenuta. I capelli castani raccolti con semplicità lasciavano scoperto un collo sottile e pallido; gli occhi grigi osservavano il mondo con una calma distante, quasi ironica.

Ma ciò che colpì Oscar fu il modo in cui ella lo ascoltava.

Non rideva immediatamente come gli altri. Non cercava di compiacerlo. Pareva invece voler comprendere cosa si nascondesse dietro la brillantezza delle frasi.

Era raro.

Terribilmente raro.

Quando finalmente si avvicinò, Oscar avvertì subito quella particolare tensione che nasce soltanto tra due intelligenze curiose l’una dell’altra.

«Dicono che voi abbiate trasformato la conversazione in un’arte.»

Oscar sorrise.

«No, mademoiselle. Ho semplicemente scoperto che la maggior parte degli uomini parla come se desiderasse essere dimenticata.»

Lei inclinò appena il capo.

«E voi invece desiderate essere ricordato?»

«Disperatamente.»

La sincerità improvvisa della risposta la sorprese.

Oscar se ne accorse e abbassò lo sguardo sul bicchiere di vino.

«Vedete»

aggiunse con voce più morbida

«gli uomini passano la vita a fingere modestia. Io preferisco confessare apertamente la mia vanità. È una forma molto più raffinata di onestà.»

Paulette rise.

Fu una risata lieve, autentica, priva di civetteria.

Oscar la trovò infinitamente più seducente di qualunque artificio mondano.

Cominciarono a incontrarsi sempre più spesso.

Parigi, in quei mesi, sembrava vivere dentro una luce dorata e malinconica. I caffè lungo la Rive Gauche si riempivano di scrittori simbolisti, pittori, attrici e aristocratici annoiati. Oscar attraversava quel mondo con l’eleganza di un sovrano decadente. Ovunque arrivasse lasciava dietro di sé un miscuglio di entusiasmo, scandalo e desiderio.

Le donne lo adoravano.

Non soltanto per la fama o per il genio. Vi era qualcosa nel suo modo di guardarle che le faceva sentire improvvisamente più vive. Oscar parlava alle donne come pochi uomini osavano fare: non con galanteria meccanica, ma con autentica attenzione estetica.

Le osservava come si osserva un’opera d’arte.

«La maggior parte degli uomini»

disse a Paulette durante una passeggiata nei giardini del Lussemburgo

«guarda una donna pensando immediatamente al possesso. È un errore grossolano. Una donna dovrebbe essere contemplata prima ancora che desiderata.»

«E voi contemplate molto?»

domandò lei sorridendo.

Oscar sospirò teatralmente.

«Mia cara Paulette, io vivo in uno stato di contemplazione permanente.»

Lei rise ancora.

Gli piaceva quel suono.

Cominciò allora a parlarle più apertamente di sé. Della propria paura del tempo, della fama, della mediocrità. Confessò di sentirsi spesso prigioniero del personaggio che il mondo si aspettava da lui.

«Talvolta ho l’impressione»

disse una sera

«che la gente non venga più ad ascoltare me, ma l’idea che si è costruita di Oscar Wilde.»

«E questo vi ferisce?»

Lui rimase in silenzio qualche istante.

«No. Ma mi rende malinconico.»

Era la prima volta che Paulette lo vedeva senza ironia.

In quei momenti il suo fascino diventava quasi doloroso.

Perché dietro l’uomo brillante appariva improvvisamente una fragilità inattesa.

Fu Sophie Lambert, amica inseparabile di Paulette, a proporre qualche settimana dopo una breve gita fuori Parigi, lungo le rive di un fiume nei pressi di Fontainebleau.

«Abbiamo bisogno di respirare aria vera»

dichiarò Sophie.

«Parigi comincia a odorare troppo di profumo e di menzogna.»

Oscar approvò immediatamente.

«Perfetto. Nulla è più salutare della natura per chi frequenta troppi aristocratici.»

Partirono una mattina luminosa di giugno.

Il paesaggio sembrava sospeso fuori dal tempo. L’acqua del fiume rifletteva il cielo con bagliori d’argento; gli alberi piegavano lentamente i rami verso la corrente; l’aria profumava di erba calda e pietra umida.

Oscar camminava davanti alle due donne con il cappello tra le mani.

Quel giorno appariva diverso.

Più quieto.

Meno incline alla rappresentazione.

Paulette lo osservava in silenzio. Persino il suo corpo sembrava appartenere a un’altra epoca. Oscar possedeva una bellezza virile e armoniosa che nulla aveva della fragilità decadente attribuita spesso agli intellettuali. Le spalle larghe, i movimenti fluidi, il portamento naturale gli conferivano qualcosa di quasi classico, pagano.

Sophie, accorgendosi dello sguardo dell’amica, sorrise maliziosamente.

«Attenta, Paulette. State guardando Oscar Wilde come una donna guarda il peccato.»

Oscar si voltò divertito.

«Il peccato, mademoiselle Sophie, è soltanto una forma di bellezza che la morale non riesce a comprendere.»

Raggiunsero una piccola ansa del fiume dove l’acqua scorreva lenta e trasparente.

Per qualche minuto nessuno parlò.

Poi Oscar si sedette sull’erba e osservò la corrente con aria assorta.

«Sapete»

disse all’improvviso

«che l’umanità ha compiuto un errore terribile?»

«Quale?»

domandò Sophie.

«Ha trasformato il corpo in una colpa.»

Paulette lo guardò incuriosita.

Oscar sorrise lentamente.

«I Greci avevano capito tutto. Noi moderni invece passiamo il tempo a vergognarci della nostra stessa bellezza.»

Sophie rise.

«E voi naturalmente non vi vergognate di nulla.»

«Al contrario. Mi vergogno profondamente delle persone prive di fascino.»

Poi indicò il fiume.

«Non avete mai desiderato fare il bagno nude?»

Le due donne rimasero scandalizzate.

«Oscar!»

esclamò Sophie arrossendo.

Ma lui continuava a sorridere con quella serenità irresistibile che rendeva impossibile offendersi davvero.

«Pensateci»

disse.

«L’acqua non possiede morale. Solo gli uomini la possiedono. Ed è precisamente ciò che li rende tanto noiosi.»

Si alzò lentamente.

Poi, con assoluta naturalezza, iniziò a spogliarsi.

Non vi era nulla di volgare nel gesto. Sembrava piuttosto il ritorno spontaneo di un uomo alla propria origine. La luce del sole scolpì il suo corpo atletico con riflessi dorati. Le spalle forti, il petto armonioso, la linea precisa dei fianchi davano l’impressione di una statua antica improvvisamente animata.

Paulette sentì il respiro rallentare.

Persino Sophie rimase senza parole.

Oscar entrò nell’acqua con calma.

Il fiume gli scivolò addosso come seta liquida.

«Vedete?»

gridò sorridendo.

«Perfino la natura appare meno ipocrita della società.»

Poi guardò Paulette.

Quello sguardo bastò.

Lei tolse lentamente i guanti. Poi il cappello. Infine lasciò che l’abito chiaro scivolasse sull’erba.

Oscar non disse nulla.

La contemplava con una delicatezza quasi religiosa.

Quando anche lei entrò nell’acqua, il mondo sembrò improvvisamente liberato da ogni peso inutile.

Sophie protestò ancora per qualche minuto, ma finì inevitabilmente per unirsi a loro tra le risate.

Il sole filtrava attraverso gli alberi trasformando il fiume in un luogo irreale. L’acqua accarezzava i corpi con dolcezza innocente; il tempo sembrava essersi dissolto.

Oscar nuotò lentamente verso Paulette.

Rimasero vicinissimi, immersi fino alle spalle nella corrente tiepida.

«Sapete qual è il vero privilegio della bellezza?» sussurrò.

Lei scosse appena il capo.

«Che permette agli esseri umani di assomigliare per un istante agli dèi.»

Paulette sentì la mano di lui sfiorarle il viso bagnato.

In quel momento comprese che tutta la brillantezza dei salotti, tutte le battute memorabili, tutto il teatro scintillante della sua personalità nascevano da una paura più profonda.

Oscar Wilde temeva disperatamente che la vita potesse diventare ordinaria.

Per questo trasformava ogni gesto in arte.

Per questo parlava come se ogni frase dovesse sopravvivere alla morte.

Più tardi, seduti sull’erba mentre il tramonto incendiava il cielo, Oscar rimase a lungo in silenzio.

Un silenzio vero.

Quasi vulnerabile.

«State pensando a qualcosa di triste?»

domandò Paulette.

Oscar sorrise lentamente.

«Sto pensando che i momenti perfetti possiedono sempre qualcosa di crudele.»

«Cosa?»

«Il fatto che sappiano di non poter durare.»

Paulette gli accarezzò il volto con infinita delicatezza.

Oscar chiuse gli occhi.

E forse, per la prima volta dopo anni di applausi, salotti e adorazione mondana, ebbe la sensazione di essere guardato non come un mito, non come un genio, non come il celebre Oscar Wilde.

Ma semplicemente come un uomo.

Molto tempo dopo, nei salotti europei, continuarono a raccontare storie su di lui.

Alcuni sostenevano che fosse l’uomo più brillante del suo secolo. Altri il più scandaloso. Altri ancora il più irresistibile conversatore mai apparso tra Londra e Parigi.

Le donne che lo avevano conosciuto davvero, però, ricordavano soprattutto un’altra cosa.

Il modo in cui riusciva a trasfigurare la realtà.

Come se ogni stanza diventasse più luminosa dopo il suo ingresso. Come se ogni conversazione acquistasse improvvisamente profondità, ironia e desiderio. Come se la vita stessa, accanto a lui, smettesse per qualche istante di essere mediocre.

E Paulette, molti anni più tardi, quando ormai la Belle Époque era svanita insieme ai suoi valzer e ai suoi lampadari di cristallo, conservava ancora nella memoria quell’immagine lontana di Oscar Wilde che entrava nell’acqua di un fiume come un dio pagano smarrito nel mondo moderno.

Allora sorrideva appena.

E ricordava una frase che egli aveva pronunciato una notte d’estate mentre Parigi brillava oltre le finestre aperte:

«La giovinezza finisce quando gli uomini smettono di credere che una conversazione possa cambiare il destino.»

La Redazione

 

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